Il Pensiero Cattolico

6 Settembre 2026

More results...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
6 Settembre 2026

More results...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Mario Mascia

La Potenza nella Virtù dell’essere

La consapevolezza delle virtù intrinseche nell’essere umano si scopre nel potenziale intimo dell’essere attraverso la realizzazione dell’eccellenza dell’integrità rivelata nella virtù.
La realizzazione delle proprie capacità si realizza sulle basi fondamentali dalla Potenza all’Atto. Ogni essere dispone di un insieme di possibilità.
La virtù è un processo attivo con cui le possibilità si traducono in atto, secondo il passaggio da una attitudine inatta al compimento di una forma eccellente.
Nel pensiero filosofico il concetto di potenza riguarda la considerazione ontologica delle cose, ovvero sulla natura di ciò che esiste che riguarda non il problema dell’attività umana e spirituale ma quello dell’oggettivo divenire del mondo.

Secondo “Spinosa” la virtù non è una imposizione esterna, ma piuttosto lo sforzo risoluto di ogni essere di perseverare nella potenza di agire. La virtù non è solo una azione morale ma ciò che permette all’essere umano di raggiungere il massimo fulgore e, con essa la felicità. Il termine potenza raggiunge la massima importanza in Aristotele, che determina il carattere di ogni realtà capace di divenire, rendendo esplicita una forma implicita raggiungendo una elevata perfezione. L’ “essere in potenza” non è concepito come l’essere in atto”: la realtà perfetta è come tale in atto non dovendo ancora svilupparsi. Di qui la concezione teologica di Dio come “atto puro”, cioè affatto scevro di potenza. In Aristotele l’essere dispone di un insieme di possibilità o potenza. La virtù esprime l’eccellenza, in maniera tale secondo cui una sostanza attua le proprie possibilità. Più specificamente, la virtù etica è la capacità di governare le passioni mediante la ragione. La Filosofia di San Tomaso d’Aquino richiama la prospettiva di Aristotele incorporandola con la metafisica cristiana. In base alla sua visione la virtù è una disposizione stabile che permette all’essere umano di perfezionare la propria natura per giungere alla pienezza dell’essere. Questi criteri convergono sulla concezione che la potenza o vera forza di un ente o di un individuo non risiede solamente nel potere coercitivo ma nella capacità di esprimere esaurientemente la propria essenza in modo equilibrato e virtuoso.
Il concetto intrinseco di virtù, inteso in senso filosofico e morale comprende la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza che costituiscono nel loro insieme le quattro virtù cardinali, riconosciuti pilastri etici, risalenti alla filosofia greca e perfezionati nella tradizione cristiana, rappresentano l’equilibrio della condotta umana. Sorge l’interrogativo: cosa caratterizza intrinsecamente l’essere umano se non l’anelito profondamente umano di migliorare sé stesso non l’elegante illusione della perfezione, una maschera ingannevole se non una aspettativa di miglioramento rispetto al passato, che la vita può riservare in circostanze inaspettate. Permane quindi un anelito di miglioramento che affonda le radici delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza quattro colone edificate nella lotta quotidiana della vita. Le virtù cardinali, denominate anche virtù umane principali, nella religione cristiana sono delle virtù etiche costituenti pilastri di una vita protesa al bene, ovvero l’abito operativo che induce a vivere rettamente.

La Prudenza come discernimento induce la ragione a discernere in ogni occasione il bene della persona a scegliere i mezzi adatti per realizzarlo. Nell’aspetto biblico il discernimento richiama il dono della Sapienza, intesa quale capacità di vivere ogni circostanza alla luce di Dio nell’assumere le decisioni. Sostanzialmente la Prudenza consiste nel discernimento, esprimibile nella capacità di distinguere il vero dal falso il bene dal male, riconoscendo le false verità. L’essere prudente rigetta l’indecisione e la titubanza deliberando autenticamente senza trepidazione per contrastare una cultura sociale, lontana dalla legge di Dio.

La Giustizia consiste nella perseveranza di consegnare a Dio e al prossimo ciò che è dovuto, intendendo e di conseguenza compiendo tutto ciò che sia bene verso Dio, il prossimo e verso sé stessi. Tra le virtù cardinali la Giustizia è più importante perché “chi pratica la giustizia è giusto come Egli [Cristo] è giusto” (1Giovanni 3,7) mentre “chi non pratica la giustizia non è da Dio” (1Giovanni 3,10) come riferisce san Giovanni.

La Fortezza offre, nelle asperità, la risolutezza e la costanza per perseguire il bene. La fortezza offre la capacità di sviluppare la resilienza, di non scoraggiarsi agli inconvenienti nel percorso della perfezione sconfiggendo la pigrizia, la viltà e la paura in contrasto alla pusillanimità, come insegna San Tomaso D’Aquino, quale difetto di non sfruttare le proprie possibilità, ovvero senza esprimere pienamente le proprie potenzialità.

La Temperanza consiste nell’arte della virtù. Una cultura che suscita atteggiamenti di eccesso induce a oltrepassare i limiti in ogni circostanza: nel consumismo, nel godimento, nelle ambizioni, perciò la temperanza imprime il rinnovamento. Il dominio delle pulsioni esprime piena libertà. Platone aveva intravisto che una città, come un’anima, è sana se ogni componente sa restare al proprio posto, senza sopraffare le altre.

La temperanza cristiana è generata dall’amore per il corpo e per il mondo, non dal rigetto. Per il gaudio nella vita è necessario essere liberi da ogni asservimento. È una libertà delicata, difficile, ma esaltante.

La sapienza millenaria del cristianesimo da sempre ha insegnato che la fede non ignora la ragione ma la illumina. Le virtù cardinali riportano l’incontro tra fede e ragione in tal modo che l’intelletto sia permeato dalla grazia.

...dello stesso Autore

Pio Daniele Mizzau

Architetto

La Luce nelle chiese pre-conciliari e post-conciliari: il tramonto del sacro

L’architettura sacra pre-conciliare si è fondata per quasi due millenni sul concetto inviolabile di “sacro recinto” (fanum): un’oasi di totale alterità e frattura ontologica tra l’immanenza del profano e la trascendenza del divino. L’ingresso nel tempio cattolico rappresentava una vera e propria soglia cosmica, un itinerario spirituale e psicologico in cui la luce giocava il ruolo fondamentale di guida mistica e strumento di purificazione dell’anima. Accolto da una penombra densa e soffusa fin dall’atrio e dal nartece, il fedele veniva aiutato a “decantare” le turbolenze mondane per assumere un’attitudine di genuina contrizione penitenziale. Questa oscurità mistica non era assenza di vita, ma velo divino: proteggeva l’arcano dal frastuono e dalla banalizzazione del mondo, spegneva la vista carnale e accendeva finalmente gli occhi dello spirito e dell’animo.

Lungo la navata, la luce si strutturava come un rigoroso e potente “cannocchiale liturgico”. Essa restava fioca ed essenziale guida durante il cammino del popolo dei battezzati, per poi esplodere drammaticamente sul presbiterio e sul Santo Sacrificio dell’Altare. Questo sapiente contrasto creava una gerarchia visiva, dogmatica e teologica indiscutibile: il sacerdote, celebrante in persona Christi e orientato ad Orientem verso la sorgente di luce, veniva avvolto da un bagliore celestiale che indicava chiaramente la discesa della Grazia dall’alto. Attraverso il filtro dottrinale delle vetrate storiate, i raggi del sole venivano sacralmente colorati e “battezzati”, trasformandosi in una luce di gloria immutabile, capace di proiettare l’uomo nella Gerusalemme Celeste.

Con la svolta post-conciliare e la successiva deriva sfociata nelle Note Pastorali della CEI del 1993, questo secolare itinerario di salvezza è stato totalmente devastato. Smarriti e confusi da direttive intrise di modernismo, impregnate da una teologia dell’immanenza (nuova fede orizzontale) e da un’indebita osmosi con il secolo, i progettisti hanno abbandonato la Tradizione millenaria della Chiesa. In assenza di liturgisti custodi della retta dottrina, si è assistito all’edificazione di nuove strutture sacre dall’impronta velatamente “paganizzata”, dove il culto antropocentrico ha soppiantato il primato di Dio.

La sostituzione delle storiche cesure opache con ampie vetrate trasparenti ha annullato la penombra purificatrice dell’ingresso, spalancando il tempio all’invasione del profano. La luce, divenuta piatta, diffusa e razionalistica, ha completamente azzerato il cannocchiale mistico. Senza l’esplosione luminosa e gerarchica sull’altare, è caduta la centralità del Mistero eucaristico a favore di una mera percezione orizzontale e sociologica dell’assemblea. Questa illuminazione laica e democratica non trasfigura più la materia, né conduce l’anima dal profondo buio del peccato alla luce di Dio (fede verticale), ma riduce lo spazio a una fredda aula polifunzionale.

Il risultato finale di questa scelta si riflette chiaramente nel modo in cui le persone vivono la chiesa oggi. Senza più ombre né contrasti, l’occhio umano registra tutto subito, senza che ci sia nulla da scoprire o da intuire con la fede. Chi entra oggi in un edificio sacro non prova più la sensazione di accedere a un mondo diverso da quello quotidiano. L’illuminazione uniforme, simile a quella di un ufficio o di un centro commerciale, toglie ogni intima mistica sacralità alla preghiera personale e invita a guardare intorno e non a rivolgere il pensiero verso l’alto. Si è così perso quell’impatto visivo che la luce ha suggerito per secoli accompagnando l’uomo comune a percepire la presenza del divino in luoghi dagli imponenti silenzi.

...dello stesso Autore

...articoli recenti

Pio Daniele Mizzau

Architetto

La Chiesa in piedi: il senso profondo degli inginocchiatoi scomparsi

Nel panorama delle nostre chiese contemporanee, c’è un’assenza silenziosa che racconta una rivoluzione teologica, architettonica e culturale: la scomparsa, o la drastica riduzione, degli inginocchiatoi dai banchi. Per secoli, inginocchiarsi è stato il gesto cattolico per eccellenza, l’espressione plastica e corporea di penitenza, timore reverenziale e adorazione misterica. Oggi, molte navate post-conciliari offrono sedute lineari, spoglie e geometriche, che invitano l’assemblea a rimanere quasi esclusivamente in piedi o seduta. Non si è trattato di un semplice cambio di arredamento dettato dalle mode del design, ma dello specchio visibile di una fede che, a partire dagli anni Sessanta, ridefiniva la propria ecclesiologia, talvolta smarrendo la via del sacro.

