Pio Daniele Mizzau
Architetto
La Luce nelle chiese pre-conciliari e post-conciliari: il tramonto del sacro
L’architettura sacra pre-conciliare si è fondata per quasi due millenni sul concetto inviolabile di “sacro recinto” (fanum): un’oasi di totale alterità e frattura ontologica tra l’immanenza del profano e la trascendenza del divino. L’ingresso nel tempio cattolico rappresentava una vera e propria soglia cosmica, un itinerario spirituale e psicologico in cui la luce giocava il ruolo fondamentale di guida mistica e strumento di purificazione dell’anima. Accolto da una penombra densa e soffusa fin dall’atrio e dal nartece, il fedele veniva aiutato a “decantare” le turbolenze mondane per assumere un’attitudine di genuina contrizione penitenziale. Questa oscurità mistica non era assenza di vita, ma velo divino: proteggeva l’arcano dal frastuono e dalla banalizzazione del mondo, spegneva la vista carnale e accendeva finalmente gli occhi dello spirito e dell’animo.
Lungo la navata, la luce si strutturava come un rigoroso e potente “cannocchiale liturgico”. Essa restava fioca ed essenziale guida durante il cammino del popolo dei battezzati, per poi esplodere drammaticamente sul presbiterio e sul Santo Sacrificio dell’Altare. Questo sapiente contrasto creava una gerarchia visiva, dogmatica e teologica indiscutibile: il sacerdote, celebrante in persona Christi e orientato ad Orientem verso la sorgente di luce, veniva avvolto da un bagliore celestiale che indicava chiaramente la discesa della Grazia dall’alto. Attraverso il filtro dottrinale delle vetrate storiate, i raggi del sole venivano sacralmente colorati e “battezzati”, trasformandosi in una luce di gloria immutabile, capace di proiettare l’uomo nella Gerusalemme Celeste.
Con la svolta post-conciliare e la successiva deriva sfociata nelle Note Pastorali della CEI del 1993, questo secolare itinerario di salvezza è stato totalmente devastato. Smarriti e confusi da direttive intrise di modernismo, impregnate da una teologia dell’immanenza (nuova fede orizzontale) e da un’indebita osmosi con il secolo, i progettisti hanno abbandonato la Tradizione millenaria della Chiesa. In assenza di liturgisti custodi della retta dottrina, si è assistito all’edificazione di nuove strutture sacre dall’impronta velatamente “paganizzata”, dove il culto antropocentrico ha soppiantato il primato di Dio.
La sostituzione delle storiche cesure opache con ampie vetrate trasparenti ha annullato la penombra purificatrice dell’ingresso, spalancando il tempio all’invasione del profano. La luce, divenuta piatta, diffusa e razionalistica, ha completamente azzerato il cannocchiale mistico. Senza l’esplosione luminosa e gerarchica sull’altare, è caduta la centralità del Mistero eucaristico a favore di una mera percezione orizzontale e sociologica dell’assemblea. Questa illuminazione laica e democratica non trasfigura più la materia, né conduce l’anima dal profondo buio del peccato alla luce di Dio (fede verticale), ma riduce lo spazio a una fredda aula polifunzionale.
Il risultato finale di questa scelta si riflette chiaramente nel modo in cui le persone vivono la chiesa oggi. Senza più ombre né contrasti, l’occhio umano registra tutto subito, senza che ci sia nulla da scoprire o da intuire con la fede. Chi entra oggi in un edificio sacro non prova più la sensazione di accedere a un mondo diverso da quello quotidiano. L’illuminazione uniforme, simile a quella di un ufficio o di un centro commerciale, toglie ogni intima mistica sacralità alla preghiera personale e invita a guardare intorno e non a rivolgere il pensiero verso l’alto. Si è così perso quell’impatto visivo che la luce ha suggerito per secoli accompagnando l’uomo comune a percepire la presenza del divino in luoghi dagli imponenti silenzi.
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