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Valerio

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  1. E' opportuno inginocchiarsi ai piedi del confessore e dire: "Beneditemi, padre, perché ho peccato", dopo di che ci si inchina a ricevere la benedizione e si fa il segno della croce. Si dice, dunque: "Mi confesso a Dio onnipotente, alla beata Vergine Maria, a tutti i Santi, ed a voi, padre mio spirituale, perché ho peccato". Poi: "Mi sono confessato nel tal tempo; per grazia di Dio ho ricevuto l'assoluzione, ho fatto la penitenza, e sono andato alla Comunione". Quindi si fa l'accusa dei peccati.Una volta finita si dice: "Mi accuso ancora di tutti i peccati della vita passata (specialmente contro la tale, o tale virtù - p. es. contro la purità, contro il quarto comandamento, ecc...). Di tutti questi peccati e di quelli che non ricordo, domando perdono a Dio con tutto il cuore; ed a voi, mio padre spirituale, domando la penitenza e l'assoluzione."Compita l'accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dirà il confessore; accettare la penitenza con sincera volontà di farla; e mentre egli dà l'assoluzione, rinnovare di cuore l'atto di contrizione.Ricevuta l'assoluzione, bisogna ringraziare il Signore; fare al più presto la penitenza; e mettere in pratica gli avvisi del confessore.
  2. da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste Quando lo ritennero opportuno, san Gioacchino e sant’Anna condussero la loro piccola bambina al Tempio e là, come ritengono parecchi santi, la consacrarono al Signore, che l’aveva loro concessa nella vecchiaia. Da parte sua, Maria ratificò la consacrazione fatta dai genitori, la consacrazione già fatta nel momento della sua concezione immacolata e si donò senza riserve, volendo per tutta la vita essere la serva del Signore. “La Madonna, diceva san Francesco di Sales, fa oggi un’offerta quale il Signore la vuole, perché, oltre la sua persona, che sorpassa tutte le altre, fatta eccezione del Figlio suo, offre tutto ciò che è, tutto ciò che ha e questo è quanto Dio chiede” (Opere, t. ix, p. 236). I sentimenti di Maria L’Olier fa notare che “l’offerta, che Maria aveva fatta di se stessa fin dalla concezione immacolata, era segreta, ma che, come la religione comprende doveri interni e nascosti e doveri esterni e pubblici, Dio volle che rinnovasse l’offerta nel Tempio di Gerusalemme, unico santuario della vera religione allora esistente nel mondo intero, ed Egli stesso le ispirò di andare ad offrirsi a lui in quel luogo. La Bambina benedetta, santificata nella carne, l’anima penetrata e piena della divinità, mentre le sue facoltà naturali sembravano morte, era in tutto diretta dallo Spirito Santo. Con la sola attività del proprio spirito, chiudendo ogni porta alla saggezza umana, viveva soltanto secondo Dio, in Dio, per Dio e sono la direzione stessa di Dio … Posseduta dallo Spirito di Dio, tutta ardore e amore, era condotta al Tempio dallo Spirito divino, che la elevava oltre le possibilità dell’età e della natura. Bambina di tre anni appena, sale da sé i gradini del Tempio… per far vedere che soltanto lo Spirito divino la dirige e per insegnare a noi che, operando con la sua potenza nelle anime nostre, Egli è il vero sostegno delle nostre infermità … Maria rinnova allora il voto di vittima e di ancella con amore ancora più puro, più grande, più nobile e più ammirabile di quando lo aveva emesso nel tempio sacro del seno di sant’Anna e tale amore, crescendo continuamente, sviluppandosi momento per momento, senza interruzioni e senza posa, la rende immensa. Tutta consumata da questo amore, non vuole avere di vita, movimento, libertà, spirito, corpo, niente altro che in Dio. Il dono fatto di sé è così vivo, ardente e stimolante che l’anima è, in ogni momento e in modo perpetuo, disposta ad abbandonarsi in Dio, ad appartenergli sempre di più, convinta di non esserlo mai abbastanza e desiderosa di esserlo maggiormente, se le è possibile … Infine, offrendosi a Dio, come ostia viva a lui consacrata in tutto quello che è e in tutto quello che sarà un giorno, rinnova la consacrazione a Dio di tutta la Chiesa, che già aveva fatta nel momento della sua concezione e specialmente la consacrazione delle anime, che, seguendo il suo esempio, si sarebbero consacrate al divino servizio in tante sante comunità. In quel giorno la legge antica vede realizzarsi qualcosa di quello che essa significava: il Tempio di Gerusalemme vede compiuta una delle sue speranze e accoglie fra le sue mura uno dei templi dei quali è immagine la Santissima Vergine Maria, tempio vivo di Cristo, come Gesù sarà tempio vivo e perfetto della divinità” (Vie intérieure de la Sainte Vierge, pp. 127-133). Dopo la Presentazione Maria non resta al tempio, perché nessuno meglio di Gioacchino e Anna sono preparati ad educare la Madre di Dio; ma vi ritorna spesso per essere iniziata alla legge mosaica, per unirsi ai sacrifici offerti a Dio ogni giorno e pregarlo di inviare presto il Messia promesso e tanto atteso. “Conoscendo pienamente i misteri del Figlio di Dio… Maria contempla e adora Gesù Cristo in tutte le figure della liturgia mosaica. Al tempio è come circondata da Cristo, lo vede dappertutto e, in certo senso, ella è la pienezza della Legge, poiché compie al momento del declino della Legge, ciò che questa non aveva ancora potuto consumare dalla sua istituzione. Vedendo le vittime del tempio, Maria sospira per la morte della vittima annunziata dai profeti, per la morte di colui che salverà il mondo e che