La radice di questo mutamento affonda nella riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Con la costituzione Sacrosanctum Concilium, la Chiesa ha voluto rimettere al centro la “partecipazione attiva, consapevole e pia” dei fedeli. La celebrazione non doveva più essere vissuta come un momento di devozione privata e individualista – in cui il singolo si isolava nel proprio banco, spesso recitando il Rosario mentre il sacerdote celebrava in latino e di spalle – ma come un’azione corale e comunitaria. In quest’ottica, la postura eretta è stata riscoperta con forza: essa è, fin dalla Chiesa dei primi secoli, il segno del cristiano risorto, l’uomo nuovo liberato dal peccato che accoglie la Parola e loda il suo Signore. Parallelamente, l’accento posto sulla Messa come “Banchetto Sacro” ha richiesto una maggiore fluidità degli spazi. L’altare rivolto verso l’assemblea ha abbattuto le distanze, e i vecchi banchi massicci, espressione di un’antica fede salda ma oggi percepiti come barriere psicologiche, hanno ceduto il passo ad arredi leggeri, più “ecumenici” per agevolare i movimenti e le processioni.

Tuttavia, proprio su questo crinale si consuma una delle contraddizioni più acute e dolorose del post-Concilio, che si inserisce in una più ampia e preoccupante anomalia legata all’arredo e all’architettura delle nuove chiese. In nome di una fraintesa “laica sobrietà minimalista”, molti luoghi di culto contemporanei sono stati trasformati in spazi totalmente spogli, freddi e aniconici. Icone, statue, affreschi e persino il tradizionale Crocifisso monumentale sono stati progressivamente banditi o relegati in angoli nascosti. L’aula liturgica, svuotata della ricchezza visiva che per secoli ha catechizzato il popolo attraverso la bellezza, ha finito per assomigliare più a un’aula magna polifunzionale, a un teatro o a una sala conferenze che a una “Casa di Dio”. Questa “estetica del vuoto”, spacciata per purezza evangelica, ha di fatto privato il fedele di quei punti di riferimento visivi capaci di elevare l’anima dal piano temporale a quello eterno.

In questo deserto iconografico, l’eliminazione fisica degli inginocchiatoi rappresenta il colpo di grazia alla dimensione verticale della fede, imponendo una brutale privazione della libertà di culto all’interno della stessa liturgia. L’Ordinamento Generale del Messale Romano prescrive chiaramente che i fedeli si inginocchino almeno durante la consacrazione, momento culminante in cui il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Eppure, in moltissime chiese moderne o ristrutturate, i fedeli si trovano nell’impossibilità materiale di compiere questo atto di suprema riverenza. Privati del supporto, l’unica alternativa rimasta è inginocchiarsi sul pavimento nudo – operazione preclusa ad anziani, malati o disabili – oppure rassegnarsi a rimanere in piedi o seduti.

Si assiste così a un paradosso intollerabile: in nome del “nuovo ruolo di risorti” e di una malintesa emancipazione comunitaria, l’autorità di liturgisti e architetti d’avanguardia ha costretto il popolo a non poter adorare adeguatamente il Mistero. Questa non è un’evoluzione, ma un abuso interpretativo che scambia l’antropocentrismo con la teocentricità. Svuotando le chiese di simboli e impedendo il gesto della genuflessione, si compie un errore fatale: in assenza di genuflessione e di autentico raccoglimento corporeo, svanisce la riverenza verso il vero e unico “Celebrato” della liturgia, che è Cristo Gesù, realmente presente nell’Eucarestia, per chi ancora ci crede!

Quando l’uomo smette di piegare le ginocchia davanti a Dio, il rischio è che l’assemblea finisca per celebrare esclusivamente se stessa, trasformando l’azione sacra in un rito sociale e orizzontale.

Impedire il gesto della genuflessione significa impoverire l’esperienza umana della fede, che passa inevitabilmente attraverso i sensi e il corpo. Oggi, superata la stagione delle rotture ideologiche e del minimalismo iconoclasta, emerge l’urgenza di un saggio e profondo ripensamento: la riscoperta che stare in ginocchio davanti all’Eucarestia non umilia la dignità della risurrezione, ma la autentica nell’umiltà della fede. Custodire il mistero significa anche restituire alle chiese la loro identità sacra e restituire al fedele la sacrosanta libertà di potersi curvare adorante davanti al Re dei Re.

...dello stesso Autore

...articoli recenti

p. Corrado Sedda C.O.

Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione (Sal 94,10)

Nel precedente articolo leggevamo alcuni pronunciamenti di Papa Montini riguardo alla riforma liturgica in atto, fino all’idea di Papa Ratzinger per una “riforma della riforma”. Ad esempio nell’udienza del 14 ottobre 1968 ai membri del Consilium ad exequendam Constitutionem de sacra liturgia, Paolo VI diceva:
Molto più, poi, ci preoccupa il modo di agire di coloro che ritengono che il culto liturgico debba essere spogliato del suo carattere sacro e perciò erroneamente pensano che non si debbano usare oggetti o suppellettili sacre, ma sostituirle con quelli di uso comune e volgare. E la temerarietà di alcuni si spinge al punto da non risparmiare lo stesso luogo sacro delle celebrazioni. Bisogna dire che idee del genere capovolgono non soltanto la genuina natura della sacra liturgia, ma anche il vero concetto della religione cattolica.
Quindi più tardi il cardinal Joseph Ratzinger, intervistato da Vittorio Messori, diceva:
Ci si deve chiedere se il processo di riforma, nei fatti, sia stato condotto correttamente… A questo punto diventa improcrastinabile l’esigenza di guardare attentamente a ciò che è accaduto, pregare, riflettere sulle cause e, con l’aiuto di Dio, apportare le necessarie correzioni.
Per una migliore comprensione della problematica giova ora considerare in dettaglio il corso storico che portò all’ultima riforma liturgica.

Il movimento liturgico

Imprescindibile punto di partenza per comprendere quanto venuto dopo, è il movimento liturgico costituitosi sulla scia dei documenti: Tra le Sollecitudini (1903), Sacra Tridentina Synodus (1905), Divino afflatu (1911). Vari e autorevoli personaggi vollero convergere in questo movimento intellettuale che promosse attivamente gli input dati da Papa San Pio X nel suo magistero.
Quanto portato avanti dal movimento liturgico negli anni ‘20 del XX sec., venne poi attentamente studiato dal pontefice Pio XII, il quale nella sua enciclica Mediator Dei (1947) prende atto delle due correnti che convivono nel movimento stesso: riformista e rivoluzionaria. Per comprendere la realtà storica, consideriamo che era solo il 2 dicembre 1951 quando il futuro Papa Roncalli – mentre era Nunzio Apostolico in Francia – annotava nel suo “Diario dell’anima”: «Assistetti alla Messa a San Severino (Parigi). Presi freddo e mi nocque. Musica assai migliorata ma la Messa face au peuple: una contraddizione grave alle leggi liturgiche. Tutto il canone pronunciato a voce alta e non in secreto come prescrive il Messale… Oh che pena con queste teste ardenti e un po’ bislacche». Il fatto dà un’idea dei cambiamenti in atto.

Riforma della Settimana Santa – 1955

Si suole dire che si arrivò alle soglie del Vaticano II con una prassi liturgica sempre più decadente. Storicamente bisogna considerare l’impoverimento materiale e la perdita di risorse umane sofferta da istituti religiosi e collegiate, colpiti da leggi anticlericali e soppressioni di Napoleone e Savoia. Infatti le cerimonie più solenni erano possibili laddove si trovavano più ministri a celebrare, non il solo parroco. In generale i fedeli erano coinvolti più dalla pietà popolare (processioni, sacre rappresentazioni…) che dalle lunghe funzioni in latino. Il magistero di San Pio X aveva peraltro espresso un certo compiacimento per le devozioni coltivate dalle corporazioni laicali. Per di più nel clero impegnato in attività diverse, si avvertiva sovente difficoltà a preparare le cerimonie secondo le articolate prescrizioni rubricistiche. Per esempio dobbiamo ricordare che durante la Veglia Pasquale, spostandosi dal sagrato al presbiterio al battistero, cambiava perfino il colore liturgico dei paramenti. Pertanto la revisione si presentò a Papa Pio XII come un’istanza dal basso per la riforma dei riti della Settimana Santa.
Nel 1948 Pio XII nominò il controverso sacerdote Annibale Bugnini (dei padri lazzaristi) alla Commissione per la riforma liturgica. La commissione aveva il compito di riformare la liturgia per la Messa del Sabato Santo, solitamente celebrata al mattino, in una Veglia Pasquale celebrata nella notte, prima della Messa della mattina di Pasqua. Nell’800 d.C. la Messa del Sabato Santo veniva celebrata poco prima del tramonto e nel 1076 sempre di pomeriggio. Nel XVI secolo si iniziò a celebrare la Messa del Sabato Santo al mattino con la triplice candela (trikirion), il cero pasquale e le dodici “profezie”. Papa San Pio V decretò addirittura nella sua bolla Sanctissimus (1566) che a tutti i sacerdoti era proibito celebrare la Messa del Sabato Santo dopo mezzogiorno. Teologi come San Tommaso d’Aquino e San Pio V avevano difeso la celebrazione diurna del Sabato Santo. Uno degli argomenti a favore era il digiuno eucaristico che non consentiva di arrivare a tarda notte, dato che non c’era ancora alcuna nozione di adempiere il precetto domenicale con la Messa vespertina del sabato sera (iniziata con l’istruzione Christus Dominus del 1953).
Il movimento liturgico declamava da tempo che l’inno Exultet, cantato dal diacono per la benedizione del cero pasquale, parli di un atto che avviene di notte: Perciò, la consacrazione di questa notte mette in fuga la malvagità, lava via i peccati e restituisce l’innocenza a chi è caduto e la gioia a chi è addolorato; bandisce l’odio, prepara la pace e fa crollare le sovranità. Pertanto, in favore di questa notte, ricevi, o Padre santo… Poiché la liturgia antica si riferisce al contesto di “questa notte”, i liturgisti degli anni Quaranta del secolo scorso, volevano ricollocare la celebrazione nella notte del Sabato Santo. La riforma della liturgia del Sabato Santo del 1951 (decreto Dominicae resurrectionis) si trasformò presto nella riforma della Settimana Santa del 1955 (decreto Maxima redemptionis). In sintesi le modifiche più evidenti apportate:

