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  2. "Alfonso, re di Leon e di Galizia, desiderando che tutti i suoi familiari ed il popolo onorassero la Madre di Dio per mezzo della recita del santo Rosario, decise di dare per primo l’esempio. Per attirare l’attenzione dei sudditi, volle attaccarsi alla cinta un grosso Rosario in modo che gli pendesse dal fianco e tutti lo potessero vedere, ma la sua devozione alla Mamma del Cielo era solo apparente perché questo re, pur portando con sé tutti i giorni la grande Corona, non recitava il Rosario. Il nemico delle anime, il diavolo, era contento che il re sembrasse devoto della Madonna ma senza esserlo davvero perché con questo inganno sperava di portarselo all’inferno. Il popolo che non conosceva la negligenza del re, pensava che amasse veramente la Vergine Santa, quindi, obbedendo al suo ordine si obbligò a recitare con fervore quotidiano il santo Rosario. Passò molto tempo ed un bel giorno il re si ammalò gravemente … Si sentiva così male che tutti lo credevano morto! Mentre era in questo stato, per una straordinaria grazia concessagli da Dio, fu rapito nello spirito e portato al tribunale di Gesù Cristo. Vide i diavoli che l’accusavano di tutti i crimini che aveva commesso, e il Giudice divino che era sul punto di condannarlo! Il povero re era disperato, perché, con gli occhi dell’anima, vedeva l’inferno aperto e pronto a riceverlo … e non poteva in alcun modo ormai riparare al male che aveva fatto. Quando all’improvviso … Oh! Meraviglia! Apparve la Santissima Vergine che, come la più tenera delle madri si rivolgeva a Gesù per intercedere misericordia. La Mamma celeste si fece portare dagli Angeli una bilancia. Tutti i peccati del re furono messi su un piatto e Lei, con le Sue mani immacolate, mise sull’altro piatto il grosso Rosario che egli aveva portato in Suo onore, insieme a tutti i Rosari che aveva fatto recitare al popolo. E cosa vide allora il re?… Con suo grande stupore si rese conto che il peso dei Rosari faceva scendere la bilancia in suo favore! Non credeva ai suoi occhi! Eppure succedeva proprio così! La Vergine Santa lo guardava con sguardo di misericordia mentre gli diceva: “Ho ottenuto da mio Figlio, per ricompensa del piccolo servizio che mi hai reso portando il Rosario, il prolungamento della tua vita per qualche anno. Impegna bene il tempo che ti rimane e fai penitenza”. Il re, riavutosi da questo rapimento, gridò: “O beato Rosario della Santa Vergine, per mezzo del quale sono stato liberato dalla dannazione eterna!”. Appena ebbe ricuperata la salute, si mise a fare penitenza; non lasciò mai più la recita quotidiana del santo Rosario e, giunto ormai alla fine della vita, morì santamente protetto dall’assistenza della Mamma Celeste."
  3. DOMANDA La preghiera Eucaristica dobbiamo considerarla tutta consacratoria. RISPOSTA: Una prima osservazione: se tutta l’anafora è consacratoria, allora niente è consacratorio di quella preghiera; bisognerebbe infatti, spiegare perché mai gli studiosi l’abbiano distinta in più parti(prefazio, epiclesi, anamnesi, intercessioni, ecc). Del resto, nel pensiero dei padri l’epiclesi allo Spirito è operante ed efficace per le parole di Cristo. Alcune testimonianze: Giovanni Crisostomo: “Non è l’uomo a far sì che le offerte divengano il corpo e il sangue di Cristo, ma Cristo stesso, crocifisso per noi. Il prete è lì a rappresentarlo e pronuncia le parole, ma la potenza e la grazia sono di Dio. Questo è il mio corpo, egli dice. Questa parola trasforma le offerte”[1]. Tommaso d’Aquino ha portato il suo contributo decisivo: “ …la conversione (eucaristica) di cui parliamo è istantanea. Primo, perché la sostanza del corpo di Cristo, alla quale termina questa conversione, non ammette un più e un meno. Secondo, perché in questa conversione non c’è un soggetto da preparare gradualmente. Terzo, perché viene compiuta dall’infinita virtù di Dio.(…) Perciò si deve rispondere che questa conversione avviene, come si è detto, per le parole di Cristo proferite dal sacerdote, in modo che l’ultimo istante della dizione di quelle parole è il primo istante della presenza del corpo di Cristo nel sacramento, mentre in tutto il tempo precedente c’era la sostanza del pane”[2]. Dunque, il concilio Tridentino non ha dovuto fare altro che registrare un dato: “Nella Chiesa di Dio c’è stata sempre la fede che subito dopo la consacrazione c’è il vero corpo di N.S.G.Cristo e il suo vero sangue sotto la specie del pane e del vino insieme alla sua anima e divinità. Ma il corpo sotto la specie del pane, il sangue sotto la specie del vino in forza delle parole,ecc”[3]. Si obietta da parte di alcuni liturgisti che Tommaso e il concilio di Trento non erano sensibili alla vita liturgica e alla lex orandi e perciò avrebbero avallato una concezione statica dell’eucaristia, mentre attribuendo valore consacratorio all’epiclesi ne riceverebbe impulso quella dinamica. A parte un certo sapore calvinista di tale proprietà attribuita all’eucaristia, si dovrebbe osservare che, nell’economia biblica come in quella liturgica, lo Spirito viene invocato ed effuso prima perché deve condurre a Cristo, proprio come nell’iniziazione sacramentale: dal battesimo alla confermazione e all’eucaristia. In ogni caso, che lo Spirito s’invochi prima o dopo, o prima e dopo, di certo conduce a Cristo e non da un’altra parte e opera una cum Patre et Filio. Osserva sant’Ambrogio: “…che dire della benedizione fatta da Dio stesso dove agiscono le parole medesime del Signore e Salvatore? Giacché questo sacramento che tu ricevi si compie con la parola di Cristo…La parola di Cristo, dunque, che ha potuto creare dal nulla quello che non esisteva, non può cambiare le cose che sono in ciò che non erano? Infatti non è meno difficile dare alle cose un’esistenza che cambiarle in altre… Lo stesso Signore Gesù proclama: ‘Questo è il mio corpo’. Prima della benedizione delle parole celesti la parola indica un particolare elemento. Dopo la consacrazione ormai designa il corpo e il sangue di Cristo. Egli stesso lo chiama suo sangue. Prima della consacrazione lo si chiama con un altro nome. Dopo la consacrazione è detto sangue. E tu dici:”Amen”, cioè, “E’ così””[4]. Si comprende la crescente consapevolezza ecclesiale, culminata nelle definizioni dei concili di Firenze e di Trento, che le parole della consacrazione siano costitutive del gesto eucaristico e necessarie per la fede cattolica[5]. Inoltre, l’elevazione delle specie consacrate, nata dalla pietà medievale, è il segnale che il mistero si è compiuto nella transustanziazione e costituisce anche l’invito all’adorazione. Analogamente le rubriche della liturgia bizantina prescrivono che il sacerdote reciti le parole a capo chino, alzando in modo epicletico e reverente la destra sul pane e dopo segnando con la croce il calice, prima di pronunciare le parole [6]. Se l’invocazione dello Spirito è operante ed efficace, secondo i padri suddetti, con le parole dell’istituzione, non è sostenibile la valenza consacratoria dell’epiclesi. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che “Nel racconto dell’istituzione l’efficacia delle parole e dell’azione di Cristo, e la potenza dello Spirito Santo, rendono sacramentalmente presenti sotto le specie del pane e del vino il suo Corpo e il suo sangue, il suo sacrificio offerto sulla croce una volta per tutte”(1353); inoltre, che “la presenza eucaristica di Cristo ha inizio al momento della consacrazione e continua finché sussistono le specie eucaristiche” (1377). Quindi, si conosce il momento preciso: dopo le parole di Cristo comincia la presenza e quindi l’adorazione. Non è un limite legato alla nozione di tempo fisico: è l’istante di Dio che è diventato tempo sacramentale, da quando egli, l’eterno, è entrato nel tempo fisico e vi si è sottomesso. I teologi contemporanei non ci hanno resi sensibili all’hic et nunc della liturgia? Perché scandalizzarsi allora del momento preciso? Il cristianesimo non è l’evento di un dio mitico senza tempo. Questo noi crediamo e insegniamo. Resta il confine additato da Paolo VI: “Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obbiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il corpo e il sangue adorabili del Signore Gesù ad essere realmente presenti dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino”. (Solenne professione di fede, 30 giugno 1968,25: AAS 60(1968), 442-443). [1] De proditione Iudae, Homilia I,PG 49, col 380, in particolare 389-390. [2] Summa Theologiae, III pars, q.75,a.7: ed.Salani,1971, vol XXVIII,p 109-112. [3] Acta Concili Tridentini, Sessione XIII, cap.3:Denzinger, 1640. [4] De mysteriis,52.54; SCh 25 bis, 188. [5] Concilio di Firenze, Decretum pro Armenis;DS 1321; Concilio di Trento, Doctrina de ss.Missae Sacrificio; DS 1740-1: che sottolinea : <uti semper catholica Ecclesia intellexit et docuit> (cap 1). [6] Cfr lo studio classico di M.Gordillo, L’epiclesi eucaristica.Controversie con l’Oriente bizantino-slavo, in A.Piolanti(a cura di),Eucaristia. Il mistero dell’altare nel pensiero e nella vita della Chiesa, Roma 1957.