sarà ad un tempo sacerdote, vittima e tempio del suo sacrificio. Maria adempie senza saperlo in quel tempo le funzioni sante del sacerdozio che avrebbe esercitato sul Calvario… è il sacerdote universale, il sommo sacerdote della Legge, il Pontefice magnifico, che immola in anticipo, spiritualmente, Gesù Cristo alla gloria del Padre… E, come offre a Dio se stessa, in tutto quello che è e in tutto quello che sarà, offre, nello stesso tempo, tutta la Chiesa. La Legge richiamava il Messia… La Santissima Vergine lo chiama con maggiore potenza ed efficacia, più dei Patriarchi e dei Profeti, per la sua inimitabile santità, per le sue qualità auguste, per l’ardore della carità verso gli uomini e per l’amore ardentissimo e veemente per il Verbo incarnato, del quale già contempla la bellezza affascinante, nelle comunicazioni del Verbo stesso, delle quali il Padre si compiace favorirla… ” (Olier, ivi, pp. 137-144). La festa della Presentazione è così per noi provvidenziale preparazione al periodo liturgico dell’avvento, ormai vicino, durante il quale, insieme con tutti i santi del Vecchio Testamento e soprattutto uniti alla preghiera di Maria, chiederemo per le anime nostre e per il mondo intero il grande beneficio della nuova nascita del Salvatore. Preghiera “Rallegratevi con me voi tutti che amate il Signore, perché, ancora piccolina, piacqui all’Altissimo” (Secondo responsorio del primo Notturno dell’Ufficio della Madonna). Nell’Ufficio cantato in tuo onore ci rivolgi, o Maria, questo invito e quale festa meglio di questa lo giustificherebbe? Quando, piccola più per l’umiltà che per l’età, candida e pura salivi i gradini del tempio, il cielo dovette riconoscere che ormai le compiacenze dell’Altissimo erano per la terra. Gli Angeli, in una pienezza di luce mai vista, compresero le tue grandezze incomparabili, e la maestà di un Tempio in cui Dio raccoglieva un omaggio superiore a quello dei nove cori angelici, la prerogativa augusta del Vecchio Testamento di cui eri figlia e i cui insegnamenti perfezionavano in te la formazione della Madre di Dio. Tuttavia la santa Chiesa ti dichiara imitabile per noi in questo mistero della Presentazione, come in tutti gli altri, o Maria (Lezione seconda del secondo Notturno). Degnati particolarmente benedire i privilegiati che la grazia della vocazione fa abitare qui in terra nella casa del Signore e siano essi pure il fertile ulivo (Eccli 24,19) nutrito dello Spirito Santo col quale oggi ti paragona san Giovanni Damasceno (Lezione prima del secondo Notturno). Ma non è forse ogni cristiano, per il suo battesimo, cittadino e membro della Chiesa, vero santuario di Dio del quale il tempio di Gerusalemme è soltanto figura? Per tua intercessione ci sia possibile seguirti da vicino nella tua felice Presentazione, per meritare di essere noi pure presentati,. al tuo seguito, all’Altissimo nel tempio della sua gloria (Colletta del giorno).
  3. "Santa Elisabetta di Ungheria è una dei tanti santi che sono riusciti a raggiungere la perfezione nella vita cristiana appartenendo all’aristocrazia e svolgendo ruoli regali. Era infatti una regina. Una regina, però, che scopriva nella fedeltà a Cristo tutto il suo essere e il fine del proprio ruolo: di regina e di moglie. Il suo concepire il governo come manifestazione di “servizio” la portava anche a compatire i disagi dei poveri che continuamente decise di assistere e di aiutare. Ecco in breve la sua vita. Figlia di Andrea, re d’Ungheria e di Gertrude, una nobildonna di Merano, Elisabetta ebbe una vita breve. Nacque nel 1207. Fu promessa in moglie a Ludovico, figlio ed erede del sovrano di Turingia. Si sposò a quattordici anni. Divenne madre di tre figli e restò vedova a soli venti anni. Il marito, Ludovico IV, morì ad Otranto in attesa di imbarcarsi con Federico II per la crociata in Terra Santa. Alla morte del marito, Elisabetta si ritirò a Eisenach, poi nel castello di Pottenstein per scegliere infine come dimora una modesta casa di Marburgo dove fece edificare a proprie spese un ospedale, riducendosi in povertà. Iscrittasi al Terz’ordine Francescano, offrì tutta se stessa agli ultimi, visitando gli ammalati due volte al giorno e attribuendosi sempre le mansioni più umili. La sua scelta di povertà scatenò la rabbia dei cognati che arrivarono a privarla dei figli. Morì a Marburgo, in Germania il 17 novembre 1231. È stata canonizzata da papa Gregorio IX nel 1235. Un giorno, l’anziano padre spirituale di santa Elisabetta, Maestro Corrado, chiese alla santa come ella avrebbe fatto allorché lui fosse morto, e la Santa gli rispose che non aveva alcuna preoccupazione per il semplice motivo che sarebbe morta prima lei. E fu così. Difatti, pochi giorni dopo, la Santa cadde ammalata e subito si aggravò. La mattina del 16 novembre il padre spirituale le chiese di disporre delle cose che aveva. Ma la Santa aveva deciso di lasciare tutto ai poveri, mentre per sé conservava solo la tunica che aveva indosso e il logoro mantello di san Francesco nel quale chiedeva di essere avvolta per la sepoltura. In quello stesso giorno fece la sua ultima confessione, si comunicò e rimase assorta in preghiera. Durante la notte disse: “Guardate è giunta l’ora in cui la Vergine partorì il Figlio.” Furono le sue ultime parole. Morì serena e dolce. Era la notte fra il 16 e il 17 novembre. Venne pianta soprattutto dai poveri e dagli infermi. Così è scritto nella Bolla di canonizzazione di papa Gregorio IX, anno 1235: “O dolce Elisabetta! Il tuo nome significa saziare e soddisfare Dio; tu, che, saziando i poveri, hai meritato il Pane degli Angeli.” Queste sono le grandezze del Cristianesimo: Re e Regine che servono i poveri!" Preghiera Santa Elisabetta, prega affinché ognuno di noi possa distaccarsi da ogni interesse personale, per offrirsi totalmente alla realizzazione della volontà del Signore Gesù http://itresentieri.it/la-bellezza-del-tempo-19-novembre-s…/
