Il Pensiero Cattolico

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Don Mario Proietti

La crisi dell’autorità: il primato petrino tra incomprensioni, silenzi e frammentazione

Nono articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Le riflessioni precedenti ci hanno portato a guardare con occhi lucidi il cuore della crisi che attraversa la Chiesa contemporanea: una confusione di linguaggi, di approcci, di prassi, che si insinua nei gangli vitali dell’evangelizzazione. Tuttavia, non è solo questione di parole. Dietro alla fragilità del dire, si nasconde spesso la fragilità del guidare.
Molti fedeli avvertono che qualcosa si è incrinato: non si sa più bene da chi ricevere luce, chi custodisce davvero la fede ricevuta, chi può ancora parlare con autorevolezza. Alcuni si aggrappano al ricordo dei Papi del passato, altri si rifugiano in particolarismi locali, altri ancora si rassegnano a un relativismo pratico.
Tutto ciò nasce da un nodo centrale: la crisi dell’autorità nella Chiesa, che oggi si manifesta in modo più radicale e pervasivo di quanto si voglia ammettere. Ecco dunque il passo necessario: comprendere come l’autorità ecclesiale sia stata offuscata, e perché recuperarla non significhi tornare indietro, ma ritrovare il baricentro della comunione ecclesiale.

L’autorità nella Chiesa: fondamento divino e struttura visibile

Il Vangelo non presenta la Chiesa come una somma di individui spiritualmente uniti, ma come un corpo visibile, dotato di struttura e guida. La promessa fatta a Pietro (“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”) non è ornamentale, ma costituzionale. Gesù non si limita a dare un compito simbolico, ma fonda un ministero reale, storico, visibile: il primato petrino.
La Tradizione cattolica ha sempre visto nel Papa il “principio visibile dell’unità”, custode e garante della fede apostolica. Ma ciò implica che l’autorità non può mai contraddire la fede trasmessa. Essa ha come scopo confermare i fratelli, custodire il deposito, promuovere la carità nella verità.
Una crisi maturata nel tempo: tra aggiornamento e disorientamento
Con l’inizio del postconcilio, il linguaggio dell’autorità cambia: si privilegiano termini come “servizio”, “accompagnamento”, “discernimento”. Si tende a evitare tutto ciò che possa evocare comando o imposizione. Questo cambio di registro, in parte necessario per superare un clericalismo rigido, si è però presto trasformato in una forma di autorepressione.
Nel tempo, ciò ha generato:

• una perdita di autorevolezza percepita;
• un silenzio su temi controversi per evitare tensioni;
• una delega al soggettivismo pastorale locale.

Nel frattempo, i media hanno trasformato ogni dichiarazione papale in una notizia da commentare, portando a personalizzare il Magistero e a dividerlo in correnti.
Il presente: tre sintomi gravi di una crisi visibile
1. Personalizzazione del primato: il Papa viene identificato con la sua linea personale. Si diventa “franceschisti” o “anti-franceschisti”, come se il papato fosse un’opinione. Viene meno la percezione del munus ricevuto da Cristo.
2. Frammentazione episcopale: i vescovi non parlano più con una sola voce. In Germania si approvano linee che in Africa o in Polonia sono rifiutate. Le Conferenze episcopali sembrano Chiese autonome.
3. Silenzio strategico: in nome della prudenza, molte autorità evitano di pronunciarsi. Questo alimenta il caos: l’autorità che non illumina è percepita come complice dell’errore.

Autorità come guida: tra San Tommaso e il Concilio

San Tommaso d’Aquino insegna che l’autorità deriva dalla verità e dalla giustizia. L’autorità è vera quando conduce al bene comune nella verità della legge divina (Summa Theologiae, I-II, q.90-96). Il Concilio Vaticano II ha ribadito che il Papa e i vescovi sono servitori della Parola, non suoi padroni.
La legittimità dell’autorità nella Chiesa si misura:
• nella sua fedeltà alla Tradizione;
• nella sua capacità di confermare la fede;
• nella chiarezza delle sue decisioni.
Quando un’autorità è ambigua, diventa controproducente. Quando tace su ciò che deve essere detto, smarrisce il suo ruolo.

Obiezioni e chiarimenti

Ma il Papa è assistito dallo Spirito Santo!” Sì, ma non in ogni parola privata o intervista. L’assistenza riguarda il Magistero autentico, soprattutto quello solenne e definitorio, non ogni atto pastorale o comunicativo.
Ma bisogna camminare insieme!” Camminare insieme non significa rinunciare a guidare. La sinodalità è comunione ordinata, non anarchia. Il pastore cammina con il gregge, ma è anche chiamato a precederlo.

Recuperare un esercizio sano e forte dell’autorità

Non serve un ritorno al comando rigido, ma serve urgentemente:
• una parola chiara e condivisa da tutta la gerarchia;
• un primato che confermi, non confonda;
• vescovi che parlino con coraggio, senza timore del mondo;
• una restaurazione del legame tra Roma e le Chiese locali.
I fedeli non cercano padroni, ma padri. Non cercano controllo, ma orientamento. L’obbedienza vera nasce dalla fiducia, e la fiducia nasce da una verità detta con chiarezza.
La Chiesa non è una federazione di opinioni, ma una comunione gerarchica ordinata. Il primato petrino è dono divino, non costruzione storica. E oggi più che mai, abbiamo bisogno di autorità che non temano di essere forti nella carità e fermi nella verità.
Che Pietro torni a confermare i fratelli. Che i vescovi parlino con una sola voce. Che il popolo santo di Dio possa riconoscere nel volto dell’autorità non il volto di un burocrate o di un opinionista, ma quello del Buon Pastore.

Prossimo articolo: Unità e diversità: la cattolicità tra universalismo e tribalismo ecclesiale

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