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Valerio

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  1. La Messa è un catechismo vivente. Il Credo, i comandamenti, i sacramenti, le virtù cristiane, la preghiera del Pater, tutto ciò si realizza, punto per punto, e in maniera sublime, durante ogni Messa. La prima parte della Messa è quella didattica, espone le verità del Credo, ci guida lentamente e con fermezza nella nostra professione di fede. Il Credo è il canto dell'amore di Dio per noi e la seconda parte della Messa ne è la realizzazione. Ciò che avviene dall'offerta e la consacrazione fino al Pater, è la realizzazione dell'amore di Dio per noi e dell'amore di Nostro Signore Gesù Cristo per il Padre Suo. Conseguentemente, i due comandamenti essenziali, che riassumono il Decalogo, ovvero amare Dio ed amare il prossimo, sono realizzati in questa parte della Messa. Infatti può esserci stato quaggiù un atto d'amore per Dio più grande di quello che Nostro Signore Gesù Cristo ha realizzato sul Calvario? Gesù Cristo, spirando sulla Croce, ha manifestato il suo amore infinito per il Padre. E questo si realizza nuovamente sui nostri altari. D'altra parte, il secondo comandamento, che consiste nell'amare il nostro prossimo come noi stessi, è anch'esso esattamente realizzato nel santo Sacrificio della Messa. Ce lo dice Nostro Signore stesso: "Ci può essere un atto d'amore più grande che dare la vita per coloro che si amano?" (Gv. 15,13). Gesù ha dato la vita per coloro che ama, cioè noi, e questo si realizza anche nel santo Sacrificio della Messa. La morte di Nostro Signore Gesù Cristo è il più grande atto di carità che Egli potesse compiere per redimere gli uomini, suoi fratelli. Ha dato tutto il suo Sangue, così come la sua Anima; ha dato la sua Vita per quelli che amava. E questo Sangue divino ci purifica e ci santifica durante la Messa. Così il Decalogo viene vissuto, non è semplicemente scritto sulle pagine di catechismo, in lettere morte, ma è vissuto. Il Decalogo è realizzato ogni volta che il santo Sacrificio della Messa viene offerto, da Nostro Signore Gesù Cristo stesso. Quale esempio per noi! Il Sacrificio della Messa è tutto un programma. E' veramente un gioiello. Ci sono tre parti nella Messa: la prima parte è quella dell'insegnamento, poi segue la consacrazione, dove Nostro Signore viene sull'altare, e infine la comunione. Queste tre parti esprimono il ministero sacerdotale nei suoi tre poteri: la potestas docendi (il potere di insegnare), la potestas sanctificandi (il potere di santificare) e la potestas regendi (il potere di guidare i fedeli). La prima parte della Messa corrisponde al potere di insegnare dato al sacerdote; la seconda alla santificazione: il sacerdote santifica i fedeli con la sua preghiera; la terza al potere di guidare le anime. In effetti, donando il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Nostro Signore ai fedeli, per il fatto stesso, il sacerdote comunica loro il comandamento della carità. E' precisamente l'atto di carità che permette ai fedeli di indirizzarsi nella vita cristiana. Trasmettendo loro la legge vivente che è Nostro Signore, il sacerdote esercita il suo potere di direzione. Per i fedeli, le differenti parti della Messa corrispondono alla FEDE, alla SPERANZA e alla CARITÀ. La fede nell'insegnamento, la speranza nella Croce. La Transustanziazione significa la Croce di Gesù che è la nostra speranza. "O Crux, ave, spes unica", "Salve, o Croce, nostra speranza". Poi viene la carità, cioè la comunione, che è questa unione nell'amore con Nostro Signore che non poteva darci una prova più grande del suo amore di quella di donarsi in nutrimento alle nostre anime.
  2. Il più importante dovere di ogni persona è compiere fedelmente i doveri del proprio stato di vita, e generalmente ciò comporta molte sofferenze. Santa Teresina era una religiosa, e quindi prediligeva quelle sofferenze che erano legate alla perfetta fedeltà interiore ed esteriore alla sua Regola. Osservava i voti con una delicatezza ed una precisione che poteva ben essere chiamata eroica. Il grado con cui osservava il voto di povertà avrebbe conquistato l'ammirazione di san Francesco d'Assisi, perché non si contentava di scegliere volontariamente ciò che era più vecchio, più brutto e più usato, ma provava un vero piacere anche nell'essere privata di ciò che era strettamente necessario nel cibo, nel vestito e in tutto. Per una speciale grazia di Dio, la piccola Santa fu preservata dalle tentazioni contro la castità corporale, ma la sua castità di cuore - la purezza degli affetti - che le costava molto, fu elevatissima. Le sue sorelle, infatti, si lamentavano perché si sentivano da lei trascurate, o avvertivano da parte sua una certa freddezza nei loro riguardi. Ma con il suo sguardo soprannaturale, la Santa capiva che la vita religiosa non doveva essere un mezzo per soddisfare le gioie della vita familiare, ma piuttosto un mezzo per sacrificarle. Nella sua obbedienza, santa Teresina fu una perfetta copia di Colui che "fu obbediente fino alla morte, e alla morte di Croce". Considerandosi come una alla quale "chiunque ha il diritto di comandare", obbediva a tutti senza distinzione: alle sue consorelle, alla rotara, all'infermiera, ecc..., come avrebbe obbedito a Dio stesso, e ciò anche nei comandi più difficili e irragionevoli, o anche nei semplici desideri non espressi. I suoi principi erano: "Anche se qualcuno dovesse infrangere la Regola, ciò non mi giustificherebbe", e "ognuna dovrebbe comportarsi come se la perfezione dell'Intero Ordine dipendesse dalla sua condotta personale". Quando la perfetta osservanza della Regola o un proprio dovere comporta qualche piccolo inconveniente o difficoltà, è facile presumere, o almeno cercare, una legittima dispensa. Anche santa Teresina sentiva questa tentazione, ma la respingeva coraggiosamente. "Questi nonnulla sono un vero martirio, è vero, ma bisogna ben guardarsi dal diminuirli, permettendosi, o facendosi permettere, mille cose che renderebbero la vita religiosa comoda e gradevole". Di conseguenza, non solo non cercò mai la dispensa da qualche atto comunitario, anche nella sua estrema infermità, ma usava tali favori solo quando l'obbedienza l'obbligava a farlo. La sua massima era: "Io posso ancora camminare: ebbene, devo trovarmi a compiere il mio dovere!". E noi facciamo lo stesso?