  • aboliti i paramenti plicati che interessavano diacono e suddiacono
  • la Domenica delle Palme la cosiddetta “Messa secca” (con prefazio e sanctus) viene di fatto abolita, riducendo il rito a un brano di vangelo con la benedizione delle palme
  • la Veglia pasquale e la Candelora interamente in bianco
  • le lezioni della Veglia Pasquale ridotte da dodici a quattro, abbreviando i brani; eliminato il bastone con triplice candela (arundine) e modificata anche la liturgia battesimale
  • con una nuova edizione del breviario venne meno anche il tradizionale ufficio delle tenebre con la saetta

Infine, non essendoci Messe senza il popolo al triduo pasquale, nel 1956 (decreto Cum nostra) Bugnini convinse Pio XII a permettere qualcosa di inedito: la concelebrazione di sacerdoti in gruppo intorno all’altare maggiore. Tra le righe bisogna ricordare che dal 1954 per Eugenio Pacelli iniziarono i problemi di salute (gastrici) che lo debilitarono fisicamente, rendendolo sempre meno energico. Allora, nei suoi ultimi quattro anni di vita, la compagine di teologi del ressourcement in Vaticano consolidò la propria influenza.

Messale del 1962

Il Messale promulgato da Papa Giovanni XXIII prima di aprire il Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962) è frutto della medesima precedente commissione liturgica. È facile quindi osservare che l’intento di semplificazione del rito adoperato per la Settimana Santa, venga qui esteso a tutto l’anno liturgico (lettera apostolica Rubricarum instructum). Riepiloghiamo brevemente le modifiche apportate nel messale 1962:

  • abolite le Messe vigilari (c.d. veglie) di Pentecoste ed Epifania
  • colori liturgici della domenica delle Palme (inizia in rosso e continua in viola) e del venerdì santo (viola)
  • ottave conservate nella Chiesa universale solo per solennità del Signore (Pasqua, Natale, Pentecoste)
  • aggiunti alcuni prefazi, tra cui Sacro Cuore e Cristo Re
  • possibilità di omettere le preghiere introitali ai piedi dell’altare quando la Messa è preceduta da un rito (matrimonio, cresime, benedizione candele, imposizione delle ceneri…), quindi alle Rogazioni, la domenica delle Palme e la Veglia pasquale
  • possibilità di omettere l’ultimo vangelo alle Messe concluse con Benedicamus Domino, alla Messa del giorno di Natale e la domenica delle Palme, alla Veglia pasquale, alle Messe dei defunti seguite dall’assoluzione al tumulo, alle Messe con riti pontificali
  • l’ultimo vangelo è solo e unicamente il prologo di Giovanni e spariscono le doppie secreta
  • possibilità di omettere le preci leonine dopo la Messa letta conventuale (non dopo quella parrocchiale), quando durante la Messa c’è stata l’omelia, quando la Messa è immediatamente seguita da un’altra funzione liturgica o da un pio esercizio, dopo la Messa dialogata (solo la domenica e nei giorni festivi); non si dicono mai dopo la Messa cantata; si possono recitare in volgare nella versione approvata dall’Ordinario del luogo
  • sequenza Dies irae facoltativa alla Messa letta dei defunti
  • alla Messa in terzo o cantata il sacerdote celebrante non legge più in privato brani proclamati dai ministri
  • il digiuno eucaristico viene mitigato da dodici a tre ore prima della Messa
  • inserto di San Giuseppe Sposo nominato nel canone e in varie orazioni
  • eliminato l’attributo “perfidi giudei” nell’orazione del Venerdì Santo
  • uso del tricorno facoltativo

Rito sperimentale – 1965

Il Concilio Vaticano II viene annunciato ad inizio anno 1959 e, una volta esaurita la fase ante-preparatoria, con il motu proprio Superno Dei (giugno 1960) si formano le commissioni preparatorie. A presiedere quella sulla riforma liturgica venne chiamato il cardinale Cicognani, già prefetto della Sacra Congregazione dei Riti. Stante l’enorme mole di lavoro da svolgere vennero istituite delle sub-commissioni. Appena la sottocommissione iniziò i lavori si accorse che le proposte ricevute chiedevano sostanziali cambiamenti alla liturgia della Messa, non già qualche ritocco. Quando però la sottocommissione presenta alla commissione preparatoria conciliare sulla liturgia il resoconto dei suoi lavori, la commissione ridimensiona notevolmente tali intendimenti e sceglie la strada dell’equilibrio tra conservazione e innovazione, giungendo alla conclusione che l’Ordo missae venga rivisto nel suo impianto generale al fine ultimo di favorire più chiaramente e facilmente la comprensione e, di conseguenza, la partecipazione attiva dei fedeli al sacro rito. Il Concilio approva il suo primo documento il 4 dicembre 1963: la Costituzione sulla Sacra Liturgia intitolata Sacrosanctum concilium, passò con 4 voti contrari e 2.147 a favore (inclusa la firma di Marcel Lefebvre).
Dopo la morte di Papa Roncalli, nel 1964 Paolo VI conferma Bugnini a segretario del Consiglio per l’attuazione della Costituzione sulla liturgia e riduce il digiuno eucaristico a un’ora prima di ricevere la Santa Comunione. L’anno seguente, concluse le sedute del Concilio, lo stesso Paolo VI permette un messale sperimentale che include i seguenti cambiamenti:

  • l’uso della lingua vernacola solo per le letture
  • il salmo 42 è omesso all’inizio della Messa
  • l’embolismo dopo il Pater noster è letto a voce alta
  • omessi i segni di croce nel canone
  • l’Ultimo vangelo eliminato alla fine della Messa
  • le preci leonine dopo la Messa bassa (inclusa la preghiera a San Michele) sono soppresse

Si evince che, almeno sulla carta, l’orientamento è ancora ad Deum e la lingua latina è ancora mantenuta per la Messa, come peraltro si legge nell’istruzione Inter oecumenici (26/09/1964). Nel presente excursus storico ci limitiamo a considerare i fatti senza entrare in merito alle idee che richiedono riflessione a parte. Infatti l’interpretazione del testo conciliare venne esplicitata a posteriori da Annibale Bugnini in una dichiarazione pubblicata su L’Osservatore Romano (il 19 marzo 1965), quando parla del «desiderio (…) di scartare [dal nuovo rito] ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un rischio di inciampo o di dispiacere (…) per i fratelli separati». Più tardi aggiunse che «la riforma liturgica ha fatto un notevole passo avanti e si è avvicinata alle forme liturgiche della Chiesa luterana» (L’Osservatore Romano, 13 ottobre 1967). Invero al Consilium parteciparono 6 “consulenti ecumenici” di confessioni protestanti, con la speranza che una liturgia a loro più familiare favorisse la riunificazione della Chiesa Cattolica coi “fratelli separati”. Come suggerisce il titolo biblico del presente articolo, quarant’anni dopo le esternazioni di Bugnini, Papa Ratzinger riabilitava il rito pre-conciliare col motu proprio Summorum Pontificum (07/07/2007).

Novus ordo Missae – 1969

Negli anni seguenti la chiusura del Concilio (8 dicembre 1965) il Consilium ad exequendam Constitutionem continua a tavolino il suo lavoro, parallelamente a sperimentazioni avviate in contesti diversi, che andranno ben presto fuori controllo. Infatti l’entusiasmo di rinnovare porterà prassi che supereranno le norme liturgiche promulgate: dall’orientamento versus populum all’amplificazione acustica nelle chiese. Rimembrando Messa Beat e Messa Lube si comprende come per lungo tempo rimase lettera morta l’istruzione Musicam sacram (1967), con liturgie animate da chitarre e batterie. Le Messe degli anni ‘70 raffrontate a quelle del decennio precedente, divennero semplicemente irriconoscibili. Negli anni del post-concilio la mania di “svecchiare” le usanze portò uno scempio di arte sacra, tra altari manomessi e pezzi d’epoca dismessi, inclusi i paramenti. Tradotti i testi liturgici nelle lingue nazionali e reimpostata la struttura stessa della Messa, il 3 aprile 1969 Paolo VI, con la sua Costituzione Apostolica Missale Romanum, promulga il Novus Ordo Missae. Lo stesso anno concede l’indulto per la Santa Comunione in mano alle nazioni dove era già in uso (Olanda, Belgio, Francia e Germania) e, in maggio, nomina A. Bugnini segretario della Congregazione per il Culto Divino. Il 26 marzo 1970 viene pubblicata la prima editio typica del messale novus ordo. Cinque anni più tardi nella lettera apostolica per l’indizione del Giubileo dell’anno santo 1975, scrive: «A dieci anni dal Concilio Vaticano II che ha avviato un ampio e salutare rinnovamento nel campo del lavoro pastorale, della pratica penitenziale e della preghiera liturgica, noi riteniamo che sia molto opportuna un’opera di revisione». Quindi l’anno seguente si pubblica la seconda editio typica (messale di Paolo VI del 1976); la terza sarà nel 2002 con Giovanni Paolo II. Lo stesso anno 1976 Papa Montini invia Bugnini in Iran come pro-nunzio apostolico, allorquando dal Registro massonico italiano trapelò il suo nome col rispettivo codice “Buan”. La segretezza tipica delle logge non divulga le carte, ma era fondata la notizia del tesseramento il 23 aprile 1963, meno di due mesi prima della morte di Giovanni XXIII.

...dello stesso Autore

p. Corrado Sedda C.O.