  4. Convinto del valore anche terapeutico dei Sacramenti, per l’influsso salutare che la grazia divina esercita sia sull’anima che sul corpo, san Giuseppe Moscati non mancava mai di raccomandare agli ammalati, nel congedarli, queste medicine essenziali: la Confessione e la Comunione. Un giorno, ad un infermo di Amalfi, nel consegnargli la ricetta per la cura di una pericolosa infermità, diceva: “Tornando a casa in Amalfi, fermatevi a Valle di Pompei, confessatevi e comunicatevi: questa è la mia medicina.” Un povero operaio, dichiarato da altri medici tisico, fu consigliato di consultare il professor Moscati. Nell’osservarlo, senza che l’ammalato avesse pronunciato una sillaba, il professore domandò: “Ti hanno dichiarato tisico?” Al segno affermativo del paziente, il professore esortò: “Senti, sii devoto della Vergine e frequenta spesso i sacramenti, tu non sei ancora un tisico. Il tuo male è un ascesso al polmone, guaribile, prodotto da una malattia che subisti in gioventù.” Una cura specifica guarì il povero operaio. Non si può nascondere, poi, la meraviglia di questo ammalato quando volle dare l’onorario al professore, e questi non volle accettarlo, ma gli disse: “Se veramente mi vuoi pagare, vatti a confessare, perché è Dio che ti ha salvato.” Sarebbe una bella cosa se i genitori, in questi tempi di trionfo del relativismo, leggessero ai propri figli queste importanti parole di san Giuseppe Moscati: «Ama la verità; mostrati qual sei; e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio».
  5. Dopo di esserci ben disposti coll'esame, col dolore e col proponimento, dobbiamo andare a fare al confessore l'accusa dei nostri peccati, per averne l'assoluzione. Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali; è bene però confessare anche i veniali. Le condizioni principali che deve avere l'accusa dei peccati sono cinque: deve essere umile, intera, sincera, prudente e breve. Umile vuol dire che il penitente deve accusarsi dinanzi al suo confessore, senza alterigia di animo o di parole, ma coi sentimenti di un reo, che riconosce la sua colpa e compare davanti al giudice. Intera vuoi dire che si debbono manifestare con le loro circostanze e nel loro numero tutti i peccati mortali commessi dopo l'ultima confessione ben fatta e dei quali si ha coscienza. Perché l'accusa sia intera, si devono manifestare le circostanze che mutano la specie del peccato, vale a dire: 1. quelle per le quali un'azione peccaminosa da veniale diventa mortale; 2. quelle per le quali un'azione peccaminosa contiene la malizia di due o più peccati mortali. Un esempio di circostanza che trasforma un peccato da veniale in mortale, può essere quello di una bugia detta per scusarsi, ma dalla quale deriva un grave danno per il prossimo, in tal caso la bugia da ufficiosa diverrebbe gravemente dannosa. Un'azione che contenga la malizia di due o più peccati mortali, può, invece, essere ad esempio il furto di un oggetto sacro, che unisce al ladrocinio la malizia del sacrilegio. Se taluno non fosse certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene; se però volesse accusarlo, dovrà aggiungere che non è certo di averlo commesso. Chi non ricorda precisamente il numero dei suoi peccati, deve accusarne quello approssimativo. Chi ha taciuto per pura dimenticanza un peccato mortale, o una circostanza necessaria, ha fatto comunque una buona confessione purché abbia usata la debita diligenza per ricordarsene. Se un peccato mortale dimenticato nella confessione torna poi in mente, siamo obbligati senza dubbio ad accusarlo la prima volta che ci confessiamo nuovamente. Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò si fa reo di un gravissimo sacrilegio. Chi ha taciuto colpevolmente qualche peccato mortale nella confessione, deve esporre al confessore il peccato taciuto, dire in quante confessioni l'abbia taciuto e riaccusarsi di tutti gli altri peccati commessi dall'ultima ben fatta. Chi fosse tentato a tacere un peccato grave in confessione deve considerare: 1. che non ha avuto rossore di peccare alla presenza di Dio, che tutto vede; 2. che è meglio manifestare i propri peccati al confessore in segreto, che vivere inquieto nel peccato, fare una morte infelice ed essere perciò svergognato nel dì del giudizio universale in faccia a tutto il mondo; 3. che il confessore è obbligato al sigillo sacramentale sotto gravissimo peccato e con la minaccia di severissime pene temporali ed eterne. La sincerità nell'accusa significa che bisogna dichiarare i propri peccati quali sono, senza scusarli, diminuirli o accrescerli. La confessione deve essere, inoltre, prudente, vuol dire che nel confessare i peccati dobbiamo servirci dei termini più modesti, e che dobbiamo guardarci dallo scoprire i peccati degli altri. La confessione deve essere breve, significa che non dobbiamo dire niente d'inutile al confessore. Sebbene il confessare ad un altro i propri peccati possa essere gravoso, bisogna farlo, perché é di precetto divino e altrimenti non si può ottenere il perdono dei peccati commessi, e inoltre perché la difficoltà di confessarsi è compensata da molti vantaggi e da grandi consolazioni.
