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  1. Ultima settimana
  2. La Chiesa celebra con speciale solennità la festa di S. Giuseppe, perché egli è, dopo Maria Vergine, di cui fu castissimo sposo, il più grande tra i santi, padre putativo di Gesù Cristo e fu dichiarato Patrono della Chiesa. Egli era comunemente creduto padre di Gesù Cristo, perché adempì verso di Lui gli offici paterni. S. Giuseppe dimorava a Nazareth, piccola città della Galilea, e benché fosse della stirpe reale di David, era povero, e si guadagnava da vivere colla fatica delle sue mani. La povertà della famiglia di Gesù Cristo c'insegna a distaccare il cuore dalle ricchezze, e a soffrire volentieri la povertà, se Dio ci vuole in questo stato. Noi crediamo che Iddio abbia elevato S. Giuseppe ad un'altissima gloria, quanto è stato eminente il suo grado e la sua santità sulla terra. La protezione di S. Giuseppe verso i suoi devoti è potentissima, perché non è credibile che Gesù Cristo voglia negare alcuna grazia ad un Santi a cui in terra ha voluto esser soggetto. La grazia speciale che noi dobbiamo sperare dall'intercessione di S. Giuseppe è quella di una buona morte, perché egli ebbe la sorte di morire tra le braccia di Gesù e di Maria. Per meritarci la protezione di S. Giuseppe noi dobbiamo invocarlo sovente, e imitarlo nelle sue virtù, e soprattutto nella sua umiltà e perfetta rassegnazione alla divina volontà, la quale fu sempre la regola delle sue azioni.
  3. Il secondo comandamento: "Non nominare il nome di Dio invano", ci proibisce: 1. di nominare il nome di Dio senza rispetto; 2. di bestemmiare contro Dio, contro la santissima Vergine e contro i Santi; 3. di fare giuramenti falsi e non necessari, o in qualunque modo illeciti. Nominare il nome di Dio senza rispetto vuol dire pronunziare questo santo nome e tutto ciò che si riferisce in modo speciale a Dio stesso, come il nome di Gesù, di Maria e dei Santi, nella collera, per ischerzo, o in altro modo poco riverente. La bestemmia è un orribile peccato che consiste in parole o atti di disprezzo o di maledizione contro Dio, la Vergine, i Santi, o contro le cose sante. V'è differenza tra la bestemmia e l'imprecazione, perché con la bestemmia si maledice, o si desidera il male a Dio, alla Madonna, ai Santi: mentre con l'imprecazione si maledice o si desidera il male a se stesso, o al prossimo. Il giuramento è il chiamare Dio in testimonio della verità di ciò che si dice o si promette. Non è sempre proibito il giurare, ma è lecito anzi onorevole a Dio quando vi sia necessità e il giuramento sia fatto con verità, con giudizio e con giustizia. Non si giura con verità quando si afferma con giuramento ciò che si sa, o si crede che sia falso, e quando con giuramento si promette di fare ciò che non si ha intenzione di eseguire. Non si giura con giudizio quando si giura senza prudenza e senza matura considerazione, ovvero per cose di poca importanza. Non si giura con giustizia quando si giura di fare una cosa che non sia giusta o lecita, come vendicarsi, rubare ed altre cose simili. Non solo non siamo obbligati a mantenere il giuramento di fare cose ingiuste o illecite, ma peccheremmo facendole, perché proibite dalla legge di Dio, o della Chiesa. Chi giura il falso commette peccato mortale, perché disonora gravemente Dio verità infinita, chiamandolo in testimonio del falso. Il secondo comandamento ci ordina di onorare il santo nome di Dio e di adempiere, oltre i giuramenti, anche i voti. Il voto è una promessa che si fa a Dio di una cosa buona e a noi possibile e migliore della cosa contraria, alla quale ci obblighiamo come se ci fosse comandata. Si può domandare la commutazione o la dispensa al proprio Vescovo, od al Sommo Pontefice, secondo la qualità del voto. Il trasgredire i voti è peccato, e perciò non dobbiamo far voti senza matura riflessione e, ordinariamente, senza il consiglio del confessore, o d'altra persona prudente, per non esporci al pericolo di peccare. I voti si fanno solamente a Dio: si può però promettere a Dio di far qualcosa in onore della Madonna o dei Santi.
  4. In principio dei comandamenti si dice: "Io sono il Signore Iddio tuo", perché conosciamo che Dio, essendo il nostro Creatore e Signore, può comandare quello che vuole, e noi, sue creature, siamo tenuti ad obbedirgli.Con le parole del primo comandamento: "Non avrai altro Dio avanti di me", Iddio ci ordina di riconoscere, di adorare, di amare e servire Lui solo, come nostro supremo Signore. Il primo comandamento si adempie coll'esercizio del culto interno ed esterno.Il culto interno è l'onore che si rende a Dio con le sole facoltà dello spirito, ossia con la mente e con la volontà.Il culto esterno è l'omaggio che si rende a Dio per mezzo di atti esteriori e di oggetti sensibili.Non basta adorar Dio solo col cuore internamente, ma bisogna adorarlo anche esternamente, collo spirito insieme e col corpo, perché Egli è Creatore e Signore assoluto dell'uno e dell'altro.Non può stare in verun modo il culto esterno senza l'interno, perché quello scompagnato da questo rimane privo di vita, di merito e di efficacia, come corpo senz'anima.Il primo comandamento ci proibisce l'idolatria, la superstizione, il sacrilegio, l'eresia ed ogni altro peccato contro la religione. Si chiama idolatria il dare a qualche creatura, per esempio ad una statua, ad un'immagine, ad un uomo, il culto supremo di adorazione dovuto a Dio solo.Nella Sacra Scrittura si trova espressa