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Valerio

SEMBase
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  1. "Alfonso, re di Leon e di Galizia, desiderando che tutti i suoi familiari ed il popolo onorassero la Madre di Dio per mezzo della recita del santo Rosario, decise di dare per primo l’esempio. Per attirare l’attenzione dei sudditi, volle attaccarsi alla cinta un grosso Rosario in modo che gli pendesse dal fianco e tutti lo potessero vedere, ma la sua devozione alla Mamma del Cielo era solo apparente perché questo re, pur portando con sé tutti i giorni la grande Corona, non recitava il Rosario. Il nemico delle anime, il diavolo, era contento che il re sembrasse devoto della Madonna ma senza esserlo davvero perché con questo inganno sperava di portarselo all’inferno. Il popolo che non conosceva la negligenza del re, pensava che amasse veramente la Vergine Santa, quindi, obbedendo al suo ordine si obbligò a recitare con fervore quotidiano il santo Rosario. Passò molto tempo ed un bel giorno il re si ammalò gravemente … Si sentiva così male che tutti lo credevano morto! Mentre era in questo stato, per una straordinaria grazia concessagli da Dio, fu rapito nello spirito e portato al tribunale di Gesù Cristo. Vide i diavoli che l’accusavano di tutti i crimini che aveva commesso, e il Giudice divino che era sul punto di condannarlo! Il povero re era disperato, perché, con gli occhi dell’anima, vedeva l’inferno aperto e pronto a riceverlo … e non poteva in alcun modo ormai riparare al male che aveva fatto. Quando all’improvviso … Oh! Meraviglia! Apparve la Santissima Vergine che, come la più tenera delle madri si rivolgeva a Gesù per intercedere misericordia. La Mamma celeste si fece portare dagli Angeli una bilancia. Tutti i peccati del re furono messi su un piatto e Lei, con le Sue mani immacolate, mise sull’altro piatto il grosso Rosario che egli aveva portato in Suo onore, insieme a tutti i Rosari che aveva fatto recitare al popolo. E cosa vide allora il re?… Con suo grande stupore si rese conto che il peso dei Rosari faceva scendere la bilancia in suo favore! Non credeva ai suoi occhi! Eppure succedeva proprio così! La Vergine Santa lo guardava con sguardo di misericordia mentre gli diceva: “Ho ottenuto da mio Figlio, per ricompensa del piccolo servizio che mi hai reso portando il Rosario, il prolungamento della tua vita per qualche anno. Impegna bene il tempo che ti rimane e fai penitenza”. Il re, riavutosi da questo rapimento, gridò: “O beato Rosario della Santa Vergine, per mezzo del quale sono stato liberato dalla dannazione eterna!”. Appena ebbe ricuperata la salute, si mise a fare penitenza; non lasciò mai più la recita quotidiana del santo Rosario e, giunto ormai alla fine della vita, morì santamente protetto dall’assistenza della Mamma Celeste."
  2. 11 –Il fiore che racconta qui la sua storia si rallegra perché farà conoscere le premure tutte gratuite di Gesù; non ha niente lui –e lo sa bene –che possa attrarre lo sguardo di Dio, ed anche sa che la sola misericordia divina ha fatto tutto il buono esistente in lui. L'ha fatto nascere in una terra santa, e quasi permeata da un profumo verginale. L'ha fatto precedere da otto gigli sfolgoranti di candore. Nel suo amore, ha voluto preservare il fiore umile dal soffio velenoso del mondo; stavano appena per aprirsi i petali, e il Salvatore l'ha trapiantato sulla montagna del Carmelo, ove già olezzavano due gigli: proprio quei due che l'avevano avvolto e cullato dolcemente al suo primo germogliare… Sette anni sono trascorsi da quando il fiore si è radicato nel giardino dello Sposo dei vergini, ed ora vicine a lui ondulano tre corolle fragranti; non lontano, un'altra si apre allo sguardo di Gesù, ed i due steli benedetti che le hanno prodotte sono riuniti per sempre nella Patria divina. Là hanno ritrovato i quattro gigli che la terra non ha visti fiorire. Oh, che Gesù voglia non lasciare a lungo sulla riva straniera coloro che sono rimaste nell'esilio: che ben presto tutto il cespo bianco sia completo nel Cielo!12 –Madre mia, ho riassunto in poche parole ciò che il Signore ha fatto per me, ora mi addentrerò nella mia vita di bimba; so che là, dove chiunque altro non vedrebbe se non una tiritera noiosa, il suo cuore di mamma troverà un fascino. E poi, i ricordi che evocherò sono anche i suoi, perché l'infanzia mia è trascorsa vicina a lei, ed io ho la fortuna d'appartenere ai genitori ineguagliabili i quali ci hanno avviluppate delle stesse premure e di uguale