  3. Dio è in Cielo, in terra e in ogni luogo: Egli è l'Immenso. Immenso è ciò che non è misurato e non può esserlo. Si possono misurare soltanto le cose estese nello spazio o nel tempo con misure lineari, di capacità, di peso, di tempo: minuti, ore anni, secoli. Dio, però, è infinito, quindi al di sopra dello spazio, eterno, quindi al di sopra del tempo, è semplicissimo, inesteso e quindi non può essere misurato. Nel Simbolo Atanasiano diciamo: "Immenso il Padre, immenso il Figlio, immenso lo Spirito Santo; ma non sono tre immensi, bensì un solo immenso. Parlando dell'immensità divina la Scrittura dice che Dio è più alto dei cieli... più profondo dell'inferno... La sua misura è più lunga della terra e più larga del mare. Il cielo, la terra, tutto lo spazio e il tempo sono pieni di Dio, ma non lo limitano in modo che sia in un posto e non in un altro, prima e non dopo. Dio, creando e conservando le cose si rende presente in esse con la sua potenza, senza di cui nulla può esistere; con la sua presenza con cui conosce tutto ciò che crea e governa; con la sua essenza, inseparabile dalla sua potenza e dalla sua scienza che s'identificano con Lui. Nell'uomo giusto Dio è presente in modo ancora più intimo e sublime mediante la grazia che ci fa partecipi della divina natura. In Cristo Dio è presente tanto più intimamente che la natura assunta è unita al Verbo in una sola persona. Riflessione: Ricorda che Dio è presente, sempre e dappertutto, e non peccherai! Esempio: Dio talvolta fa "sentire" la sua presenza in modo più vivo, specialmente alle anime favorite dal dono della contemplazione. Santa Margherita Maria Alacoque attesta: "Io vedevo il mio Dio e lo sentivo vicinissimo a me. Udivo la sua voce, e tutto ciò molto meglio che con i sensi corporali. Infatti avrei ben potuto distrarmi dall'impressione dei sensi, ma non potevo opporre alcun impedimento a queste altre sensazioni, che mi s'imponevano in modo irresistibile. Quando ero sola non osavo sedermi per la presenza di questa Maestà.
  4. Poiché il Sacrificio di Nostro Signore è al cuore della Chiesa, al cuore della nostra salvezza, al cuore delle nostre anime, tutto ciò che tocca il santo Sacrificio della Messa ci tocca profondamente, tocca ciascuno di noi personalmente. Dobbiamo partecipare a questo sacrificio per la salvezza delle nostre anime. Dobbiamo ricevere il Sangue di Gesù attraverso il battesimo e tutti i sacramenti, in particolare il sacramento dell'Eucaristia, per salvare le nostre anime. Nulla ci dispone così bene a ricevere il sacramento dell'Eucaristia quanto la meditazione del santo Sacrificio della Messa, perché il Sacrificio della Messa è una sorgente di suggestioni, di incoraggiamenti, di pensieri che ci mettono nelle disposizioni di carità nei riguardi di Dio e del prossimo. Il sacrificio di Nostro Signore è stato precisamente il più grande atto di carità che ci sia mai stati nella storia dell'umanità. "Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per coloro che si amano" (Gv. 15,13). Lo scopo di Nostro Signore Gesù Cristo è stato quello di offrirsi sulla Croce. Non è venuto per qualcos'altro. E la Messa è la continuazione della Croce. Lo scopo di Nostro Signore è, dunque, quello di continuare la sua Croce attraverso il Santo Sacrificio della Messa sino alla fine dei tempi. Sembra che molte anime l'abbiano dimenticato. Hanno cercato la sorgente delle grazie in piccole pratiche, nella recita di certe preghiere personali, in piccole devozioni a questo o a quel santo... E' bene avere delle devozioni, ma dobbiamo avere la devozione essenziale, la devozione capitale e fondamentale della Chiesa e di tutti i santi: quella che Nostro Signore ci ha trasmesso. Non c'è nulla che sostituisca il Sacrificio della Croce. Nessuna devozione, nemmeno alla Santa Vergine, può sostituire il Santo Sacrificio della Messa. E giustamente, la Santa Vergine ci spinge ad accostarci alla Croce; lei vi è sempre presente.
  5. La nascita del Figliuolo di Dio non fu affatto comune, ma avvenne in maniera miracolosa, fu un evento del tutto soprannaturale. La Beata Anna Katharina Emmerick ci racconta ciò che ebbe il dono di vedere in una sua esperienza mistica. Ella scrive che nella Notte Santa, quando l'Emmanuele si manifestò agli uomini, la Madonna generò in maniera prodigiosa, senza l'aiuto di nessuno, in un'atmosfera di perfetto candore e pudore. Un insolito movimento regnava nella natura, negli uomini e in molti luoghi del mondo. Dappertutto si manifestava un’eccezionale energia emozionale. I simboli cosmici del Natale della Luce del mondo scesero nella coscienza e nei cuori di molti uomini. Alla presenza di cori angelici, di luce intensissima, la natura fremeva, gli animali soavemente saltellavano, nascevano nuovi fiori, erbe e virgulti dal terreno; gli alberi «rinfrescati» diffondevano una dolce fragranza e dal suolo scaturivano molte nuove sorgenti d’acqua. Tutto il Creato partecipava al Grande ed Unico Evento. La Santa Vergine annunciò al suo sposo che a mezzanotte si sarebbero compiuti i nove mesi dal momento in cui fu concepito il Santo Figlio e l’Angelo l’aveva salutata Madre di Dio. Inoltre lo esortò ad unirsi a Lei nelle preghiere ardenti per intercedere la misericordia di Dio verso quei duri di cuore che le avevano negato l’ospitalità. Il momento del prodigioso evento si avvicinava, la Santa Vergine disse quindi a san Giuseppe che era ormai prossimo e che desiderava rimanere sola, perciò lo pregò di rinchiudersi nella propria cella. Il sant’uomo fu avvolto da una luce celeste soprannaturale, poi, entrato con santo timore nella cella, si gettò proteso sul terreno e si immerse nella preghiera più devota. La Madonna, inginocchiata sulla sua stuoia, teneva il viso rivolto ad oriente. Un’ampia tunica candida priva di ogni legame cadeva in larghe pieghe intorno al suo corpo. Alla dodicesima ora fu rapita dall’estasi della preghiera. Il suo corpo si elevò dal suolo. Frattanto la grotta si illuminava sempre più, fino a che la Beata Vergine fu avvolta tutta, con tutte le cose, in uno splendore d’infinita magnificenza. Questa scena irradiava tanta Grazia Divina da non potersi descrivere. Maria Santissima rimase assorta nel rapimento per qualche tempo, poi ricoprì attentamente con un panno una piccola figura uscita dallo splendore radioso, senza toccarla, né sollevarla. La sempre Vergine ‒ prima, durante, dopo il parto ‒ in piena salute e senza nessun segno di affaticamento, si avvolse con un velo insieme al Redentore, e lo allattò con il «suo santo latte». A Betlemme, sotto un firmamento che guidava i Magi al luogo benedetto, era nato il Re dell’Universo.