  6. Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo. Per essere buono, il proponimento deve avere principalmente tre condizioni: essere assoluto, universale ed efficace.Assoluto vuol dire che non deve avere alcuna condizione di tempo, di luogo o di persona.Universale vuol dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.Efficace vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere le abitudini cattive, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.Per abitudine cattiva s'intende la disposizione acquistata a cadere con facilità in quei peccati ai quali ci siamo assuefatti.Per correggere le abitudini cattive dobbiamo stare vigilanti sopra di noi, fare molta orazione, frequentare la confessione, avere un buon direttore stabile, e mettere in pratica i consigli e i rimedi che egli ci propone. Per occasioni pericolose di peccare s'intendono tutte quelle circostanze di tempo, di luogo, di persone, o di cose che per propria natura, o per la nostra fragilità ci inducono a commettere il peccato. Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d'ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano occasioni prossime di peccato.Chi non può fuggire qualche occasione di peccato, lo dica al confessore e stia ai consigli di lui.Per fare il proponimento servono le stesse considerazioni che valgono ad eccitare il dolore; cioè la considerazione dei motivi che abbiamo di temere la giustizia di Do e di amare la sua infinità bontà.
  7. Il dolore dei peccati consiste in un dispiacere ed in una sincera detestazione dell'offesa fatta a Dio. Esso può essere di due tipi: perfetto, ossia di contrizione; imperfetto, ossia di attrizione. Il dolore perfetto è il dispiacere di avere offeso Dio, perché infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato. Si chiama perfetto il dolore di contrizione per due ragioni: 1. perché riguarda esclusivamente la bontà di Dio, e non il nostro vantaggio o danno; 2. perché ci fa subito ottenere il perdono dei peccati, restandoci però l'obbligo di confessarci. E' importante sottolineare che Il dolore perfetto non ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione, perché sempre include la volontà di confessarsi. Esso produce l'effetto di rimetterci in grazia di Dio, perché nasce dalla carità la quale non può trovarsi nell'anima insieme coi peccato mortale. Il dolore imperfetto o di attrizione è quello per cui ci pentiamo di avere offeso Dio, come sommo Giudice, cioè per timore dei castighi meritati in questa o nell'altra vita o per la stessa bruttezza del peccato. Per essere buono, il dolore deve possedere quattro condizioni: deve essere interno, soprannaturale, sommo e universale. Interno vuol dire che deve essere nel cuore e nella volontà e non nelle sole parole, deve essere tale perché la volontà che si è allontanata da Dio col peccato, deve ritornare a Dio detestando il peccato commesso. Soprannaturale significa che deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede e deve essere tale, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l'acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna. Chi si pente per avere offeso Dio infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato, per aver perduto il paradiso e meritato l'inferno, ovvero per la malizia intrinseca del peccato, ha un dolore soprannaturale perché questi sono motivi di fede: chi invece si pentisse solo per il disonore, o castigo che gli viene dagli uomini, o per qualche danno puramente temporale, avrebbe un dolore naturale, perché si pentirebbe solo per motivi umani. Il dolore deve essere sommo, perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, essendo offesa di Dio sommo Bene. Non è necessario che materialmente si pianga per il dolore dei peccati; ma basta che nel cuore si consideri l'avere offeso Dio, peggiore di qualunque altra disgrazia. Universale significa che il dolore deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi, perché chi non si pente anche di un solo peccato mortale rimane nemico di Dio. Per avere il dolore dei nostri peccati dobbiamo domandarlo di cuore a Dio, ed eccitarlo in noi con la considerazione del gran male che abbiamo fatto peccando. Per eccitarsi a detestare i peccati: 1. si considererà il rigore della infinita giustizia di Dio e la deformità del peccato che ha deturpato l'anima e rendendoci