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Valerio

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  1. La Chiesa celebra con speciale solennità la festa di S. Giuseppe, perché egli è, dopo Maria Vergine, di cui fu castissimo sposo, il più grande tra i santi, padre putativo di Gesù Cristo e fu dichiarato Patrono della Chiesa. Egli era comunemente creduto padre di Gesù Cristo, perché adempì verso di Lui gli offici paterni. S. Giuseppe dimorava a Nazareth, piccola città della Galilea, e benché fosse della stirpe reale di David, era povero, e si guadagnava da vivere colla fatica delle sue mani. La povertà della famiglia di Gesù Cristo c'insegna a distaccare il cuore dalle ricchezze, e a soffrire volentieri la povertà, se Dio ci vuole in questo stato. Noi crediamo che Iddio abbia elevato S. Giuseppe ad un'altissima gloria, quanto è stato eminente il suo grado e la sua santità sulla terra. La protezione di S. Giuseppe verso i suoi devoti è potentissima, perché non è credibile che Gesù Cristo voglia negare alcuna grazia ad un Santi a cui in terra ha voluto esser soggetto. La grazia speciale che noi dobbiamo sperare dall'intercessione di S. Giuseppe è quella di una buona morte, perché egli ebbe la sorte di morire tra le braccia di Gesù e di Maria. Per meritarci la protezione di S. Giuseppe noi dobbiamo invocarlo sovente, e imitarlo nelle sue virtù, e soprattutto nella sua umiltà e perfetta rassegnazione alla divina volontà, la quale fu sempre la regola delle sue azioni.
  2. Il secondo comandamento: "Non nominare il nome di Dio invano", ci proibisce: 1. di nominare il nome di Dio senza rispetto; 2. di bestemmiare contro Dio, contro la santissima Vergine e contro i Santi; 3. di fare giuramenti falsi e non necessari, o in qualunque modo illeciti. Nominare il nome di Dio senza rispetto vuol dire pronunziare questo santo nome e tutto ciò che si riferisce in modo speciale a Dio stesso, come il nome di Gesù, di Maria e dei Santi, nella collera, per ischerzo, o in altro modo poco riverente. La bestemmia è un orribile peccato che consiste in parole o atti di disprezzo o di maledizione contro Dio, la Vergine, i Santi, o contro le cose sante. V'è differenza tra la bestemmia e l'imprecazione, perché con la bestemmia si maledice, o si desidera il male a Dio, alla Madonna, ai Santi: mentre con l'imprecazione si maledice o si desidera il male a se stesso, o al prossimo. Il giuramento è il chiamare Dio in testimonio della verità di ciò che si dice o si promette. Non è sempre proibito il giurare, ma è lecito anzi onorevole a Dio quando vi sia necessità e il giuramento sia fatto con verità, con giudizio e con giustizia. Non si giura con verità quando si afferma con giuramento ciò che si sa, o si crede che sia falso, e quando con giuramento si promette di fare ciò che non si ha intenzione di eseguire. Non si giura con giudizio quando si giura senza prudenza e senza matura considerazione, ovvero per cose di poca importanza. Non si giura con giustizia quando si giura di fare una cosa che non sia giusta o lecita, come vendicarsi, rubare ed altre cose simili. Non solo non siamo obbligati a mantenere il giuramento di fare cose ingiuste o illecite, ma peccheremmo facendole, perché proibite dalla legge di Dio, o della Chiesa. Chi giura il falso commette peccato mortale, perché disonora gravemente Dio verità infinita, chiamandolo in testimonio del falso. Il secondo comandamento ci ordina di onorare il santo nome di Dio e di adempiere, oltre i giuramenti, anche i voti. Il voto è una promessa che si fa a Dio di una cosa buona e a noi possibile e migliore della cosa contraria, alla quale ci obblighiamo come se ci fosse comandata. Si può domandare la commutazione o la dispensa al proprio Vescovo, od al Sommo Pontefice, secondo la qualità del voto. Il trasgredire i voti è peccato, e perciò non dobbiamo far voti senza matura riflessione e, ordinariamente, senza il consiglio del confessore, o d'altra persona prudente, per non esporci al pericolo di peccare. I voti si fanno solamente a Dio: si può però promettere a Dio di far qualcosa in onore della Madonna o dei Santi.