  6. Santa Teresina prediligeva le croci nascoste. "Conosco un'altra sorgente - scrisse - quella dove, dopo aver bevuto, si ha ancora sete, ma d'una sete che non tormenta, anzi al contrario, è piena di dolcezza, perché ha sempre di che soddisfarsi. Questa sorgente è la sofferenza conosciuta da Gesù solo!". Perciò cantava: "Quant'è soave il saper velare il dolore! Si, voglio patire e non dirlo, perché Gesù si consoli: che m'è gioia il vederLo sorridere quando il mio cuore è in esilio". Riguardo alle sue pesanti prove interiori, scrisse: "Per cinque anni è stata questa la mia via, ed ero la sola a conoscerla. Ecco appunto il fiore ignorato che volevo offrire a Gesù, quel fiore il cui profumo non esala che per la regione del Cielo". Perché quest'amore speciale per le croci nascoste? "Esiste forse, o mio Dio, una gioia più grande che soffrire per amor Vostro? Più la sofferenza è intima, più è nascosta agli occhi delle creature, e tanto più Vi rallegra, o Dio mio!". Perciò, "Dio non disprezza quelle lotte contro noi stesse, le quali proprio perché sono nascoste, sono tanto ricche di meriti...Con i nostri piccoli atti di carità praticati nell'ombra, noi convertiamo gli infedeli, aiutiamo i missionari e otteniamo per loro aiuti abbondanti, per costruire dimore materiali e spirituali al nostro Eucaristico Signore". Anche nel tempo della sua agonia, amara e lunga, santa Teresina preferiva stare sola durante la notte: "Mi stimo felicissima di trovarmi in una cella abbastanza appartata per non essere udita dalle mie consorelle (a causa della tosse fortissima). Sono contenta di soffrire da sola, perché appena mi sento compatita e colmata di attenzioni, non godo più". Ella vedeva bene la debolezza dell'anima che non trova riposo fino a quando non gode l'umana consolazione di sapere che altri conoscono le sue pene, com'è evidente da un suo rimprovero ad una novizia: "Lei sente tanto maggiormente la sua stanchezza perché essa non è nota alle altre. Desiderare che altri conoscano i nostri dolori e le nostre sofferenze è un sentimento troppo umano. Dare spazio a simili sentimenti è agire da codardi". Santa Teresina, dunque, nascondeva le sue sofferenze con un sorriso, tanto che si giunse a pensare che fosse insensibile al dolore. E noi nascondiamo le nostre sofferenze?
  7. Dio non ha corpo come noi, ma è purissimo spirito. Alla donna samaritana, che aveva un'idea grossolana di Dio, Gesù disse: Dio è spirito, e coloro che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità (Gv 4,25). Dio non ha corpo come noi. Ogni corpo può misurarsi, perché composto da parti con determinate estensioni in lunghezza, larghezza e profondità o spessore. Dio, invece, non è composto da parti, perché è semplicissimo, ed è infinito nell'essere e nelle perfezioni. Egli quindi non ha corpo e non può essere misurato, né percepito dai nostri sensi. Tutto ciò che non è corpo, è necessariamente spirito. Lo spirito può essere unito a un corpo (come l'anima umana), o essere separato e indipendente da qualsiasi materia (come l'angelo). Gli angeli sono puri spiriti, non purissimi, perché, essendo creati, sono limitati. Dio è spirito purissimo da ogni limite e difetto, perché increato e semplicissimo. Quando si parla della mano, del cuore, dell'occhio di Dio ecc..., non si vuol dire che abbia un corpo, ma solo indicare la sua potenza, il suo amore, la sua scienza, ecc... Per esprimere i suoi attributi spirituali ci serviamo di analogie materiali. La nostra anima, essendo spirito, è un'immagine di Dio molto più perfetta di tutte le cose materiali e del nostro corpo, che somigliano a Dio solo come vestigi o impronte e che devono servire all'anima, e non viceversa.
  8. Santa Teresina sapeva bene che sono proprio le piccole cose a formare la santità, che di contro non è affatto piccola. "E' tutto così grande nella vita religiosa. Raccattare uno spillo per amor di Dio può convertire un'anima!". La dottrina cattolica, infatti, insegna che la grazia santificante, che rende una persona come un tralcio vivo unito alla vite, che è Cristo, dà ad ogni opera buona un valore soprannaturale. Ciò accade ancor più per i religiosi. Le piccole croci sono sempre a portata di mano e Santa Teresina voleva farne l'uso migliore possibile. "Che cos'è una piccola sofferenza sopportata con gioia, quando penso che per tutta l'eternità potrò amare più perfettamente il buon Dio? Se si sapesse che cosa si guadagna nel rinunziare a se stessi in ogni cosa!". Lei lo faceva, e allo stesso modo incoraggiava sua sorella: " Non dobbiamo lasciarci sfuggire la più piccola opportunità di dare gioia a Gesù. Non dobbiamo rifiutarGli nulla. Non dobbiamo lasciarci sfuggire proprio nessuna occasione di sacrificio". Ed era la prima a darne un luminoso esempio. Soffriva moltissimo di mal di stomaco, ma ne sembrava totalmente indifferente, tanto da prendere a tavola qualunque cibo, che le fosse gradito o sgradito. La suora che le sedeva accanto, senza volerlo le lasciava sempre poco da mangiare e da bere, ma Santa Teresina se ne rallegrava e restava in silenzio. Le suore che lavoravano in cucina, talvolta, trovandosi degli avanzi che erano stati riscaldati più di sei volte, dicevano: "Nessuno mangerà questo cibo, se non Suor Teresa di Gesù Bambino". E lei lo faceva sorridendo. Beveva a piccoli sorsi una medicina amarissima. Anche se il freddo le dava pena più di tutto, non cercava affatto di evitarlo. Nell'esercizio della disciplina, si batteva con forza, ed era attenta a non diminuire l'intensità del dolore. Rinunciava ad ogni piccola comodità, come l'incrociare i piedi mentre stava in piedi o seduta, o cose del genere. Santa Teresina attribuiva un valore quasi infinito al rinnegamento interiore di sé, cioè quello della volontà e della ragione. Non si giustificava quando veniva accusata ingiustamente; si rifiutava di leggere una lettera interessante; osservava perfettamente il silenzio; sopportava i difetti e le colpe degli altri; non soddisfaceva la sua curiosità, persino la notte in cui apparve il primo segno della sua morte, un'emorragia. "Ci sono dei nonnulla - disse - che piacciono a Gesù più che l'impero del mondo. Per esempio, un sorriso, una parola amabile quando avrei voglia solo di tacere o di avere un'aria annoiata". E ancora: "Mi creda: scrivere libri di pietà, comporre le poesie più sublimi, tutto questo non vale quanto il più piccolo atto di rinnegamento di sé". E' sbalorditivo sentirle dire ad una novizia, per aver risposto prontamente al bussare alla porta: "Lei ha fatto un'azione più gloriosa che se avesse ottenuto la benevolenza del Governo per le Comunità religiose, e tutta la Francia l'acclamasse come una seconda Giuditta!". Ma da dove veniva questo merito? "Gesù - diceva - non guarda tanto alla grandezza delle azioni, e neppure alla loro difficoltà, quanto all'amore da cui esse scaturiscono". Ecco perché San Giovanni della Croce affermava che "il più piccolo atto di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme". Argomento ineffabile per una seria riflessione ed un accurato esame di coscienza.