meritevoli delle pene eterne dell'inferno; 2. si considererà che si è perduta la grazia, l'amicizia, la figliuolanza di Dio e l'eredità del paradiso; 3. che si è offeso il nostro Redentore, che è morto per noi, e che i nostri peccati sono stati la cagione della sua morte; 4. che si è disprezzato il nostro Creatore, il nostro Dio; che si sono voltate le spalle a lui, nostro sommo bene degno di essere amato sopra ogni cosa e servito fedelmente. Quando noi andiamo a confessarci, dobbiamo essere certamente molto solleciti di avere un vero dolore de' nostri peccati, perché questa è la cosa più importante di tutte: e se manca il dolore, la confessione non vale. Chi si confessa di soli peccati veniali, per confessarsi validamente basta che sia pentito di alcuno di essi; ma per ottenere il perdono di tutti è necessario che si penta di tutti quelli che riconosce di aver commesso. Chi, inoltre, si confessa di soli peccati veniali e non è pentito neppure dì uno solo, fa una confessione di nessun valore; la quale è inoltre sacrilega, se la mancanza del dolore è sentita. Per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali, è cosa prudente accusare, con vero dolore, anche qualche peccato più grave della vita passata, benché già confessato altre volte. È cosa buona ed utilissima il fare spesso l'atto di contrizione, massime prima di andare a dormire, e quando uno si accorge o dubita di essere caduto in peccato mortale, per rimettersi più presto in grazia di Dio; e giova sopratutto per ottenere più facilmente da Dio la grazia di fare simile atto nel maggior bisogno, cioè nel pericolo di morte.
  8. https://www.youtube.com/watch?v=l7uL-TWIf80&feature=youtu.be&fbclid=IwAR1bzSy9cnYIPfFMgdG1Wem8-6vngPgjEbFmE8Wva1y1VHXcsOXsvF8R6rs
  9. L'esame di coscienza è una diligente ricerca dei peccati che si sono commessi, dopo l'ultima confessione ben fatta.L'esame di coscienza si esegue col richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, opere ed omissioni, contro i Comandamenti di Dio e della Chiesa, e gli obblighi del proprio stato. Dobbiamo esaminarci ancora sopra le abitudini cattive e sopra le occasioni del peccato. Nell'esame dobbiamo ricercare anche il numero dei peccati mortali.Perché un peccato sia mortale si richiedono tre cose: materia grave, piena avvertenza, e perfetto consenso della volontà.C'è materia grave quando si tratta di una cosa notabilmente contraria alla legge di Dio e della Chiesa. C'è piena conoscenza nel peccare, quando si conosca perfettamente di fare un grave male. C'è, nel peccato, il perfetto consenso della volontà, quando si vuol fare deliberatamente una cosa, sebbene si conosca peccaminosa.Nell'esame di coscienza si deve usare quella diligenza che si userebbe in un affare di grande importanza.Si deve impiegare nell'esame di coscienza più o meno tempo, secondo il bisogno, cioè secondo il numero e la qualità dei peccati che aggravano la coscienza e secondo il tempo scorso dalla ultima confessione ben fatta. Si facilita l'esame per la confessione con fare ogni sera l'esame di coscienza sulle azioni della giornata.
  10. Il sacramento della Penitenza conferisce la grazia santificante con la quale sono rimessi i peccati mortali e anche i veniali che si sono confessati e dei quali si ha dolore; commuta la pena eterna nella temporale, della quale pure vien rimesso più o meno secondo le disposizioni; restituisce i meriti delle buone opere fatte prima di commettere il peccato mortale; dà all'anima aiuti opportuni per non ricadere nella colpa, e ridona la pace alla coscienza. Il sacramento della Penitenza è necessario per salvarsi a tutti quelli che dopo il Battesimo hanno commesso qualche peccato mortale. Il confessarsi spesso è cosa ottima, perché il sacramento della Penitenza, oltre al cancellare i peccati dà le grazie opportune per evitarli in avvenire. Il sacramento della Penitenza ha virtù di rimettere tutti i peccati per molti e grandi che siano, purché si riceva con le dovute disposizioni. Per fare una buona confessione si richiedono cinque cose: 1. esame di coscienza; 2. dolore di avere offeso Iddio; 3. proponimento di non più peccare; 4. accusa dei propri peccati; 5. soddisfazione o penitenza. Per confessarci bene dobbiamo prima di tutto pregare di cuore il Signore a darci lume per conoscere tutti i nostri peccati e forza per detestarli.