  3. In principio dei comandamenti si dice: "Io sono il Signore Iddio tuo", perché conosciamo che Dio, essendo il nostro Creatore e Signore, può comandare quello che vuole, e noi, sue creature, siamo tenuti ad obbedirgli.Con le parole del primo comandamento: "Non avrai altro Dio avanti di me", Iddio ci ordina di riconoscere, di adorare, di amare e servire Lui solo, come nostro supremo Signore. Il primo comandamento si adempie coll'esercizio del culto interno ed esterno.Il culto interno è l'onore che si rende a Dio con le sole facoltà dello spirito, ossia con la mente e con la volontà.Il culto esterno è l'omaggio che si rende a Dio per mezzo di atti esteriori e di oggetti sensibili.Non basta adorar Dio solo col cuore internamente, ma bisogna adorarlo anche esternamente, collo spirito insieme e col corpo, perché Egli è Creatore e Signore assoluto dell'uno e dell'altro.Non può stare in verun modo il culto esterno senza l'interno, perché quello scompagnato da questo rimane privo di vita, di merito e di efficacia, come corpo senz'anima.Il primo comandamento ci proibisce l'idolatria, la superstizione, il sacrilegio, l'eresia ed ogni altro peccato contro la religione. Si chiama idolatria il dare a qualche creatura, per esempio ad una statua, ad un'immagine, ad un uomo, il culto supremo di adorazione dovuto a Dio solo.Nella Sacra Scrittura si trova espressa questa proibizione con le parole: "Tu non ti farai scultura, né rappresentazione alcuna di quel che è lassù nel cielo e quaggiù in terra. E non adorerai tali cose, né ad esse presterai culto".Queste parole proibiscono non tutte le immagini, ma solamente quelle delle false divinità, fatte a scopo di adorazione, come facevano gl'idolatri. Ciò è tanto vero che Iddio stesso comandò a Mosè di farne alcune, come le due statue di cherubini sull'arca, e il serpente di bronzo nel deserto.Si chiama superstizione qualunque devozione contraria alla dottrina e all'uso della Chiesa, come anche l'attribuire ad un'azione o ad una cosa qualunque una virtù soprannaturale che non ha.Il sacrilegio è la profanazione di un luogo, di una persona o di una cosa consacrata a Dio e destinata al suo culto.L'eresia è un errore colpevole dell'intelletto, per cui si nega con pertinacia qualunque verità della fede.Il primo comandamento ci proibisce altresì qualunque commercio col demonio e l'aggregarsi alle sette anticristiane.Chi ricorresse al demonio o lo invocasse commetterebbe un peccato enorme, perché il demonio è il più perverso nemico di Dio e dell'uomo. Tutte le pratiche dello spiritismo sono illecite, perché superstiziose, e spesso non immuni da intervento diabolico, e perciò furono dalla Chiesa giustamente proibite.Non è proibito invocare gli Angeli e i Santi; anzi dobbiamo farlo, perché è cosa buona e utile e dalla Chiesa altamente raccomandata, essendo essi gli amici di Dio e i nostri intercessori presso di Lui.Gesù Cristo è il nostro Mediatore presso Dio, inquantoché, essendo vero Dio e vero Uomo, Egli solo in virtù dei propri meriti ci ha riconciliati con Dio e ce ne ottiene tutte le grazie. La Vergine poi e i Santi in virtù dei meriti di Gesù Cristo e per la carità che li unisce a Dio e a noi, ci aiutano con la loro intercessione a ottenere le grazie che domandiamo. E questo è uno dei grandi beni della comunione dei Santi.Possiamo onorare le sacre immagini di Gesù Cristo e dei Santi, perché l'onore che si rende ad esse si riferisce alle loro stesse persone.Anche le reliquie dei Santi si debbono onorare, perché i loro corpi furono vivi membri di Gesù Cristo, e templi dello Spirito Santo, e debbono risorgere gloriosi alla vita eterna.Tra il culto che rendiamo a Dio e il culto che rendiamo ai Santi vi è questa differenza, che Iddio lo adoriamo per la sua infinita eccellenza, e i Santi invece non li adoriamo, ma li onoriamo e veneriamo come amici di Dio e nostri intercessori presso di Lui.Il culto che si rende a Dio si chiama latria, cioè di adorazione, ed il culto che si rende ai Santi si chiama dulia, cioè di venerazione a' servi di Dio; il culto poi particolare, che prestiamo a Maria santissima, si chiama iperdulia, cioè di specialissima venerazione, come Madre di Dio.