La riforma della riforma

Oggigiorno la riforma liturgica è un dato acquisito, è il modo in cui si trova celebrata ordinariamente la liturgia nelle chiese. Volendo ricostruire il corso storico che portò alla riforma liturgica oggi in uso, bisognerebbe risalire al movimento liturgico del XIX secolo, ma ultimamente si riconosce nel post-Concilio la realizzazione odierna. Trascorsi sessant’anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, al giorno d’oggi nella Chiesa la questione liturgica non si presenta del tutto pacifica e, per comprenderne le ragioni, occorre considerare come siamo arrivati al presente. Il primo documento approvato dall’assise conciliare fu proprio la Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia, che indicava principi e orientamenti. Durante i lavori della commissione che doveva attuare concretamente il documento, Papa Paolo VI si rivolgeva in questi termini (10 aprile 1967) al Consilium ad esequendam reformam lithurgicam:

Più grave causa di afflizione è per noi la diffusione di una tendenza a dessacralizzare la “liturgia” – se ancora essa merita questo nome – e con essa, fatalmente, il cristianesimo. La nuova mentalità, di cui non sarebbe difficile rintracciare le torbide sorgenti, e su cui tenta di fondarsi questa demolizione dell’autentico culto cattolico, implica tali sovvertimenti dottrinali, disciplinari e pastorali, che noi non esitiamo a considerarla aberrante; e lo diciamo con pena, non solo per lo spirito anticanonico e radicale che gratuitamente professa, ma ben più per la disintegrazione religiosa che essa fatalmente reca con sé.
(PAPA PAOLO VI, Allocuzione in occasione della chiusura della adunanza della VII sessione plenaria del «Consilium de Sacra Liturgia», in “L’Osservatore Romano”, 20/04/1967, n.1)

Parole espresse in modo inequivocabile e di sorprendente durezza. Al termine di una sessione che riuniva tutti i membri della commissione, il Papa si rivolge loro con tono fortemente critico rispetto alle tendenze in atto. Due anni più tardi lo stesso Montini si esplica ancora sulla stessa linea:

L’interesse per il rinnovamento è stato da molti rivolto alla trasformazione esteriore e impersonale dell’edificio ecclesiastico, e all’accettazione delle forme e dello spirito della Riforma protestante, piuttosto che a quel rinnovamento primo e principale che il Concilio voleva, quello personale, quello interiore: quello che deve ringiovanire la Chiesa nella coscienza del suo mistero, della sua adesione a Cristo.
(Paolo VI, 15 gennaio 1969)

Lasciando parlare i protagonisti della storia, continuiamo a leggere come un decennio più tardi, il successore Papa Giovanni Paolo II commentava le differenti inclinazioni rispetto al rinnovamento conciliare, indirizzando al card. Ratzinger le seguenti parole:

Nel periodo post conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo “novum” (il “nuovo”) costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di “progressismo”. Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero. La tendenza opposta, che di solito viene definita come “conservatorismo” oppure “integrismo”, si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestato proprio nell’opera del Vaticano II.

(Giovanni Paolo II, “Lettera al carinale J. Ratzinger”, 8 aprile 1988)

Il tema della ricezione del Concilio Vaticano II è stato particolarmente caro al successore di Wojtila. Basti solo leggere L’Introduzione allo spirito della liturgia (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001) per convincersi del suo desiderio di intraprendere un’ulteriore riforma della riforma, che egli sembra proporre in quasi tutti gli argomenti trattati. Difatti nella premessa a questo libro, l’allora Cardinal Ratzinger parla della necessità di prendere rapidamente le misure necessarie per porre fine agli influssi dannosi dei diversi errati tentativi di restauro o di ricostruzione della Liturgia (cfr. p. 6). Nel senso che essa deve essere liberata da quei cambiamenti introdotti dai riformatori sotto l’influsso di un certo tipo di liberalismo, o meglio da una mentalità condizionata da quell’anti-spirito del Concilio, di cui parlò nella sua intervista con il giornalista italiano Vittorio Messori (Rapporto sulla Fede, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 2005, p. 33).

Il pensiero di Benedetto XVI circa il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio, condiviso dalla maggior parte dei vescovi, è che contenga ricchezze non pienamente esplorate (cfr. Sacramentum caritatis n.3). Quindi la riforma liturgica non è affatto perfetta e conclusa: c’è bisogno di correzioni e integrazioni, procedendo però in modo differente dal tempo postconciliare, non imponendo obblighi se non quelli necessari, illustrando le possibilità e promuovendo il dibattito. Per riprendere il movimento liturgico vanno conosciuti i fondamenti teologici della liturgia descritti in modo sistematico nel Catechismo della Chiesa Cattolica (artt. 1077-1112), in base alla costituzione Sacrosanctum Concilium: aiuteranno ad individuare gli aspetti testuali e rituali bisognosi di restauro.

(Nicola Bux, “La riforma di Benedetto XVI”, Ed. Il Giglio, Napoli 2022, p.121)

Tali parole del liturgista – stretto collaboratore di Papa Benedetto XVI – si comprendono alla luce del concetto di “riforma” non intesa come rottura di un cammino storico per dar luogo a una rifondazione; in tal caso si tratterebbe di “rivoluzione” che archivia il passato e inizia un nuovo corso senza fondamenta pregresse. La Tradizione della Chiesa è aliena a simile concezione. Ma quale fu l’atteggiamento che veramente animò molti riformatori conciliari? Il Cardinale Ratzinger risponde che «in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti» (Joseph Ratzinger, La mia vita, Ed. San Paolo, 1997, p. 114). La demolizione dell’”edificio antico” è ben più che una ristrutturazione. La riforma conciliare subì quindi alcuni influssi: a) filosofico-teologici dell’Illuminismo e dei suoi corollari che accentuavano un certo tipo di antropocentrismo, il quale strada facendo influì anche sullo stesso movimento liturgico del XIX e XX secolo; b) un certo romanticismo accentuato che sottolineò alcuni elementi liturgici cosiddetti dei primi cristiani; c) un diffuso spirito di innovazione, per cui si volle fare tutto in un modo nuovo, libero ed ecumenicamente aperto. Il magistero pontificio di Benedetto XVI in materia liturgica culmina a luglio 2007 col motu proprio Summorum Pontificum che riabilita il tesoro del rito preconciliare. Il suo segretario particolare così spiega il senso del documento:

[Benedetto XVI aveva voluto] rendere più facilmente accessibile la forma antica soprattutto per preservare il profondo e ininterrotto legame che sussiste nella storia della Chiesa. Non possiamo dire: prima era tutto sbagliato, ora invece è tutto giusto. In una comunità, infatti, nella quale la preghiera e l’Eucaristia sono le cose più importanti, non può considerarsi del tutto errata quella che prima era ritenuta la cosa più sacra. Si è trattato della riconciliazione con il proprio passato, della continuità interna della fede e della preghiera nella Chiesa.

(Georg Gänswein, “Nient’altro che la verità”, Piemme 2023, p.291)

Il pontificato seguente ha visto prolungarsi il confronto/scontro fra le due “ermeneutiche del Concilio” descritte da Papa Ratzinger, di modo che oggi spetti al regnante Leone XIV trovare la quadra per ristabilire un equilibrio alla questione liturgica.

E’ in atto una battaglia sulla liturgia: diversamente da quella che agli inizi del secolo scorso diede origine al movimento liturgico, la materia del contendere non è appena il rito romano antico. Tuttavia Joseph Ratzinger rassicura: «la lotta per la corretta interpretazione e la degna celebrazione della sacra liturgia è necessaria in ogni generazione». Pertanto, come per il motu proprio che ripristina l’uso della messa antica, l’intenzione di «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa» implica non solo la piena ricomposizione dello scisma formale dei lefebvriani, ma anche il superamento della cesura nel processo di riforma della liturgia contrapponendo il nuovo rito all’antico. Lasceremo cadere questa opportunità, se amiamo veramente la Chiesa e la sacra liturgia?

(Nicola Bux, “La riforma di Benedetto XVI”, Ed. Il Giglio, Napoli 2022, p.49)

...dello stesso Autore

Pio Daniele Mizzau

Architetto

Fede e archistar: il caso del Monastero Ambrosiano

«Esempio di sincretismo, smarrita la sacralità»