  9. "Mentre Gesù dormiva sulla barca, che i discepoli spingevano per attraversare il lago di Genezaret, si scatenò una violenta tempesta, che rendeva inutili i loro sforzi vigorosi e metteva in pericolo la loro vita. Spaventati, gli apostoli svegliarono il Signore, implorando il suo aiuto. Il Maestro, alzatosi, comandò ai venti e al mare e si fece una gran bonaccia" (Mt 8, 23-27). Il vento e il mare obbediscono alla voce di Cristo perché Egli, come Dio, è l'unico padrone e signore assoluto di tutte le cose. Signore significa "padrone" e indica colui che comanda e non riceve ordini da nessuno (San Tommaso, "Contro i gentili", III, 120). L'artista è padrone del quadro che ha dipinto, il falegname del mobile che ha fabbricato. Dio è Signore e padrone assoluto delle cose, perché la ha create e continua a esercitare il suo potere conservandole e governandole per via delle leggi naturali e morali. La Sacra Scrittura ad ogni passo afferma che Dio è Signore universale: Tuoi sono i cieli e tua la terra; Tu hai fondato il mondo e la sua grandezza (Sal 88,12); Egli è il Re dei re, e il Dominatore dei dominanti (1 Tm 6, 15). Perciò noi con la Chiesa crediamo che Dio è il Signore del cielo e della terra (Conc. Vat. I, Sess. 3, c. 1; DB 1782). RIFLESSIONE Dio è Signore della nostra persona e di tutti i nostri atti, che, perciò, devono essere conformi alla sua volontà e tendere a Lui come a fine unico, come il cammino del viandante tende alla meta. La santità consiste nel conformare tutti i nostri atti alla volontà del Signore. ESEMPIO Il potente re danese San Canuto disse alle onde del mare che gli lambivano i piedi sulla spiaggia: "Onde del mare, vi comando di ritirarvi!" e, continuando esse il loro moto, rivolto ai cortigiani, che spesso l'adulavano proclamandolo il re più potente della terra, disse: "Vedete la mia illimitata potenza? Solo Dio è veramente potente".
  10. Santa Teresina è stata coerente e coraggiosa. Comprendeva il valore immenso della sofferenza ed era forte nell'abbracciarla con tutto il cuore. "Si, posso dirlo con verità - scrive -: la sofferenza mi ha teso le braccia fin dal primo mio entrare in monastero, ed io l'abbracciai con amore". Fin da giovanissima, nel ringraziamento alla Santa Comunione, spesso pregava: "O Gesù, dolcezza ineffabile, cambiate per me in amarezza tutte le consolazioni della terra!"; e nel giorno della sua professione religiosa chiese: "Concedetemi il martirio del cuore e del corpo, o piuttosto tutti e due!". "Più tardi - ella disse -, quando la via della perfezione si schiuse davanti ai miei occhi, capii che, per diventare santi, bisognava soffrire molto, cercare sempre il più perfetto, dimenticare se stessi; capii che ci sono molti gradi nella perfezione, e che ciascun'anima è libera di rispondere agli inviti di Nostro Signore, di fare poco o molto per Lui, insomma di scegliere tra i sacrifici che Egli chiede. Allora esclamai: Dio mio, scelgo tutto. Non voglio essere santa a metà, non ho paura di soffrire per Voi. Temo una cosa sola, cioè di conservare la mia volontà: prendetela, perché scelgo tutto quello che Voi volete". Questa decisione era dovuta al fatto che il suo amore era crocifisso e che non desiderava altra gioia se non l'immolazione, "perché - diceva - le anime forti e pure, nell'oscura notte del dolore, aspirano solo alla gloria di portare la croce". Voleva soffrire anche per salvare le anime che avrebbero amato Dio, e avrebbe dato mille vite per salvarne una sola. Questa sete diveniva "più grande dell'universo" e si trasformava in un "vero e proprio martirio", tanto che, pensando ai terribili tormenti dei martiri, esclamava: "Non saprei limitarmi a desiderare un solo martirio. Per soddisfarmi, li vorrei tutti. Pensando ai tormenti che verranno inflitti ai cristiani nel tempo dell'Anticristo, trasalisco di gioia e vorrei per me quei tormenti. Gesù. Gesù, se volessi scrivere tutti i miei desideri, dovrei prendere il Vostro Libro della Vita: lì solo narrate le azioni di tutti i Santi, e quelle azioni vorrei averle compiute per Voi!". Non si pentì mai di questo desiderio; infatti, solo poche ore prima della morte, disse: "Tutto quello che ho scritto sui miei desideri di soffrire, oh! è ben vero! Non mi pento di essermi offerta all'Amore". Nemmeno noi ci pentiremo, se lo faremo.
  11. Il beato Contardo Ferrini sapeva elevarsi dal creato al Creatore con grande facilità. Per lui l'universo era la via, l'opera, "il poema di Dio" che canta l'onnipotenza, la sapienza e la bontà divina. Scrisse a un amico: "Vieni con me; ti farò conoscere le mie montagne. E là parleremo di Dio. Com'è bello su una vetta solitaria avvicinarsi a Dio e contemplare nella natura selvaggia e rude il suo sorriso eternamente giovane!". Anche il tempo avverso lo elevava a Dio. "L'Ascensione, la gioiosa festa del "sursum corda", qui è stata turbata da un cielo coperto di nere nubi. Meglio ancora. Così penso di più che tutto passa, che tutto ciò che è terrestre non è nulla, che non dobbiamo trovare il nostro riposo in nulla. Penso al giorno senza sera, al cielo che non avrà nubi".
  12. Creatore significa che Dio ha fatto tutte le cose dal nulla. "In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso, e lo Spirito di Dio si librava sopra le acque" (Gn 1, 1-2). Creare significa fare qualcosa che prima non c'era; fare dal nulla e con nulla, senza mezzi. Per poter creare degli esseri dal nulla occorre una potenza infinita, che solo Dio possiede, ecco perché solo Lui può creare. Neanche tutte le creature messe insieme riuscirebbero a creare un granello di sabbia in tutta l'eternità. L'esperienza ci dice che esiste il mondo in cui siamo, che vediamo e tocchiamo. L'universo, tuttavia, non esiste da tutta l'eternità. Tutto ciò che non è infinito ha avuto un inizio e finirà; dal filo d'erba, che nasce, cresce e muore in pochi mesi, all'astro immenso del cielo, che in milioni di secoli, da una massa informe di gas, si assesta, condensa ed acquista luminosità, per poi spegnersi e disgregarsi. Ciò che un tempo non esisteva, esiste per opera di una causa esterna. Non è stato il caso a dare origine alle cose, perché esso è disordine e confusione. Nel mondo c'è, invece, un ordine meraviglioso, dal succedersi del giorno, della notte e delle stagioni, ai movimenti delle stelle e dei pianeti, all'uomo e all'angelo, tutto è ordine meraviglioso, che presuppone un'Intelligenza e una Potenza creatrice ed ordinatrice. Il Concilio Vaticano I insegna con parola infallibile: "Il mondo e tutte le cose che vi sono contenute, spirituali e materiali, furono prodotte dal nulla, secondo la loro sostanza, per opera di Dio". Ogni volta che recitiamo il Credo o Simbolo apostolico, affermiamo la nostra fede in Dio creatore: "Credo in Dio... creatore del cielo e della terra". Come nostro Creatore, Dio ha diritto alla nostra adorazione, lode, ringraziamento, amore e servitù. Esempi: 1. Il grande scienziato Edison, sul "Libro d'oro" della torre Eiffel di Parigi, scrisse: "Al coraggioso costruttore di un modello così gigantesco e originale dell'arte dell'ingegneria moderna, un uomo che ha il più grande rispetto per tutti gl'ingegneri, compreso il più grande di tutti, il buon Dio". 2. Fenelon, famoso oratore francese e vescovo di Cambrai, accompagnando nell'aperta campagna il delfino (principe ereditario) gli domandò: - Delfino, che cosa vedete attorno? - Vedo il sole che colora e abbellisce ogni cosa, acque gorgoglianti che cantano senza interruzione una lieta melodia, vedo la letizia degli uccelli... - E che cosa vedete ancora? - Il cielo sereno, monti maestosi, colline verdeggianti... - Guardate meglio! - Non vedo più nulla! - Non vedete sopra tutte le cose e sopra ciascuna di esse l'orma della bellezza di Colui che le ha create? Non vedete in esse l'orma di Dio?