  4. 11 –Il fiore che racconta qui la sua storia si rallegra perché farà conoscere le premure tutte gratuite di Gesù; non ha niente lui –e lo sa bene –che possa attrarre lo sguardo di Dio, ed anche sa che la sola misericordia divina ha fatto tutto il buono esistente in lui. L'ha fatto nascere in una terra santa, e quasi permeata da un profumo verginale. L'ha fatto precedere da otto gigli sfolgoranti di candore. Nel suo amore, ha voluto preservare il fiore umile dal soffio velenoso del mondo; stavano appena per aprirsi i petali, e il Salvatore l'ha trapiantato sulla montagna del Carmelo, ove già olezzavano due gigli: proprio quei due che l'avevano avvolto e cullato dolcemente al suo primo germogliare… Sette anni sono trascorsi da quando il fiore si è radicato nel giardino dello Sposo dei vergini, ed ora vicine a lui ondulano tre corolle fragranti; non lontano, un'altra si apre allo sguardo di Gesù, ed i due steli benedetti che le hanno prodotte sono riuniti per sempre nella Patria divina. Là hanno ritrovato i quattro gigli che la terra non ha visti fiorire. Oh, che Gesù voglia non lasciare a lungo sulla riva straniera coloro che sono rimaste nell'esilio: che ben presto tutto il cespo bianco sia completo nel Cielo!12 –Madre mia, ho riassunto in poche parole ciò che il Signore ha fatto per me, ora mi addentrerò nella mia vita di bimba; so che là, dove chiunque altro non vedrebbe se non una tiritera noiosa, il suo cuore di mamma troverà un fascino. E poi, i ricordi che evocherò sono anche i suoi, perché l'infanzia mia è trascorsa vicina a lei, ed io ho la fortuna d'appartenere ai genitori ineguagliabili i quali ci hanno avviluppate delle stesse premure e di uguale tenerezza. Benedicano essi la minima delle loro figlie e l'aiutino a cantare le misericordie di Dio!13 –Nella storia dell'anima mia fino a quando sono entrata nel Carmelo, distinguo nettamente tre periodi: il primo, nonostante la brevità, non è il meno fecondo di ricordi: dall'iniziale destarsi della mia mente al transito della nostra Mamma amata.14 –Per tutta la mia vita è piaciuto a Dio circondarmi da’more, i primi ricordi sono sorrisi e carezze tenerissime: ma, se egli mi aveva messo intorno tanto amore, me ne aveva posto anche nel cuore, creandolo amante e sensibile; così amavo grandemente Papà e Mamma e dimostravo il mio affetto in mille modi, perché ero molto espansiva. Soltanto i mezzi che usavo erano talvolta strani, come lo prova questo passo di una lettera di Mamma: «La piccina è un furicchio impagabile, mi ha carezzata augurandomi la morte: «Oh, come vorrei che tu morissi, povera Mammina mia!...»; la rimbrottano e lei mi fa: «Ma è perché tu possa andare in Cielo, giacché tu dici che bisogna morire per andarci!». E in modo simile augura la morte al Babbo, quand'è nei suoi trasporti da’more».15 –Il 25 giugno 1874, avevo appena diciotto mesi, ecco ciò che Mamma diceva di me: «Papà ha installato un'altalena, Celina è felice a più non posso, ma bisogna vedere la piccina quando si dondola: è buffissima, si regge come una bimba grande, non c'è pericolo che lasci la corda, poi quando non va abbastanza forte, grida. L'attacchiamo davanti con un'altra corda e, nonostante questo, non sono tranquilla quando la vedo issata lì sopra.
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  6. DOMANDA: La teologia ha concentrato tutta l’attenzione su un solo momento della Consacrazione tralasciando tutta la preghiera Eucaristica. La consacrazione comincia quando il Sacerdote dice: il Signore sia con voi e con il vostro Spirito ecc…? RISPOSTA: Quando comincia la presenza di Cristo nell'eucaristia Taluni teologi ritengono che la consacrazione – mediante la quale si opera la transustanziazione – del pane e del vino non avvenga all'istante, ma gradualmente, e che l'intera preghiera eucaristica sia consacratoria. Che dire di questa teoria? L'idea della consacrazione graduale o progressiva è la conseguenza dell'enfatizzazione del valore della preghiera eucaristica nel suo insieme: un tentativo di avvicinarsi, in modo più completo e ricco, al mistero eucaristico. Con l'espressione: “racconto dell’istituzione”, presente nel cuore della preghiera eucaristica, - ossia la consacrazione del pane e del vino, quando alle parole: “Questo è il mio corpo” e “Questo è il (calice del) mio sangue” (cfr CCC 1353, 1376-1377), il pane cessa di essere pane e il vino cessa di essere vino e diventano il corpo e il sangue, l’anima e la divinità di Cristo – si intende sminuire la presenza reale a favore di altri aspetti, come il memoriale del sacrificio di Cristo, la sua risurrezione e la sua ascensione, il ruolo dello Spirito Santo. Se Cristo non fosse già pienamente presente dal momento della consacrazione, la prescrizione delle rubriche del messale al sacerdote, di inginocchiarsi in adorazione, sarebbe senza senso. Sulla dichiarazione vaticana di validità dell'anafora di Addai e Mari, usata in alcune chiese mediorientali, che - priva delle parole della consacrazione - consacrerebbe in modo 'diffuso', senza determinare il momento preciso, c'è ancora molto da discutere. L'idea di una graduale trasformazione del pane e del vino, in eucaristia, non è sostenibile più di quanto chi sostiene che un embrione non sia un essere umano all'atto del concepimento e lo diventi gradualmente. Sull'istante della consacrazione, come tempo sacramentale, influisce l'idea che il tempo sacramentale sia del tutto diverso da quello fisico; ma l'essere diventato tempo metafisico dipende proprio dal fatto che l'Eterno è entrato nell'istante temporale. Nicola Bux ha scritto che l’insistenza della liturgia odierna sull’evento(cioè sul nunc, ora) è andata a scapito della permanenza del sacro (hic, qui), così anche il rito avviene e non dura; eppure «Il linguaggio della fede ha chiamato mistero questa eccedenza riguardo al mero istante storico e ha condensato nel termine mistero pasquale il nocciolo più intimo dell’avvenimento redentivo»(J.RATZINGER, Davanti al Protagonista, Cantagalli, Siena 2009, p 130). Il rifiuto di tale eccedenza ha, in realtà, portato alla rimozione del segno massimo della permanenza del divino: il tabernacolo, malgrado sant’Ambrogio affermi: «Che cosa è l’altare di Cristo se non l’immagine del corpo di Cristo?» (sant'Ambrogio, De Sacramentis, 5,7; CSEL 73, 61; PL 16, 447, perciò «L’altare è immagine del corpo e il corpo di Cristo sta sull’altare»( Ivi, ,4,7; CSEL 73,49; PL 16, 437 cfr CCC 1383). E allora, che fastidio dà il tabernacolo sull’altare della celebrazione? Bisogna riequilibrare evento e permanenza, riunire hic et nunc. Inoltre, pur affermando il Catechismo che “La presenza eucaristica di Cristo ha inizio al momento della consacrazione e continua finché sussistono le specie” (CCC 1377), ci sono preti che usano amministrare la comunione con le ostie consacrate durante la messa, e non con quelle custodite nel tabernacolo. Pur, a voler mostrare in tal modo il segno della presenza avvenuta, si può far credere che le ultime siano di seconda categoria, mentre è noto che le ostie, solo quando perdono l’apparenza e il gusto del pane, non contengono più la presenza. C’è una differenza di presenza del Signore? Queste e altre teorie si possono ritrovare nell'impostazione del liturgista Cesare Giraudo. Egli ama parlare del passaggio avvenuto nel primo millennio, dal metodo patristico a quello scolastico che – egli semplifica – sarebbe più debole perché, invece di partire dai testi liturgici, parte dalla propria testa; anche se non spiega la ragione che ha portato a preferire quest'ultimo, cioè il metodo scolastico. Nella Chiesa non c'è stato, anche, uno sviluppo della teologia sacramentale eucaristica? Di qui la sua valutazione negativa del fare teologia a scuola, dimenticando che, anche nel giudaismo, il servizio liturgico dei sacerdoti era affiancato dall'insegnamento dei rabbi. Se il maestro medievale poteva insegnare ciò che aveva speculato nella sua cella, era perché prima aveva adorato il sacramento: san Tommaso e san Bonaventura non hanno insegnato ciò che avevano adorato in ginocchio? Si può 'studiare' Cristo pregando, e pregarlo studiando. Quella che Giraudo chiama lettura 'statica' dei padri e che oppone a quella 'dinamica' – cosa cambiano questi termini nel dogma eucaristico? – non era che il tentativo di verificare la rispondenza della fede alle esigenze della ragione. Dunque, sull'inizio della presenza Ambrogio ricorda: “Lo stesso Signore Gesù proclama: 'Questo è il mio corpo'. Prima della benedizione delle parole celesti la parola indica un particolare elemento. Dopo la consacrazione ormai designa il corpo e il sangue di Cristo. Egli stesso lo chiama suo sangue. Prima della consacrazione lo si chiama con altro nome. Dopo la consacrazione è detto sangue. E tu dici: 'Amen', cioè, 'E' così'”.