  11. La Penitenza detta anche Confessione, è il sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo. A questo sacramento si dà il nome di Penitenza, perché ad ottenere il perdono dei peccati è necessario detestarli con pentimento, e perché chi ha commesso una colpa, deve sottoporsi alla pena che il sacerdote impone.Questo sacramento si chiama anche Confessione, perché ad ottenere il perdono dei peccati non basta detestarli, ma è necessario accusarli al sacerdote, cioè farne la confessione.Gesù Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza il giorno della sua risurrezione, quando entrato nel cenacolo solennemente diede ai suoi Apostoli la facoltà di rimettere i peccati, soffiando sopra di loro, e dicendo: ricevete lo Spirito Santo: i peccati di coloro ai quali voi li rimetterete, saranno rimessi; ed i peccati di coloro ai quali voi li riterrete, saranno ritenuti. La materia del sacramento della Penitenza si distingue in remota e prossima. Quella remota è costituita dai peccati commessi dal penitente dopo il Battesimo, mentre la prossima sono gli atti del penitente stesso, cioè la contrizione, l'accusa e la soddisfazione. La forma del sacramento della Penitenza è questa: "Io ti assolvo dai tuoi peccati".Il ministro del sacramento della Penitenza è il sacerdote, approvato dal Vescovo per ascoltare le confessioni. Il sacerdote deve essere approvato dal Vescovo ad ascoltare le confessioni, perché per amministrare validamente questo sacramento non basta la potestà dell'ordine, ma è necessaria anche la potestà di giurisdizione, cioè la facoltà di giudicare, che deve essere data dal Vescovo.Le parti del sacramento della Penitenza sono: la contrizione, la confessione e la soddisfazione del penitente, e l'assoluzione del sacerdote. La contrizione ossia il dolore dei peccati, é un dispiacere dell'animo, per il quale si detestano i peccati commessi e si propone di non farne più in avvenire.La parola contrizione, vuol dire rottura o spezzamento, come quando una pietra è pestata e ridotta in polvere. Si dà questo nome al dolore dei peccati, per significare che il cuor duro del peccatore in certo modo si spezza per dolore di avere offeso Dio. La confessione consiste in un'accusa distinta dei nostri peccati fatta al confessore per averne l'assoluzione e la penitenza. La confessione si chiama accusa, perché non dev'essere un indifferente racconto, ma una vera e dolorosa manifestazione de' propri peccati. La soddisfazione o penitenza è quella preghiera o altra opera buona, che il confessore ingiunge al penitente in espiazione de' suoi peccati. L'assoluzione è la sentenza, che il sacerdote pronunzia in nome di Gesù Cristo, per rimettere i peccati al penitente. Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, ed anche solo con essa, quando sia perfetta (cioè motivata non dalla paura dei castighi per i peccati commessi e delle loro amare conseguenze per l'anima, ma unicamente dal dolore di aver offeso Dio, per amor suo ed in considerazione della sua infinita bontà e della Sua dignità di essere amato sopra ogni cosa), si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.
  12. Un'intenzione di preghiera fondamentale è quella in favore di anime verso le quali ogni battezzato dovrebbe sentirsi in debito e per le quali deve sentirsi in dovere di soddisfare ed espiare, per compensare ciò che è mancante. Sono anime innocenti che meritano amore e sollecitudine in modo speciale.La Beata Anna Caterina Emmerick (1774-1824), la mistica tedesca dell’Ordine di sant’Agostino, nei suoi scritti “Visioni e rivelazioni”, ci riferisce di una giovane contadina che diede alla luce suo figlio in segreto per timore dei suoi genitori. Il bambino era morto senza battesimo poco tempo dopo. Dice: «Ho avvertito una sincera sollecitudine per questo povero bambino morto prima del battesimo e mi sono offerta a Dio per soddisfarlo e per espiare per lui... Già da molto tempo ho avuto rivelazioni sullo stato di questi bambini che muoiono prima del Battesimo. Non posso spiegare a parole quello in cui vedo consistere la loro perdita, ma mi sento così commossa che ogni volta che vengo a sapere di un caso analogo mi offro a Dio con la preghiera e la sofferenza per soddisfare e espiare quello che altri hanno trascurato affinché il pensiero e l’atto di carità che faccio possano compensare quello che è mancante, in virtù della comunione dei santi» (12 aprile 1820). Dice ancora: «Si deve pregare soprattutto perché nessun bambino muoia senza battesimo” (12 gennaio 1820); «Ho visto uno spazio oscuro e molto vasto di un mondo di tenebre. I bambini non battezzati soffrono delle conseguenze dei peccati e dell’impurità dei loro genitori. I battezzati sono liberi e puliti» (29 gennaio 1821). La venerabile Anna Caterina Emmerick racconta anche la storia vera di una donna che aveva ucciso l’uomo che l’aveva stuprata e aveva ucciso anche il bimbo che era stato concepito. Parla così: «Poco tempo dopo anche questa donna morì, pentita, ma doveva trascorrere in espiazione tutti gli anni che la provvidenza divina aveva destinato nella vita di suo figlio finché il bambino, con il passare del tempo, avesse raggiunto il momento di godere