questa proibizione con le parole: "Tu non ti farai scultura, né rappresentazione alcuna di quel che è lassù nel cielo e quaggiù in terra. E non adorerai tali cose, né ad esse presterai culto".Queste parole proibiscono non tutte le immagini, ma solamente quelle delle false divinità, fatte a scopo di adorazione, come facevano gl'idolatri. Ciò è tanto vero che Iddio stesso comandò a Mosè di farne alcune, come le due statue di cherubini sull'arca, e il serpente di bronzo nel deserto.Si chiama superstizione qualunque devozione contraria alla dottrina e all'uso della Chiesa, come anche l'attribuire ad un'azione o ad una cosa qualunque una virtù soprannaturale che non ha.Il sacrilegio è la profanazione di un luogo, di una persona o di una cosa consacrata a Dio e destinata al suo culto.L'eresia è un errore colpevole dell'intelletto, per cui si nega con pertinacia qualunque verità della fede.Il primo comandamento ci proibisce altresì qualunque commercio col demonio e l'aggregarsi alle sette anticristiane.Chi ricorresse al demonio o lo invocasse commetterebbe un peccato enorme, perché il demonio è il più perverso nemico di Dio e dell'uomo. Tutte le pratiche dello spiritismo sono illecite, perché superstiziose, e spesso non immuni da intervento diabolico, e perciò furono dalla Chiesa giustamente proibite.Non è proibito invocare gli Angeli e i Santi; anzi dobbiamo farlo, perché è cosa buona e utile e dalla Chiesa altamente raccomandata, essendo essi gli amici di Dio e i nostri intercessori presso di Lui.Gesù Cristo è il nostro Mediatore presso Dio, inquantoché, essendo vero Dio e vero Uomo, Egli solo in virtù dei propri meriti ci ha riconciliati con Dio e ce ne ottiene tutte le grazie. La Vergine poi e i Santi in virtù dei meriti di Gesù Cristo e per la carità che li unisce a Dio e a noi, ci aiutano con la loro intercessione a ottenere le grazie che domandiamo. E questo è uno dei grandi beni della comunione dei Santi.Possiamo onorare le sacre immagini di Gesù Cristo e dei Santi, perché l'onore che si rende ad esse si riferisce alle loro stesse persone.Anche le reliquie dei Santi si debbono onorare, perché i loro corpi furono vivi membri di Gesù Cristo, e templi dello Spirito Santo, e debbono risorgere gloriosi alla vita eterna.Tra il culto che rendiamo a Dio e il culto che rendiamo ai Santi vi è questa differenza, che Iddio lo adoriamo per la sua infinita eccellenza, e i Santi invece non li adoriamo, ma li onoriamo e veneriamo come amici di Dio e nostri intercessori presso di Lui.Il culto che si rende a Dio si chiama latria, cioè di adorazione, ed il culto che si rende ai Santi si chiama dulia, cioè di venerazione a' servi di Dio; il culto poi particolare, che prestiamo a Maria santissima, si chiama iperdulia, cioè di specialissima venerazione, come Madre di Dio.
  5. Earlier
  6. Unica via di salvezza sono la fede nelle verità rivelate da Dio, l'osservanza della legge divina coll'aiuto indispensabile dei mezzi di grazia, senza i quali non è possibile né credere né osservare la legge di Dio per tutta la vita. Chi è fuori della vera Chiesa non ha i mezzi necessari per professare la fede ed osservare la legge divina; non ha la via o guida sicura nella fede e nella pratica cristiana; non ha i mezzi di grazia (sacramenti, preghiera sociale) necessari. E' abbandonato a se stesso ed alle sue passioni e ben presto sarà travolto e sommerso nella marea del peccato, della corruzione e dell'incredulità, per cui si danna. E', pertanto, responsabilità fondamentale di ogni cristiano cattolico, e non solo dei ministri consacrati, fare apostolato ed offrire a tutti la propria testimonianza, dando la possibilità ai non credenti ed a coloro che si trovano all'esterno della Chiesa Cattolica, di conoscere e percorrere l'unica reale, sicura e piena via di salvezza. La Chiesa ha un corpo formato dal Capo e dalle varie membra unite al Capo mediante il carattere battesimale; ha inoltre un'anima, che è lo Spirito Santo, che vivifica le membra con la grazia e la carità. Per salvarsi è necessario morire in grazia di Dio; perciò per entrare in cielo occorre essere uniti almeno all'anima della Chiesa, mediante la grazia. 1) E' unito al corpo e all'anima della Chiesa, e quindi si salva, colui che è battezzato e muore in grazia di Dio; 2) E' unito al corpo e non all'anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi è battezzato e muore in peccato mortale senza pentimento; 3) E' unito all'anima e non al corpo della Chiesa, e quindi si può salvare, chi è senza battesimo, ma muore perdonato dei suoi peccati per il dolore perfetto con cui li ha detestati; 4) Non è unito né al corpo né all'anima della Chiesa, e quindi non si salva, chi non è battezzato, vive in peccato e muore senza il dolore perfetto. Non si può salvare chi è fuori della Chiesa per propria colpa, cioè chi sa che soltanto nella Chiesa vi è possibilità di salvezza, trascura di entrarvi o ritornarvi, e muore in peccato senza l'amore di carità o il dolore perfetto. Si salva, invece, colui che è fuori della Chiesa senza propria colpa, o perché non la conosce o, pur conoscendola, non sa che bisogna farne parte, ma vive bene, o almeno, prima di morire, si pente dei suoi peccati col dolore perfetto. E' consolante la certezza che chi è fuori della Chiesa senza propria colpa e vive bene si salva. In Paradiso quante sorprese avremo, incontrandovi pagani, ebrei e tanti che credevamo fuori della Chiesa e irrimediabilmente perduti.