tenerezza. Benedicano essi la minima delle loro figlie e l'aiutino a cantare le misericordie di Dio!13 –Nella storia dell'anima mia fino a quando sono entrata nel Carmelo, distinguo nettamente tre periodi: il primo, nonostante la brevità, non è il meno fecondo di ricordi: dall'iniziale destarsi della mia mente al transito della nostra Mamma amata.14 –Per tutta la mia vita è piaciuto a Dio circondarmi da’more, i primi ricordi sono sorrisi e carezze tenerissime: ma, se egli mi aveva messo intorno tanto amore, me ne aveva posto anche nel cuore, creandolo amante e sensibile; così amavo grandemente Papà e Mamma e dimostravo il mio affetto in mille modi, perché ero molto espansiva. Soltanto i mezzi che usavo erano talvolta strani, come lo prova questo passo di una lettera di Mamma: «La piccina è un furicchio impagabile, mi ha carezzata augurandomi la morte: «Oh, come vorrei che tu morissi, povera Mammina mia!...»; la rimbrottano e lei mi fa: «Ma è perché tu possa andare in Cielo, giacché tu dici che bisogna morire per andarci!». E in modo simile augura la morte al Babbo, quand'è nei suoi trasporti da’more».15 –Il 25 giugno 1874, avevo appena diciotto mesi, ecco ciò che Mamma diceva di me: «Papà ha installato un'altalena, Celina è felice a più non posso, ma bisogna vedere la piccina quando si dondola: è buffissima, si regge come una bimba grande, non c'è pericolo che lasci la corda, poi quando non va abbastanza forte, grida. L'attacchiamo davanti con un'altra corda e, nonostante questo, non sono tranquilla quando la vedo issata lì sopra.
  3. 6 –Ho capito anche un'altra cosa: l'amore di Nostro Signore si rivela altrettanto bene nell'anima più semplice la quale non resista affatto alla grazia, quanto nell'anima più sublime; in realtà, è proprio dell'amore umiliarsi, e se tutte le anime somigliassero ai santi Dottori, i quali hanno rischiarato la Chiesa con i lumi della loro dottrina, parrebbe che Dio misericordioso non discendesse abbastanza per raggiungerli; ma egli ha creato il bimbo il quale non sa nulla e si esprime soltanto con strilletti deboli deboli; ha creato il selvaggio il quale, nella sua totale miseria, possiede soltanto la legge naturale per regolarsi; e Dio si abbassa fino a loro! Anzi, sono questi i fiori selvatici che lo rapiscono perché sono tanto semplici. 7 –Abbassandosi fino a questo punto, Dio si mostra infinitamente grande. Allo stesso modo in cui il sole illumina i grandi cedri ed i fiorucci da niente come se ciascuno fosse unico al mondo, così Nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere; e come nella natura le stagioni tutte sono regolate in modo da far sbocciare nel giorno stabilito la pratolina più umile, così tutto risponde al bene di ciascun'anima. 8 –Certamente, Madre cara, lei si domanda dove io voglia arrivare, perché finora non ho detto parola che somigli alla storia della mia vita, ma lei mi ha chiesto di scrivere liberamente quello che mi viene al pensiero, perciò io non racconterò la mia vita vera e propria, bensì i miei pensieri riguardo alle grazie che Dio mi ha concesse. Mi trovo a un punto della mia esistenza dal quale posso guardare il passato; l'anima mia si è maturata tra prove esterne e interne, ora, come un boccio rafforzato dalla tempesta, mi risollevo, e vedo che in me si verificano le parole del Salmo XXII «il Signore è il mio Pastore, nulla mi può mancare. Mi fa riposare nelle pasture fresche e ricche. Mi guida dolcemente lungo il fiume. Conduce l'anima mia senza stancarla... E quand'anche scenderò nella valle ombrosa della morte, non temerò danno, perché tu sarai con me, Signore!». 9 –Sempre il Signore è stato pieno di compassione per me, e di dolcezza... Lento a punire e abbondante in misericordie! (Salmo CII, v. 8). Così, Madre mia, sono felice di cantare vicino a lei la misericordia del Signore. Per lei sola scriverò la storia del fiore umile colto da Gesù, e parlerò abbandonandomi, senza preoccuparmi dello stile, o delle tante digressioni che farò. Un cuore di mamma capisce sempre il suo bimbo, anche se questo balbetta soltanto, e perciò sono sicura di essere capita, indovinata da lei: è lei che mi ha formato il cuore, e l'ha offerto a Gesù! 10 –Mi pare che, se un fiorellino potesse parlare, direbbe, con gran semplicità, ciò che il Signore ha fatto per lui e non cercherebbe di nascondere i benefici divini. Per falsa modestia, non direbbe: «Sono sgraziato, non ho profumo, il sole ha portato via il mio splendore, la bufera ha infranto il mio stelo» quando riconoscesse in sé tutto il contrario.