  13. A Santa Teresina non bastava sapere che la sofferenza veniva dall'Amore di Dio, ma voleva anche conoscere cosa Egli intendeva realizzare mediante questa sofferenza, per poter meglio entrare nei Suoi amabili disegni. Nella sofferenza ella trovò tre scopi principali: 1) La prova del suo amore per Dio, quello più grande, puro e autentico, perché "non si può amare senza soffrire". Amava, dunque, gioire per poter, sotto il torchio della sofferenza, provare a Dio il suo amore in un modo, si può dire, divino. La misura del nostro amore per qualcuno è proporzionale alla nostra volontà di soffrire per lui, per cui questo è il primo obiettivo che Dio desidera perseguire mandandoci la sofferenza: "che le nostre anime possano darsi a Lui solo" e che "le Sue spine, nel momento in cui ci lacerano, lascino esalare il profumo del nostro amore"; 2) L'unione con Dio. La sofferenza è l'unico mezzo per disporci a conoscere Dio come Egli conosce Se stesso, e per divinizzare noi mediante la grazia santificante. "Oh! che cosa vedremo allora? Che sarà mai quella vita che non avrà più fine? Dio sarà l'anima delle nostre anime. Mistero insondabile! L'occhio dell'uomo non ha mai veduto la luce increata, il suo orecchio non ha mai udito le celesti armonie, e il suo cuore non può presentire ciò che Dio riserva a coloro che Egli ama". Le sofferenze ottengono questo fine, perché ci conformano a Cristo Crocifisso, perché "le prove ci aiutano molto a distaccarci dalla terra. Ci fanno guardare più in alto, al di là di questo mondo". La vita e le pene sono brevi, "Domani, in un'ora, saremo in porto"; anzi, "già fin d'ora Dio ci vede nella gloria e gioisce della nostra beatitudine eterna! Adesso capisco perché ci lascia soffrire"; 3) La salvezza delle anime. "Gesù ha per noi un amore così incomprensibile che vuol farci partecipare insieme con Lui alla salvezza delle anime". Come? "Da quando ha innalzato lo stendardo della Croce, tutti devono combattere e riportare vittoria alla Sua ombra. Dio vuole affermare il Suo Regno sulle anime tramite la persecuzione e la sofferenza, più che attraverso brillanti predicazioni". Comprendendo questo triplice valore della sofferenza, Santa Teresina considerava ogni croce come una "miniera d'oro da sfruttare"; ed essendo sommersa di croci, diceva: "Gesù ci colma dei Suoi favori come ha fatto coi più grandi santi... Che sorte invidiabile. I Serafini in Cielo invidiano la nostra felicità". E noi capiamo quale tesoro si cela in ogni sofferenza?
  14. Perfettissimo significa che in Dio è ogni perfezione, senza difetto e senza limiti, ossia che Egli è potenza, sapienza e bontà infinita. I due ciechi di Gerico, come dice il Vangelo, erano infelici per la mancanza della vista, e quando passò vicino Gesù gli gridarono: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di noi". Il Salvatore ne fu commosso e li guarì. Colui al quale manca qualcosa che hanno tutti gli uomini normali é imperfetto. L'uomo è imperfetto quando gli mancano qualità a lui proprie, ma non se gliene manca qualcuna non appartenente alla natura umana, come ad esempio le ali. Le creature possono essere perfette, ma non perfettissime, perché non possono avere tutte le perfezioni e nessuna nel massimo grado. Solo Dio è perfettissimo perché: 1) ha tutte le perfezioni degli esseri creati. - Nelle creature ci sono molte qualità e perfezioni, come la bellezza, la bontà, la scienza, la potenza, ma è stato Dio a darle loro, possedendole in origine; 2) in Lui vi sono tutte le perfezioni possibili. - Dio può creare infiniti uomini e mondi più perfetti di quelli esistenti. In Lui vi sono, dunque, tutte le perfezioni che potrebbe dare agl'infiniti esseri creabili. Nessuna creatura ha una perfezione o una qualità infinita, sono sempre limitate nel tempo e nel grado di perfezione, come bontà e pazienza. La scienza del maestro non è infinita, egli non sa tutte le cose, più studia più si rende conto di ciò che ancora non conosce e deve continuare a studiare e a leggere per accrescere le sue cognizioni e non dimenticare quello che ha imparato. Se una creatura avesse anche una sola perfezione infinita sarebbe infinita essa stessa e dunque come Dio. Le perfezioni di Dio solamente sono senza difetto e senza limiti. Se gliene mancasse anche una sola o la possedesse in grado imperfetto, non sarebbe infinito, e quindi non sarebbe Dio. Egli non solo possiede tutte le perfezioni, ma è Egli stesso tutte e ciascuna delle sue perfezioni. Non solo è buono, sapiente, potente, cioè ha bontà, sapienza e potenza, ma è proprio la stessa bontà, la stessa sapienza, la stessa potenza e ciascuna delle sue perfezioni, che s'identificano con Lui. Egli è infinito e infinite sono anche le sue perfezioni, ma ai nostri occhi ne risplendono di più alcune, maggiormente impresse nelle creature, come la potenza creatrice di tutte le cose, la sapienza che le ordina e la bontà che le conserva e le governa.
  15. Santa Teresina, pensando a Dio che le mandava delle sofferenze, ne aveva un'idea molto delicata e consolante. Dio non è affatto insensibile né tanto meno crudele, ma è il più amorevole dei padri. Tutto viene dal suo infinito e perfetto Amore. Scriveva Santa Teresina: "Lungi dal lamentarmi con Gesù della croce che ci manda, non arrivo a comprendere l'amore infinito che L'ha portato a trattarci così". E ancora: "Questa pena è una tenera predilezione da parte di Gesù. Che privilegio ci ha concesso Gesù, inviandoci un dolore così grande! Ah, l'eternità non sarà lunga abbastanza per ringraziarLo!". Che pensiero sublime. Teresina era, tuttavia, anche umana e si chiedeva: "Come mai il buon Dio, Che ci ama così tanto, può essere felice quando noi soffriamo?". E si rispondeva gioiosamente con incredibile dolcezza: "No, non è la nostra sofferenza che Lo rende felice, ma questa sofferenza è necessaria. Allora Egli la permette, come voltando il capo... Vi assicuro che Gli costa moltissimo abbeverarci di amarezza". E con profonda sensibilità di cuore giungeva a questa amabile conclusione: "Il buon Dio è abbastanza dispiaciuto, Egli Che ci ama tanto, di essere obbligato a lasciarci sulla terra a compiere il nostro tempo di prova, senza che noi veniamo ad ogni istante a ridirGli che ci stiamo male; non bisogna aver l'aria di accorgersene!". Per questo nobilissimo sentimento un giorno rimproverò una novizia che, piangendo, diceva: "D'ora in poi le mie lacrime saranno solo per Dio. Confiderò le mie angosce a Lui, Che può capirmi e consolarmi". Le rispose la Santa: "Piangere davanti al buon Dio! Guardatevi dal farlo. Dovete apparire meno triste davanti a Lui che davanti alle creature... Il nostro Divin Maestro viene a noi in cerca di riposo per dimenticare le incessanti proteste dei Suoi amici nel mondo, che, invece di apprezzare il valore della Croce, molto spesso la ricevono con gemiti e lacrime. Vorreste essere come le anime mediocri? Sinceramente, questo non è amore disinteressato. Siamo noi a dover consolare Gesù e non Lui noi. Il Suo Cuore è così amabile che, se voi piangete, Egli asciugherà le vostre lacrime; ma poi se ne andrà triste, dato che non Gli avete permesso di riposare tranquillamente in voi. Gesù ama i cuori gioiosi, i bambini che Lo salutano con un sorriso. Quando imparerete a nasconderGli le vostre sofferenze, e Gli direte, cantando, che siete felice di soffrire per Lui?". Quando saremo capaci anche noi di fare lo stesso?