della luce eterna» (31 dicembre 1820). «Un giorno mi si presentò un bambino che era morto a tre an¬ni senza battesimo. Mi disse che non poteva essere sepolto e che io dovevo aiutarlo. Mi disse anche quello che dovevo fare a suo profitto con continue preghiere... Il giorno dopo venne a trovarmi una povera donna di Dülmen, che chiedeva aiuto per pagare le spese della sepoltura di suo figlio morto. Era lo stesso bimbo che avevo visto la notte prima. Lo facemmo seppellire. E facemmo tutto questo in suffragio e a vantaggio dell’anima del bimbo» (29 giugno 1821). «Dopo che il bambino fu seppellito, lo vidi di nuovo. La prima volta che venne non aveva forze neppure per stare in piedi ed era come inerte. Gli misi un vestito bianco che avevo ricevuto dalla Madre di Dio. Ora era raggiante e se ne andava a una festa dove molti bambinetti erano riuniti in gioioso svago»
  13. "Santa Teresa nasce ad Avila, nella vecchia Castiglia, il 28 marzo del 1515. E’ figlia dei nobili don Alfonso de Cepeda e donna Beatrice de Ahumada. Nella sua vita si possono individuare tre grandi periodi: il primo costituito dai venti anni trascorsi nella casa paterna; il secondo inizia nel 1535 con l’entrata nel monastero dell’Incarnazione; e il terzo inizia nell’anno 1562 allorquando diventa fondatrice di monasteri. Nel primo periodo ella visse soprattutto ad Avila. Condusse una vita da nobile. Era una bambina graziosa. La famiglia era piena di affetto per lei. Fu affascinata da uno stile di vita cavalleresco, ebbe amore per la lettura e per le armi. Aveva appena sette anni quando lesse il Flos sanctorum; e venne immediatamente toccata dal desiderio dell’eternità e di poter finalmente abbracciare Dio. Addirittura arrivò a fuggire con il fratellino Rodrigo. Racconterà: “Decidemmo di recarci nella Terra dei Mori, elemosinando per amore di Dio, nella speranza che là ci decapitassero.” Aveva appena tredici anni quando morì la mamma. Fu così che, pochi anni dopo, il padre, preoccupato per alcune amicizie che potevano rovinare la vita della figlia, decise di portare Teresa nel collegio delle Agostiniane, ma qui la ragazza soffrì molto la nostalgia della casa paterna. Nel 1532 si ammalò e fu costretta a tornare a casa. Durante il viaggio di ritorno si fermò presso la casa dello zio, don Pietro Sanchez de Cepeda, un personaggio importante per la vita di Teresa, un uomo che l’aiuterà molto nella sua vita spirituale. Nel 1535 –aveva venti anni- Teresa entrò nel monastero carmelitano dell’Incarnazione. Ella, però, scriverà che quella scelta ancora non era perfetta e ben motivata. Nel 1538 si ammalò di nuovo. Questa volta gravemente. Fu costretta a lasciare il monastero e fu ospitata nuovamente dallo zio don Pietro. Qui, grazie a buone letture, decise di darsi più seriamente alla preghiera, fu allora che iniziò ad avere le prime esperienze mistiche. Decise di tornare a casa, ma la malattia si riacutizzò. Fu quasi dichiarata morta: per tre giorni non diede segni di vita, ma al quarto giorno si riprese e disse: “Chi mi ha chiamata? Ero in Cielo. Ho visto i conventi che dovrò fondare. Morirò santa.” Nel 1539 tornò al convento dell’Incarnazione. Per ben otto anni rimarrà semi paralizzata. Decise quindi di chiedere la grazia della guarigione a san Giuseppe e fu esaudita. Rimarrà sempre fortemente devota a questo Santo. Il 1554 fu l’anno della svolta. L’anno che può essere definito della “seconda conversione”. Scriverà: “Da qui innanzi la storia della mia vita sarà un libro nuovo perché ora è la storia di Dio che vive in me.” Ciò che cambiò la vita di Teresa fu l’incontro con l’immagine di un Cristo piagato e la lettura delle Confessioni di sant’Agostino. Da adesso in poi la sua vita fu un continuo di esperienze mistiche fino ad arrivare alla trasverberazione del cuore da parte di un serafino nell’anno 1560. Il cuore della Santa, che si venera nella Chiesa carmelitana di Alba de Tormes, è visibilmente ferito in più parti e bruciato. Nel terzo periodo della sua vita, Teresa attuò la riforma dell’Ordine e fondò diversi monasteri. Arrivò a percorrere tutta la Spagna. Fu però in questo periodo che il Signore permise durissime prove nella sua vita. Iniziò un vero e proprio conflitto con i superiori: calunniata, derisa, equivocata, dovette affrontare molte amarezze e incomprensioni, non cercando però mai di difendersi. Le prove termineranno solo un anno e mezzo prima della morte, che avvenne il 4 ottobre del 1582, nel convento di Alba de Tormes. Le sue ultime parole furono: “Signore mio, è ben tempo che ci vediamo!” Verrà canonizzata quarant’anni dopo, nel 1622, da papa Gregorio XV. La spiritualità di santa Teresa d’Avila è legata indiscutibilmente a quella della Spagna del cosiddetto secolo d’oro. Una spiritualità strettamente legata alla Chiesa tridentina e alla Controriforma. La Santa ebbe stretti rapporti con i più grandi esponenti della teologia del ‘500, come i teologi di Alcalà e di Salamanca, che segnarono la rinascita della teologia scolastica e la grande fioritura tridentina. Il miglior amico della Santa fu padre Banez, il cui pensiero fu un punto di partenza per quella che sarebbe stata la distinzione tra tomismo puro e suarezismo."