  4. Unica via di salvezza sono la fede nelle verità rivelate da Dio, l'osservanza della legge divina coll'aiuto indispensabile dei mezzi di grazia, senza i quali non è possibile né credere né osservare la legge di Dio per tutta la vita. Chi è fuori della vera Chiesa non ha i mezzi necessari per professare la fede ed osservare la legge divina; non ha la via o guida sicura nella fede e nella pratica cristiana; non ha i mezzi di grazia (sacramenti, preghiera sociale) necessari. E' abbandonato a se stesso ed alle sue passioni e ben presto sarà travolto e sommerso nella marea del peccato, della corruzione e dell'incredulità, per cui si danna. E', pertanto, responsabilità fondamentale di ogni cristiano cattolico, e non solo dei ministri consacrati, fare apostolato ed offrire a tutti la propria testimonianza, dando la possibilità ai non credenti ed a coloro che si trovano all'esterno della Chiesa Cattolica, di conoscere e percorrere l'unica reale, sicura e piena via di salvezza. La Chiesa ha un corpo formato dal Capo e dalle varie membra unite al Capo mediante il carattere battesimale; ha inoltre un'anima, che è lo Spirito Santo, che vivifica le membra con la grazia e la carità. Per salvarsi è necessario morire in grazia di Dio; perciò per entrare in cielo occorre essere uniti almeno all'anima della Chiesa, mediante la grazia. 1) E' unito al corpo e all'anima della Chiesa, e quindi si salva, colui che è battezzato e muore in grazia di Dio; 2) E' unito al corpo e non all'anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi è battezzato e muore in peccato mortale senza pentimento; 3) E' unito all'anima e non al corpo della Chiesa, e quindi si può salvare, chi è senza battesimo, ma muore perdonato dei suoi peccati per il dolore perfetto con cui li ha detestati; 4) Non è unito né al corpo né all'anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi non è battezzato, vive in peccato e muore senza il dolore perfetto. Non si può salvare chi è fuori della Chiesa per propria colpa, cioè chi sa che soltanto nella Chiesa vi è possibilità di salvezza, trascura di entrarvi o ritornarvi, e muore in peccato senza l'amore di carità o il dolore perfetto. Si salva, invece, colui che è fuori della Chiesa senza propria colpa, o perché non la conosce o, pur conoscendola, non sa che bisogna farne parte, ma vive bene, o almeno, prima di morire, si pente dei suoi peccati col dolore perfetto. E' consolante la certezza che chi è fuori della Chiesa senza propria colpa e vive bene si salva. In Paradiso quante sorprese avremo, incontrandovi pagani, ebrei e tanti che credevamo fuori della Chiesa e irrimediabilmente perduti.