  7. Durante la Quaresima sono di precetto: - Mercoledì delle Ceneri e Venerdì Santo: digiuno e astinenza - I venerdì di Quaresima: astinenza - Questi precetti obbligano gravemente - Si consiglia altresì di osservare la tradizione del digiuno tutti i venerdì della Quaresima e dell’astinenza tutti i venerdì dell’anno. 1°) In che consiste il digiuno ecclesiastico? Consiste nel fare un solo pasto senza carne, a cui è permesso di aggiungere la colazione del mattino e della sera. In generale, la colazione del mattino consiste in una bevanda e un po’ di pane, e quella della sera in circa ¼ di un pasto normale. Secondo la legge della Chiesa sono tenute: - al digiuno: le persone dai 18 anni ai 60 iniziati. - all’astinenza, le persone dai 14 anni compiuti. (però, è vivamente consigliato di abituare i bambini fin da piccoli al rispetto dell’astinenza e ad un minimo di digiuno adatto alla loro età). 2°) In che consiste l’astinenza? Consiste nel non mangiare carne, sughi e estratti di carne, né alimenti conditi con la carne. 3°) Sono esentati dal digiuno e dall’astinenza: - i malati, le donne incinte e gli addetti a lavori pesanti - i viaggiatori (lunghi viaggi) - per altri casi, conviene consultare un sacerdote
  8. Valerio

    DELLA QUARESIMA

    La Quaresima è un tempo di digiuno e di penitenza istituito dalla Chiesa per tradizione apostolica. La Quaresima è istituita: 1. per farci conoscere l'obbligo che abbiamo di far penitenza in tutto il tempo della nostra vita, di cui, secondo i santi Padri, la Quaresima è la figura; 2. per imitare in qualche maniera il rigoroso digiuno di quaranta giorni, che Gesù Cristo fece nel deserto; 3. per prepararci col mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua. Il primo giorno di Quaresima si chiama giorno delle Ceneri, perché la Chiesa mette in quel giorno le sacre ceneri sul capo dei fedeli. La Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri, affinché noi ricordandoci che siamo composti di polvere, e colla morte dobbiamo ridurci in polvere, ci umiliamo e facciamo penitenza de' nostri peccati mentre ne abbiamo il tempo. Dobbiamo ricevere le sacre ceneri con cuor contrito ed umiliato, e con la santa risoluzione di passare la Quaresima nelle opere di penitenza. Per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose: 1. osservare esattamente il digiuno, e mortificarci non solamente nelle cose illecite e pericolose, ma ancora, per quanto si può, nelle cose lecite, come sarebbe moderarsi nelle ricreazioni; 2. fare preghiere, elemosine, ed altre opere di cristiana carità verso il prossimo più che in ogni altro tempo; 3. ascoltare la parola di Dio non già per pura usanza o curiosità, ma per desiderio di mettere in pratica le verità che si ascoltano; 4. essere solleciti a prepararci alla confessione, per rendere più meritorio il digiuno, e per disporci meglio alla Comunione pasquale. Il digiuno consiste nel fare un solo pasto al giorno, e nell'astenersi dai cibi vietati. Nei giorni di digiuno la Chiesa permette una leggera refezione alla sera, o pure a mezzogiorno quando l'unico pasto viene differito alla sera. Quelli che non sono obbligati al digiuno non sono affatto esenti dalle mortificazioni, perché niuno è dispensato dall'obbligo generale di far penitenza e perciò devono mortificarsi in altre cose secondo le loro forze.
  9. I comandamenti della legge di Dio sono dieci. Io sono il Signore Iddio tuo: 1. Non avrai altro Dio avanti di me. 2. Non nominare il nome di Dio invano. 3. Ricordati di santificare le feste. 4. Onora il padre e la madre. 5. Non ammazzare. 6. Non fornicare. 7. Non rubare. 8. Non dire falsa testimonianza. 9. Non desiderare la donna d'altri. 10. Non desiderare la roba d'altri. I comandamenti di Dio hanno questo nome perché lo stesso Dio li ha impressi nell'anima di ogni uomo, li ha promulgati sul monte Sinai nell'antica legge, scolpiti sopra due tavole di pietra, e Gesù Cristo li ha confermati nella legge nuova. I comandamenti della prima tavola sono i primi tre, che riguardano direttamente Dio, e i doveri che abbiamo verso di Lui. I comandamenti della seconda tavola sono i sette ultimi, che riguardano il prossimo e i doveri che abbiamo verso di esso. Siamo tutti obbligati ad osservare i comandamenti, perché tutti dobbiamo vivere secondo la volontà di Dio che ci ha creati, e basta trasgredirne gravemente uno solo per meritare l'inferno. Noi possiamo senza dubbio osservare i comandamenti di Dio, perché Iddio non ci comanda alcuna cosa impossibile e dà la grazia di osservarli a chi la domanda come si deve. In ciascun comandamento si deve considerare la parte positiva e la parte negativa; cioè quello che ci viene comandato e quello che ci viene proibito.
  10. Sappiamo che S. Francesco d'Assisi non volle diventare Sacerdote perché si riteneva troppo indegno di così eccelsa vocazione. Venerava i Sacerdoti con tale devozione da considerarli suoi "Signori", poiché in essi vedeva solamente "il Figlio di Dio"; in particolare venerava le mani dei Sacerdoti, che egli baciava sempre in ginocchio con grande devozione; e anzi baciava anche i piedi e le stesse orme dove era passato un Sacerdote. Il S. Curato d'Ars diceva: "Si dà un gran valore agli oggetti che sono stati deposti, a Loreto, nella scodella della Vergine Santa e del Bambino Gesù. Ma le dita del Sacerdote, che hanno toccato la Carne adorabile di Gesù Cristo, che si sono affondate nel calice, dove è stato il suo Sangue, nella pisside dove è stato il suo Corpo, non sono forse più preziose?". "Se io incontrassi - diceva il S. Curato d'Ars - un Sacerdote e un Angelo, saluterei prima il Sacerdote, poi l'Angelo... Se non ci fosse il Sacerdote, a nulla gioverebbe la Passione e la Morte di Gesù... A che servirebbe uno scrigno ricolmo d'oro, quando non vi fosse chi lo apre? Il Sacerdote ha le chiavi dei tesori celesti..." San Francesco di Sales racconta che un pio seminarista vedeva spesso il suo Angelo custode camminare al suo fianco o a un passo avanti. Il giorno dell'ordinazione notò che l'Angelo non gli era più al fianco, ma dietro, alla distanza di qualche passo. Il neo sacerdote si fece indietro per rimettersi al fianco dell'Angelo, ma anche questi indietreggiò. Allora gli domandò: "Mio celeste amico, ti ho forse offeso in qualche cosa?" "No, rispose l'Angelo; fino a oggi io camminavo davanti a te, perché ero più degno. Ma da oggi la tua dignità di sacerdote ti eleva sopra di me. Non ti priverò della mia compagnia, ma non ti precederò più". Quest'altissima dignità del Ministero Sacerdotale comporta anche una responsabilità immensa rispetto ai limiti umani della persona a cui viene affidata, del tutto identici a quelli di ogni altro uomo. "Il Sacerdote - diceva S. Bernardo - per natura è come tutti gli altri uomini, per dignità è superiore a qualsiasi altro uomo della terra, per condotta deve essere emulo degli Angeli". Per questo Padre Pio diceva: "Il Sacerdote o è un santo o è un demonio". O santifica, o rovina. San Giovanni Bosco diceva che "un prete o in paradiso o in inferno non va mai solo: vanno sempre con lui un gran numero di anime, o salvate col suo santo ministero o col suo buon esempio, o perdute con la sua negligenza nell'adempimento dei propri doveri e col suo cattivo esempio". Preghiamo, dunque, molto e costantemente perché il Signore ci doni molti Sacerdoti e li sostenga sempre con la Sua Grazia, perché siano Santi secondo la Sua volontà, a Sua Gloria ed a salvezza delle anime a loro affidate.