  16. Dio è l'essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra. Mosè disse a Dio: "Ecco, io andrò dai figli d'Israele e dirò loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma se essi mi diranno: Qual è il suo nome? che cosa risponderò loro?". Dio disse a Mosè: "Io sono COLUI CHE SONO... Così dirai ai figli d'Israele: IO SONO mi ha mandato a voi" (Es 3, 13-14). Per poter comprendere pienamente e totalmente chi è Dio dovremmo avere un'intelligenza infinita ed essere Dio noi stessi, per cui non ci è possibile. Le cose che vediamo hanno l'essere, un'essenza, una sostanza, ma non sono l'essere stesso, che cioè ha in se stesso la causa della sua esistenza senza essere scaturito da un'altra origine. Dalla piccola formica all'angelo splendente, tutte le cose esistono perché Dio ha dato loro l'essere, l'esistenza, le perfezioni; hanno l'essere, la bontà, la bellezza, cioè esistono, sono belle e buone, ma non sono l'essere, la bellezza e la bontà, che invece hanno ricevuto da Dio. Su tutte le cose finite deve esistere Qualcuno (che noi chiamiamo Dio), che non solo possiede l'essere, la bellezza, la bontà e le perfezioni, ma è l'Essere, la Bellezza, la Bontà, la Potenza, la Sapienza e tutte le altre Perfezioni. Dio, Essere perfettissimo, non riceve nulla da nessuno; quello che è lo è per se stesso, mentre tutto il resto riceve tutto ed è creato da Lui. Per questo Egli è il Maestro, la Via, la Verità e la Vita, cioè il modello, la fonte e il termine di tutte le cose perfette, vere e viventi. Gesù disse a Santa Caterina da Siena: "Tu sei colei che non è; io sono Colui che solo è". Dio è il Tutto e noi siamo nulla. Tutto ciò che abbiamo e siamo lo abbiamo da Lui. A Dio dobbiamo umiltà e riconoscenza illimitata, perché gli siamo debitori di tutto.
  17. Ci ha creato Dio. Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza" (Gn 1,26). Il Signore Dio formò l'uomo dal fango e soffiò sulla sua faccia la vita, cosicché divenne una persona vivente. Disse anche il Signore: "Non è bene che l'uomo sia solo: facciamogli un aiuto simile a lui". Dio fece addormentare Adamo gli tolse una costola e la trasformò nella donna. Adamo diede a sua moglie il nome Eva, perché era la madre di tutti i viventi. Dalla Sacra Scrittura, ispirata divinamente, apprendiamo con certezza che Dio creò direttamente Adamo ed Eva, i progenitori del genere umano di cui Egli è principio, modello e fine ultimo. Creare significa fare qualcosa dal nulla servendosi di nulla, pertanto solo Dio può creare, perché onnipotente. Gli uomini non creano, ma fabbricano e costruiscono dalla materia già esistente. Dio creò l'anima di Adamo ed Eva e formò il loro corpo, mentre degli altri uomini crea direttamente l'anima e forma il corpo per via dei genitori. Dio ci ha creati, per cui è il nostro Signore assoluto, dal quale veniamo, nel quale siamo come il viandante nella via, al quale dobbiamo tornare con la conoscenza l'amore e il servizio. ESEMPIO Un ateo domandò all'astronomo Atanasio Kircher S. J. chi avesse fatto il bel mappamondo posto sul suo tavolo. - Nessuno - rispose lo studioso; - si è fatto da sé. - Che sciocchezza! Via! non sono un bambino... - Tu non credi che questo mappamondo si è fatto da sé. Perché dunque dici che il mondo non é creato da Dio, ma si è fatto da solo?
  18. La sofferenza è caratteristica della condizione umana macchiata dal peccato originale. Il Signore Gesù ce ne ha rivelato il senso, mostrandocelo in prima persona col farsi l'"Uomo dei dolori", per essere nostro Modello e nostra Via. Come ulteriore monito ed incoraggiamento ci ha dato mirabili esempi di persone elevate che lo hanno seguito, in modo eroico, nell'accogliere ed amare il dolore come strumento di santificazione per sé e per il prossimo, e dimostrazione del distacco dalle gioie del mondo per ritrovare l'unica vera felicità nell'Amore di Dio e nel servirlo secondo la Sua Volontà. Tra essi spicca quello di una meravigliosa fanciulla, Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, che fu sollecita nel non fuggire dalla sofferenza, e, invece, nell'abbracciarla con il cuore. Anche se non si direbbe a guardare il suo viso sorridente mentre stringe il bel Crocifisso coperto di rose, ella ha sofferto tantissimo nella sua vita. Nell'approssimarsi ai suoi ultimi giorni, mostrando un bicchiere contenente una pozione rossa, splendida a vedersi, disse alla sua interlocutrice: "Lo vede questo bicchierino? Si direbbe pieno di un liquore delizioso, mentre, invece, non prendo niente di più amaro di questa pozione. Ebbene essa è l'immagine della mia vita: agli occhi altrui, la mia vita è apparsa rivestita dei più ridenti colori; parve che io bevessi un liquore squisito, ed invece non era che pieno di amarezza! Io dico amarezza, e nondimeno la mia vita non é stata amara, perché d'ogni amarezza ho saputo fare la mia gioia e la mia delizia". Santa Teresina, verso la fine della sua esistenza terrena, era consapevole che il suo aspetto gioioso avrebbe potuto ingannare, per questo insistette perché si facesse conoscere quanto realmente ella avesse sofferto. "Ci sono, infondo all'anima mia - disse -, gioia e trasporti di felicità. Ma questo non incoraggerebbe le anime se credessero che io non abbia molto sofferto. Oh! se solo sapessero quanto soffro! Ho sofferto molto quaggiù: bisognerà farlo sapere alle anime!". Santa Teresina, il piccolo grandissimo fiore profumato del giardino di Dio, è stata pronta per amor Suo ad essere eroicamente generosa nell'immolazione di sé, per appartenere alle sue "Legioni di piccole vittime del Divino Amore", ed è oggi la guida luminosa di quanti vogliono fare lo stesso e seguirla nella gloria attraverso la gioia nella sofferenza.