(sant'Ambrogio, Sui misteri, n 54; SC 25 bis, 188). Per questo, a richiamare l'inizio del farsi presente di Gesù Cristo, è lodevole suonare il campanello, come esplicitamente previsto nell'ordinamento generale del messale romano: “Poco prima della consacrazione, il ministro, se è opportuno, avverte i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice, secondo le consuetudini locali. Se si usa l’incenso, quando, dopo la consacrazione, si mostrano al popolo l’ostia e il calice, il ministro li incensa”(OGRM n 150). Malgrado il divieto di liturgisti modernisti, così si fa in molte parti del mondo come nelle liturgie papali, con gioia di ministri e fedeli. Dunque, dalla storia della liturgia e del dogma eucaristico si apprende che la forma o rito della messa non è il convito: «Eucaristia significa sia il dono della communio in cui il Signore diventa cibo per noi, sia il sacrificio di Gesù Cristo che ha pronunciato il suo sì trinitario al Padre nel sì della croce ed ha riconciliato tutti noi con il Padre in questo “sacrificio”. Tra pasto e sacrificio non si dà contrasto alcuno; nel nuovo sacrificio del Signore essi si intrecciano inscindibilmente».[1] Nelle due forme della messa bizantina, la “divina liturgia di San Giovanni Crisostomo” e quella “di San Basilio”, il concetto di cena o di banchetto è chiaramente subordinato a quello di sacrificio, proprio come nel nostro canone romano. Di denominazioni della messa ve ne sono, basta consultare il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma non si può dire che quella di cena e di memoriale sia primaria rispetto a quella di sacrificio, ripresentazione incruenta del sacrificio del Golgota. Il fatto che l’eucaristia sia il sacrificio del Verbo, la parola di Dio fatta carne – in greco Logos, che significa parola e anche “ragione” – ne fa l’offerta razionale (oblatio rationabilis), il culto logico (logikè latria). Davvero, l’eucaristia è l’ingresso della Chiesa nel “culto razionale”. [1] J.RATZINGER, Davanti al Protagonista,o.c., p 110.
  7. DOMANDA Qual è il significato di EUCARESTIA che in sé stesso e per la nostra vita? Partiamo dal fatto che la stessa Eucaristia è stata chiamata in modi diversi: cena del Signore, la “fractio Panis” (più antica); questo ci dice che è importante quel gesto della frazione del pane. Una cosa che la teologia ha consolidato è che è il “Memoriale della Pasqua”. Nella storia alcuni hanno privilegiato: Cena del Signore da cui è derivato un “Banchetto”; prima di essere un Banchetto però, la Cena è quanto descritto nella 1° LETTERA di S.Paolo Corinzi e CENA del SIGNORE: versetti 23-26 S.Paolo Corinzi. RISPOSTA: Come definire questo sacramento Cristo ha istituito questo sacramento per rendere presente la sua passione e morte, il suo sacrificio sugli altari. Infatti egli dice: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”(Gv 6,51). Lo ha fatto per rimanere con gli uomini tutto il tempo della loro vita: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”,(Mt 28,20).Lo ha fatto per farsi cibo e bevanda dell'anima, dicendo: “Io sono il pane della vita,chi viene a me non avrà più fame”(Gv 6,35). Lo ha fatto, per visitare l'uomo nel momento della morte e per portarlo in Paradiso. Infatti ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. (Gv 6,54). L'istituzione dell’eucaristia da parte di Gesù, avviene nel contesto della cena pasquale e, soprattutto, sulla croce. Qui si propone una prima questione, che riguarda le caratteristiche del sacramento eucaristico: è una cena o un sacrificio? Così risponde il Catechismo: “La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della Comunione al corpo e al sangue del Signore”. Non è solo un accostamento, poiché vi è un nesso intimo tra cena e sacrificio. Infatti: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all'unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi”(CCC 1382). Certo, il termine memoriale può essere inteso come ricordo di un fatto passato. Non è così, grazie allo Spirito Santo che ci ricorda ogni cosa (cfr Gv 14,26); l'eucaristia fatta dalla Chiesa rende presente e attuale la pasqua di Cristo e il suo sacrificio offerto una volta per tutte (cfr CCC 1364). Rende presente anche la risurrezione? Col battesimo e soprattutto con l'eucaristia, il cristiano soffre e muore con Cristo, mentre della risurrezione riceve il germe che si svilupperà in pienezza alla fine dei tempi, secondo la parola del Signore: “io lo risusciterò nell'ultimo giorno”(Gv 6,40).Ma finché siamo “nella carne”, noi partecipiamo alla sua passione e attendiamo, nella fede e nella speranza, il giorno della glorificazione. Inoltre, si tratta di sacro banchetto, o convito, nel quale si riceve Gesù Cristo, si fa memoria della sua passione, il cuore si riempie di grazia: viene dato l'anticipo della gloria futura. Sacro significa che c'è la sua presenza divina e quindi bisogna avvicinarsi con quel timore di Dio, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Il sacrificio sacramentale è definito eucaristia, termine greco che vuol dire azione di grazie o benedizione, memoriale e presenza di lui, operata dalla potenza della sua parola e dallo Spirito Santo; il tutto culmina nella comunione. E' festa in senso spirituale, non mondano: non vive di trovate accattivanti, non deve esprimere l’attualità effimera, non è un intrattenimento che deve aver successo, ma ravvivare la coscienza che il mistero è presente tra noi. E' festa della fede, in cui deporre, come dice la liturgia bizantina, ogni mondana attitudine, perché “misticamente rappresentiamo i cherubini”(tropario d'offertorio). Ora, è in voga nei canti, nelle preghiere e nei formulari per l'adorazione eucaristica questa espressione: 'Gesù Cristo è presente nel pane consacrato'. Anche Lutero sosteneva che Cristo fosse nel pane. Con linguaggio approssimativo, e carente di dottrina, si aggiunge: ma è un mistero. Cristo non ha detto di essere presente nel pane e neppure: “questo pane è il mio corpo”, ma: questo è il mio corpo”, questo indica il passaggio dal pane, che ha preso nelle mani, al corpo, perché in quel momento viene consacrato, cioè la sostanza del pane si converte - come dice il concilio di Trento - nella sostanza del corpo. Sotto – in senso ontologico e non spaziale – le apparenze o aspetto(species) del pane (oggi si direbbe fenomeno) sta il corpo di Cristo. Non è più pane, ma Cristo. Le specie sulle quali è stato fatto il 'rendimento di grazie', dal greco …, sono diventate eucaristiche. Perciò si deve parlare della 'presenza di Cristo sotto le specie eucaristiche'. L'espressione 'pane consacrato' va pure spiegata. Anche quando Gesù e, successivamente, Paolo usano espressioni, come: “Chi mangia questo pane”(Gv 6,51) e “il pane che noi spezziamo”(1 Cor 10,16), esse vanno intese in senso metaforico; comunque, quando Gesù afferma di essere “Pane di vita”(Gv 6,26-71) intende parlare della sua persona e della sua vita: il suo corpo e il suo sangue, nel linguaggio concreto semitico. Difficile? Ecco la necessità della catechesi, anche mediante i canti? Gesù ha istituito questo sacramento quando ha preso il pane, dicendo: “questo è il mio corpo offerto in sacrificio...” e, poi, il calice del vino, dicendo: “questo è il calice del mio sangue, versato...” e ordinando: “fate questo in mia memoria”. Il punto è che le parole consacratorie dichiarano il fine: il corpo è offerto in sacrificio per noi e il sangue è versato per la remissione dei peccati. Perciò, in relazione alla passione di Cristo, in cui il sangue era separato dal corpo, il concilio di Trento definisce la santa messa “vero e proprio sacrificio” di Gesù Cristo. Egli si rende presente sull'altare – alta-res, luogo alto per il sacrificio – in obbedienza alle parole consacratorie del sacerdote, e, a causa della separazione del corpo dal sangue, è nella condizione di vittima immolata (immolatitius modus: cfr Enciclica Mediator Dei Pio XII, n 70). Per questo, l'altare è anche mensa dell'Agnello immolato (cfr Apocalisse 5,6), per ricevere il pane, separatamente, come sacramento del corpo e il vino come sacramento del sangue (cfr san Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae III q 74 a.1 sc). Dunque, quale corpo di Cristo è presente nel sacramento? Quello assunto da Maria nell'incarnazione e trasfigurato con la risurrezione e con l’ascensione: qualcuno direbbe che è meglio non dire 'carne di Cristo', ma corpo spirituale o glorioso; però, il Catechismo dice: “La Comunione alla Carne del Cristo risorto, 'vivificata dallo Spirito Santo e vivificante', conserva, accresce e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo”(1392). Sant'Ambrogio osserva: “Noi costatiamo che la grazia ha maggiore efficacia della natura...La parola di Cristo...che ha potuto creare dal nulla quello che non esisteva, non può cambiare le cose che sono in ciò che esse non erano? Infatti non è meno difficile dare alle cose un'esistenza che cambiarle in altre ...Forse che fu seguito il corso ordinario della natura quando Gesù Signore nacque da Maria?...Ebbene quello che noi ripresentiamo è il corpo nato dalla Vergine...E' dunque veramente il sacramento della sua carne”(sant'Ambrogio, Sui misteri, nn 52-53; SC 25 bis, 186-187).