  11. E' cosa utilissima pregare i Santi, e deve farsi da ogni cristiano. Dobbiamo pregare particolarmente i nostri Angeli Custodi, S. Giuseppe Patrono della Chiesa, i santi Apostoli, i Santi di cui portiamo il nome, e i Santi Protettori della diocesi e della parrocchia.Tra le preghiere che facciamo a Dio e quelle che facciamo ai Santi passa questa differenza, che Dio lo preghiamo affinché, come autore delle grazie, ci dia i beni e ci liberi dai mali, e i Santi li preghiamo perché, come avvocati presso Dio, intercedano per noi.Quando diciamo che un Santo ha fatto una grazia, intendiamo dire che quel Santo ha ottenuto da Dio quella grazia.
  12. Dopo il Pater, diciamo la salutazione angelica, cioè l'Ave Maria, per mezzo della quale ricorriamo alla santissima Vergine.L'Ave Maria si chiama salutazione angelica perché comincia col saluto che fece a Maria Vergine l'arcangelo Gabriele.Le parole dell'Ave Maria parte sono dell'arcangelo Gabriele, parte di santa Elisabetta e parte della Chiesa.Le parole dell'arcangelo Gabriele sono: "Dio ti salvi, piena di grazia; il Signore è teco"; egli le disse quando andò ad annunciarle da parte di Dio il mistero dell'Incarnazione che in lei doveva operarsi.Nel salutare la santissima Vergine con le parole dell'Arcangelo, noi ci rallegriamo con lei, facendo memoria dei singolari privilegi e doni che Iddio le ha conceduti a preferenza di tutte le altre creature.Le parole di santa Elisabetta sono: "Tu sei benedetta fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno".Santa Elisabetta disse queste parole, ispirata da Dio, quando, tre mesi prima che desse alla luce S. Giovanni Battista, fu visitata dalla santissima Vergine, che già portava nel seno il suo divin Figliuolo.Nel dire le parole di santa Elisabetta ci rallegriamo con Maria santissima della sua eccelsa dignità di Madre di Dio, e benediciamo Dio e lo ringraziamo di averci dato Gesù Cristo per mezzo di Maria.Tutte le altre parole dell'Ave Maria sono state aggiunte dalla Chiesa. Con esse domandiamo la protezione della santissima Vergine nel corso di questa vita, e specialmente nell'ora della nostra morte, nella quale ne avremo maggior bisogno.La santissima Vergine è l'Avvocata più potente appresso Gesù Cristo, epperciò dopo avere detta l'orazione insegnataci da Gesù Cristo, preghiamo la santissima Vergine che ci ottenga le grazie che abbiamo domandate.La santissima Vergine è così potente perché è Madre di Dio, ed è impossibile che non sia da Lui esaudita.Sulla devozione a Maria i Santi c'insegnano che i veri suoi devoti sono da Lei amati e protetti con amore di tenerissima Madre e per mezzo di Lei sono certi di trovare Gesù e di ottenere il paradiso.La devozione che la Chiesa ci raccomanda in modo speciale verso Maria santissima è la recita del santo Rosario.
  13. Quando nel 1933 il Movimento Ecumenico cominciò ad affermarsi, San Massimiliano Maria Kolbe lo identificò, secondo la sua vera deleteria natura, come il nemico della Beata Vergine Maria, un male da combattere e da sconfiggere. Il Santo francescano affidò, infatti, ai suoi Cavalieri dell'Immacolata il compito essenziale di convertire tutto il mondo alla Chiesa Cattolica. Egli diceva:«Soltanto quando tutti gli scismatici e i protestanti professeranno il Credo cattolico con convinzione e quando tutti gli ebrei chiederanno volontariamente il Santo Battesimo, solamente allora l’Immacolata avrà raggiunto i suoi obiettivi…In altre parole -insisteva- non c'è peggior nemico dell'Immacolata e della sua Milizia che l'ecumenismo attuale, contro il quale ogni Cavaliere non solo deve combattere, ma anche fare opera di neutralizzazione attraverso un'azione diametralmente opposta che in ultima battuta lo annienti.Noi dobbiamo realizzare il più rapidamente possibile l'obiettivo della Milizia Immacolata, cioè conquistare all'Immacolata, ed attraverso lei al Sacratissimo Cuore di Gesù, il mondo intero ed ogni singola anima che vive oggi o che vivrà domani, fino alla fine del mondo».Padre Edward Hanahoe, grande teologo degli anni '50, spiegava i frutti gravemente dannosi dell'ecumenismo: «perpetuare lo status di separazione, di tenere le persone fuori dalla Chiesa Cattolica piuttosto che farvele confluire».Questa descrizione corrisponde perfettamente all'ecumenismo attualmente in auge. Quelli che lo promuovono non ricordano mai ai non cattolici la necessità di convertirsi alla Chiesa Cattolica per salvarsi.Il vero principio di conversione dei non-cattolici ora è rimpiazzato col nuovo principio di «convergenza coi non-cattolici». Ne consegue che, come ha messo in guardia padre Hanahoe, il nuovo ecumenismo accetta la continuazione della separazione di coloro che sono fuori dalla Chiesa, anzichè riportarli dentro di essa.Questo è un modello distorto di unità, contrario alla dottrina infallibile e sicuramente definita, per la quale al di fuori della Chiesa Cattolica Apostolica Romana non esistono vie di salvezza.