  5. Durante la Quaresima sono di precetto: - Mercoledì delle Ceneri e Venerdì Santo: digiuno e astinenza - I venerdì di Quaresima: astinenza - Questi precetti obbligano gravemente - Si consiglia altresì di osservare la tradizione del digiuno tutti i venerdì della Quaresima e dell’astinenza tutti i venerdì dell’anno. 1°) In che consiste il digiuno ecclesiastico? Consiste nel fare un solo pasto senza carne, a cui è permesso di aggiungere la colazione del mattino e della sera. In generale, la colazione del mattino consiste in una bevanda e un po’ di pane, e quella della sera in circa ¼ di un pasto normale. Secondo la legge della Chiesa sono tenute: - al digiuno: le persone dai 18 anni ai 60 iniziati. - all’astinenza, le persone dai 14 anni compiuti. (però, è vivamente consigliato di abituare i bambini fin da piccoli al rispetto dell’astinenza e ad un minimo di digiuno adatto alla loro età). 2°) In che consiste l’astinenza? Consiste nel non mangiare carne, sughi e estratti di carne, né alimenti conditi con la carne. 3°) Sono esentati dal digiuno e dall’astinenza: - i malati, le donne incinte e gli addetti a lavori pesanti - i viaggiatori (lunghi viaggi) - per altri casi, conviene consultare un sacerdote
  6. Valerio

    DELLA QUARESIMA

    La Quaresima è un tempo di digiuno e di penitenza istituito dalla Chiesa per tradizione apostolica. La Quaresima è istituita: 1. per farci conoscere l'obbligo che abbiamo di far penitenza in tutto il tempo della nostra vita, di cui, secondo i santi Padri, la Quaresima è la figura; 2. per imitare in qualche maniera il rigoroso digiuno di quaranta giorni, che Gesù Cristo fece nel deserto; 3. per prepararci col mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua. Il primo giorno di Quaresima si chiama giorno delle Ceneri, perché la Chiesa mette in quel giorno le sacre ceneri sul capo dei fedeli. La Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri, affinché noi ricordandoci che siamo composti di polvere, e colla morte dobbiamo ridurci in polvere, ci umiliamo e facciamo penitenza de' nostri peccati mentre ne abbiamo il tempo. Dobbiamo ricevere le sacre ceneri con cuor contrito ed umiliato, e con la santa risoluzione di passare la Quaresima nelle opere di penitenza. Per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose: 1. osservare esattamente il digiuno, e mortificarci non solamente nelle cose illecite e pericolose, ma ancora, per quanto si può, nelle cose lecite, come sarebbe moderarsi nelle ricreazioni; 2. fare preghiere, elemosine, ed altre opere di cristiana carità verso il prossimo più che in ogni altro tempo; 3. ascoltare la parola di Dio non già per pura usanza o curiosità, ma per desiderio di mettere in pratica le verità che si ascoltano; 4. essere solleciti a prepararci alla confessione, per rendere più meritorio il digiuno, e per disporci meglio alla Comunione pasquale. Il digiuno consiste nel fare un solo pasto al giorno, e nell'astenersi dai cibi vietati. Nei giorni di digiuno la Chiesa permette una leggera refezione alla sera, o pure a mezzogiorno quando l'unico pasto viene differito alla sera. Quelli che non sono obbligati al digiuno non sono affatto esenti dalle mortificazioni, perché niuno è dispensato dall'obbligo generale di far penitenza e perciò devono mortificarsi in altre cose secondo le loro forze.
  7. I comandamenti della legge di Dio sono dieci. Io sono il Signore Iddio tuo: 1. Non avrai altro Dio avanti di me. 2. Non nominare il nome di Dio invano. 3. Ricordati di santificare le feste. 4. Onora il padre e la madre. 5. Non ammazzare. 6. Non fornicare. 7. Non rubare. 8. Non dire falsa testimonianza. 9. Non desiderare la donna d'altri. 10. Non desiderare la roba d'altri. I comandamenti di Dio hanno questo nome perché lo stesso Dio li ha impressi nell'anima di ogni uomo, li ha promulgati sul monte Sinai nell'antica legge, scolpiti sopra due tavole di pietra, e Gesù Cristo li ha confermati nella legge nuova. I comandamenti della prima tavola sono i primi tre, che riguardano direttamente Dio, e i doveri che abbiamo verso di Lui. I comandamenti della seconda tavola sono i sette ultimi, che riguardano il prossimo e i doveri che abbiamo verso di esso. Siamo tutti obbligati ad osservare i comandamenti, perché tutti dobbiamo vivere secondo la volontà di Dio che ci ha creati, e basta trasgredirne gravemente uno solo per meritare l'inferno. Noi possiamo senza dubbio osservare i comandamenti di Dio, perché Iddio non ci comanda alcuna cosa impossibile e dà la grazia di osservarli a chi la domanda come si deve. In ciascun comandamento si deve considerare la parte positiva e la parte negativa; cioè quello che ci viene comandato e quello che ci viene proibito.