Caro direttore, è stato presentato nell’abbazia di Chiaravalle il futuro “Monastero Ambrosiano” che dovrebbe sorgere presso l’ex area Expo a Milano. Firmato dall’architetto Stefano Boeri, il complesso si pone purtroppo in continuità con gli ormai sempre più comuni “strappi progettuali” alla tradizione cattolica: l’abbandono della millenaria pianta a croce latina e la sapiente gestione delle luci – in cui la disposizione stessa delle mura trasponeva visivamente la fede e il mistero della Salvezza – cede nuovamente il passo ad una avveniristica forma moderna (triangolare). Sotto il peso di tali geometrie crolla quella gerarchia spaziale e spirituale che da sempre definisce e custodisce la sacralità dell’aula liturgica, che qui sembrerebbe degradata a mero laico contenitore polifunzionale: attendiamo con trepidazione e timore di poter vedere quale disposizione gerarchica interna l’archistar avrà proposta. Si nota altresì come Boeri – suppongo non cattolico, come da lunga ed infelice consuetudine delle committenze religiose infatuate da professionisti atei – prosegua la sua personalissima “crociata-contro”. Dopo aver sfidato l’orizzonte milanese che vuole la città crescere e svilupparsi «sotto la Madonnina», superando di quasi tre metri l’altezza della nostra Mamma Celeste (108,5 m) con la sua celebre “torre vegetale” (110 m), ora edifica la dissoluzione del sacro. Dinanzi a un simile smarrimento formale, verrebbe da suggerire l’ingaggio di un consulente liturgico, se non altro, credente. Ma l’aspetto più drammatico non è solo legato al progetto, quanto al palese tradimento della missione stessa della Chiesa. Quello che viene presentato come un faro di modernità si rivela nei fatti un “tempio politeista”. Tra “Biblioteche”, “Chiostri” e “Giardini delle religioni” – dove ogni monoteismo verrà “rappresentato” da un vegetale in piena tendenza green – sembra che il primo comandamento, magari sotto una certa aura ecumenica, venga volutamente messo di lato. Il rispetto per le altre fedi, doveroso sul piano civile, non può mai trasformarsi nella dimenticanza del mandato di apostolato evangelico che Gesù ha trasmesso prima ai Suoi apostoli e, attraverso la Tradizione, a noi oggi. Si dimentica forse la lezione di San Francesco d’Assisi, che incontrò il Sultano Malik al-Kamil spinto dal fuoco della missione per annunciargli Cristo e tentar di convertirlo, non certo per rassicurarlo sulla bontà della sua fede o per teorizzare un’unione sincretica. Oggi, invece, un certo ecumenismo dal sapore modernista punta a edificare “la religione universale” artificiale, gradita alle aride élite globaliste, dove le differenze dogmatiche vengono livellate. Constatiamo quotidianamente l’assoluto smarrimento che vivono i poveri cattolici praticanti ormai già orfani del riferimento certo del tabernacolo, relegato in piccoli, aniconici e freddi spazi secondari (cfr. Nota Pastorale del 1996). Papa Leone XIII, nel suo celebre esorcismo, ricordava con assoluta certezza che solo la Dottrina Cattolica rappresenta l’unica Verità. In questo schema di cedimento, la stessa Croce svuotata del suo senso salvifico cessa di essere il Logos incarnato per ridursi a mero brand buonista. Il Monastero Ambrosiano si candida così un luogo dove la Chiesa, non evangelizzando i lontani, finisce per abdicare alla Verità per uniformarsi al politicamente corretto. Di fronte a questo allarmante sbandamento, si leva alta rispettosa ed anelante richiesta d’intervento al nostro pontefice Leone XIV. Che Sua Santità ricordi a tutti la centralità della Grazia e della Verità sull’esempio di Sant’Agostino: il grande convertito che, abbandonando l’errore del manicheismo, non cercò mai un compromesso sincretico con il suo passato, ma si sottomise interamente, con cuore puro e intelletto saldo, alla Verità immutabile e salvifica di Cristo.

...dello stesso Autore

...articoli recenti

Pietro De Marco

Razionalità, Chiesa e pace futura

Nelle diverse utopie l’Umanità (Menschheit, genus humanum, non Humanitas che significa altro, non la Humanité dei Lumi) ‘in pace’ corrisponde sempre ad una entità eterodiretta, se si preferisce condizionata: tali le figure umane della Science Fiction che non possono pensare né volere se non proattivamente, secondo un disegno istituente che precede e controlla l’azione. (Comunque vi è quasi sempre un Nemico e spesso i ròbot si ribellano). Analogamente avviene per i ‘popoli’. Il celebre ‘progetto’ Per la pace perpetua di Kant è in fondo ‘vuoto’ (vuoto quanto al suo soggetto ultimo) perché suppone un uomo ‘civilizzato’, emancipato dalla primitività-barbarie, quindi autenticamente morale, quindi atto alla pace tra popoli, tra potenze. Va detto che l’uomo precedente alla Aufklärung non fu pacifico ma certo non un barbaro ; così non sarà pacifico l’uomo dei Lumi ma non meno barbaro.
Il punto è che l’uomo è peccatore in quanto libero e si manifesta libero in quanto peccatore. La libertà non esonera dal peccato, non è in sé generatrice di bene, contro gli eterni nipotini di Rousseau. D’altronde una libertà irreversibilmente ‘illuminata’ non sarebbe libertà, e sarebbe (ha mostrato di essere) assai rischiosa.
Max Weber, ideatore geniale anche di categorie, parlò di acosmismo dell’amore, modello Francesco d’Assisi. Un grande e inimitabile santo può pensare e vivere un Mondo (cosmo) ‘trasparente’ in cui ogni fenomeno è immediatamente figliolanza di Dio. Estaticamente, e acosmicamente, senza Mondo. Se fu così, Francesco fu in questo Alter Christus? Non azzardo; in senso proprio nessuno è alter Christus. Invece si può, certamente, mantenere la pace tra i popoli con un forte controllo dei loro ceti dirigenti e una conseguente (o preliminare) costrizione interna, che include l’isolamento dei ‘dissidenti’. L’ordinamento sovietico, superata la guerra civile e risolte spietatamente le rare forme di resistenza (esemplare il caso ucraino del 1932-1933), ha forse ‘conservato la pace’ tra i propri popoli. Molti pensavano che il socialismo realizzato fosse la nuova e vera Cristianità. Gli imperi hanno operato così, in genere più blandamente di Stalin, fino ai prodromi del loro disfacimento e ne vengono lodati. Stendere un ‘velo d’ignoranza’ su questi paradossi (ben noti), illudere gli adulti che vivremmo in un giardino d’infanzia se non ci fossero alcuni Cattivi, è gravare il dramma storico di vecchie favole.

Potrebbe costruirsi la pace esercitando una ‘costrizione legittima’, fatte salve le libertà civili, entro un ordinamento (neo-imperiale) ‘democratico’ che abbia il monopolio della forza legittima di coercizione? Le pacificazioni imperiali classiche (Cina, Roma) imponendo la weberiana Domestikation di tutte le élites ‘nazionali’, possono ottenere una certa ‘comunione’ dei popoli. E la dimensione democratica? Va detto ch’è impensabile che la grande potenza vittoriosa (sola condizione per imporsi a tutte le altre in modo da indirizzarne le volontà verso la pace) trasferirebbe mai la sua potestà di imperio ad un organismo rappresentativo sovranazionale che avesse i poteri di rimettere tutto in gioco. Non si può pensare una persistente comunione pacifica tra popoli ancora liberi di agire, autodeterminantisi, senza il corrispettivo di una potenza superiore e legittima, che dovrebbe dimostrarsi tale, se necessario, mediante prove (di forza efficace) e di cui l’ONU non può essere l’equivalente. Un quadro, se vi si riflette (ma lo si fa pochissimo), non diverso -se non per una legittimazione universale che manca- da quello dell’intervento americano in Iran.


Va introdotto necessariamente, in questa prospettiva di condizioni astratte ed estreme, il ruolo millenario della Chiesa, giudice ultimo dei contrasti e memore delle Beatitudini quanto capace di sanzioni. Ho sempre sostenuto il fondamento (e la necessità) di una giurisdizione universale, sui generis ma non esornativa, della chiesa di Roma. Fino a ieri questo era giudicato un vulnus alla laicità (o alla sovranità) degli stati e agli ordinamenti internazionali, una pretesa ierocratica. ‘Ma chi è il papa, che vuole questo papa?’ si diceva ancora negli anni Novanta agli alti livelli mondiali di fronte all’azione di Giovanni Paolo II. Da qualche tempo vi sono nuove meditate accettazioni di questo ruolo.
La Chiesa sa (penso che ancora sappia) che la costituzione, l’antropologia, dell’uomo rigenerato in Cristo resta quella dell’uomo post-lapsario, posteriore al Peccato. La famiglia umana redenta ha straordinari ausilii, una luce folgorante (lux vera, lux mundi) sul proprio essere e destino ultimo, ma non le è stata tolta la libertà. La libertà sarà ‘tolta’, cioè ‘superata’, non nella ‘libertà comunista’ 0 in altre utopie, ma quando sarà sussunta nella visione di Dio. Non vi sono deificazioni o cristificazioni del cosmo e della storia, o ‘età dello Spirito’, che rendano ‘progressivamente’ l’uomo impeccabile, anzi uomo delle beatitudini. L’uomo delle beatitudini è il santo, uno stuolo di santi, non la totalità degli uomini come tale. Le teologie e le spiritualità (davvero falsificazioni del Bene) che hanno insensibilmente ridotto la Rivelazione a millenarismo liquido, sono uno dei mali più profondi della Cristianità contemporanea.
Di conseguenza, e contro queste derive, la predicazione cristiana deve proporre gli assoluti di Verità senza acosmismi; non perdere di vista la soglia oltre la quale essa passa più o meno consapevolmente a giudicare di cose penultime e dubbie. Per parlare di attualità, nel proclamare la pace di Cristo la Chiesa non sbaglia, nell’imputare responsabilità di pace e guerra a questo o quell’attore può brancolare. Se l’informalità della comunicazione politica internazionale rende oggi poco ragionato ogni messaggio, anche l’eloquio di Roma può risultare meno ‘vero’ e troppo ‘opinione’.
Accennavo in un intervento recente (Riformista, 3 giugno 2026) alla sfida da affrontare per ottenere la sognata ‘comunione dei popoli’. Non per paradosso: la vera sfida è la libertà stessa degli uomini e (per analogia) dei popoli. Sfida vera, perché comunque la libertà non può essere soppressa, né affidata alla tutela di una entità regolatrice non-umana. Un giudizio (internazionale-pubblico) ultimo potrebbe essere affidato alla Chiesa, che conosce la natura della libertà umana e che ha una costituzione super partes. Questo super è dato ontologico. Aggiungo però: non alla cd. ‘chiesa di Francesco’, protagonista di un militantismo liquido ‘per l’uomo’ che impedisce (contro l’intera tradizione cattolica) la presa d’atto della realtà storico-umana, quindi la presa su di essa.

...dello stesso Autore

...articoli recenti

p. Corrado Sedda C.O.

Visitávit nos Óriens ex alto

Siamo abituati a pensare che celebrare «verso il popolo» sia una delle novità liturgiche più significative ed evidenti volute dal Vaticano II. Quando però si leggono i testi conciliari su questo punto non si trova una parola. Dire che la Messa si celebri versus populum perché “così è scritto nel messale” o perché “si è sempre fatto così”, è un asserto che in realtà necessita approfondimento. Non è infatti una questione meramente architettonica. Essa riguarda la teologia del sacrificio, la spiritualità del ministero sacerdotale, la pedagogia della fede e, in definitiva, l’identità stessa della Chiesa.