  19. Un buon cristiano, la mattina appena svegliato, deve fare il segno della santa Croce ed offrire il cuore a Dio, dicendo queste o altre simili parole: Mio Dio, io vi dono il mio cuore e l'anima mia. Levandosi dal letto e vestendosi, si dovrebbe pensare che Dio è presente, che quel giorno può esser l'ultimo della nostra vita; e alzarsi e vestirsi con ogni possibile modestia. Un buon cristiano, appena levato e vestito, deve mettersi alla presenza di Dio, e inginocchiarsi, se può, innanzi a qualche divota immagine, dicendo con devozione: Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore; vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte; vi offerisco tutte le mie azioni, e vi prego di preservarmi in questo giorno dal peccato, e di liberarmi da ogni male. Così sia. Reciti quindi il Pater Noster, l'Ave Maria, il Credo e gli atti di Fede, di Speranza e di Carità, accompagnandoli con vivo affetto del cuore. Il cristiano, potendolo, dovrebbe ogni giorno: assistere con divozione alla santa Messa; fare una visita, anche brevissima, al SS. Sacramento; recitare la terza parte del santo Rosario. Prima di lavorare, si deve offrire il lavoro a Dio, dicendo di cuore: Signore vi offerisco questo lavoro: datemi la vostra benedizione. Si deve lavorare per la gloria di Dio e per fare la sua volontà. Prima di prender cibo, stando in piedi, conviene fare il segno della santa Croce e poi dire con devozione: Signore Iddio, date la vostra benedizione a noi e al cibo che ora prenderemo per mantenerci nel vostro servizio. Finito di prender cibo conviene fare il segno della santa Croce, e dire: Signore vi ringrazio del cibo che mi avete dato; fatemi degno di partecipare alla mensa celeste. Quando uno si accorge di qualche tentazione dovrebbe invocare con fede il SS. Nome di Gesù , o di Maria , o dire fervorosamente qualche giaculatoria, come p. e. «datemi grazia, o Signore, che non vi offenda giammai», oppure fare il segno della Croce; evitando però che da segni esterni si accorgano gli altri delle sue tentazioni. Quando alcuno conosce o dubita d'aver peccato, deve fare subito un atto di contrizione, e procurare di confessarsene al più presto. Quando, fuori da una chiesa, si sente il segno dell'elevazione dell'ostia alla Messa solenne, o della benedizione del SS. Sacramento si deve fare, almeno col cuore, un atto di adorazione dicendo per esempio: «Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e divinissimo Sacramento». Al suono delle campane a mezzogiorno ed alle 6 del pomeriggio, il buon cristiano recita l'Angelus Domini, ripetendo per tre volte l'Ave Maria. La sera prima del riposo, conviene mettersi, come al mattino, alla presenza di Dio, recitare devotamente le stesse orazioni, fare un breve esame di coscienza e domandare perdono a Dio dei peccati commessi nella giornata. Prima di addormentarsi si farà il segno della santa Croce, si penserà di poter morire in quella notte, e si darà il cuore a Dio, dicendo: «Signore e Dio mio, io vi dono tutto il mio cuore; Santissima Trinità, datemi grazia di ben vivere e di ben morire; Gesù, Giuseppe e Maria, io raccomando a voi l'anima mia». Nel corsa della giornata si può pregare Iddio frequentemente con altre brevi orazioni che si chiamano giaculatorie. Ad esempio: Signore aiutatemi Signore sia fatta la vostra santissima volontà Gesù mio, io voglio essere tutto vostro Gesù mio, misericordia Dolce Cuor del mio Gesù, fa ch'io t'ami sempre più. È cosa utilissima dire durante il giorno molte orazioni giaculatorie, e si possono dire anche col cuore senza proferir parola, camminando, lavorando, ecc. Oltre a questo il cristiano dovrebbe anche esercitare la mortificazione, ovvero rinunciare, per amore di Dio, a qualcosa che piace ed accettare quello che dispiace ai sensi ed all'amor proprio. Non si deve mai dimenticare, avendone notizia, di pregare per gli infermi, per i moribondi e per i defunti, per questi ultimi in particolare, con un De Profundis o un Eterno Riposo, e rinnovare il pensiero della morte.
  20. Novissimi sono chiamate nei Libri santi le cose ultime che accadranno all'uomo. Essi sono 4: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. Si dicono cose ultime dell'uomo, perché la Morte è l'ultima cosa che ci accade in questo mondo; il Giudizio di Dio è l'ultimo fra i giudizi che dobbiamo sostenere; l'Inferno è l'estremo male che avranno i cattivi; il Paradiso il sommo bene che avranno i buoni. È bene pensare ai Novissimi ogni giorno, e massimamente nel fare orazione alla mattina subito svegliati, alla sera prima di andare a riposo e tutte le volte che siamo tentati a far male, perché questo pensiero è validissimo a farci evitare il peccato.
  21. Il vizio è una cattiva disposizione dell'animo a fuggire il bene e a fare il male, causata dal frequente ripetersi degli atti cattivi. Tra peccato e vizio v'è questa differenza, che il peccato è un atto che passa, mentre il vizio è la cattiva abitudine contratta di cadere in qualche peccato. I vizi che si chiamano capitali sono sette: Superbia; Avarizia; Lussuria; Ira; Gola; Invidia; Accidia. I vizi capitali si vincono con l'esercizio delle virtù opposte. Cosi la superbia si vince con l'umiltà; l'avarizia con la generosità; la lussuria con la castità; l'ira con la pazienza; la gola con l'astinenza; l'invidia con l'amor fraterno; l'accidia con la diligenza e col fervore nel servizio di Dio. Questi vizi si chiamano capitali, perché sono la sorgente e la causa di molti altri vizi e peccati. I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperare di salvarsi; presumere di salvarsi senza merito; impugnare la verità conosciuta; invidia della grazia altrui; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo. I peccati che gridano vendetta nel cospetto di Dio sono quattro: omicidio volontario; peccato impuro contro l'ordine della natura; oppressione dei poveri; non pagare il giusto compenso agli operai. Questi peccati si dicono gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi.
  22. Vi sono due tipi di peccati: il peccato originale ed il peccato attuale. Il primo è quello coi quale tutti nasciamo, e che abbiamo contratto per la disubbidienza del nostro primo padre Adamo. I suoi danni sono: la privazione della grazia, la perdita del paradiso, l'ignoranza, l'inclinazione al male, la morte e tutte le altre miserie. Il peccato originale si cancella col santo Battesimo. Il peccato attuale è quello che l'uomo, arrivato all'uso della ragione, commette con la sua libera volontà. Ci sono due tipi di peccato attuale: il mortale ed il veniale. Il primo è una trasgressione della legge divina, per la quale si manca gravemente ai doveri verso Dio, verso il prossimo, verso noi stessi. Si dice mortale perché dà morte all'anima, col far perdere la grazia santificante, che è la vita dell'anima, come l'anima è la vita dal corpo. Il peccato mortale priva l'anima della grazia e dell'amicizia di Dio, le fa perdere il paradiso, la priva dei meriti acquistati, e la rende incapace di acquistarne dei nuovi, la fa schiava del demonio, le fa meritare l'inferno, ed anche i castighi di questa vita. Oltre la gravità della materia per costituire un peccato mortale si richiede la piena avvertenza di tale gravità e la deliberata volontà di commettere il peccato. Il peccato veniale è una lieve trasgressione della divina legge, per la quale si manca solo leggermente a qualche dovere verso Dio, verso il prossimo e verso noi stessi. Si chiama veniale perché è appunto leggero rispetto al peccato mortale, non ci fa perdere la divina grazia; e perché Dio più facilmente lo perdona. Non sono, nondimeno, da trascurare e sottovalutare i peccati veniali, perché contengono sempre un'offesa a Dio e danneggiano non poco l'anima. Il peccato veniale, infatti: indebolisce e raffredda in noi la carità; ci dispone al peccato mortale; ci rende meritevoli di grandi pene temporali in questo mondo o nell'altro.