  8. 6 –Ho capito anche un'altra cosa: l'amore di Nostro Signore si rivela altrettanto bene nell'anima più semplice la quale non resista affatto alla grazia, quanto nell'anima più sublime; in realtà, è proprio dell'amore umiliarsi, e se tutte le anime somigliassero ai santi Dottori, i quali hanno rischiarato la Chiesa con i lumi della loro dottrina, parrebbe che Dio misericordioso non discendesse abbastanza per raggiungerli; ma egli ha creato il bimbo il quale non sa nulla e si esprime soltanto con strilletti deboli deboli; ha creato il selvaggio il quale, nella sua totale miseria, possiede soltanto la legge naturale per regolarsi; e Dio si abbassa fino a loro! Anzi, sono questi i fiori selvatici che lo rapiscono perché sono tanto semplici. 7 –Abbassandosi fino a questo punto, Dio si mostra infinitamente grande. Allo stesso modo in cui il sole illumina i grandi cedri ed i fiorucci da niente come se ciascuno fosse unico al mondo, così Nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere; e come nella natura le stagioni tutte sono regolate in modo da far sbocciare nel giorno stabilito la pratolina più umile, così tutto risponde al bene di ciascun'anima. 8 –Certamente, Madre cara, lei si domanda dove io voglia arrivare, perché finora non ho detto parola che somigli alla storia della mia vita, ma lei mi ha chiesto di scrivere liberamente quello che mi viene al pensiero, perciò io non racconterò la mia vita vera e propria, bensì i miei pensieri riguardo alle grazie che Dio mi ha concesse. Mi trovo a un punto della mia esistenza dal quale posso guardare il passato; l'anima mia si è maturata tra prove esterne e interne, ora, come un boccio rafforzato dalla tempesta, mi risollevo, e vedo che in me si verificano le parole del Salmo XXII «il Signore è il mio Pastore, nulla mi può mancare. Mi fa riposare nelle pasture fresche e ricche. Mi guida dolcemente lungo il fiume. Conduce l'anima mia senza stancarla... E quand'anche scenderò nella valle ombrosa della morte, non temerò danno, perché tu sarai con me, Signore!». 9 –Sempre il Signore è stato pieno di compassione per me, e di dolcezza... Lento a punire e abbondante in misericordie! (Salmo CII, v. 8). Così, Madre mia, sono felice di cantare vicino a lei la misericordia del Signore. Per lei sola scriverò la storia del fiore umile colto da Gesù, e parlerò abbandonandomi, senza preoccuparmi dello stile, o delle tante digressioni che farò. Un cuore di mamma capisce sempre il suo bimbo, anche se questo balbetta soltanto, e perciò sono sicura di essere capita, indovinata da lei: è lei che mi ha formato il cuore, e l'ha offerto a Gesù! 10 –Mi pare che, se un fiorellino potesse parlare, direbbe, con gran semplicità, ciò che il Signore ha fatto per lui e non cercherebbe di nascondere i benefici divini. Per falsa modestia, non direbbe: «Sono sgraziato, non ho profumo, il sole ha portato via il mio splendore, la bufera ha infranto il mio stelo» quando riconoscesse in sé tutto il contrario.
  9. Il primo precetto della Chiesa ci ordina di assistere devotamente alla Santa Messa in tutte le domeniche e nelle altre feste di precetto."Domenica" vuol dire giorno del Signore, cioè giorno specialmente consacrato al divino servizio.Nel primo comandamento della Chiesa si fa menzione speciale della domenica, perché essa è la festa principale presso i cristiani come il sabato era festa principale presso gli ebrei, istituita da Dio stesso.La Chiesa ha istituito anche le feste di nostro Signore, della santissima Vergine, degli Angeli e dei Santi.La Chiesa ha istituito altre feste di nostro Signore in memoria de' suoi divini misteri.Le feste della santissima Vergine, degli Angeli e dei Santi, sono state istituite: 1° in memoria delle grazie che Dio loro ha fatte, e per ringraziarne la divina bontà; 2° affinché noi li onoriamo, imitiamo i loro esempi e siamo aiutati dalle loro preghiere.
  10. "Benedetta Bianchi Porro nacque a Dovadola, in provincia di Forlì, l’8 agosto del 1936. La sofferenza l’accompagnò sin dall’inizio: a tre anni fu colpita dalla poliomelite, la gamba destra non cresceva come l’altra. Vane le operazioni al “Rizzoli” di Bologna per cercare di dare alla bambina una camminatura normale. Anzi, ella era costretta a portare un busto ortopedico per sorreggere la spina dorsale. La sofferenza però non le tolse quella tipica gioia che caratterizza un’infanzia serena, trascorsa in vari luoghi (Dovadola, Forlì, Casticciano, Sirmione, Brescia) dove la famiglia si spostava o per fuggire alla guerra o per gli impegni del padre, ingegnere termale.Benedetta, a scuola, era sempre tra le prime della classe. Aveva un’intelligenza vivace e una grande tenacia. E fu proprio la tenacia che l’aiutò quando sopraggiunse un altro grave problema di salute: la sordità. Oltre alla scuola, Benedetta si dedicava anche ad altro: amava la musica, suonava il pianoforte, amava lo sport, stava bene con gli amici, tendeva a vestirsi con cura. Nel 1953 s’iscrisse all’università di Milano, alla facoltà di Medicina, anche se era ormai quasi del tutto sorda. Nel Natale del 1956 si manifestarono gravi sintomi alla vista. Nel 1957 fu lei stessa a diagnosticarsi la grave malattia che la colpì: neurofibratosi diffusa (morbo di Reklinghausen). Una malattia devastante che aggredisce il sistema nervoso centrale distruggendone ogni funzione. Benedetta, dopo aver perso l’udito e la vista, perse anche l’uso degli arti, l’olfatto e il gusto. Benedetta visse la sua sofferenza offrendo tutto al Signore, guidata dal suo direttore spirituale, don Elio Mori. Tra il 1962 e il 1963 compì due pellegrinaggi a Lourdes. Morì il 23 gennaio del 1964. La notte del 22 gennaio avvertì l’arrivo della fine. Chiamò l’infermiera e le disse: “Sto male, sto molto male. Ma non svegli la mamma. Lasciamola riposare per domani, perché domani io morirò.” E l’indomani morì: aveva appena ventisette anni. Negli ultimi mesi della sua vita ebbe anche la forza di scrivere molte lettere e dare coraggio a vari sofferenti. Nel 1993, Benedetta fu dichiarata venerabile.In una sua lettera Benedetta scrive: “Nel mio calvario non sono disperata. Io so che, in fondo alla vita, Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora a letto, che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini… Le mie giornate non sono facili, sono dure ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio". Riflettiamoci su: “Gesù … mi dà luce nel buio.” Benedetta afferma una contraddizione che in realtà non è tale. Lei dice di scoprire, grazie a Gesù, tanta luce nel buio. Certamente nel buio non può trovarsi la luce, perché il buio è annullato dalla luce. Eppure ciò che Benedetta dice non è una contraddizione. Non lo è sul piano della logica della Fede.Essere convinti che Dio è amore e che Dio stesso permette tutto ciò che accade (è la fede!), vuol dire che Dio, se permette, è per un suo disegno dando a tutti la grazia sufficiente per vivere la sofferenza (è ancora la fede!). Ma ciò non basta. Tutte queste convinzioni si legano ad un’altra, ovvero che nell’accettazione serena di ciò che Dio permette, vi è la salvezza per sé e per gli altri (ecco la logica della fede!).Torniamo alle parole di Benedetta. In questa prospettiva la contraddizione si dissolve: davvero nel buio si può scoprire la luce. Con la sofferenza non viene meno il buio, ma è pur vero che nella sofferenza si può scoprire la luce. E ciò che abbiamo detto prima.Qui il Cristianesimo è l’unica risposta vera. Come abbiamo già detto, ci sono tre modi con cui l’uomo si può rapportare alla sofferenza: il primo è di negativizzare la sofferenza rifiutandola totalmente, il secondo è di accettarla credendo che in realtà non è tale, il terzo è quello che unisce la negativizzazione ma anche l’accettazione.La prima e la seconda posizione confluiscono nell’illusione; l’illusione di credere che la sofferenza sia eliminabile (la prima posizione) e l’illusione di credere che la sofferenza sia una non-realtà (la seconda posizione). La terza posizione è quella più realista ed umanamente vera. La sofferenza di per sé non può essere amata, ma può esserlo per ciò a cui essa conduce.Quando Benedetta dice di scoprire la luce nel buio, non afferma una cosa inammissibile, ma ciò che davvero si può sperimentare nel momento in cui il Cristianesimo diventa vita, cioè quando la Croce di Cristo diviene l’unico significato vero ed imprescindibile dell’esistenza.Benedetta Bianchi Porro parla di luce. Invoca la luce, la scopre e la offre –lei che soffre- a tutti i sofferenti.Come l’unica felicità non è alternativa alla sofferenza ma alla disperazione, così l’unica luce possibile è nell’esperienza del buio. Ciò vuol dire che l’uomo deve accettare il suo limite, la sua debolezza; deve tendere inevitabilmente verso l’esperienza del bisogno e verso la dimensione dell’umiltà.Ma se l’unica luce possibile è nell’esperienza del buio, allora non c’è risposta nella vita se non vivendo l’attesa della Gioia eterna."