  4. Il primo precetto della Chiesa ci ordina di assistere devotamente alla Santa Messa in tutte le domeniche e nelle altre feste di precetto."Domenica" vuol dire giorno del Signore, cioè giorno specialmente consacrato al divino servizio.Nel primo comandamento della Chiesa si fa menzione speciale della domenica, perché essa è la festa principale presso i cristiani come il sabato era festa principale presso gli ebrei, istituita da Dio stesso.La Chiesa ha istituito anche le feste di nostro Signore, della santissima Vergine, degli Angeli e dei Santi.La Chiesa ha istituito altre feste di nostro Signore in memoria de' suoi divini misteri.Le feste della santissima Vergine, degli Angeli e dei Santi, sono state istituite: 1° in memoria delle grazie che Dio loro ha fatte, e per ringraziarne la divina bontà; 2° affinché noi li onoriamo, imitiamo i loro esempi e siamo aiutati dalle loro preghiere.
  5. "Benedetta Bianchi Porro nacque a Dovadola, in provincia di Forlì, l’8 agosto del 1936. La sofferenza l’accompagnò sin dall’inizio: a tre anni fu colpita dalla poliomelite, la gamba destra non cresceva come l’altra. Vane le operazioni al “Rizzoli” di Bologna per cercare di dare alla bambina una camminatura normale. Anzi, ella era costretta a portare un busto ortopedico per sorreggere la spina dorsale. La sofferenza però non le tolse quella tipica gioia che caratterizza un’infanzia serena, trascorsa in vari luoghi (Dovadola, Forlì, Casticciano, Sirmione, Brescia) dove la famiglia si spostava o per fuggire alla guerra o per gli impegni del padre, ingegnere termale.Benedetta, a scuola, era sempre tra le prime della classe. Aveva un’intelligenza vivace e una grande tenacia. E fu proprio la tenacia che l’aiutò quando sopraggiunse un altro grave problema di salute: la sordità. Oltre alla scuola, Benedetta si dedicava anche ad altro: amava la musica, suonava il pianoforte, amava lo sport, stava bene con gli amici, tendeva a vestirsi con cura. Nel 1953 s’iscrisse all’università di Milano, alla facoltà di Medicina, anche se era ormai quasi del tutto sorda. Nel Natale del 1956 si manifestarono gravi sintomi alla vista. Nel 1957 fu lei stessa a diagnosticarsi la grave malattia che la colpì: neurofibratosi diffusa (morbo di Reklinghausen). Una malattia devastante che aggredisce il sistema nervoso centrale distruggendone ogni funzione. Benedetta, dopo aver perso l’udito e la vista, perse anche l’uso degli arti, l’olfatto e il gusto. Benedetta visse la sua sofferenza offrendo tutto al Signore, guidata dal suo direttore spirituale, don Elio Mori. Tra il 1962 e il 1963 compì due pellegrinaggi a Lourdes. Morì il 23 gennaio del 1964. La notte del 22 gennaio avvertì l’arrivo della fine. Chiamò l’infermiera e le disse: “Sto male, sto molto male. Ma non svegli la mamma. Lasciamola riposare per domani, perché domani io morirò.” E l’indomani morì: aveva appena ventisette anni. Negli ultimi mesi della sua vita ebbe anche la forza di scrivere molte lettere e dare coraggio a vari sofferenti. Nel 1993, Benedetta fu dichiarata venerabile.In una sua lettera Benedetta scrive: “Nel mio calvario non sono disperata. Io so che, in fondo alla vita, Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora a letto, che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini… Le mie giornate non sono facili, sono dure ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio". Riflettiamoci su: “Gesù … mi dà luce nel buio.” Benedetta afferma una contraddizione che in realtà non è tale. Lei dice di scoprire, grazie a Gesù, tanta luce nel buio. Certamente nel buio non può trovarsi la luce, perché il buio è annullato dalla luce. Eppure ciò che Benedetta dice non è una contraddizione. Non lo è sul piano della logica della Fede.Essere convinti che Dio è amore e che Dio stesso permette tutto ciò che accade (è la fede!), vuol dire che Dio, se permette, è per un suo disegno dando a tutti la grazia sufficiente per vivere la sofferenza (è ancora la fede!). Ma ciò non basta. Tutte queste convinzioni si legano ad un’altra, ovvero che nell’accettazione serena di ciò che Dio permette, vi è la salvezza per sé e per gli altri (ecco la logica della fede!).Torniamo alle parole di Benedetta. In questa prospettiva la contraddizione si dissolve: davvero nel buio si può scoprire la luce. Con la sofferenza non viene meno il buio, ma è pur vero che nella sofferenza si può scoprire la luce. E ciò che abbiamo detto prima.Qui