Don Mario Proietti
Unità e diversità: la cattolicità tra universalismo e tribalismo ecclesiale
Decimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”
Proseguendo nel cammino di discernimento che ci ha condotti, passo dopo passo, ad approfondire le tensioni più vive nella vita ecclesiale contemporanea, giungiamo ora a una questione particolarmente complessa e, al contempo, centrale: la relazione tra unità e diversità nella Chiesa. Questa tensione non è di per sé un male. Al contrario, può diventare uno dei motori più fecondi della missione ecclesiale se vissuta nella verità e nell’amore. Ma se viene gestita in modo confuso, ideologico o disordinato, rischia di produrre una lenta ma inesorabile frammentazione del corpo ecclesiale.
Sotto l’apparente bene della pluralità, si moltiplicano oggi approcci pastorali divergenti, interpretazioni dottrinali soggettive e prassi liturgiche differenti, spesso giustificate in nome della cultura o del contesto. Tutto questo, pur mosso in alcuni casi da autentica sollecitudine pastorale, finisce però col mettere in discussione la sostanza dell’unità cattolica. Si assiste a un progressivo affievolimento del riferimento comune alla Tradizione, al Magistero universale e al centro visibile della comunione, cioè il Romano Pontefice. È come se, nel nome della diversità, si stessero creando tante piccole chiese locali, incapaci di riconoscersi l’una nell’altra.
Che cosa significa essere “cattolici”?
Il termine “cattolico”, dal greco katholikos, non ha mai significato soltanto “universale” in senso geografico. Indica piuttosto l’integralità e la pienezza della fede trasmessa dagli Apostoli, professata in ogni tempo e luogo, celebrata nei sacramenti e custodita dalla comunione con il successore di Pietro. È per questo che Sant’Ignazio di Antiochia poté scrivere già nei primi secoli: “Ovunque sia Cristo, lì è la Chiesa cattolica”.
Essere cattolici implica:
• professare una sola fede, quella apostolica;
• celebrare i sacramenti secondo l’intenzione della Chiesa e in continuità con la sua prassi vivente;
• vivere in comunione gerarchica con il Papa e i vescovi in comunione con lui;
• aderire interiormente e visibilmente al medesimo deposito della fede, senza personalizzazioni o adattamenti arbitrari.
La vera cattolicità, quindi, non è una somma di voci scollegate, ma una sinfonia dove ogni nota si accorda al tema centrale. È un’orchestra multiforme, ma non dissonante.
La diversità: dono ordinato o caos giustificato?
La Chiesa non ha mai negato la legittimità della diversità. Al contrario, la sua storia è una testimonianza viva della capacità di accogliere e trasfigurare le culture dei popoli, pur conservando l’unità nella fede. Questo processo si chiama “inculturazione”, ed è un frutto dello Spirito Santo che agisce nella Pentecoste.
Ma attenzione: la Pentecoste non ha prodotto confusione, bensì intelligibilità reciproca. Gli Apostoli parlavano lingue diverse, ma tutti comprendevano nel medesimo annuncio la gloria di Dio. Ciò significa che la vera inculturazione non produce autonomie dottrinali o morali, ma una assimilazione della verità rivelata nelle forme proprie di ciascun popolo, senza mai contraddirne il contenuto essenziale.
Come insegnava san Tommaso d’Aquino, “L’unità è la forma dell’essere molteplice” (S.Th. I, q. 11, a. 3). La pluralità senza un principio formale diventa caos. Se ogni cultura genera una propria liturgia, una propria morale, una propria dottrina senza riferirsi al deposito comune della fede, non abbiamo una ricchezza ecclesiale, ma una disgregazione progressiva del tessuto cattolico.
Il pericolo del tribalismo ecclesiale
In questi ultimi decenni si è fatto largo, anche in ambito ecclesiale, un linguaggio nuovo che pone grande accento sulle “Chiese del Sud del mondo”, sulle “sensibilità regionali”, sulle “priorità locali”. Fino a un certo punto, questo può essere utile per valorizzare le peculiarità dei popoli. Ma quando questi accenti si trasformano in contrapposizioni alla dottrina cattolica universale, sorgono gravi problemi.
In nome del contesto:
• alcune conferenze episcopali promuovono prassi morali contrarie al Magistero, ad esempio in materia di famiglia e sessualità;
• altre rifiutano documenti pontifici, ritenendoli culturalmente estranei o superati;
• si avanza l’idea di norme dottrinali e disciplinari differenziate per continente.
Questa mentalità, apparentemente moderna, in realtà non è altro che tribalismo ecclesiale: un processo che porta la Chiesa a diventare una somma di entità locali autoreferenziali, senza più un legame reale con il centro visibile della comunione cattolica.
Il rischio del federalismo dottrinale
Accanto al tribalismo, si profila oggi un altro pericolo: quello che potremmo definire federalismo dottrinale. Si tratta di un modello implicito, ma sempre più diffuso, in cui le Conferenze episcopali si comportano come entità autonome, ciascuna con la propria teologia, la propria prassi pastorale e una relativa libertà di applicazione dei documenti magisteriali.
Oggi, in ambiti centrali della vita della Chiesa (morale coniugale, confessione, accesso all’Eucaristia), le discrepanze tra diocesi sono diventate così ampie da rendere difficile parlare di una “prassi cattolica comune”. Alcune diocesi benedicono unioni irregolari, altre le vietano. Alcuni vescovi concedono l’Eucaristia a chi vive in situazione oggettiva di peccato, altri la negano. Questo non è sinodalità, ma una deriva che porta a un cammino disgregato, non condiviso.
L’unità nella Trinità: un modello per la Chiesa
Il modello dell’unità nella diversità è la Santissima Trinità. In Dio vi sono tre Persone distinte ma inseparabili. Il Padre non è il Figlio, il Figlio non è lo Spirito, eppure sono un solo Dio. Così la Chiesa: vi sono carismi, culture, sensibilità diverse, ma un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo (Ef 4,5).
La vera diversità è quella che si lascia unificare dalla carità e dalla verità. Quando manca il riferimento comune a Cristo, alla Tradizione e al Papa, la varietà si spezza, diventa confusione. Quando invece ogni dono viene ordinato al bene comune, nasce la vera cattolicità, capace di accogliere tutti senza rinunciare alla verità.
L’unità della Chiesa non è un’opzione, ma un elemento costitutivo della sua natura. Essa va custodita con amore, tutelata con fermezza e vissuta con umiltà. La diversità è davvero una ricchezza solo se armonizzata nell’obbedienza alla verità e alla comunione.
Il Papa non è un’autorità culturale o un garante di pluralismi: è il segno visibile dell’unità cattolica nel tempo, e ogni tentativo di relativizzarne il ruolo produce ferite profonde al corpo ecclesiale.
Oggi più che mai, in un mondo che esalta la frammentazione e relativizza ogni verità, la Chiesa deve mostrare con chiarezza che l’unità non è uniformità, ma comunione ordinata, che la verità non è un’opinione, ma una Persona: Cristo.
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