  11. 1 –A lei, Madre mia cara, a lei che mi è due volte madre confido la storia dell'anima mia... Quando lei mi chiese di farlo, pensai: il cuore si dissiperà, occupandosi di se stesso; ma poi Gesù mi ha fatto sentire che, obbedendo con semplicità, avrei fatto piacere a lui; del resto, faccio una cosa sola: comincio a cantare quello che debbo ripetere eternamente: «Le misericordie del Signore!».2 –Prima di prendere la penna, mi sono inginocchiata davanti alla statua di Maria (quella che ci ha offerto tante prove delle materne premure da parte della Regina del Cielo verso la nostra famiglia), l'ho supplicata che mi guidi la mano: nemmeno un rigo voglio scrivere che non piaccia a lei! Poi ho aperto il Vangelo, e lo sguardo è caduto su alcune parole: «Gesù salì sopra una montagna, e chiamò a sé quelli che volle: e andarono a lui» (s. Marco, cap. III, v. 13). 3 –Questo, proprio questo il mistero della mia vocazione, della mia vita tutta, e in particolare il mistero dei privilegi di Gesù sull'anima mia. Gesù non chiama quelli che sono degni, bensì chi vuole lui, o, come dice san Paolo: «Dio ha pietà di chi vuole lui, ed usa misericordia a chi vuole lui. Non è dunque opera di chi voglia né di chi corra, bensì di Dio che usa misericordia» (Ep. ai Rom., cap. IX, vv. 1516). 4 –Per tanto tempo mi sono chiesta perché Dio abbia delle preferenze, perché tutte le anime non ricevano grazie in grado uguale, mi meravigliavo perché prodiga favori straordinari a Santi che l'hanno offeso, come san Paolo, sant'Agostino, e perché, direi quasi, li costringe a ricevere il suo dono; poi, quando leggevo la vita dei Santi che Nostro Signore ha carezzati dalla culla alla tomba, senza lasciare sul loro cammino un solo ostacolo che impedisse di elevarsi a lui, e prevenendo le loro anime con tali favori da rendere quasi impossibile che esse macchiassero lo splendore immacolato della loro veste battesimale, mi domandavo: perché i poveri selvaggi, per esempio, muoiono tanti e tanti ancor prima di avere inteso pronunciare il nome di Dio? 5 –Ma Gesù mi ha istruita riguardo a questo mistero. Mi ha messo dinanzi agli occhi il libro della natura, ed ho capito che tutti i fiori della creazione sono belli, le rose magnifiche e i gigli bianchissimi non rubano il profumo alla viola, o la semplicità incantevole alla pratolina... Se tutti i fiori piccini volessero essere rose, la natura perderebbe la sua veste di primavera, i campi non sarebbero più smaltati di infiorescenze. Così è nel mondo delle anime, che è il giardino di Gesù. Dio ha voluto creare i grandi Santi, che possono essere paragonati ai gigli ed alle rose; ma ne ha creati anche di più piccoli, e questi si debbono contentare d'essere margherite o violette, destinate a rallegrar lo sguardo del Signore quand'egli si degna d'abbassarlo. La perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell'essere come vuole lui.
  12. Oltre ai comandamenti di Dio noi dobbiamo osservare i precetti della Chiesa, perché Gesù Cristo stesso lo comanda e perché tali precetti aiutano ad osservare i comandamenti di Dio.Tale obbligo comincia generalmente dall'uso di ragione.Il trasgredire avvertitamente un precetto della Chiesa in materia grave è peccato mortale.Da un precetto della Chiesa può dispensare solamente il Papa e chi da lui ne ha ricevute le facoltà.I precetti della Chiesa sono cinque:1. Udire la Messa tutte le domeniche e le altre feste comandate.2. Digiunare nei giorni penitenza e non mangiar carne nei giorni proibiti, secondo le disposizioni della Chiesa.3. Confessarsi almeno una volta l'anno e comunicarsi almeno a Pasqua.4. Sostenere la Chiesa nelle sue necessità, contribuendo secondo le leggi o le usanze.5. Non celebrare le nozze nei tempi proibiti.
  13. Nell'Agosto del 1511, l'esercito imperiale della Lega di Cambrai assediò il Castello di Quero sul Piave, la cui difesa era stata affidata al nobile veneziano messer Girolamo Emiliani, con 300 soldati. Alla fine la fortezza fu espugnata, tutti gli uomini uccisi ed il comandante venne fatto prigioniero e rinchiuso nella Torre. Preso dall'afflizione per il suo stato e per le torture a cui era sottoposto, ricordandosi di aver udito parlare della Madonna Grande di Treviso, si rivolse a lei chiedendo umilmente il suo soccorso, promettendole di visitare il suo Santuario in abiti di carcerato e di far celebrare Messe in suo onore. Comparve, dunque, davanti ai suoi occhi una Signora luminosa, con in mano delle chiavi, che gli disse: "“Prendi queste chiavi, apri le catene e la torre. Sei libero!". Uscito, però, si trovò a dover attraversare l'accampamento nemico, allora invocò nuovamente l'aiuto della Madonna: “Madre delle Grazie, aiutami ad uscire illeso anche da questo pericolo”. La Santa Vergine lo prese per mano e lo portò in salvo presso le mura di Treviso, poi disparve, ma non smise di assistere il suo devoto accompagnandolo sul sentiero difficile di un'ardente carità, fino alla santità. Ella non gli donò solamente una libertà materiale, ma lo condusse a quella della grazia di Dio, infinitamente più preziosa. Oggi san Girolamo Emiliani è venerato come padre e patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata, fondatore dei Padri Somaschi.
  14. Il decimo comandamento ci proibisce il desiderio di privare altri della loro roba e il desiderio di acquistar roba con mezzi ingiusti.Dio ci proibisce tali desideri sregolati, perché Egli vuole che noi anche internamente siamo giusti e ci teniamo sempre più lontani dalle opere ingiuste.Il decimo comandamento ci ordina di contentarci dello stato in cui Dio ci ha posti e di soffrire con pazienza la povertà, quando Iddio ci voglia in tale stato.Il cristiano può essere contento anche nello stato di povertà, considerando che massimo bene è la coscienza pura e tranquilla, che la nostra vera patria è il cielo, e che Gesù Cristo si fece povero per amore nostro e ha promesso un premio speciale a tutti quelli che sopportano con pazienza la povertà.