il Cristianesimo è l’unica risposta vera. Come abbiamo già detto, ci sono tre modi con cui l’uomo si può rapportare alla sofferenza: il primo è di negativizzare la sofferenza rifiutandola totalmente, il secondo è di accettarla credendo che in realtà non è tale, il terzo è quello che unisce la negativizzazione ma anche l’accettazione.La prima e la seconda posizione confluiscono nell’illusione; l’illusione di credere che la sofferenza sia eliminabile (la prima posizione) e l’illusione di credere che la sofferenza sia una non-realtà (la seconda posizione). La terza posizione è quella più realista ed umanamente vera. La sofferenza di per sé non può essere amata, ma può esserlo per ciò a cui essa conduce.Quando Benedetta dice di scoprire la luce nel buio, non afferma una cosa inammissibile, ma ciò che davvero si può sperimentare nel momento in cui il Cristianesimo diventa vita, cioè quando la Croce di Cristo diviene l’unico significato vero ed imprescindibile dell’esistenza.Benedetta Bianchi Porro parla di luce. Invoca la luce, la scopre e la offre –lei che soffre- a tutti i sofferenti.Come l’unica felicità non è alternativa alla sofferenza ma alla disperazione, così l’unica luce possibile è nell’esperienza del buio. Ciò vuol dire che l’uomo deve accettare il suo limite, la sua debolezza; deve tendere inevitabilmente verso l’esperienza del bisogno e verso la dimensione dell’umiltà.Ma se l’unica luce possibile è nell’esperienza del buio, allora non c’è risposta nella vita se non vivendo l’attesa della Gioia eterna."
  6. 1 –A lei, Madre mia cara, a lei che mi è due volte madre confido la storia dell'anima mia... Quando lei mi chiese di farlo, pensai: il cuore si dissiperà, occupandosi di se stesso; ma poi Gesù mi ha fatto sentire che, obbedendo con semplicità, avrei fatto piacere a lui; del resto, faccio una cosa sola: comincio a cantare quello che debbo ripetere eternamente: «Le misericordie del Signore!».2 –Prima di prendere la penna, mi sono inginocchiata davanti alla statua di Maria (quella che ci ha offerto tante prove delle materne premure da parte della Regina del Cielo verso la nostra famiglia), l'ho supplicata che mi guidi la mano: nemmeno un rigo voglio scrivere che non piaccia a lei! Poi ho aperto il Vangelo, e lo sguardo è caduto su alcune parole: «Gesù salì sopra una montagna, e chiamò a sé quelli che volle: e andarono a lui» (s. Marco, cap. III, v. 13). 3 –Questo, proprio questo il mistero della mia vocazione, della mia vita tutta, e in particolare il mistero dei privilegi di Gesù sull'anima mia. Gesù non chiama quelli che sono degni, bensì chi vuole lui, o, come dice san Paolo: «Dio ha pietà di chi vuole lui, ed usa misericordia a chi vuole lui. Non è dunque opera di chi voglia né di chi corra, bensì di Dio che usa misericordia» (Ep. ai Rom., cap. IX, vv. 1516). 4 –Per tanto tempo mi sono chiesta perché Dio abbia delle preferenze, perché tutte le anime non ricevano grazie in grado uguale, mi meravigliavo perché prodiga favori straordinari a Santi che l'hanno offeso, come san Paolo, sant'Agostino, e perché, direi quasi, li costringe a ricevere il suo dono; poi, quando leggevo la vita dei Santi che Nostro Signore ha carezzati dalla culla alla tomba, senza lasciare sul loro cammino un solo ostacolo che impedisse di elevarsi a lui, e prevenendo le loro anime con tali favori da rendere quasi impossibile che esse macchiassero lo splendore immacolato della loro veste battesimale, mi domandavo: perché i poveri selvaggi, per esempio, muoiono tanti e tanti ancor prima di avere inteso pronunciare il nome di Dio? 5 –Ma Gesù mi ha istruita riguardo a questo mistero. Mi ha messo dinanzi agli occhi il libro della natura, ed ho capito che tutti i fiori della creazione sono belli, le rose magnifiche e i gigli bianchissimi non rubano il profumo alla viola, o la semplicità incantevole alla pratolina... Se tutti i fiori piccini volessero essere rose, la natura perderebbe la sua veste di primavera, i campi non sarebbero più smaltati di infiorescenze. Così è nel mondo delle anime, che è il giardino di Gesù. Dio ha voluto creare i grandi Santi, che possono essere paragonati ai gigli ed alle rose; ma ne ha creati anche di più piccoli, e questi si debbono contentare d'essere margherite o violette, destinate a rallegrar lo sguardo del Signore quand'egli si degna d'abbassarlo. La perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell'essere come vuole lui.