  14. Per ascoltare bene e con frutto la santa Messa sono necessarie due cose: 1.la modestia della persona; 2. la divozione del cuore. La modestia della persona consiste in modo speciale nell'essere modestamente vestito; nell'osservare silenzio e raccoglimento, e nello stare in ginocchio nei momenti che lo richiedono, in particolare durante la Consacrazione e le preghiere ad essa associate. Il miglior modo di praticare la divozione del cuore nell'ascoltare la santa Messa è il seguente: 1. Unire da principio la propria intenzione a quella del sacerdote, offrendo a Dio il santo sacrificio per i fini per i quali è stato istituito; 2. Accompagnare il sacerdote in ciascuna preghiera e azione del sacrificio; 3. Meditare la passione e morte di Gesù Cristo e detestare di cuore i peccati che ne sono stati la cagione; 4. Fare la Comunione sacramentale, o almeno la spirituale, nel tempo in cui si comunica il sacerdote; La Comunione spirituale é un gran desiderio di unirsi sacramentalmente a Gesù Cristo dicendo, per esempio: Signore mio Gesù Cristo, io desidero con tutto il cuore di unirmi a Voi adesso e per tutta l'eternità; e facendo i medesimi atti che si fanno avanti, e dopo la Comunione sacramentale. La recita del Santo Rosario o di altre orazioni durante la Messa non impedisce di ascoltarla con frutto, purché si procuri, per quanto si può, di seguire l'azione del santo sacrificio. E' cosa ottima e convenientissima il pregare anche per gli altri nell'assistere alla santa Messa: anzi il tempo della santa Messa è il più opportuno per pregar Dio per i vivi e per i morti. Finita la Messa, si dovrebbe ringraziar Dio della grazia d'averci fatto assistere a questo grande sacrificio, e domandargli perdono delle mancanze che avessimo commesso nell'assistervi.
  15. L'Eucaristia, oltre essere sacramento, è anche il sacrificio permanente della nuova legge, che Gesù Cristo lasciò alla sua Chiesa, da offrirsi a Dio per mano de' suoi sacerdoti. Il sacrificio, in generale, consiste nell' offerire una cosa sensibile a Dio, e distruggerla in qualche maniera per riconoscere il supremo dominio di lui sopra di noi e sopra tutte le cose. Questo sacrificio della nuova legge si chiama la santa Messa.La santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo offerto sui nostri altari sotto le specie del pane e del vino, in memoria del sacrificio della Croce.Il sacrificio della Messa è sostanzialmente il medesimo della Croce in quanto lo stesso Gesù Cristo, che si è offerto sopra la Croce, è quello che si offerisce per mano dei sacerdoti, suoi ministri, sui nostri altari; ma in quanto al modo con cui viene offerto il sacrificio della Messa differisce dal sacrificio della Croce, pur mantenendo con questo la più intima ed essenziale relazione. Tra il sacrificio della Messa e quello della Croce vi è questa differenza e relazione; che Gesù Cristo sulla Croce si offrì spargendo il suo sangue e meritando per noi; invece sugli altari Egli si sacrifica senza spargimento di sangue e ci applica i frutti della sua Passione e Morte. Un'altra relazione del sacrificio della Messa con quello della Croce è che il sacrificio della Messa rappresenta in modo sensibile lo spargimento del sangue di Gesù Cristo sulla Croce; perché in virtù delle parole della consacrazione si rende presente sotto le specie del pane il solo Corpo, e sotto le specie del vino il solo Sangue del nostro Salvatore; sebbene per naturale concomitanza e per l'unione ipostatica sia presente sotto ciascuna delle specie Gesù Cristo vivo e vero. Il sacrificio della Croce è l'unico sacrificio della nuova legge, inquantoché per esso il Signore placò la Divina Giustizia, acquistò tutti i meriti necessari a salvarci, e così compì da parte sua la nostra redenzione. Questi meriti però Egli ci applica per i mezzi da lui istituiti nella sua Chiesa, tra i quali è il santo sacrificio della Messa.Il sacrificio della santa Messa si offerisce a Dio per quattro fini:1. per onorarlo come si conviene, e per questo si chiama latreutico;2. per ringraziarlo dei suoi benefizi, e per questo si chiama eucaristico;3. per placarlo, per dargli la dovuta soddisfazione dei nostri peccati e per suffragare le anime del purgatorio; e per questo si chiama propiziatorio;4. per ottenere tutte le grazie che ci sono necessarie, e per questo si chiama impetratorio.Il primo e principale offerente del sacrificio della santa Messa è Gesù Cristo, e il sacerdote è il ministro che in nome di Gesù Cristo offre lo stesso sacrificio all'Eterno Padre. Il sacrificio della santa Messa lo istituì Gesù Cristo medesimo quando istituì il sacramento dell' Eucaristia; e disse che si facesse in memoria della sua Passione.La santa Messa si offre a Dio solo, la Messa celebrata in onore della Vergine e dei Santi è sempre un sacrificio offerto a Dio solo: si dice però celebrata in onore della santissima Vergine e dei Santi per ringraziare Dio dei doni che loro ha fatti e ottenere da Lui con la loro intercessione più abbondantemente le grazie di cui abbiamo bisogno.Tutta la Chiesa partecipa dei frutti della Messa, ma particolarmente:1. il sacerdote e quelli che assistono alla Messa, i quali si considerano uniti al sacerdote;2. quelli per cui si applica la Messa, che possono essere sì vivi che defunti.
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