  14. Chiediamo a Dio che ci liberi dai mali passati, presenti e futuri, e specialmente dal sommo male che è il peccato e dall'eterna dannazione, che ne è la pena.Diciamo: "liberaci dal male" e non "dai mali", perché non dobbiamo desiderare di andare esenti da tutti i mali di questa vita, ma solamente da quelli che non sono espedienti all'anima nostra, e perciò domandiamo la liberazione dal male in genere, cioè da tutto ciò che Dio vede essere per noi male.E' lecito domandare la liberazione da qualche male in particolare, ma sempre rimettendoci alla volontà di Dio, il quale può anche ordinare quella tribolazione a vantaggio dell'anima nostra.Le tribolazioni ci giovano per fare penitenza delle nostre colpe, per esercitare le virtù, e soprattutto per imitare Gesù Cristo nostro capo, al quale è giusto che ci conformiamo nei patimenti, se vogliamo aver parte nella sua gloria.Amen vuol dire: così sia, così desidero, così prego il Signore e così spero.Per ottenere le grazie domandate nel Padre nostro, bisogna recitarlo senza fretta, con attenzione e accompagnarlo col cuore.Il Pater bisogna dirlo ogni giorno, perché abbiamo bisogno ogni giorno dell'aiuto di Dio.
  15. Chiediamo a Dio che ci liberi dalle tentazioni, o non permettendo che siamo tentati, o dandoci grazia di non essere vinti. Le tentazioni sono un incitamento al peccato che ci viene dal demonio, o dai cattivi, o dalle nostre passioni. Non è certamente peccato avere tentazioni, ma è peccato acconsentirvi o esporsi volontariamente al pericolo d'acconsentirvi. Iddio permette che siamo tentati per provare la nostra fedeltà, per far aumentare le nostre virtù e per accrescere i nostri meriti. Per evitare le tentazioni dobbiamo fuggire le occasioni pericolose, custodire i nostri sensi, ricevere spesso i santi sacramenti e far uso della preghiera.
  16. Chiediamo a Dio che ci perdoni i nostri peccati, come noi perdoniamo ai nostri offensori. I nostri peccati si chiamano debiti perché per essi dobbiamo soddisfare alla divina giustizia o in questa vita o nell'altra. Quelli che non perdonano al prossimo non hanno nessuna ragione di sperare che Dio loro perdoni, tanto più che si condannano da se stessi, dicendo a Dio che perdoni loro come essi perdonano al prossimo.
  17. Chiediamo a Dio ciò che ci è necessario in ciascun giorno per l'anima e il corpo. Per l'anima domandiamo a Dio il sostentamento della vita spirituale: cioè preghiamo il Signore che ci doni la sua grazia, di cui abbiamo continuamente bisogno. La vita dell'anima di nutrisce specialmente col cibo della divina parola e col Santissimo Sacramento dell'altare. Per il nostro corpo domandiamo ciò che è necessario al sostentamento della vita temporale. Diciamo "dacci oggi il nostro pane", e non piuttosto "dacci oggi il pane", per escludere ogni desiderio della roba d'altri; perciò preghiamo il Signore che ci aiuti nei guadagni giusti e leciti, affinché ci procuriamo il vitto con le nostre fatiche, senza furti ed inganni. Diciamo "dacci" invece di "dammi", per rammentarci che, siccome le sostanze ci vengono da Dio, così se Egli ce ne dà in abbondanza, lo fa a questo fine che ne dispensiamo il superfluo ai poveri. Aggiungiamo "quotidiano", perché dobbiamo desiderare quello che ci è necessario alla vita, e non l'abbondanza dei cibi e dei beni della terra. La parola "oggi" significa che non dobbiamo essere troppo solleciti dell'avvenire, ma domandare quello che ci è necessario al presente.
  18. Santa Bernadette Soubirous, la beata veggente di Lourdes, lasciò questa vita a soli 35 anni, per un grave e dolorosissimo cancro alle ossa. Verso la fine del suo cammino terreno, trovandosi all'estremo della sua sofferenza, recitava un numero sempre maggiore di Rosari, giorno e notte. In particolare raccomandava, in particolare, ad una sua consorella: "Alla sera, quando andate a dormire, prendete la corona e addormentatevi recitandola. Farete come quei bambini che si addormentano chiamando: mamma! mamma!"
  19. Nella terza domanda chiediamo la grazia di fare ogni cosa secondo la volontà di Dio con ubbidire ai suoi santi comandamenti così prontamente, come gli Angeli e i Santi gli ubbidiscono in cielo.Chiediamo, inoltre, la grazia di corrispondere alle divine ispirazioni e di vivere rassegnati alla volontà di Dio quando Egli ci manda delle tribolazioni.E' necessario eseguire la volontà di Dio quanto è necessario il conseguire l'eterna salute, perché Gesù Cristo ha detto che entrerà nel regno dei cieli soltanto chi avrà fatto la volontà del Padre suo.Noi possiamo conoscere la volontà di Dio specialmente per la Sacra Scrittura, la Tradizione Apostolica, il Magistero della Chiesa Cattolica, il Catechismo. Possiamo anche conoscere questa santissima volontà dalle divine ispirazioni e dalle stesse circostanze nelle quali il Signore ci ha posti.Nelle cose sia prospere che avverse della vita presente dobbiamo sempre riconoscere anche la volontà di Dio, il quale tutto dispone o permette per il nostro bene.
  20. Per REGNO DI DIO intendiamo un triplice regno spirituale; il regno di Dio in noi, ossia il regno della grazia; il regno di Dio in terra, cioè la santa Chiesa Cattolica; e il regno di Dio nei cieli, ovvero il Paradiso. In ordine alla grazia noi chiediamo che Dio regni in noi con la sua grazia santificante per la quale Egli si compiace di risiedere in noi come re nella sua reggia; e di tenerci uniti a Lui con le virtù della fede, della speranza e della carità per le quali regna sul nostro intelletto, sul nostro cuore, e sulla nostra volontà. In ordine alla Chiesa chiediamo che questa sempre più si dilati e si propaghi per tutto il mondo a salvezza degli uomini. In ordine alla gloria noi chiediamo di potere un giorno essere ammessi nel santo paradiso, per il quale fummo creati, dove saremo pienamente felici.
  21. Nella prima domanda: "Sia santificato il nome tuo" noi chiediamo che Dio sia conosciuto, amato, onorato e servito da tutto il mondo e da noi in particolare. Noi intendiamo di chiedere che gli infedeli giungano alla cognizione del vero Dio, gli eretici riconoscano i loro errori, gli scismatici ritornino all'unità della Chiesa Cattolica, che i peccatori si ravvedano e che i giusti siano perseveranti nel bene. Prima d'ogni altra cosa domandiamo che sia santificato il nome di Dio, perché la gloria di Dio ci deve stare più a cuore che tutti i nostri beni e vantaggi. Noi possiamo procurare la gloria di Dio con la preghiera, col buon esempio, e con l'indirizzare a Lui tutti i pensieri, gli affetti e le opere nostre.