  7. Oltre ai comandamenti di Dio noi dobbiamo osservare i precetti della Chiesa, perché Gesù Cristo stesso lo comanda e perché tali precetti aiutano ad osservare i comandamenti di Dio.Tale obbligo comincia generalmente dall'uso di ragione.Il trasgredire avvertitamente un precetto della Chiesa in materia grave è peccato mortale.Da un precetto della Chiesa può dispensare solamente il Papa e chi da lui ne ha ricevute le facoltà.I precetti della Chiesa sono cinque:1. Udire la Messa tutte le domeniche e le altre feste comandate.2. Digiunare nei giorni penitenza e non mangiar carne nei giorni proibiti, secondo le disposizioni della Chiesa.3. Confessarsi almeno una volta l'anno e comunicarsi almeno a Pasqua.4. Sostenere la Chiesa nelle sue necessità, contribuendo secondo le leggi o le usanze.5. Non celebrare le nozze nei tempi proibiti.
  8. Nell'Agosto del 1511, l'esercito imperiale della Lega di Cambrai assediò il Castello di Quero sul Piave, la cui difesa era stata affidata al nobile veneziano messer Girolamo Emiliani, con 300 soldati. Alla fine la fortezza fu espugnata, tutti gli uomini uccisi ed il comandante venne fatto prigioniero e rinchiuso nella Torre. Preso dall'afflizione per il suo stato e per le torture a cui era sottoposto, ricordandosi di aver udito parlare della Madonna Grande di Treviso, si rivolse a lei chiedendo umilmente il suo soccorso, promettendole di visitare il suo Santuario in abiti di carcerato e di far celebrare Messe in suo onore. Comparve, dunque, davanti ai suoi occhi una Signora luminosa, con in mano delle chiavi, che gli disse: "“Prendi queste chiavi, apri le catene e la torre. Sei libero!". Uscito, però, si trovò a dover attraversare l'accampamento nemico, allora invocò nuovamente l'aiuto della Madonna: “Madre delle Grazie, aiutami ad uscire illeso anche da questo pericolo”. La Santa Vergine lo prese per mano e lo portò in salvo presso le mura di Treviso, poi disparve, ma non smise di assistere il suo devoto accompagnandolo sul sentiero difficile di un'ardente carità, fino alla santità. Ella non gli donò solamente una libertà materiale, ma lo condusse a quella della grazia di Dio, infinitamente più preziosa. Oggi san Girolamo Emiliani è venerato come padre e patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata, fondatore dei Padri Somaschi.
  9. Il decimo comandamento ci proibisce il desiderio di privare altri della loro roba e il desiderio di acquistar roba con mezzi ingiusti.Dio ci proibisce tali desideri sregolati, perché Egli vuole che noi anche internamente siamo giusti e ci teniamo sempre più lontani dalle opere ingiuste.Il decimo comandamento ci ordina di contentarci dello stato in cui Dio ci ha posti e di soffrire con pazienza la povertà, quando Iddio ci voglia in tale stato.Il cristiano può essere contento anche nello stato di povertà, considerando che massimo bene è la coscienza pura e tranquilla, che la nostra vera patria è il cielo, e che Gesù Cristo si fece povero per amore nostro e ha promesso un premio speciale a tutti quelli che sopportano con pazienza la povertà.