Perché il sacerdote non guarda i fedeli ma volge loro le spalle? In realtà, non dà le spalle al popolo ma, insieme ai fedeli, rivolge lo sguardo ad orientem, al triplice centro visibile di ogni Messa, cioè il crocifisso, l’altare e il tabernacolo. Infatti, nella Santa Messa parliamo a Dio e non a noi stessi e a Lui ci rivolgiamo. In particolar modo, guardiamo il crocifisso per ricordarci che cos’è una Messa: la ripresentazione del Sacrificio di Nostro Signore Gesù, avvenuta in modo cruento sul Calvario, e che avviene in modo incruento, ma realissimamente, sull’altare.
(Roberto Spataro, “La messa del futuro: La liturgia antica in latino. Breve catechesi liturgica”, Fede&Cultura, 2022, p.13)


Antichità cristiana
Le fonti patristiche attestano come la consuetudine di pregare verso Oriente sia antica almeno quanto la Chiesa: discendendo dalla Tradizione Apostolica, si riteneva come divinamente rivelata, ovvero la modalità gradita a Dio.
Gli apostoli ordinarono dunque che si dovesse pregare verso est […]. Da questo noi possiamo sapere e capire che Egli apparirà all’improvviso da oriente (Didascalia Addai, can,1: in Corpur Scriptorum Christianorum Orientalium 367,201)

Immancabilmente tutti in piedi e rivolti verso oriente […] preghino Dio (Costitutiones apostolicae, II, 57, 14: Sch 320, 316)

Voi che siete seduti, alzatevi […] volgetevi verso est (Monizione del diacono al Trisagion nella liturgia egizia di San Marco)

L’attenzione del primo grande edificatore di basiliche, l’imperatore Costantino, era quella suggerita dalla mens liturgica del IV secolo, cioè “orientare” – edificare verso Oriente – la celebrazione. Questo significa che il punto di fuga verso cui si dirigeva ritualmente ogni atto di culto era l’Oriente, luogo del primo Paradiso; luogo da cui tornerà il Signore nella parusìa; simbolo stesso di Cristo secondo le ben note parole di Zaccaria: «Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78-79). Tante e tali sono le motivazioni addotte anche da San Tommaso nella Summa theologie (II, II 84, 3, ad 3).

Le basiliche paleocristiane hanno l’altare rivolto verso la facciata principale, la quale è edificata verso Oriente (p.es. la basilica dell’Anastasis a Gerusalemme). I fedeli, come mostrano molte evidenze archeologiche, non occupavano la navata centrale, bensì stipavano le ampie navate laterali, motivo per cui la basilica costantiniana tipica ha 5 navate (di cui quattro laterali), e le maggiori addirittura 6 navate. I fedeli circumstant l’altare, come ricorda il Canone romano (memento, Domine, famulorum famularumque tuarum et omnium circumstantium). Il verbo circumsto, in lingua latina, esprime “l’atto di chi sta intorno”, non già come un moderno commensale attorno al tavolo, bensì, in senso più ampio, a mo’ di corona rispetto a un vertice, che è nella fattispecie l’altare. Il circum latino corrisponde, di fatto come un calco in molti verbi e sostantivi composti, al greco perí, con la valenza certamente di “intorno”, ma anche di “presso”.

Medioevo

Ma questa usanza di costruire edifici sacri con la facciata all’Est reale comincia già a incrinarsi all’inizio del V secolo, quando Paolino di Nola, descrivendo la nuova basilica di Cimitile da lui innalzata in onore di San Felice di Nola, scrive: «La facciata della basilica, poi, non è rivolta verso oriente, come è usanza più comune, ma guarda verso la basilica di S. Felice, mio signore, rivolta verso il suo sepolcro». Si fa strada il concetto che modernamente si chiama “oriente ideale”, che tanto spazio avrà nell’edilizia sacra dall’età rinascimentale in poi: l’orientamento della chiesa non volge sempre a Oriente, bensì si simbolizza un “oriente convenzionale” che può essere come nel caso di Paolino, la tomba di un santo, un luogo di un’apparizione, o in ultima analisi, la croce, che prenderà posto sopra l’altare coll’imporsi delle chiese coll’abside a est, tra il IX e il X secolo; dunque con il mutamento strutturale dell’altare che si edifica attaccato alla dorsale o alla retro-tabula (“retablo”, un pannello ornamentale posto dietro gli altari stessi).

Epoca moderna

L’espressione “versus (ad) populum” sembra sia stata utilizzata per la prima volta da Johannes Burckard, maestro papale delle cerimonie, nel suo Ordo Missae del 1502, e ripresa nel Ritus servandus in celebratione Missae del Missale Romanum edito da Papa san Pio V nel 1570. Il Ritus servandus tratta il caso in cui l’altare sia rivolto verso oriente e, nel contempo, verso il popolo: lo stato di fatto delle grandi basiliche romane, con l’ingresso rivolto verso oriente e l’abside verso occidente. In questo caso versus populum va considerato semplicemente un’apposizione esplicativa che intende una connessione visiva fra il popolo e l’azione sacra che si svolge sull’altare, poiché tutti quanti (ministri e fedeli) si rivolgevano verso la porta aperta ad oriente, dalla quale penetrava la luce.

Il Concilio di Trento promosse per i sacerdoti la personale celebrazione quotidiana della Messa (con o senza il popolo), per cui nelle chiese si ebbe la moltiplicazione degli altari (a parete), con orientamento semplicemente ad Deum, cioé coram Deo, rivolti verso la croce. Tale fu la risposta alle tesi protestanti, secondo cui l’altare non andava più inteso luogo di immolazione, del “martirio” rinnovato di Gesù, ma come semplice tavola su cui si realizza la comunitaria “Cena del Signore”, secondo quanto scrive nel 1526 𝕸𝖆𝖗𝖙𝖎𝖓 𝕷𝖚𝖙𝖊𝖗𝖔: «Nella vera messa fra puri cristiani, l’altare non dovrebbe rimanere così e il sacerdote dovrebbe sempre rivolgersi verso il popolo, come ha fatto senza dubbio Cristo nell’Ultima Cena. Ma attendiamo che il tempo sia maturato per ciò» [da 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐭𝐞𝐝𝐞𝐬𝐜𝐚 𝐞 𝐎𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐒𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐢𝐧𝐨, Torino, UTET, 1967]. Quasi chiosando il suo pensiero (che non fu però realizzato in tutti i gruppi protestanti) il riformatore anglicano 𝕿𝖍𝖔𝖒𝖆𝖘 𝕮𝖗𝖆𝖓𝖒𝖊𝖗, venticinque anni dopo, spiegherà che «la forma di tavola è prescritta per portare la gente semplice dalla idea superstiziosa della Messa papista al buon uso della Cena del Signore. Infatti, per offrire un sacrificio occorre un altare; al contrario, per servire da mangiare agli uomini occorre una tavola» [da 𝐑𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐮𝐢 𝐢𝐥 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚 𝐩𝐢𝐮𝐭𝐭𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐚𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞, Parket Society, vol.2].

Dunque la celebrazione cattolica è da sempre rivolta ad Deum, secondo modalità certamente differenti nel corso della storia, ma sottese dal fatto che nella preghiera ci si rivolge a Dio, anima e corpo. La modalità celebrativa verso il popolo è di ascendenza squisitamente luterana: secondo lo spirito della riforma protestante, infatti, la Messa non ha carattere sacrificale, bensì è un pasto commemorativo dell’Ultima Cena del Signore. Valgano, su tutte, le inequivocabili parole di Lutero:

Lasciamo ancora sussistere gli indumenti per la messa, l’altare, le candele, finché seguiamo quest’uso o preferiamo cambiarlo. Ma se qualcuno in questo vuole procedere diversamente, lo lasciamo fare. Però nella vera messa, fra veri cristiani, l’altare non dovrebbe rimanere com’è e il sacerdote dovrebbe volgersi sempre verso il popolo, come, senza dubbio, ha fatto Cristo durante la Cena. Ma aspettiamo che il tempo sia maturato per ciò.

[M.Lutero, “Messa in volgare e ordine del servizio divino”, in Scritti religiosi, a cura di V.Vinay, Torino 1986]

Dopo il Concilio Vaticano II

Nessun documento né conciliare né successivo fa obbligo di istituire nuovi altari “verso il popolo” laddove vi siano altari antichi. La prima ricorrenza di simili idee arriva dopo il Concilio, nella Inter Oecumenici del 26 settembre 1964 (la prima delle cinque Istruzioni finora pubblicate per l’attuazione della riforma liturgica voluta dal Vaticano II). La Inter Oecumenici, emanata dal Consilium ad exsequendam constitutionem de sacra liturgia, al n. 91 dice: «È bene che l’altare maggiore sia staccato dalla parete per potervi facilmente girare intorno e celebrare versus populum».

Citando uno studio di Jungmann, p. Michael Lang [C.O. di Londra] richiama l’attenzione sul fatto che questa disposizione è facoltativa e non obbligante e il motivo principale di essa riguarda «possibili ostacoli o restrizioni locali» (Jungmann). Secondo Lang, per la prima volta nella storia della Chiesa la Inter Oecumenici «consente di celebrare di fronte al popolo, ma non lo prescrive». Lang fa notare che anche nel rito di Paolo VI le rubriche dicono che all’Orate fratres, al Pax Domini, all’Ecce Agnus Dei e Ritus conclusionis il sacerdote deve volgersi verso i fedeli. Ciò presuppone che, almeno durante la liturgia eucaristica, sacerdote e fedeli siano immaginati, anche nel rito di Paolo VI, come non disposti l’uno di fronte agli altri.

La penultima edizione del Messale di Paolo VI, la terza, pubblicata sotto Giovanni Paolo II nel 2002, ha operato un’aggiunta alla disposizione dalla Inter Oecumenici (disposizione che era entrata nell’Ordinamento del Messale del 1969). Ora il nuovo Ordinamento dice: «L’altare sia costruito separato dalla parete in modo che ci si possa [possit] camminare facilmente intorno e celebrare versus populum, il che conviene ovunque sia possibile [possibilis]». Il testo latino sottolinea due volte la possibilità: «possit», «possibilis», mai l’obbligatorietà.