  15. Nella festa di Pasqua si celebra il mistero della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, ossia il ricongiungersi della sua santissima anima al corpo dal quale era stata separata per la morte, e la nuova sua vita gloriosa e immortale. La festa di Pasqua si celebra dalla Chiesa con grande solennità, e si continua per tutta l’Ottava, a motivo dell’eccellenza del Mistero, che fu il compimento della nostra redenzione, ed è il fondamento della nostra religione. Gesù Cristo con la sua morte ci liberò dal peccato e riconciliò con Dio; per mezzo poi della sua Resurrezione ci aprì l’entrata all’eterna vita. La Risurrezione di Cristo si dice il fondamento di nostra religione, perché ci venne data da Gesù stesso come prova principale di sua divinità e della verità della nostra fede. Il nome di Pasqua che si dà a questa festa, è derivato da una delle feste più solenni dell’antica legge, istituita in memoria del passaggio dell’angelo sterminatore dei primogeniti degli Egiziani, e della miracolosa liberazione del popolo di Dio dalla schiavitù del Faraone re dell’Egitto, che era una figura della nostra liberazione dalla schiavitù del demonio; la qual festa celebravano gli Ebrei con molti riti, ma specialmente col sacrificare e mangiare un agnello; e ora noi celebriamo soprattutto col ricevere il vero Agnello sacrificato per i nostri peccati. Pasqua vuol dire “passaggio”, e significa nell’antica legge il passaggio dell’angelo, che per obbligare il Faraone a lasciar andare libero il popolo di Dio, uccise i primogeniti degli Egiziani e trascorse le case degli Ebrei contrassegnate col sangue dell’agnello sacrificato il giorno avanti, lasciandole immuni da tal flagello; nella Nuova legge poi significa che Gesù cristo è passato dalla morte alla vita, e che trionfando del demonio, ci ha trasferiti dalla morte del peccato alla vita della grazia. Per celebrare degnamente la festa di Pasqua dobbiamo fare due cose: 1. Adorare con santa allegrezza e viva riconoscenza Gesù Cristo Risorto; 2. Risuscitar spiritualmente con Lui. Risuscitare con Gesù Cristo spiritualmente vuol dire che siccome Gesù Cristo, per mezzo della sua Risurrezione, ha cominciato una vita nuova, immortale e celeste, così noi pure dobbiamo cominciare una nuova vita secondo lo spirito, rinunciando interamente e per sempre al peccato e a tutto ciò che ci porta al peccato; amando Dio solo, e tutto ciò che ci porta a Dio. La parola Alleluia vuol dire: “Lodate Iddio”, ed era il grido festivo del popolo ebreo; per questo la Chiesa lo ripete molte volte in tempo di tanta allegrezza. Nel tempo pasquale si prega stando in piedi in segno di allegrezza, e per figurare la Risurrezione del Signore.
  16. La liturgia della notte di Pasqua era anticamente una delle più importanti dell'anno.Nel pomeriggio del sabato santo l'assemblea cristiana era convocata a San Giovanni in Laterano per l'ultimo scrutinio dei catecumeni. Poi, la sera, cominciava la Vigilia o Veglia Pasquale che terminava all'alba con i battesimi solenni: immersi e sepolti con Cristo nelle acque battesimali, i neofiti nascevano alla vita della Grazia nel momento stesso in cui il Salvatore uscì trionfante dalla tomba all'aurora del giorno di Pasqua. Seguiva la Messa e tutta la comunità dei fedeli celebrava il Sacrificio della Redenzione nell'azione di grazie e nella gioia della Resurrezione. A partire dal XIII secolo, la celebrazione della Vigilia Pasquale fu anticipata al mattino del sabato santo. E' stato necessario attendere fino alla seconda metà del XX secolo per vederla di nuovo al suo vero posto. Essa si celebra in modo che la Messa cominci, regolarmente, a mezzanotte: ma i vescovi tenendo conto delle esigenze pastorali, possono autorizzare l'anticipazione, se lo credono necessario, al crepuscolo o al tramonto del sole. L'assenza di ogni altra funzione liturgica al mattino, sottolinea il carattere aliturgico di questo giorno dedicato interamente al lutto in memoria di Cristo sepolto. Soltanto nel cuore della notte, nell'ora in cui il Salvatore ha vinto la morte, la gioia dei fedeli prorompe: essi tengono in mano una candela accesa alla fiamma del Cero Pasquale, simbolo di Colui che è la luce del mondo; allora anch'essi, rinnovando le promesse del loro battesimo, rinascono a una vita nuova insieme al Divino resuscitato. La loro comunione pasquale li unirà più intimamente ancora a Lui, "Primogenito tra i morti", che li porterà con sé verso il Padre in questo "passaggio" di cui festeggiamo ora il sacro anniversario. Il rito con cui si svolge la santa veglia pasquale si compone di tre parti: 1. il messaggio di Pasqua: benedizione del nuovo fuoco e benedizione del Cero Pasquale, processione solenne d'ingresso in chiesa, annunzio pasquale; 2. la rigenerazione battesimale: letture bibliche per l'iniziazione cristiana, litanie e benedizione dell'acqua battesimale, battesimo e rinnovazione della promesse battesimali; 3. la Veglia Pasquale ci prepara alla celebrazione eucaristica: la Messa della Resurrezione.
  17. Il venerdì santo è un giorno di dolore, del più grande di tutti i dolori. Cristo muore. Il dominio della morte sull'uomo, conseguenza del peccato, non risparmia il capo dell'umanità, il Figlio di Dio fatto uomo. Ma, come tutti i cristiani sanno, la morte che Gesù ha diviso con noi e che fu per Lui così atroce, rispondeva ai disegni di Dio per la salvezza del mondo. Imposta dal Padre al Figlio suo, fu da questi accettata per la nostra redenzione. La Croce di Cristo diventa in quel momento la gloria dei cristiani. Ieri già lo cantavamo: "Noi dobbiamo gloriarci della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo"; oggi la Chiesa lo ripete e presenta la Croce stessa alla nostra adorazione: "Ecco il legno della Croce, al quale fu sospesa la salvezza del mondo". Per questo il venerdì santo, pur restando un giorno di lutto, è anche il giorno che ha ridonato la speranza agli uomini; esso porta alla gioia della resurrezione. In questo anniversario della morte del Salvatore, la Chiesa conferisce ai suoi templi un aspetto di completa desolazione. L'azione liturgica con la quale la Chiesa celebra la redenzione del mondo, nel pomeriggio, all'ora stessa in cui il Salvatore spirò, dovrebbe essere seguita con amore da tutti i cristiani. In questo grande giorno, il canto solenne della Passione, le solenni orazioni con le quali la Chiesa prega per la salvezza di tutti gli uomini, l'adorazione della Croce e il canto degli improperi, sono qualche cosa di più che non semplici riti commoventi; è la preghiera e l'azione di grazie dei redenti che, uniti, prendono coscienza davanti a Dio di tutto ciò che il mistero della Croce rappresenta per essi. Il rito si compone di quattro parti: una catechesi di letture dell'Antico Testamento e il canto della Passione secondo S. Giovanni; un insieme di preghiere, le "Orazioni solenni"; l'adorazione della Croce, trofeo della nostra redenzione; la Comunione del Clero e dei fedeli.