  10. Nella festa di Pasqua si celebra il mistero della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, ossia il ricongiungersi della sua santissima anima al corpo dal quale era stata separata per la morte, e la nuova sua vita gloriosa e immortale. La festa di Pasqua si celebra dalla Chiesa con grande solennità, e si continua per tutta l’Ottava, a motivo dell’eccellenza del Mistero, che fu il compimento della nostra redenzione, ed è il fondamento della nostra religione. Gesù Cristo con la sua morte ci liberò dal peccato e riconciliò con Dio; per mezzo poi della sua Resurrezione ci aprì l’entrata all’eterna vita. La Risurrezione di Cristo si dice il fondamento di nostra religione, perché ci venne data da Gesù stesso come prova principale di sua divinità e della verità della nostra fede. Il nome di Pasqua che si dà a questa festa, è derivato da una delle feste più solenni dell’antica legge, istituita in memoria del passaggio dell’angelo sterminatore dei primogeniti degli Egiziani, e della miracolosa liberazione del popolo di Dio dalla schiavitù del Faraone re dell’Egitto, che era una figura della nostra liberazione dalla schiavitù del demonio; la qual festa celebravano gli Ebrei con molti riti, ma specialmente col sacrificare e mangiare un agnello; e ora noi celebriamo soprattutto col ricevere il vero Agnello sacrificato per i nostri peccati. Pasqua vuol dire “passaggio”, e significa nell’antica legge il passaggio dell’angelo, che per obbligare il Faraone a lasciar andare libero il popolo di Dio, uccise i primogeniti degli Egiziani e trascorse le case degli Ebrei contrassegnate col sangue dell’agnello sacrificato il giorno avanti, lasciandole immuni da tal flagello; nella Nuova legge poi significa che Gesù cristo è passato dalla morte alla vita, e che trionfando del demonio, ci ha trasferiti dalla morte del peccato alla vita della grazia. Per celebrare degnamente la festa di Pasqua dobbiamo fare due cose: 1. Adorare con santa allegrezza e viva riconoscenza Gesù Cristo Risorto; 2. Risuscitar spiritualmente con Lui. Risuscitare con Gesù Cristo spiritualmente vuol dire che siccome Gesù Cristo, per mezzo della sua Risurrezione, ha cominciato una vita nuova, immortale e celeste, così noi pure dobbiamo cominciare una nuova vita secondo lo spirito, rinunciando interamente e per sempre al peccato e a tutto ciò che ci porta al peccato; amando Dio solo, e tutto ciò che ci porta a Dio. La parola Alleluia vuol dire: “Lodate Iddio”, ed era il grido festivo del popolo ebreo; per questo la Chiesa lo ripete molte volte in tempo di tanta allegrezza. Nel tempo pasquale si prega stando in piedi in segno di allegrezza, e per figurare la Risurrezione del Signore.
  11. La liturgia della notte di Pasqua era anticamente una delle più importanti dell'anno.Nel pomeriggio del sabato santo l'assemblea cristiana era convocata a San Giovanni in Laterano per l'ultimo scrutinio dei catecumeni. Poi, la sera, cominciava la Vigilia o Veglia Pasquale che terminava all'alba con i battesimi solenni: immersi e sepolti con Cristo nelle acque battesimali, i neofiti nascevano alla vita della Grazia nel momento stesso in cui il Salvatore uscì trionfante dalla tomba all'aurora del giorno di Pasqua. Seguiva la Messa e tutta la comunità dei fedeli celebrava il Sacrificio della Redenzione nell'azione di grazie e nella gioia della Resurrezione. A partire dal XIII secolo, la celebrazione della Vigilia Pasquale fu anticipata al mattino del sabato santo. E' stato necessario attendere fino alla seconda metà del XX secolo per vederla di nuovo al suo vero posto. Essa si celebra in modo che la Messa cominci, regolarmente, a mezzanotte: ma i vescovi tenendo conto delle esigenze pastorali, possono autorizzare l'anticipazione, se lo credono necessario, al crepuscolo o al tramonto del sole. L'assenza di ogni altra funzione liturgica al mattino, sottolinea il carattere aliturgico di questo giorno dedicato interamente al lutto in memoria di Cristo sepolto. Soltanto nel cuore della notte, nell'ora in cui il Salvatore ha vinto la morte, la gioia dei fedeli prorompe: essi tengono in mano una candela accesa alla fiamma del Cero Pasquale, simbolo di Colui che è la luce del mondo; allora anch'essi, rinnovando le promesse del loro battesimo, rinascono a una vita nuova insieme al Divino resuscitato. La loro comunione pasquale li unirà più intimamente ancora a Lui, "Primogenito tra i morti", che li porterà con sé verso il Padre in questo "passaggio" di cui festeggiamo ora il sacro anniversario. Il rito con cui si svolge la santa veglia pasquale si compone di tre parti: 1. il messaggio di Pasqua: benedizione del nuovo fuoco e benedizione del Cero Pasquale, processione solenne d'ingresso in chiesa, annunzio pasquale; 2. la rigenerazione battesimale: letture bibliche per l'iniziazione cristiana, litanie e benedizione dell'acqua battesimale, battesimo e rinnovazione della promesse battesimali; 3. la Veglia Pasquale ci prepara alla celebrazione eucaristica: la Messa della Resurrezione.