  22. L'orazione vocale più eccellente è quella che Gesù Cristo medesimo ci ha insegnato, cioè il Padre Nostro. E' la più eccellente perché l'ha composta e ce l'ha insegnata Gesù Cristo medesimo; perché contiene chiaramente in poche parole tutto quello che possiamo sperare da Dio ed è la regola ed il modello di tutte le altre orazioni. Il Padre nostro è anche la più efficace, perché è la più accetta a Dio, facendo noi orazione con le stesse parole che ci ha dettate il suo divin Figliuolo. Il Padre nostro si chiama orazione domenicale, che vuol dire preghiera del Signore, appunto perché ce l'ha insegnata Gesù Cristo di propria bocca. Nel principio dell'orazione domenicale chiamiamo Dio nostro Padre per risvegliare la nostra fiducia nella sua infinita bontà, essendo noi suoi figliuoli. Noi siamo figliuoli di Dio: 1. Perché Egli ci ha creato a immagine sua e ci conserva e governa colla sua provvidenza; 2. Perché ci ha, per ispeciale benevolenza, adottati nel Battesimo come fratelli di Gesù Cristo e coeredi insieme con Lui dell'eterna gloria. Chiamiamo Dio Padre nostro e non Padre mio, perché tutti siamo suoi figliuoli e però dobbiamo riguardarci ed amarci tutti come fratelli, e pregare gli uni per gli altri. Dio è in ogni luogo; ma diciamo: Padre nostro, che sei ne' cieli, per sollevare i nostri cuori al cielo, dove Dio si manifesta nella gloria a' suoi figliuoli.
  23. San Gerardo Maiella (1726-1755) nacque da un'umile famiglia di Muro Lucano. Fin da ragazzino aveva ardentemente desiderato entrare nell'Ordine dei Redentoristi, ma ebbe molte difficoltà, perché non disponeva di dote. Quando infine ce la fece la sua gioia fu immensa. Accadde, però, dopo qualche tempo, che si trovò a dover affrontare la più grande prova della sua vita. Una certa Nerea Caggiano lo calunniò presso i suoi (di San Gerardo) superiori, accusandolo di avere una morbosa relazione lussuriosa con una certa Nicoletta Cappucci. Lo stesso Sant'Alfonso Maria de' Liguori, fondatore della congregazione, lo convocò per dargli modo di difendersi, ma egli rimase in silenzio.Venne, dunque, pesantemente punito con l'interdizione dell'abito religioso (per il quale tanto aveva faticato) e della Comunione.Alla fine la calunnia fu ritrattata e sant'Alfonso gli domandò il motivo per cui non si fosse discolpato. San Gerardo rispose limpidamente: “Come avrei potuto farlo se la regola proibisce di scusarsi e vuole che si soffra in silenzio qualunque mortificazione?”
  24. La vera unità dei cristiani si può realizzare solo nella fedeltà alla Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, unica autentica e legittima Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo. Si trovano fuori della vera Chiesa, e quindi dalla comunione dei santi: gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati. Gl'infedeli sono quelli che non hanno il Battesimo e non credono in Gesù Cristo; sia perché credono e adorano false divinità, come gl'idolatri; sia perché, pure ammettendo l'unico vero Dio, non credono in Cristo Messia; né come venuto nella persona di Gesù Cristo, né come venturo, tali sono i maomettani (i mussulmani) ed altri somiglianti. Gli ebrei sono quelli che professano la legge di Mosè; non hanno ricevuto il Battesimo e non credono in Gesù Cristo. Gli eretici sono i battezzati che ricusano con pertinacia di credere qualche verità rivelata da Dio e insegnata come di fede dalla Chiesa Cattolica, per esempio gli ariani, i nestoriani, e le varie sette dei protestanti. Gli apostati sono coloro che abiurano, ossia rinnegano con atto esterno la fede cattolica, che prima professavano. Gli scismatici sono i cristiani che, non negando esplicitamente alcun dogma, si separano volontariamente dalla Chiesa di Gesù Cristo, ossia dai legittimi pastori. Gli scomunicati sono quelli che per mancanze gravissime vengono colpiti di scomunica dal Papa, o dal Vescovo, e sono quindi, siccome indegni, separati dal corpo della Chiesa, la quale aspetta e desidera la loro conversione. La scomunica si deve temere grandemente, perché è la pena più grave e più terribile che la Chiesa possa infliggere a' suoi figli ribelli ed ostinati. Gli scomunicati rimangono privi delle preghiere pubbliche, dei sacramenti, delle indulgenze e della sepoltura ecclesiastica. Sempre grande è il desiderio che l'unità dei cristiani cresca e si rafforzi sempre di più fino alla fine dei secoli. Gesù stesso ha pregato nell'ora della sua passione e non cessa di pregare il Padre per l'unità dei suoi discepoli: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). E', dunque, fondamentale che tutti i fedeli cattolici si adoperino per portare giovamento agli scomunicati ed a tutti gli altri che sono fuori dalla vera Chiesa, con salutari avvisi, colle orazioni e colle buone opere, supplicando Iddio che, per sua misericordia, conceda loro la grazia di convertirsi alla fede, di entrare, o rientrare nella Sua Chiesa, nella comunione dei Santi. Bisogna pregare sempre per l'autentica unità dei cristiani.