Questa interpretazione del testo citato dell’Ordinamento del Messale è ufficiale, dato il pronunciamento della Congregazione per il Culto Divino, in risposta ad un dubbio proposto dal card. di Vienna, Ch. Schönborn. La risposta è del 25 settembre 2000 e dice: «La parola expedit [“conviene”, che si trova nel testo citato dell’Ordinamento 2002] non costituisce una forma obbligatoria, ma un suggerimento che si riferisce sia alla costruzione dell’altare staccato dalla parete sia alla celebrazione versus populum. La clausola “dove questo sia possibile” si riferisce a diversi elementi come, per esempio, la topografia del luogo, la disponibilità di spazio, l’esistenza di un precedente altare di pregio artistico, la sensibilità della comunità che partecipa alle celebrazioni nella chiesa di cui si tratta ecc.»

Pretendendo che il prete dia le spalle al Sole di Giustizia pur di “guardare al popolo” in un circolo chiuso, come se fosse lui la luce adveniente, i fautori del nuovo stile liturgico hanno disprezzato un simbolismo universale e bandito una delle poche usanze di cui abbiamo la certezza che fosse praticata dalla Chiesa sin dai primi secoli.

(Peter Kwasniewski, “Rinascita …”, trad.it. Andrea De Meo Arbore, Fede&Cultura, Verona 2022)

L’idea che sacerdote e fedeli dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea alla mentalità antica e medioevale. Nella religione cristiana non si prega mai l’uno verso l’altro, ma sempre verso il Signore. Quindi l’orientamento nella preghiera liturgica consiste nel guardare tutti nella stessa direzione: o verso oriente, inteso come simbolo cosmico del Signore Gesù che viene, o, quando questo non fosse possibile, verso un’immagine di Cristo nel catino absidale, verso un crocifisso, o semplicemente verso il cielo.  L’orientamento fisico e soprattutto spirituale manifesta e conferma l’essenza del culto divino della Chiesa: non parliamo gli uni agli altri come in un circolo chiuso, ma siamo tutti rivolti verso il Signore, conversi ad Dominum.

Il sacerdote che presiede la liturgia guida il popolo verso Dio, per cui non si rivolge all’uditorio come interlocutore, bensì insieme al popolo si rivolge a Dio. Come scriveva nel 1918 Romano Guardini: «la liturgia è un simbolo in cui la fede prende forma visibile e tangibile». Esso dice che tutti, ministri e fedeli, sono insieme pellegrini, rivolti verso la Gerusalemme celeste. Così la liturgia richiama l’idea che Dio è il fine ultimo a cui tutti tendiamo particolarmente nella preghiera.

Bibliografia di riferimento:

Marino Neri, Salirò all’altare di Dio, Fede&Cultura, Verona 2015

Mauro Gagliardi, La liturgia fonte di vita, Fede&Cultura, Verona 2009

Francesco Agnoli – Klaus Gamber, La liturgia tradizionale, Fede&Cultura, Verona 2007

...dello stesso Autore

p. Corrado Sedda C.O.

La lingua della Chiesa universale

La comprensione del mistero non è quella che discerne la presenza di Cristo sull’altare e fa cadere in ginocchio annichiliti come Pietro esclamando: «allontanati da me che sono un peccatore»? Malgrado la Messa in lingua parlata, il numero dei fedeli nelle chiese è molto diminuito: forse anche perché, dicono alcuni, ciò che hanno compreso non è affatto piaciuto. Divo Barsotti diceva: «Crede di capire qualcosa di più dell’essenza e del mistero eucaristico se si parla solo e sempre in italiano? Il problema non è di capire solo sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo». In molte parti del mondo si torna al latino: da Oxford a Cambridge, a Seattle… perché considerarlo un’arretratezza? Per un europeo che deve imparare l’inglese per comunicare col mondo, perché non può essere utile conoscere il latino nostra madre lingua, per comunicare nella liturgia cattolica con i fratelli di fede ed anche saper decifrare il patrimonio musicale e artistico della Chiesa a cui apparteniamo senza far la figura degli ignoranti? Tutte le religioni usano una lingua sacra: l’arabo antico per i musulmani, il sanscrito per gli indù. Dunque non si deve aver paura del latino: i giovani lo capiscono e affollano le messe in latino.

(Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione, ed. il Giglio, Napoli 2022, pp.134-135)

Se è vero che tra gli idiomi del mondo non esista una “lingua sacra” in sé stessa, esistono certamente lingue ad uso liturgico. Abbiamo mutuato questa categoria proprio dagli ebrei che in sinagoga proclamavano la Sacra Scrittura con l’idioma ebraico originario, non più di uso corrente, privilegiando la fedeltà più che l’immediata comprensione; in altri momenti non cultuali, a scopo didattico, era letta nella lingua del volgo, l’aramaico. Lo stesso ossequio vi è nel rito romano per la lingua latina; le letture proclamate o cantate secondo la versione biblica della vulgata di San Girolamo, si possono ancora oggi proclamare in lingua vernacola prima dell’omelia.
Una lingua non più correntemente parlata non è più soggetta a mutamenti. È importante precisare che una lingua “antica” non si può definire “morta” finché non scompare definitivamente dalla cultura di un popolo. Dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuto nel V secolo in concomitanza con l’irruzione di nuovi popoli (“barbari”), la lingua latina diventò immortale, mai più destinata a perire. A partire dal V secolo comunità civili e politiche scelsero il latino per le conversazioni quotidiane, per l’allacciamento di relazioni, per la stesura degli atti burocratici, per la composizione di opere di letteratura, per la celebrazione della preghiera. In tal modo i popoli europei poterono comunicare tra loro in una medesima lingua. Il latino divenne garanzia di universalità, ravvivando nello stesso tempo l’unione con le radici della nostra Tradizione liturgica, teologica e spirituale. Tuttavia vi è chi sottolinea la non comprensione del latino da parte dell’uomo contemporaneo. Questa osservazione ha bisogno di un distinguo. Cosa si intende per “non capire”? La questione non è meramente linguistica. Il mistero della Rivelazione è in prima istanza un fatto e non un oggetto: il Dio biblico, lungi da essere una monade chiusa in sé stessa, si dona gratuitamente all’uomo. Il fatto divino, la Sua azione, diventa pertanto “comprensibile” nella misura in cui si aderisce e partecipa. Coltivare il senso della presenza del Signore è la vocazione principale della liturgia. Il vocabolo mistero (dal verbo greco mýo, chiudo le labbra) rievoca quindi l’idea di chiusura e di limite. Spesso è collegato ad aggettivi che ne qualificano il rapporto con il divino: meraviglia, riverenza, fascino. Esso abita la delicata tensione tra nascondimento e rivelazione; tra caligine e luce. Può soccorrerci la sola ragione umana oppure bisogna inevitabilmente abbandonarsi ad un cieco sentimentalismo? Entrambe le soluzioni sono inadeguate e sproporzionate. Fede e ragione sono figlie dell’unico Padre. Dinnanzi allo splendore di Dio, alla Luce che abbaglia il nostro intelletto e lo eccede, non rimane che la partecipazione silenziosa ed adorante. L’oratio (preghiera, colloquio), prima che le azioni esteriori, è l’anima centrale di una partecipazione attiva.

Relativamente alla lingua sacra, nella nostra epoca contemporanea si è assistito a ciò che Don Giuseppe Virgilio (Anima Christi, Fede&Cultura 2010, pp.20-21) ha definito un “dissolvimento pratico” dal momento che, né i documenti conciliari né il successivo magistero pontificio – che pure aprivano con afflato eminente pastorale all’impiego della lingua volgare –, decretavano la proscrizione del latino: anzi, ne sottolineavano l’importanza e la necessità di una viva conservazione. Indubbiamente in questo processo di dissolvimento del latino ha giocato un ruolo decisivo anche il mutato contesto socioculturale, che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, fu caratterizzato da una forte e ideologica contestazione della cultura classica, di cui il latino era l’emblema e il veicolo. Si è accusato il latino di esser stato la causa di quella deplorevole separazione tra clero e popolo nel culto pubblico come ricorda Rosmini in “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa” (ed. Morcellania 1966, pp.72-74):

Quantunque noi abbiamo esposto lo svantaggio provenuto dall’esser cessata nel popolo l’intelligenza della lingua latina, tuttavia è alieno dall’animo nostro il pensiero che la sacra liturgia si convenga tradurre nelle lingue volgari […] noi riconosciamo che lo svantaggio d’una lingua non intesa nelle sacre funzioni è compensato da alcuni vantaggi, e che volendo ridurre i sacri riti nelle lingue volgari si andrebbe incontro a maggiori incomodi, e si opporrebbe un rimedio peggiore del male. I vantaggi che si hanno conservando le lingue antiche sono principalmente: il rappresentare che fanno le antiche liturgie l’immutabilità della fede; l’unire molti popoli cristiani in un solo rito, con un medesimo sacro linguaggio, facendo così sentire viammeglio l’unità e la grandezza della Chiesa e la comune loro fratellanza; l’avere qualche cosa di venerabile e di misterioso una lingua antica e sacra quasi linguaggio sovrumano e celeste […]; l’infondersi un cotal sentimento in chi sa di pregare Dio colle stesse parole, colle quali il pregarono per tanti secoli innumerevoli uomini santi e padri nostri in Cristo; l’essere le antiche lingua oggimai conformate per opera dei santi ad esprimere convenientemente tutti i misteri divini. Gli incomodi poi che si incontrerebbero in riducendo la liturgia e le preghiere della Chiesa nelle lingue moderne, oltre la perdita dei vantaggi sovraccenati, principalmente sono: innumerevoli lingue moderne vi hanno, quindi oltre tentarsi un’opera immensa, s’introdurrebbe grandissima divisione nel popolo, diminuendo quell’unità e concordia che noi tanto desideriamo, e intendiamo inculcare con questo libretto. Le lingue moderne sono variabili e instabili perciò si presenterebbe in appresso un perpetuo cambiamento nelle cose sacre, il cui carattere è stabilità. Non potendosi tanti cangiamenti continuamente ed a sufficienza ponderare, essi metterebbero in pericolo la stessa fede. Il popolo, gelosissimo dell’uniformità e stabilità del culto sacro a cui fu avezzo da fanciullo, s’adombrerebbe del cangiamento, e gli parrebbe col cangiar della lingua gli fosse cangiata la religione […]

...dello stesso Autore

Don Giuseppe Agnello

Ritorno ai confessionali con le grate

Quando il servo di Dio Giàcomo Fesce (Jacques Fesch) fu folgorato da Cristo nel càrcere, e la gràzia compí quella liberazione interiore che lo portò da una vita lussuosa e infelice a una vita crocifissa e gioiosa, pur consapévole di procèdere verso la pena di morte per avere ucciso un poliziotto padre di tre figlî (consapevolezza che divenne certezza dopo che il tribunale si fermò a giudicare solo i fatti del passato, ma non la vita da risorto del presente), quest’uomo di Dio scriveva a frà Tommaso in una léttera: «È la prima volta che piango làcrime di giòia, avendo la certezza che Dio mi ha perdonato, e che ora il Cristo vive in me, attraverso la mia sofferenza e il mio amore»[1].