  12. Il venerdì santo è un giorno di dolore, del più grande di tutti i dolori. Cristo muore. Il dominio della morte sull'uomo, conseguenza del peccato, non risparmia il capo dell'umanità, il Figlio di Dio fatto uomo. Ma, come tutti i cristiani sanno, la morte che Gesù ha diviso con noi e che fu per Lui così atroce, rispondeva ai disegni di Dio per la salvezza del mondo. Imposta dal Padre al Figlio suo, fu da questi accettata per la nostra redenzione. La Croce di Cristo diventa in quel momento la gloria dei cristiani. Ieri già lo cantavamo: "Noi dobbiamo gloriarci della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo"; oggi la Chiesa lo ripete e presenta la Croce stessa alla nostra adorazione: "Ecco il legno della Croce, al quale fu sospesa la salvezza del mondo". Per questo il venerdì santo, pur restando un giorno di lutto, è anche il giorno che ha ridonato la speranza agli uomini; esso porta alla gioia della resurrezione. In questo anniversario della morte del Salvatore, la Chiesa conferisce ai suoi templi un aspetto di completa desolazione. L'azione liturgica con la quale la Chiesa celebra la redenzione del mondo, nel pomeriggio, all'ora stessa in cui il Salvatore spirò, dovrebbe essere seguita con amore da tutti i cristiani. In questo grande giorno, il canto solenne della Passione, le solenni orazioni con le quali la Chiesa prega per la salvezza di tutti gli uomini, l'adorazione della Croce e il canto degli improperi, sono qualche cosa di più che non semplici riti commoventi; è la preghiera e l'azione di grazie dei redenti che, uniti, prendono coscienza davanti a Dio di tutto ciò che il mistero della Croce rappresenta per essi. Il rito si compone di quattro parti: una catechesi di letture dell'Antico Testamento e il canto della Passione secondo S. Giovanni; un insieme di preghiere, le "Orazioni solenni"; l'adorazione della Croce, trofeo della nostra redenzione; la Comunione del Clero e dei fedeli.
  13. Nel giovedì santo si celebra l'istituzione del SS. Sacramento dell'Eucarestia e dell'Ordine Sacro.Nel venerdì santo si ricorda la passione e morte del Salvatore, per questo è giorno di digiuno ed astinenza.Nel sabato santo si onorano la sepoltura di Gesù Cristo e la sua discesa al limbo e dopo il segno del Gloria si comincia ad onorare la sua gloriosa risurrezione.Per vivere il Sacro Triduo Pasquale secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare tre cose:1. unire al digiuno un maggior raccoglimento interno, e un maggior fervore nell'orazione;2. meditare di continuo con ispirito di compunzione i patimenti di Gesù Cristo;3. assistere, se si può, ai divini uffici con questo medesimo spirito.Dal giovedì fino al sabato santo non si suonano le campane in segno di grande afflizione per la passione e morte del Salvatore.Nel giovedì santo si conserva un'ostia grande consacrata affinché si facciano speciali adorazioni al sacramento dell'Eucarestia nel giorno in cui venne istituito, e perché si possa compiere la liturgia del venerdì santo, in cui non si fa dal sacerdote la consacrazione.Nel giovedì santo, dopo la Messa, si spogliano gli altari per rappresentarci Gesù Cristo spogliato delle sue vesti per essere flagellato e affisso alla croce; e per insegnarci che per celebrare degnamente la sua passione dobbiamo spogliarci dell'uomo vecchio, cioè d'ogni affetto mondano.Nel giovedì santo si fa la lavanda dei piedi:1. per rinnovare la memoria di quell'atto di umiliazione con cui Gesù Cristo si abbassò a lavarli ai suoi Apostoli;2. perché Egli medesimo esortò gli Apostoli e, in persona di essi, i fedeli ad imitare il suo esempio;3. per insegnarci che dobbiamo purificare il nostro cuore da ogni macchia, ed esercitare gli uni verso gli altri i doveri della carità ed umiltà cristiana.Nel giovedì santo i fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese in memoria dei dolori sofferti da Gesù Cristo in più luoghi, come nell'orto, nelle case di Caifa, di Pilato e di Erode, e sul Calvario.Le visite nel giovedì santo non vanno fatte per curiosità, per abitudine o per divertimento, ma per sincera contrizione dei nostri peccati, che sono la vera cagione della passione e morte del nostro Redentore, e con vero spirito di compassione delle sue pene, meditandone i vari patimenti; per esempio nella prima visita quel che soffrì nell'orto; nella seconda, quel che soffrì nel pretorio di Pilato; e così dicasi delle altre.La Chiesa nel venerdì santo, in modo particolare, prega il Signore per ogni sorta di persone, per dimostrare che Cristo è morto per tutti gli uomini e per implorare a beneficio di tutti il frutto della sua passione.Nel venerdì santo si adora solennemente la Croce, perché essendovi Gesù Cristo stato inchiodato ed essendovi morto in quel giorno, la santificò col suo sangue.Si deve adorazione solo a Dio, però quando si adora la Croce, la nostra adorazione si riferisce a Gesù Cristo morto su di essa.Nei riti del sabato santo è da considerarsi specialmente la benedizione del cero pasquale e del fonte battesimale.Il cero pasquale significa lo splendore e la gloria, che Gesù Cristo risuscitato apportò al mondo.Nel sabato santo si benedice il fonte battesimale, perché anticamente in questo giorno, come ancora nella vigilia della Pentecoste, si conferiva il Battesimo solennemente.Mentre si benedice il fonte battesimale, dobbiamo ringraziare il Signore d'averci ammessi al Battesimo, e rinnovare le promesse che allora abbiamo fatto.