  25. Catechesi mensile sul Credo e le verità in cui credere, che don Nicola Bux ha tenuto nella Chiesa di San Giuseppe in Bari, Utilizzando come testo guida il "Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica". Per poter seguire meglio la catechesi, ci si può avvalere del Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica http://www.vatican.va/archive/compend... dal n. 79 al n. 84 CAPITOLO SECONDO CREDO IN GESÙ CRISTO, IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO - 79. Qual è la Buona Novella per l'uomo? 422-424 È l'annunzio di Gesù Cristo, «il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), morto e risorto. AI tempo del re Erode e dell'imperatore Cesare Augusto, Dio ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza mandando «suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4-5). - 80. Come si diffonde questa Buona Novella? 425-429 Fin dall'inizio i primi discepoli hanno avuto l'ardente desiderio di annunziare Gesù Cristo, allo scopo di condurre tutti alla fede in lui. Anche oggi, dall'amorosa conoscenza di Cristo nasce il desiderio di evangelizzare e catechizzare, cioè svelare nella sua persona l'intero disegno di Dio e mettere l'umanità in comunione con lui. « E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE » - 81. Che cosa significa il nome «Gesù»? 430-435 452 Dato dall'Angelo al momento dell'Annunciazione, il nome «Gesù» significa «Dio salva». Esso esprime la sua identità e la sua missione, «perché è lui che salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Pietro afferma che «non vi è sotto il cielo altro Nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). - 82. Perché Gesù è chiamato «Cristo »? 436-440 453 «Cristo» in greco, «Messia» in ebraico, significa «unto». Gesù è il Cristo perché è consacrato da Dio, unto dello Spirito Santo per la missione redentrice. È il Messia atteso da Israele, mandato nel mondo dal Padre. Gesù ha accettato il titolo di Messia precisandone tuttavia il senso: «Disceso dal cielo» (Gv 3,13), crocifisso e poi risuscitato, egli è il Servo Sofferente «che dà la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Dal nome Cristo è venuto a noi il nome di cristiani. - 83. In che senso Gesù è il «Figlio Unigenito di Dio»? 441-445 454 Egli lo è in senso unico e perfetto. Al momento del Battesimo e della Trasfigurazione, la voce del Padre designa Gesù come suo «Figlio prediletto». Presentando se stesso come il Figlio che «conosce il Padre» (Mt 11,27), Gesù afferma la sua relazione unica ed eterna con Dio suo Padre. Egli è «il Figlio Unigenito (1Gv 4,9)» di Dio, la seconda Persona della Trinità. È il centro della predicazione apostolica: gli Apostoli hanno visto «la sua gloria, come di Unigenito dal Padre» (Gv 1,14). - 84. Che cosa significa il titolo «Signore»? 446-451 455 Nella Bibbia, questo titolo designa abitualmente Dio Sovrano. Gesù lo attribuisce a se stesso e rivela la sua sovranità divina mediante il suo potere sulla natura, sui demoni, sul peccato e sulla morte, soprattutto con la sua Risurrezione. Le prime confessioni cristiane proclamano che la potenza, l'onore e la gloria dovuti a Dio Padre sono propri anche di Gesù: Dio «gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). Egli è il Signore del mondo e della storia, il solo a cui l'uomo debba sottomettere interamente la propria libertà personale.
  26. L'orazione è un'elevazione della mente a Dio per adorarlo, per ringraziarlo e per domandargli quello che ci abbisogna. L'orazione mentale si fa con la sola mente; quella vocale con le parole accompagnate dall'attenzione della mente e dalla divozione del cuore. L'orazione privata è quella che ciascuno fa in particolare, per sé o per altri; quella pubblica è fatta dai sacri ministri, a nome della Chiesa, per la salvezza del popolo fedele, o anche fatta in comune e pubblicamente dai fedeli, come nelle processioni, e nei pellegrinaggi. La speranza di ottenere da Dio le grazie, di cui abbiamo bisogno, è fondata nelle promesse di Dio onnipotente, misericordioso e fedelissimo, e nei meriti di Gesù Cristo. Dobbiamo domandare a Dio le grazie di cui abbiamo bisogno, in nome di Gesù Cristo, come Egli medesimo ci ha insegnato e come pratica la Chiesa la quale termina sempre le sue preghiere con queste parole: "per Dominum nostrum Jesum Christum", cioè: per il nostro Signore Gesù Cristo. Dobbiamo farlo, perché essendo Egli il nostro mediatore, solo per mezzo di Lui possiamo avvicinarci al trono di Dio. Spesso le nostre preghiere non sono esaudite, o perché non domandiamo cose che non convengono alla nostra eterna salute, o perché non preghiamo come si deve. Dobbiamo principalmente domandare a Dio la sua gloria, la nostra eterna salute e i mezzi per conseguirla. E' lecito domandare anche beni temporali, con la condizione che siano conformi alla sua santissima volontà e non siano d'impedimento alla nostra eterna salute. Dio sa già tutto ciò che ci necessita, ma pure vuole che noi lo preghiamo, per riconoscerlo come datore d'ogni bene, per attestargli la nostra umile sottomissione e per meritarci i suoi favori. Per rendere efficaci le nostre preghiere dobbiamo essere in stato di grazia, o non essendovi, almeno desiderare di rimettervisi al più presto. Occorrono, inoltre, raccoglimento, umiltà, fiducia, perseveranza e rassegnazione. - Raccoglimento vuol dire pregare con rispetto e divozione, evitando il più possibile distrazioni, pensando che siamo in presenza di Dio che ci vede e ci ascolta. - Umiltà vuol dire riconoscere sinceramente la propria indegnità, impotenza e miseria, accompagnando la preghiera con la compostezza del corpo. - Fiducia vuol dire che dobbiamo avere ferma speranza di essere esauditi, se da ciò deriva la gloria di Dio ed il nostro vero bene. - Perseveranza vuol dire non stancarci di pregare, se Iddio subito non ci esaudisce, ma seguitare anzi a pregare con più fervore. - Rassegnazione vuol dire conformarci al volere di Dio, che conosce meglio di noi ciò che è necessario alla nostra eterna salvezza, anche se le nostre preghiere non fossero esaudite. Dio esaudisce sempre le orazioni ben fatte, ma nel modo che Egli sa essere più utile alla nostra eterna salvezza, e non sempre secondo la nostra volontà o preferenza. L'orazione ci fa riconoscere la nostra dipendenza da Dio supremo Signore in tutte le cose, ci fa pensare alle cose celesti, ci fa progredire nella virtù, ci ottiene da Dio misericordia, ci fortifica contro le tentazioni, ci conforta nelle tribolazioni, ci aiuta nei nostri bisogni, e ci ottiene la grazia della perseveranza finale. Noi dobbiamo pregare specialmente nei pericoli, nelle tentazioni e in punto di morte; inoltre dobbiamo pregare frequentemente. Dobbiamo pregare per tutti: per noi stessi, per i nostri parenti, superiori, benefattori, amici e nemici; per la conversione dei poveri peccatori, di quelli che sono fuori della vera Chiesa, e per le anime sante del purgatorio.