  8. Sappiamo che S. Francesco d'Assisi non volle diventare Sacerdote perché si riteneva troppo indegno di così eccelsa vocazione. Venerava i Sacerdoti con tale devozione da considerarli suoi "Signori", poiché in essi vedeva solamente "il Figlio di Dio"; in particolare venerava le mani dei Sacerdoti, che egli baciava sempre in ginocchio con grande devozione; e anzi baciava anche i piedi e le stesse orme dove era passato un Sacerdote. Il S. Curato d'Ars diceva: "Si dà un gran valore agli oggetti che sono stati deposti, a Loreto, nella scodella della Vergine Santa e del Bambino Gesù. Ma le dita del Sacerdote, che hanno toccato la Carne adorabile di Gesù Cristo, che si sono affondate nel calice, dove è stato il suo Sangue, nella pisside dove è stato il suo Corpo, non sono forse più preziose?". "Se io incontrassi - diceva il S. Curato d'Ars - un Sacerdote e un Angelo, saluterei prima il Sacerdote, poi l'Angelo... Se non ci fosse il Sacerdote, a nulla gioverebbe la Passione e la Morte di Gesù... A che servirebbe uno scrigno ricolmo d'oro, quando non vi fosse chi lo apre? Il Sacerdote ha le chiavi dei tesori celesti..." San Francesco di Sales racconta che un pio seminarista vedeva spesso il suo Angelo custode camminare al suo fianco o a un passo avanti. Il giorno dell'ordinazione notò che l'Angelo non gli era più al fianco, ma dietro, alla distanza di qualche passo. Il neo sacerdote si fece indietro per rimettersi al fianco dell'Angelo, ma anche questi indietreggiò. Allora gli domandò: "Mio celeste amico, ti ho forse offeso in qualche cosa?" "No, rispose l'Angelo; fino a oggi io camminavo davanti a te, perché ero più degno. Ma da oggi la tua dignità di sacerdote ti eleva sopra di me. Non ti priverò della mia compagnia, ma non ti precederò più". Quest'altissima dignità del Ministero Sacerdotale comporta anche una responsabilità immensa rispetto ai limiti umani della persona a cui viene affidata, del tutto identici a quelli di ogni altro uomo. "Il Sacerdote - diceva S. Bernardo - per natura è come tutti gli altri uomini, per dignità è superiore a qualsiasi altro uomo della terra, per condotta deve essere emulo degli Angeli". Per questo Padre Pio diceva: "Il Sacerdote o è un santo o è un demonio". O santifica, o rovina. San Giovanni Bosco diceva che "un prete o in paradiso o in inferno non va mai solo: vanno sempre con lui un gran numero di anime, o salvate col suo santo ministero o col suo buon esempio, o perdute con la sua negligenza nell'adempimento dei propri doveri e col suo cattivo esempio". Preghiamo, dunque, molto e costantemente perché il Signore ci doni molti Sacerdoti e li sostenga sempre con la Sua Grazia, perché siano Santi secondo la Sua volontà, a Sua Gloria ed a salvezza delle anime a loro affidate.
  9. E' cosa utilissima pregare i Santi, e deve farsi da ogni cristiano. Dobbiamo pregare particolarmente i nostri Angeli Custodi, S. Giuseppe Patrono della Chiesa, i santi Apostoli, i Santi di cui portiamo il nome, e i Santi Protettori della diocesi e della parrocchia.Tra le preghiere che facciamo a Dio e quelle che facciamo ai Santi passa questa differenza, che Dio lo preghiamo affinché, come autore delle grazie, ci dia i beni e ci liberi dai mali, e i Santi li preghiamo perché, come avvocati presso Dio, intercedano per noi.Quando diciamo che un Santo ha fatto una grazia, intendiamo dire che quel Santo ha ottenuto da Dio quella grazia.