  18. Nel giovedì santo si celebra l'istituzione del SS. Sacramento dell'Eucarestia e dell'Ordine Sacro.Nel venerdì santo si ricorda la passione e morte del Salvatore, per questo è giorno di digiuno ed astinenza.Nel sabato santo si onorano la sepoltura di Gesù Cristo e la sua discesa al limbo e dopo il segno del Gloria si comincia ad onorare la sua gloriosa risurrezione.Per vivere il Sacro Triduo Pasquale secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare tre cose:1. unire al digiuno un maggior raccoglimento interno, e un maggior fervore nell'orazione;2. meditare di continuo con ispirito di compunzione i patimenti di Gesù Cristo;3. assistere, se si può, ai divini uffici con questo medesimo spirito.Dal giovedì fino al sabato santo non si suonano le campane in segno di grande afflizione per la passione e morte del Salvatore.Nel giovedì santo si conserva un'ostia grande consacrata affinché si facciano speciali adorazioni al sacramento dell'Eucarestia nel giorno in cui venne istituito, e perché si possa compiere la liturgia del venerdì santo, in cui non si fa dal sacerdote la consacrazione.Nel giovedì santo, dopo la Messa, si spogliano gli altari per rappresentarci Gesù Cristo spogliato delle sue vesti per essere flagellato e affisso alla croce; e per insegnarci che per celebrare degnamente la sua passione dobbiamo spogliarci dell'uomo vecchio, cioè d'ogni affetto mondano.Nel giovedì santo si fa la lavanda dei piedi:1. per rinnovare la memoria di quell'atto di umiliazione con cui Gesù Cristo si abbassò a lavarli ai suoi Apostoli;2. perché Egli medesimo esortò gli Apostoli e, in persona di essi, i fedeli ad imitare il suo esempio;3. per insegnarci che dobbiamo purificare il nostro cuore da ogni macchia, ed esercitare gli uni verso gli altri i doveri della carità ed umiltà cristiana.Nel giovedì santo i fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese in memoria dei dolori sofferti da Gesù Cristo in più luoghi, come nell'orto, nelle case di Caifa, di Pilato e di Erode, e sul Calvario.Le visite nel giovedì santo non vanno fatte per curiosità, per abitudine o per divertimento, ma per sincera contrizione dei nostri peccati, che sono la vera cagione della passione e morte del nostro Redentore, e con vero spirito di compassione delle sue pene, meditandone i vari patimenti; per esempio nella prima visita quel che soffrì nell'orto; nella seconda, quel che soffrì nel pretorio di Pilato; e così dicasi delle altre.La Chiesa nel venerdì santo, in modo particolare, prega il Signore per ogni sorta di persone, per dimostrare che Cristo è morto per tutti gli uomini e per implorare a beneficio di tutti il frutto della sua passione.Nel venerdì santo si adora solennemente la Croce, perché essendovi Gesù Cristo stato inchiodato ed essendovi morto in quel giorno, la santificò col suo sangue.Si deve adorazione solo a Dio, però quando si adora la Croce, la nostra adorazione si riferisce a Gesù Cristo morto su di essa.Nei riti del sabato santo è da considerarsi specialmente la benedizione del cero pasquale e del fonte battesimale.Il cero pasquale significa lo splendore e la gloria, che Gesù Cristo risuscitato apportò al mondo.Nel sabato santo si benedice il fonte battesimale, perché anticamente in questo giorno, come ancora nella vigilia della Pentecoste, si conferiva il Battesimo solennemente.Mentre si benedice il fonte battesimale, dobbiamo ringraziare il Signore d'averci ammessi al Battesimo, e rinnovare le promesse che allora abbiamo fatto.
  19. Dal libro di Sant'Alfonso Maria de' Liguori "Le glorie di Maria". "Quanto sia grande la pietà per i miseri peccatori, la nostra Avvocata lo mostrò mirabilmente verso Beatrice, monaca nel monastero di Fontevrault, come riferiscono il monaco cistercense Cesario e il padre Rho. Questa infelice religiosa, vinta dalla passione per un certo giovane, stabilì di fuggire con lui. Così, un giorno depose davanti a un’immagine di Maria le chiavi del monastero di cui era portinaia e sfacciatamente se ne andò. Giunta in un altro paese, si diede a fare la donna pubblica e visse quindici anni in questo stato miserabile. Avvenne poi che in quella città incontrò il fattore del monastero e, pensando di non essere riconosciuta, gli domandò se conosceva suor Beatrice. « Si che la conosco, rispose egli, è una monaca santa, che ora è maestra delle novizie ». A queste parole ella restò confusa e stupita, non potendo comprendere come ciò fosse possibile. Perciò, alfine di appurare la verità, si travestì e si recò al monastero. Lì fece chiamare suor Beatrice, ed ecco che le comparve davanti la santa Vergine sotto le sembianze di quell’immagine a cui, fuggendo dal monastero, aveva consegnato le chiavi e le vesti. La divina Madre così le parlò: « Beatrice, sappi che, per impedire il tuo disonore, ho preso il tuo aspetto e per questi quindici anni che sei vissuta lontana dal monastero e da Dio, ho eseguito in tua vece il tuo lavoro. Figlia, torna, fa’ penitenza, perché mio Figlio ancora ti aspetta e, vivendo virtuosamente, cerca di conservare il buon nome che ti ho guadagnato ». Dette queste parole, scomparve. Allora Beatrice rientrò nel monastero, riprese l’abito da religiosa e grata a Maria per la sua così grande misericordia visse da santa. Poi, in punto di morte, raccontò tutto a gloria della santa Vergine.
  20. L'ottavo comandamento di proibisce di dire falsità, la mormorazione, la calunnia, l'adulazione, il giudizio ed il sospetto temerario ed ogni sorta bugia.La mormorazione è un peccato che consiste nel manifestare, senza giusto motivo, i peccati e difetti altrui.La calunnia è un peccato che consiste nell'attribuire malignamente al prossimo colpe e difetti che non ha.L'adulazione è un peccato che consiste nell'ingannare taluno col dire falsamente bene di lui o di altri, allo scopo di averne vantaggio.Il giudizio o sospetto temerario è un peccato che consiste nel giudicare o sospettar male degli altri senza un giusto fondamento.La bugia è un peccato che consiste nell'asserire per vero o per falso, con parole o con fatti, ciò che non si crede tale.La bugia può essere di tre tipi: giocosa, officiosa e dannosa.La prima è quella con cui si mentisce per giuoco, e senza pregiudizio di alcuno.La officiosa è l'asserzione del falso per la propria o per l'altrui utilità, senza pregiudizio di alcuno.La bugia dannosa è l'asserzione del falso con pregiudizio del prossimo.Non è mai lecito dir la bugia né per giuoco, né per proprio, né per altrui vantaggio, essendo cosa per se stessa cattiva.La bugia quando è giocosa od officiosa è peccato veniale; quando poi è dannosa è peccato mortale, se il danno che reca è grave.Chi ha peccato contro l'ottavo comandamento non basta che se ne confessi, ma è obbligato anche a ritrattare quanto disse calunniando il prossimo, e a riparare, nel miglior modo che può, i danni che gli ha causato.L'ottavo comandamento ci ordina di dire a tempo e luogo la verità, e di interpretare in bene per quanto possiamo, le azioni del nostro prossimo.
  21. «Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio». Biglietto scritto da Giuseppe Moscati il 17 ottobre 1922
  22. Il settimo comandamento proibisce di prendere e di ritenere ingiustamente la roba altrui e di recar danno al prossimo nella roba in qualunque altro modo.Rubando si pecca contro la giustizia, e si fa ingiuria al prossimo, prendendo e ritenendo contro il suo diritto e la sua volontà ciò che gli appartiene.Si può prendere la roba degli altri senza fare peccato solo quando il padrone non fosse contrario, oppure in caso di estrema necessità, prendendo solo quanto è strettamente necessario per soddisfare l'urgente ed estremo bisogno.Si danneggia il prossimo nella roba anche con la frode, con l'usura e con qualunque altra ingiustizia contro i suoi beni, come facendoli perdere ingiustamente, danneggiandoli, lavorando in modo non conforme al proprio dovere, non pagando per malizia i debiti, ferendo od uccidendo animali di proprietà altrui, rovinando cose avute in custodia, impedendo a qualcuno di fare un giusto guadagno, aiutando i ladri, ricevendo, nascondendo o comprando la roba rubata.Rubare è peccato grave contro la giustizia quando si tratta di materia grave, cioè quando si toglie qualcosa di rilevante e quando, togliendo qualcosa di poco conto, il prossimo ne patisce grave danno.Il settimo comandamento ci ordina di rispettare la roba degli altri, dare la giusta mercede agli operai, ed osservare la giustizia in tutto quello che riguarda la proprietà altrui.Chi ha peccato contro il settimo comandamento non basta che se ne confessi, ma bisogna che faccia quello che può per restituire la roba d'altri e risarcire i danni.Quando si trova qualche cosa di grande valore bisogna usare grande diligenza per trovarne il padrone, e restituirgliela fedelmente.
  23. "Un giorno a Roma andò a confessarsi da San Filippo Neri una donna molto pia, ma facile alla maldicenza e perfino alla calunnia. Il santo ascoltò pazientemente la penitente, poi le disse:"Come penitenza, prenderai una gallina, percorrerai le vie principali di Roma, strappandole lentamente le piume, che getterai al vento. Poi ritorna da me" La donna ubbidì. Al suo ritorno il santo aggiunse:"La penitenza non è ancora finita. Ora devi rifare le strade percorse e raccogliere tutte le piume che hai seminato!" "Ma è impossibile!" San Filippo, allora, seriamente concluse:"Così e della maldicenza, dei pettegolezzi e delle calunnie. Facilmente si disperdono ovunque e la riparazione troppo spesso è impossibile."