  27. "Il disprezzo dei comandamenti di Dio significa empietà e l’empietà conduce alla dannazione eterna di molte anime. Nel suo messaggio in Fatima la Madre di Dio ha indicato i peccati contro la castità e il disprezzo per la santità del matrimonio come la causa più frequente della dannazione eterna delle anime. La Vergine Maria diceva a Santa Giacinta che “i peccati che portano più anime all’inferno sono i peccati della carne e che saranno introdotte certe mode che molto offenderanno Nostro Signore. Quelli che servono Dio non dovrebbero seguire queste mode. La Chiesa non ha mode: Nostro Signore è sempre lo stesso”.Il carattere profetico delle parole della Madonna si è reso talmente evidente ai nostri giorni dal momento che persino nella vita di alcune chiese particolari i peccati della carne e le unioni adulterine sono nella pratica approvati per mezzo della cosiddetta “pastorale” dell’ammissione alla santa Comunione di quelle persone divorziate che intenzionalmente continuano ad avere rapporti sessuali con una persona che non è il loro legittimo coniuge. La Beata Vergine Maria disse a Santa Giacinta: “Se gli uomini sapessero ciò che è l’eternità, farebbero di tutto per cambiare la loro vita. Gli uomini si perdono, perché non pensano alla morte di Gesù e non fanno penitenza”.La Madonna ha poi detto ai bambini: “Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato”.Suor Lucia continua a raccontare poi: “Giacinta continuava seduta sul suo sasso, pensierosa, e domandò: – Quella Signora disse pure che vanno molte anime all’inferno! L’inferno non finisce mai. E neanche il paradiso. Chi va in paradiso non esce più di là. E neppure chi va all’inferno. Non capisci che sono eterni, che non finiscono mai? Facemmo, allora, per la prima volta, la meditazione sull’inferno e sull’eternità. Quel che impressionò di più Giacinta, fu l’eternità” (Suor Lucia, Memorie, 45-46). Giacinta, poco prima che morisse ha detto: “Se gli uomini sapessero ciò che è l’eternità, farebbero tutto il possibile per cambiare la loro vita. Mortificazione e sacrifici piacciono molto al nostro Divino Signore.”“La visione dell’inferno le aveva causato tanto orrore, che tutte le penitenze e mortificazioni le sembravano un nulla, per riuscire a liberare di là alcune anime.” Giacinta con frequenza si sedeva per terra o su qualche masso e, pensierosa, cominciava a dire: “L’inferno! L’inferno! Come mi fanno pena le anime che vanno all’inferno!” Rivolgendosi a me e a Francesco diceva: “Francesco! Francesco! Non stai a pregare con me? Bisogna pregare molto per liberare le anime dall’inferno. Tante vanno laggiù, tante!”. Altre volte domandava: «Ma come mai la Madonna non fa vedere l’inferno ai peccatori? Se loro lo vedessero, non peccherebbero più per non andarci. Di’ un po’ a quella Signora che faccia vedere l’inferno a tutta quella gente (si riferiva a quelli che si trovavano a Cova da Iria, al momento dell’apparizione). Vedrai come si convertono”. Qualche volta domandava pure: – Ma che peccati saranno quelli che questa gente fa per andare all’inferno? – Non saprei. Forse il peccato di non andare a messa la domenica, di rubare, di dire parolacce, di augurare il male, di giurare… Come mi fanno pena i peccatori! Se potessi fargli vedere l’inferno! Improvvisamente a volte si stringeva a me e diceva: – Io vado in cielo, ma tu rimani quaggiù. Se la Madonna ti lascia, di’ a tutti com’è l’inferno, perché non facciano più peccati e non vadano più laggiù. Altre volte, dopo essere stata un po’ a pensare, diceva: – Tanta gente che va all’inferno! Tanta gente all’inferno! – Non aver paura, tu vai in cielo! – le dicevo per tranquillizzarla. – Io, sì, ci vado – diceva con calma – ma io vorrei che tutta quella gente ci andassero anche loro.” Dobbiamo lasciarci commuovere e ispirare dall’esempio dei bambini di Fatima per crescere nello spirito d’espiazione e di riparazione per i peccati. I bambini soffrivano sete, però non c’era nemmeno una goccia d’acqua vicino a quel luogo. Invece di lamentarsi Giacinta di sette anni sembrava essere felice. “Come è buono” diceva lei. “Ho sete, ma offro tutto per la conversione dei peccatori.” Lucia, la più grande dei tre bambini, si sentiva responsabile di prendersi cura dei suoi cugini, e così andò ad una casa vicina per chiedere un po’ d’acqua. Suor Lucia racconta: “Diedi la brocca d’acqua a Francesco, e gli dissi che bevesse. “Non voglio bere”, rispose il ragazzo di nove anni; “Voglio soffrire per i peccatori.” – “Bevi tu, Giacinta”. – “Anch’io voglio offrire un sacrificio per i peccatori”. Versai, allora, l’acqua nella fossetta di una roccia, per farla bere alle pecore, e andai a restituire la brocca alla padrona. Il caldo diventava sempre più intenso. Le cicale e i grilli univano il loro canto a quello delle rane del pantano vicino e facevano uno schiamazzo insopportabile. Giacinta, indebolita dalla fiacchezza e dalla sete, mi disse, con quella semplicità che le era naturale: – Dì ai grilli e alle rane che stiano zitti! Mi fa tanto male la testa! Allora, Francesco le chiese: – Non vuoi soffrire questo per i peccatori? La povera bambina, stringendo la testa fra le manine, rispose: – Sì, lo voglio, lasciali cantare”. Commentando l’esempio di Francesco e di Giacinta Suor Lucia diceva: “Molte persone, pensando che la parola penitenza implichi grandi austerità, e sentendo che non hanno la forza per grandi sacrifici, diventano scoraggiati e continuano una vita di tiepidezza e di peccato.” Suor Lucia racconta ciò che Nostro Signore le ha spiegato: “Il sacrificio richiesto di ogni persona consiste nell’adempimento dei propri obblighi di vita e nell’osservanza della Mia legge. Questa è la penitenza che Io adesso cerco e chiedo.”"
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