  10. Dopo il Pater, diciamo la salutazione angelica, cioè l'Ave Maria, per mezzo della quale ricorriamo alla santissima Vergine.L'Ave Maria si chiama salutazione angelica perché comincia col saluto che fece a Maria Vergine l'arcangelo Gabriele.Le parole dell'Ave Maria parte sono dell'arcangelo Gabriele, parte di santa Elisabetta e parte della Chiesa.Le parole dell'arcangelo Gabriele sono: "Dio ti salvi, piena di grazia; il Signore è teco"; egli le disse quando andò ad annunciarle da parte di Dio il mistero dell'Incarnazione che in lei doveva operarsi.Nel salutare la santissima Vergine con le parole dell'Arcangelo, noi ci rallegriamo con lei, facendo memoria dei singolari privilegi e doni che Iddio le ha conceduti a preferenza di tutte le altre creature.Le parole di santa Elisabetta sono: "Tu sei benedetta fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno".Santa Elisabetta disse queste parole, ispirata da Dio, quando, tre mesi prima che desse alla luce S. Giovanni Battista, fu visitata dalla santissima Vergine, che già portava nel seno il suo divin Figliuolo.Nel dire le parole di santa Elisabetta ci rallegriamo con Maria santissima della sua eccelsa dignità di Madre di Dio, e benediciamo Dio e lo ringraziamo di averci dato Gesù Cristo per mezzo di Maria.Tutte le altre parole dell'Ave Maria sono state aggiunte dalla Chiesa. Con esse domandiamo la protezione della santissima Vergine nel corso di questa vita, e specialmente nell'ora della nostra morte, nella quale ne avremo maggior bisogno.La santissima Vergine è l'Avvocata più potente appresso Gesù Cristo, epperciò dopo avere detta l'orazione insegnataci da Gesù Cristo, preghiamo la santissima Vergine che ci ottenga le grazie che abbiamo domandate.La santissima Vergine è così potente perché è Madre di Dio, ed è impossibile che non sia da Lui esaudita.Sulla devozione a Maria i Santi c'insegnano che i veri suoi devoti sono da Lei amati e protetti con amore di tenerissima Madre e per mezzo di Lei sono certi di trovare Gesù e di ottenere il paradiso.La devozione che la Chiesa ci raccomanda in modo speciale verso Maria santissima è la recita del santo Rosario.
  11. Quando nel 1933 il Movimento Ecumenico cominciò ad affermarsi, San Massimiliano Maria Kolbe lo identificò, secondo la sua vera deleteria natura, come il nemico della Beata Vergine Maria, un male da combattere e da sconfiggere. Il Santo francescano affidò, infatti, ai suoi Cavalieri dell'Immacolata il compito essenziale di convertire tutto il mondo alla Chiesa Cattolica. Egli diceva:«Soltanto quando tutti gli scismatici e i protestanti professeranno il Credo cattolico con convinzione e quando tutti gli ebrei chiederanno volontariamente il Santo Battesimo, solamente allora l’Immacolata avrà raggiunto i suoi obiettivi…In altre parole -insisteva- non c'è peggior nemico dell'Immacolata e della sua Milizia che l'ecumenismo attuale, contro il quale ogni Cavaliere non solo deve combattere, ma anche fare opera di neutralizzazione attraverso un'azione diametralmente opposta che in ultima battuta lo annienti.Noi dobbiamo realizzare il più rapidamente possibile l'obiettivo della Milizia Immacolata, cioè conquistare all'Immacolata, ed attraverso lei al Sacratissimo Cuore di Gesù, il mondo intero ed ogni singola anima che vive oggi o che vivrà domani, fino alla fine del mondo».Padre Edward Hanahoe, grande teologo degli anni '50, spiegava i frutti gravemente dannosi dell'ecumenismo: «perpetuare lo status di separazione, di tenere le persone fuori dalla Chiesa Cattolica piuttosto che farvele confluire».Questa descrizione corrisponde perfettamente all'ecumenismo attualmente in auge. Quelli che lo promuovono non ricordano mai ai non cattolici la necessità di convertirsi alla Chiesa Cattolica per salvarsi.Il vero principio di conversione dei non-cattolici ora è rimpiazzato col nuovo principio di «convergenza coi non-cattolici». Ne consegue che, come ha messo in guardia padre Hanahoe, il nuovo ecumenismo accetta la continuazione della separazione di coloro che sono fuori dalla Chiesa, anzichè riportarli dentro di essa.Questo è un modello distorto di unità, contrario alla dottrina infallibile e sicuramente definita, per la quale al di fuori della Chiesa Cattolica Apostolica Romana non esistono vie di salvezza.