  24. a cura di P. Francesco Solazzo* Il Catechismo Maggiore di S. Pio X, al n. 830, presenta il Matrimonio cristiano con queste parole: “Il Matrimonio è un sacramento, istituito da nostro Signore Gesù Cristo, che stabilisce una santa ed indissolubile unione tra l’uomo e la donna, e dà loro la grazia di amarsi l’un l’altro santamente e di allevare cristianamente i figliuoli”. E al n. 518 dice che “Con la parola sacramento s’intende un segno sensibile ed efficace della grazia, istituito da Gesù Cristo per santificare le anime nostre”. In poche parole, significa che il Sacramento è direttamente opera di Dio che agisce attraverso i segni e non dipende nella maniera assoluta dalla degnità e indegnità dei ministri che lo celebrano. Ogni Sacramento, inoltre, trova la sua efficacia nel Sacrificio della Croce. Anche il Matrimonio cristiano, dunque, è opera diretta di Dio; è quindi Dio che unisce gli sposi in un vincolo indissolubile e questo vincolo è finalizzata prima di tutto alla loro santificazione e a collaborare all’attività creatrice di Dio attraverso la nascita dei figli educandoli secondo la fede cristiana ricevuta. A questo si riferiva Gesù quando ha detto che «All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Mc 10,6-9). Con la sua precisazione il Divino Maestro restaura la freschezza della Volontà Divina al momento della creazione. I cristiani, che invece di sposarsi davanti a Dio convivono o si sposano solo civilmente (che davanti a Dio è la medesima cosa), sono in contrasto con la Volontà Divina, poiché stanno rifiutando un dono inestimabile di Dio. Convivere è in pratica, un atto di superbia poiché in quel modo la coppia sta dicendo a Dio di non aver bisogno della sua Grazia per vivere insieme e per diventare santi; sta rifiutando cioè il dono del suo Preziosissimo Sangue sparso sulla Croce. Ugualmente, coloro che divorziano stanno considerando le loro difficoltà più grandi della Grazia di Dio che li unisce. Anche nel caso si creino situazioni gravissime per le quali diviene impossibile una pacifica convivenza, gli sposi non sono autorizzati a compromettere il vincolo che Dio ha istituito, poiché in quel vincolo c’è la salvezza delle loro anime, che è il fine per il quale Gesù Cristo è morto sulla Croce. *P. Francesco Solazzo, passionista originario di Trepuzzi (Lecce), è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 2015 – solennità dei Santi Pietro e Paolo – presso la cattedrale di Lecce dall’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio.
  25. Il sesto comandamento ci proibisce ogni atto, ogni sguardo, ogni discorso contrario alla castità, e l'infedeltà nel matrimonio.Il nono comandamento proibisce espressamente ogni desiderio contrario alla fedeltà che i coniugi si sono giurata nel contrarre matrimonio; e proibisce pure ogni colpevole pensiero o desiderio di azione vietata dal sesto comandamento.L'impurità è un peccato gravissimo ed abominevole innanzi a Dio ed agli uomini; avvilisce l'uomo alla condizione dei bruti, lo trascina a molti altri peccati e vizi, e provoca terribili castighi in questa vita e nell'altra.I pensieri che ci vengono in mente contro la purità, per se stessi non sono peccati, ma piuttosto tentazioni e incentivi al peccato. I pensieri cattivi, anche se inefficaci, sono invece peccati quando colpevolmente diamo loro motivo, o vi acconsentiamo, o ci esponiamo al pericolo prossimo di acconsentirvi.Il sesto comandamento ci ordina di essere casti e modesti negli atti, negli sguardi, nel portamento e nelle parole. Il nono comandamento ci ordina di essere casti e puri anche nell'interno, cioè nella mente e nel cuore.Per ben osservare il sesto e il nono comandamento, dobbiamo pregare spesso e di cuore Iddio, essere divoti di Maria Vergine Madre della purità, ricordarci che Dio ci vede, pensare alla morte, ai divini castighi, alla passione di Gesù Cristo, custodire i nostri sensi, praticare la mortificazione cristiane e frequentare colle dovute disposizioni i sacramenti.Per mantenerci casti conviene fuggire l'ozio, i cattivi compagni, la lettura di libri e giornali cattivi, l'intemperanza, il guardare immagini indecenti, gli spettacoli licenziosi, le conversazioni pericolose, e tutte le altre occasioni di peccato.
  26. Il quinto comandamento proibisce di uccidere, battere, ferire o fare qualunque altro danno al prossimo nel corpo, sia per sé, sia per mezzo d'altri; come pure di offenderlo con parole ingiuriose e di volergli male. In questo comandamento Iddio proibisce anche il suicidio.E' peccato gravissimo uccidere il prossimo, perché chi lo fa usurpa temerariamente il diritto che ha Dio solo sulla vita dell'uomo; perché distrugge la sicurezza della società umana, e perché toglie al prossimo la vita, che è il bene naturale più grande che ha sulla terra.E' lecito uccidere il prossimo solamente: quando si combatte in una guerra giusta, ossia portata in difesa di un popolo da un aggressore; quando si esegue la condanna di morte stabilita dall'Autorità pubblica, in caso di grave necessità, come pena di efferati delitti; quando infine si tratta di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto offensore.Iddio, nel quinto comandamento, proibisce anche di nuocere alla vita spirituale del prossimo con lo scandalo, cioè qualunque detto, fatto o omissione che è occasione ad altri di commettere peccati.Lo scandalo è un peccato grave, perché tende a distruggere la più grande opera di Dio, che è la redenzione, con la perdita delle anime; dà al prossimo la morte dell'anima togliendogli la vita della grazia, che è più preziosa della vita del corpo; è causa di una moltitudine di peccati. Perciò Iddio minaccia agli scandalosi i più severi castighi.Nel quinto comandamento, Dio proibisce il suicidio perché l'uomo non è padrone della sua vita, come non lo è di quella degli altri.Il quinto comandamento proibisce gravemente l'aborto diretto, voluto come fine e come mezzo, nonché la cooperazione ad esso, pena la scomunica, perché è enormemente più grave uccidere un bambino inerme quando ancora si trova nel grembo materno, ancor prima che abbia potuto vedere la luce, privandolo inoltre della possibilità di ricevere la Grazia del Santo Battesimo.E' severamente proibita anche l'eutanasia diretta, che consiste nel metter fine, con un atto o l'omissione di un'azione dovuta, alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte.Costituisce, per di più, grave peccato di scandalo il sostegno diretto, l'approvazione o la semplice accettazione passiva di leggi statali che autorizzino tali pratiche ignominiose.Il quinto comandamento ci ordina di perdonare ai nostri nemici e di voler bene a tutti.Chi ha danneggiato il prossimo non basta che si confessi, ma deve anche riparare al male che ha fatto col risarcire al prossimo i danni arrecati, col ritrattare gli errori insegnati, e col dar buoni esempi.
  27. Il quarto comandamento ci ordina di rispettare il padre e la madre, di obbedire loro in tutto ciò che non è peccato, e di aiutarli nei loro bisogni spirituali e materiali.E' proibito offendere i genitori con le parole, con le opere e in qualsiasi altro modo.Allo stesso modo questo comandamento ci dice di obbedire e portare rispetto anche ai superiori in generale, sia ecclesiastici che secolari.L'autorità per cui i genitori comandano ai figli e l'obbligo di essi all'obbedienza vengono da Dio, che costituì ed ordinò la famiglia, affinché in essa l'uomo trovi i primi mezzi necessari al suo perfezionamento materiale e spirituale.I genitori hanno il dovere di amare, alimentare e mantenere i loro figli, di provvedere alla loro educazione religiosa e civile, di dar loro buon esempio, di allontanarli dalle occasioni di peccato, correggerli dei loro errori, ed aiutarli ad abbracciare lo stato al quale sono chiamati da Dio. La Sacra Famiglia è l'esempio perfetto che Egli ci ha dato, nella quale Gesù Cristo visse soggetto a Maria santissima e a S. Giuseppe fino ai trent'anni, cioè fino a quando incominciò ad esercitare la missione affidatagli dall'Eterno Padre di predicare il Vangelo.E' necessario che le famiglie siano unite nella società civile, perché possano aiutarsi a vicenda per il perfezionamento e la felicità comune.L'autorità che governa la società civile viene anch'essa da Dio, che la vuole costituita a bene comune. Bisogna, pertanto, obbedire a tale autorità, rispettando tutte le leggi che essa impone, purché esse non siano contrarie alla legge di Dio, secondo il comando e l'esempio di nostro Signore Gesù Cristo.Coloro che fanno parte della società civile hanno, inoltre, il dovere di vivere concordi e di adoperarsi ciascuno coi mezzi e con le forze proprie affinché essa sia virtuosa, pacifica, ordinata e prospera a vantaggio comune.
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