Una consapevolezza che dice la grandezza di quest’uomo e la grandezza de “L’Eterno di Galilea”, per usare il títolo di un libro del presto beato Fulto Scin (Fulton Sheen). Questi, infatti, spiega bene in questa sua òpera che «Una virtú posseduta in grado eminente non rende grande l’uomo, piú di quanto un’ala renda completo un uccello. Come la forza dell’àquila si misura dalla distanza che corre tra la punta di un’ala e la punta dell’altra, cosí il caràttere dell’uomo non va giudicato dalla presenza di una virtú spinta a un grado eròico, bensí dalla distanza tra tale virtú e quella opposta. La personalità cristiana non è né piú né meno che l’accordo di due virtú opposte. In altre parole, un uomo veramente grande non sarà soltanto un coraggioso, giacché se l’uomo fosse coraggioso senza èssere compassionévole, correrebbe il perícolo di èssere crudele. La compassione è ciò che si potrebbe definire l’ala gemella del coràggio»[2].  Nel caso del cristiano che si pente dei suoi peccati, le due ali di àquila sono la consapevolezza della pròpria dignità (di fíglio adottivo di Dio) e la consapevolezza della pròpria misèria (di peccatore); nel caso del cristiano che poi confessa le pròprie colpe al sacerdote, è necessària la gratitúdine verso di Dio e verso il suo amore, ma unita all’ala gemella dell’umiltà di chiamare per nome ogni peccato e di indicarne il número. Senza questa grandezza del penitente, l’amore di Dio resterebbe lodato ma non corrisposto; e il peccato resterebbe odiato, ma non identificato, il che non farebbe arrivare nemmeno al pentimento imperfetto. Per questo, dunque, la Chiesa, maestra di saggezza e di umanità tanto quanto dispensatrice di divini misteri, tra i peccati contro il primo comandamento annòvera «la presunzione dell’onnipotenza e della misericòrdia di Dio (quella per cui si spera di ottenere il suo perdono senza conversione e la glòria senza mèrito)» (Cfr CCC 2092). Mette dunque in guàrdia da questa presunzione; insegna quanto ci ama Dio e come mèrita di èssere corrisposto per giustízia, gratitúdine e conformità alla nostra natura; mostra le cinque condizioni per una buona confessione (esame di coscienza, pentimento sincero, accusa dei peccati, propòsito di non commétterli piú, soddisfazione); ma fa di piú: ha pensato anche a un luogo e a una sede adatti dove riconciliarsi con Dio, in un modo che aiuta il penitente e protegge il sacerdote. Questo luogo è la chiesa e la sede è il confessionale con la grata, di cui vogliamo parlare in questa riflessione, visto anche l’inízio della Settinana Santa, tempo propízio per riconciliarsi con Dio. Questa riflessione diventa anche necessària per arginare una certa crisi del Sacramento della penitenza. Sí, certo, le càuse della crisi sono nell’apostasia generale del mondo occidentale e nel mancato senso del peccato, ma dove la fede resiste, le catechesi non màncano, i richiami a confessarsi sono frequenti, e la disponibilità dei sacerdoti è màssima, ci sono nemici diversi da combàttere: la vergogna e il rispetto umano, laccî del demònio che tèngono lontani dal confessore o chiúdono la bocca su certi peccati. Pensando a tutto questo dice il còdice di Diritto canònico:

«Can. 964
    §1.Il luogo pròprio per ricévere le confessioni sacramentali è la chiesa o l’oratòrio.
    §2. Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vèngano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tuttavia che si tròvino sempre in un luogo visíbile i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desíderano pòssano liberamente servírsene.
    §3. Non si ricèvano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta càusa
».

Questa giusta càusa può èssere la necessità di confessare, in un ospedale, il malato a letto; in un campo di battàglia, il soldato penitente; a casa pròpria, un anziano che non può recarsi al confessionale; in un pellegrinàggio, i pellegrini che lo chièdono anche in assenza di una chiesa lungo il percorso; e símili. Don Nicola Bux, nel suo libro “Con i sacramenti non si scherza” (Cantagalli, Siena, 2016), afferma: «Una ragione non secondària della crisi del sacramento della confessione è l’abbandono del confessionale con la grata: favoriva la discrezione, davvero fondamentale, fra il penitente e il confessore. . . È soprattutto un símbolo del segreto, o sigillo sacramentale, a cui ogni ministro è tenuto gravemente in coscienza, a costo della vita. . .Ai nostri giorni, converebbe usare la grata non solo per la confessione del gentíl sesso, ma anche per i ragazzi: interpone una barriera ai sensi, quindi contro il diàvolo. Inoltre, non vedere in fàccia il confessore, mette il penitente in condizione di parlare con libertà e, a quegli, consente la libertà di parlare al penitente nel nome di Dio. A meno che penitente e confessore non síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati. Padre Pio pare che non guardasse in fàccia il penitente. Infatti l’atteggiamento del confessore clàssico era quello di avvicinare l’orécchio alla grata, senza guardare, spesso con gli occhî chiusi, ascoltare e infine dare l’assoluzione» (p.131).
Queste parole ci ricòrdano perché questo tipo di confessione è detta anche “auricolare”: serve l’ascolto piú che lo sguardo; e tutto deve favorire l’ascolto di una confessione ben fatta: sincera, líbera da laccî, circostanziata, che non omette peccati e non si perde la meta. Non si può dare per iscontato che «penitente e confessore.. síano cosí padroni di sé da non èssere condizionati». Dunque: si ritorni al confessionale con la grata; lo si favorisca (anziché averlo trasformato in uno sgabuzzino); ci si fàccia trovare già in esso in giorni e orarî noti a tutti, perché non si perde mai tempo ad aspettare i penitenti in preghiera o meditazione. Dio li manderà a frotte, dov’è costodita la Sua sapienza; e dalla sapienza di Dio deriva ogni sapienza fra gli uòmini, nella Chiesa, nei suoi ministri, nei suoi fedeli. Dice l’Ecclesiaste: «La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne càmbia la durezza del viso» (Qo 8, v.1c). Nel caso del confessionale questo accade perché a cambiare è anzitutto la durezza del cuore: «Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’íntimo mi insegni la sapienza…Puríficami…Crea in me, o Dio, un cuore nuovo» (Cfr Sal 50). Comprendiamo allora perché il 7 Lúglio 1998 la “Commissione Pontifícia per l’autèntica interpretazione del Còdice di Diritto canònico”, rispose cosí a un quesito del 16 Giugno dello stesso anno: «Si dúbita se, prestando attenzione a quanto prescritto dal can. 964, § 2, il ministro del sacramento, per una giusta càusa ed escluso il caso di necessità, possa decídere legittimamente, anche qualora il penitente dovesse richièdere altro, che la confessione sacramentale venga ricevuta nel confessionale munito di grata fissa. Risposta: Sí.
Il Sommo Pontéfice Giovanni Pàolo II, nell’Udienza concessa al sottoscritto Presidente il 7 Lúglio 1998, informato della suddetta decisione, l’ha confermata e ne ha ordinato la promulgazione».
Pertanto, lasciando fuori dal nostro discorso la “giusta càusa” e lo “stato di necessità”, la vita e la penitenza ordinàrie richièdono questa sede con grata fissa. Il demònio del resto  ̶   lo si può verificare anche nel “sogno dei tre laccî” che san Giovanni Bosco racconta ai suoi ragazzi il 4 Aprile 1869  ̶  si impegna per far sicché ci si confessi male. Lo fa con i gióvani, ma anche con chi non è piú gióvane, e come primo làccio usa la vergogna che non fa dire alcuni peccati in confessione (il silènzio colpévole ne è effetto); come secondo làccio usa lo svilimento della confessione ad atto màgico che non richiede il dolore dei peccati; e infine come terzo làccio banalizza il propòsito di emendarsi e non fa méttere in pràtica i consiglî del confessore. Di questi tre laccî, il primo è spezzato dalla grata fissa dei confessionali; il secondo dal meditare sulla passione di Gesú Cristo come conseguenza dei nostri peccati, non solo come atto supremo dell’amore di Dio per noi; il terzo làccio è spezzato dal timór di Dio, dal momento che Dio non si làscia prèndere in giro da nessuno. In questo modo di accostarsi al sacramento della Confessione, si prenderà sul sèrio il Sàngue di Cristo versato per istituirla e lavarci i peccati; e si terranno unite giustízia e misericòrdia, le due ali che permetteranno al penitente non ingannato dalla cattiva vergogna di volare in alto, fuggendo l’inferno e possibilimente anche il purgatòrio. Sí! L’inferno e il Purgatòrio: il primo infatti attende chi non rinnega e non ha perdonato il peccato mortale; il secondo attende chi non rinnega anche i peccati veniali e non si impegna a riparare adesso ai loro effetti sul Corpo Místico che è la Chiesa.


————————————————————————————-

[1] Graziella Merlatti, Sul filo della vita. La stòria di Jacque Fesch, Àncora editrice, Milano 1997, p. 69.

[2] Fulton J. Sheen, L’Eterno di Galilea, Borla, Milano 1954, pp 145-146.

...dello stesso Autore

Scroll to Top