  12. Chiediamo a Dio che ci liberi dai mali passati, presenti e futuri, e specialmente dal sommo male che è il peccato e dall'eterna dannazione, che ne è la pena.Diciamo: "liberaci dal male" e non "dai mali", perché non dobbiamo desiderare di andare esenti da tutti i mali di questa vita, ma solamente da quelli che non sono espedienti all'anima nostra, e perciò domandiamo la liberazione dal male in genere, cioè da tutto ciò che Dio vede essere per noi male.E' lecito domandare la liberazione da qualche male in particolare, ma sempre rimettendoci alla volontà di Dio, il quale può anche ordinare quella tribolazione a vantaggio dell'anima nostra.Le tribolazioni ci giovano per fare penitenza delle nostre colpe, per esercitare le virtù, e soprattutto per imitare Gesù Cristo nostro capo, al quale è giusto che ci conformiamo nei patimenti, se vogliamo aver parte nella sua gloria.Amen vuol dire: così sia, così desidero, così prego il Signore e così spero.Per ottenere le grazie domandate nel Padre nostro, bisogna recitarlo senza fretta, con attenzione e accompagnarlo col cuore.Il Pater bisogna dirlo ogni giorno, perché abbiamo bisogno ogni giorno dell'aiuto di Dio.
  13. Chiediamo a Dio che ci liberi dalle tentazioni, o non permettendo che siamo tentati, o dandoci grazia di non essere vinti. Le tentazioni sono un incitamento al peccato che ci viene dal demonio, o dai cattivi, o dalle nostre passioni. Non è certamente peccato avere tentazioni, ma è peccato acconsentirvi o esporsi volontariamente al pericolo d'acconsentirvi. Iddio permette che siamo tentati per provare la nostra fedeltà, per far aumentare le nostre virtù e per accrescere i nostri meriti. Per evitare le tentazioni dobbiamo fuggire le occasioni pericolose, custodire i nostri sensi, ricevere spesso i santi sacramenti e far uso della preghiera.
  14. Chiediamo a Dio che ci perdoni i nostri peccati, come noi perdoniamo ai nostri offensori. I nostri peccati si chiamano debiti perché per essi dobbiamo soddisfare alla divina giustizia o in questa vita o nell'altra. Quelli che non perdonano al prossimo non hanno nessuna ragione di sperare che Dio loro perdoni, tanto più che si condannano da se stessi, dicendo a Dio che perdoni loro come essi perdonano al prossimo.
  15. Chiediamo a Dio ciò che ci è necessario in ciascun giorno per l'anima e il corpo. Per l'anima domandiamo a Dio il sostentamento della vita spirituale: cioè preghiamo il Signore che ci doni la sua grazia, di cui abbiamo continuamente bisogno. La vita dell'anima di nutrisce specialmente col cibo della divina parola e col Santissimo Sacramento dell'altare. Per il nostro corpo domandiamo ciò che è necessario al sostentamento della vita temporale. Diciamo "dacci oggi il nostro pane", e non piuttosto "dacci oggi il pane", per escludere ogni desiderio della roba d'altri; perciò preghiamo il Signore che ci aiuti nei guadagni giusti e leciti, affinché ci procuriamo il vitto con le nostre fatiche, senza furti ed inganni. Diciamo "dacci" invece di "dammi", per rammentarci che, siccome le sostanze ci vengono da Dio, così se Egli ce ne dà in abbondanza, lo fa a questo fine che ne dispensiamo il superfluo ai poveri. Aggiungiamo "quotidiano", perché dobbiamo desiderare quello che ci è necessario alla vita, e non l'abbondanza dei cibi e dei beni della terra. La parola "oggi" significa che non dobbiamo essere troppo solleciti dell'avvenire, ma domandare quello che ci è necessario al presente.
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