  23. Le opere buone delle quali ci sarà domandato conto particolare nel giorno del Giudizio sono le opere di misericordia, quelle con cui si soccorre ai bisogni corporali o spirituali del nostro prossimo. Le opere di misericordia corporali sono: 1. Dar da mangiare agli affamati. 2. Dar da bere agli assetati. 3. Vestire gl'ignudi. 4. Alloggiare i pellegrini. 5. Visitare gli infermi. 6. Visitare i carcerati. 7. Seppellire i morti. Le opere di misericordia spirituali sono: 1. Consigliare i dubbiosi. 2. Istruire gli ignoranti. 3. Ammonire peccatori. 4. Consolare gli afflitti. 5. Perdonare le offese. 6. Sopportare pazientemente le persone moleste. 7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.
  24. Venerdì 20 settembre del 1918, poco prima della fine della Prima Guerra Mondiale, Padre Pio, trovandosi da solo nel coro della piccola chiesa di San Giovanni Rotondo, mentre faceva il ringraziamento subito dopo aver celebrato Messa, ricevette il dono delle Sacre Stimmate. Queste sante ferite d'amore, continuamente sanguinanti, come in un'inesauribile cascata, gli procuravano atroci dolori che da soli lo avrebbero fatto morire, se Dio non avesse sostenuto il suo cuore, ma lo univano in una maniera unica e straordinaria a Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua Passione redentrice. Così scrisse il Santo nella sua cella, raccontando l'accaduto: "Non so cosa ho visto. Chi ho visto. Ma era lì. E incuteva rispetto e timore, e sembrava che riempisse tutto lo spazio, irradiando onde come fosse fuoco. Il suo viso… non l’ho guardato. Ma l’arma che teneva in mano, quella sì. Una lunga lancia, la punta affilata che mandava bagliori. Michele Arcangelo, in un dipinto, aveva una lancia come quella. Lucida e scintillante, pronta per essere scagliata. E l’essere venuto dal Cielo, lì di fronte a me, la sua arma l’ha scagliata davvero. Rapido e forte, uno strappo violento dal suo braccio. L’arma diretta verso di me. Non ho mai gridato come allora. Ma senza che la mia voce lasciasse la gola. Un urlo silenzioso, muto. Più che un dolore della carne, molto di più. Dentro, più a fondo. Oltre le ossa e il sangue. La punta strappava e perforava la mia essenza e la spremeva senza però riuscire a finirla. Così lo strazio non smetteva e, dal fianco colpito, esplodeva in continuazione come i cerchi nello stagno quando si getta un sasso. Non ha più smesso.È uno squarcio e seguita a sanguinare. Ne sento anche il suono, il rumore del sangue che esce e si versa. Ogni istante penso che sia l’ultimo per me ma non è così. Mi dissanguo senza morire. Sono spaventato ma qualcosa, sul fondo della mia miseria di uomo, canta di gioia e alza lodi a Dio." Quel misterioso personaggio altri non era che lo stesso Signore Gesù piagato. Terminata la visione Padre Pio si rese conto che le sue mani e i suoi piedi erano perforati e copiosamente sanguinanti, mentre il costato era squarciato fino all'osso, dandogli un dolore accecante. Carponi si trascinò dal coro alla cella, percorrendo tutto il lungo corridoio, con gli altri frati che in quel momento erano assenti. Messosi a letto pregò di rivedere Gesù, ma guardando le piaghe si sciolse in un pianto di preghiera e ringraziamento. Nella solitudine e nel silenzio di quel giorno, si era manifestato, nella sua carne, l'Infinito Amore del Signore Gesù nel Suo Sacrificio di salvezza, a cui il Santo di Pietrelcina sarà unito intimamente e materialmente per tutta la vita. Valerio Duilio Carruezzo.
  25. Le Beatitudini evangeliche sono otto: 1. Beati i poveri di spirito, perché di questi è il regno de' cieli; 2. Beati i mansueti, perché questi possederanno la terra; 3. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati; 4. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati; 5. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia; 6. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio; 7. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio; 8. Beati quelli che soffrono persecuzioni per amor della giustizia, perché di essi è il regno de' cieli; Gesù Cristo ci ha proposto le Beatitudini per farci detestare le massime del mondo, e per invitarci ad amare e praticare le massime del suo Vangelo. Il mondo chiama beati quelli che abbondano di ricchezze e di onori, che vivono allegramente, e che non hanno alcuna occasione di patire. I poveri di spirito, invece, secondo il Vangelo, sono quelli che hanno il cuore distaccato dalle ricchezze; ne fanno buon uso, se le posseggono; non le cercano con sollecitudine, se ne sono privi; ne soffrono con rassegnazione la perdita, se loro vengono tolte. I mansueti sono quelli che trattano il prossimo con dolcezza, e ne soffrono con pazienza i difetti e i torti che da essi ricevono, senza querele, risentimenti o vendette. Quelli che piangono, eppure sono detti beati, sono coloro che soffrono rassegnati le tribolazioni, e che si affliggono per i peccati commessi, per i mali e per gli scandali che si vedono nel mondo, per la lontananza dal paradiso e per l pericolo di perderlo. Quelli che hanno fame, e sete della giustizia sono coloro che desiderano ardentemente di crescere sempre più nella divina grazia e nell'esercizio delle opere buone e virtuose. I misericordiosi, sono quelli che amano in Dio e per amor di Dio il loro prossimo, ne compassionano le miserie sia spirituali che corporali, e procurano di sollevarlo secondo le loro forze e il loro stato. I mondi di cuore sono quelli che non hanno veruno affetto al peccato e ne stanno lontani, e schivano sopratutto ogni sorta d'impurità. I pacifici sono quelli che conservano la pace col prossimo e con se stessi, e procurano di mettere la pace tra quelli che sono in discordia. Quelli che soffrono persecuzione per amore della giustizia sono coloro che sopportano con pazienza le derisioni, i rimproveri e le persecuzioni per causa della fede e della legge di Gesù Cristo. I diversi premi promessi da Gesù Cristo nelle Beatitudini significano tutti, sotto diversi nomi, la gloria eterna del cielo. Le Beatitudini non ci procurano solo l'eterna gloria del paradiso, ma sono anche i mezzi per condurre una vita felice, per quanto è possibile, in questo mondo. Coloro che seguono le Beatitudini, infatti, ne ricevono già qualche ricompensa in questa vita, perché già godono un' interna pace e contentezza, che è principio, benché imperfetto, della eterna felicità. Quelli che seguono le massime del mondo, invece, non sono felici, perché non hanno la vera pace dell'anima, e corrono pericolo di dannarsi.
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