  14. Dal libro di Sant'Alfonso Maria de' Liguori "Le glorie di Maria". "Quanto sia grande la pietà per i miseri peccatori, la nostra Avvocata lo mostrò mirabilmente verso Beatrice, monaca nel monastero di Fontevrault, come riferiscono il monaco cistercense Cesario e il padre Rho. Questa infelice religiosa, vinta dalla passione per un certo giovane, stabilì di fuggire con lui. Così, un giorno depose davanti a un’immagine di Maria le chiavi del monastero di cui era portinaia e sfacciatamente se ne andò. Giunta in un altro paese, si diede a fare la donna pubblica e visse quindici anni in questo stato miserabile. Avvenne poi che in quella città incontrò il fattore del monastero e, pensando di non essere riconosciuta, gli domandò se conosceva suor Beatrice. « Si che la conosco, rispose egli, è una monaca santa, che ora è maestra delle novizie ». A queste parole ella restò confusa e stupita, non potendo comprendere come ciò fosse possibile. Perciò, alfine di appurare la verità, si travestì e si recò al monastero. Lì fece chiamare suor Beatrice, ed ecco che le comparve davanti la santa Vergine sotto le sembianze di quell’immagine a cui, fuggendo dal monastero, aveva consegnato le chiavi e le vesti. La divina Madre così le parlò: « Beatrice, sappi che, per impedire il tuo disonore, ho preso il tuo aspetto e per questi quindici anni che sei vissuta lontana dal monastero e da Dio, ho eseguito in tua vece il tuo lavoro. Figlia, torna, fa’ penitenza, perché mio Figlio ancora ti aspetta e, vivendo virtuosamente, cerca di conservare il buon nome che ti ho guadagnato ». Dette queste parole, scomparve. Allora Beatrice rientrò nel monastero, riprese l’abito da religiosa e grata a Maria per la sua così grande misericordia visse da santa. Poi, in punto di morte, raccontò tutto a gloria della santa Vergine.
  15. L'ottavo comandamento di proibisce di dire falsità, la mormorazione, la calunnia, l'adulazione, il giudizio ed il sospetto temerario ed ogni sorta bugia.La mormorazione è un peccato che consiste nel manifestare, senza giusto motivo, i peccati e difetti altrui.La calunnia è un peccato che consiste nell'attribuire malignamente al prossimo colpe e difetti che non ha.L'adulazione è un peccato che consiste nell'ingannare taluno col dire falsamente bene di lui o di altri, allo scopo di averne vantaggio.Il giudizio o sospetto temerario è un peccato che consiste nel giudicare o sospettar male degli altri senza un giusto fondamento.La bugia è un peccato che consiste nell'asserire per vero o per falso, con parole o con fatti, ciò che non si crede tale.La bugia può essere di tre tipi: giocosa, officiosa e dannosa.La prima è quella con cui si mentisce per giuoco, e senza pregiudizio di alcuno.La officiosa è l'asserzione del falso per la propria o per l'altrui utilità, senza pregiudizio di alcuno.La bugia dannosa è l'asserzione del falso con pregiudizio del prossimo.Non è mai lecito dir la bugia né per giuoco, né per proprio, né per altrui vantaggio, essendo cosa per se stessa cattiva.La bugia quando è giocosa od officiosa è peccato veniale; quando poi è dannosa è peccato mortale, se il danno che reca è grave.Chi ha peccato contro l'ottavo comandamento non basta che se ne confessi, ma è obbligato anche a ritrattare quanto disse calunniando il prossimo, e a riparare, nel miglior modo che può, i danni che gli ha causato.L'ottavo comandamento ci ordina di dire a tempo e luogo la verità, e di interpretare in bene per quanto possiamo, le azioni del nostro prossimo.
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