Il Pensiero Cattolico

18 Aprile 2026

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Don Giuseppe Agnello

Ritorno ai confessionali con le grate

Quando il servo di Dio Giàcomo Fesce (Jacques Fesch) fu folgorato da Cristo nel càrcere, e la gràzia compí quella liberazione interiore che lo portò da una vita lussuosa e infelice a una vita crocifissa e gioiosa, pur consapévole di procèdere verso la pena di morte per avere ucciso un poliziotto padre di tre figlî (consapevolezza che divenne certezza dopo che il tribunale si fermò a giudicare solo i fatti del passato, ma non la vita da risorto del presente), quest’uomo di Dio scriveva a frà Tommaso in una léttera: «È la prima volta che piango làcrime di giòia, avendo la certezza che Dio mi ha perdonato, e che ora il Cristo vive in me, attraverso la mia sofferenza e il mio amore»[1].

Una consapevolezza che dice la grandezza di quest’uomo e la grandezza de “L’Eterno di Galilea”, per usare il títolo di un libro del presto beato Fulto Scin (Fulton Sheen). Questi, infatti, spiega bene in questa sua òpera che «Una virtú posseduta in grado eminente non rende grande l’uomo, piú di quanto un’ala renda completo un uccello. Come la forza dell’àquila si misura dalla distanza che corre tra la punta di un’ala e la punta dell’altra, cosí il caràttere dell’uomo non va giudicato dalla presenza di una virtú spinta a un grado eròico, bensí dalla distanza tra tale virtú e quella opposta. La personalità cristiana non è né piú né meno che l’accordo di due virtú opposte. In altre parole, un uomo veramente grande non sarà soltanto un coraggioso, giacché se l’uomo fosse coraggioso senza èssere compassionévole, correrebbe il perícolo di èssere crudele. La compassione è ciò che si potrebbe definire l’ala gemella del coràggio»[2].  Nel caso del cristiano che si pente dei suoi peccati, le due ali di àquila sono la consapevolezza della pròpria dignità (di fíglio adottivo di Dio) e la consapevolezza della pròpria misèria (di peccatore); nel caso del cristiano che poi confessa le pròprie colpe al sacerdote, è necessària la gratitúdine verso di Dio e verso il suo amore, ma unita all’ala gemella dell’umiltà di chiamare per nome ogni peccato e di indicarne il número. Senza questa grandezza del penitente, l’amore di Dio resterebbe lodato ma non corrisposto; e il peccato resterebbe odiato, ma non identificato, il che non farebbe arrivare nemmeno al pentimento imperfetto. Per questo, dunque, la Chiesa, maestra di saggezza e di umanità tanto quanto dispensatrice di divini misteri, tra i peccati contro il primo comandamento annòvera «la presunzione dell’onnipotenza e della misericòrdia di Dio (quella per cui si spera di ottenere il suo perdono senza conversione e la glòria senza mèrito)» (Cfr CCC 2092). Mette dunque in guàrdia da questa presunzione; insegna quanto ci ama Dio e come mèrita di èssere corrisposto per giustízia, gratitúdine e conformità alla nostra natura; mostra le cinque condizioni per una buona confessione (esame di coscienza, pentimento sincero, accusa dei peccati, propòsito di non commétterli piú, soddisfazione); ma fa di piú: ha pensato anche a un luogo e a una sede adatti dove riconciliarsi con Dio, in un modo che aiuta il penitente e protegge il sacerdote. Questo luogo è la chiesa e la sede è il confessionale con la grata, di cui vogliamo parlare in questa riflessione, visto anche l’inízio della Settinana Santa, tempo propízio per riconciliarsi con Dio. Questa riflessione diventa anche necessària per arginare una certa crisi del Sacramento della penitenza. Sí, certo, le càuse della crisi sono nell’apostasia generale del mondo occidentale e nel mancato senso del peccato, ma dove la fede resiste, le catechesi non màncano, i richiami a confessarsi sono frequenti, e la disponibilità dei sacerdoti è màssima, ci sono nemici diversi da combàttere: la vergogna e il rispetto umano, laccî del demònio che tèngono lontani dal confessore o chiúdono la bocca su certi peccati. Pensando a tutto questo dice il còdice di Diritto canònico:

«Can. 964
    §1.Il luogo pròprio per ricévere le confessioni sacramentali è la chiesa o l’oratòrio.
    §2. Relativamente alla sede per le confessioni, le norme vèngano stabilite dalla Conferenza Episcopale, garantendo tuttavia che si tròvino sempre in un luogo visíbile i confessionali, provvisti di una grata fissa tra il penitente e il confessore, cosicché i fedeli che lo desíderano pòssano liberamente servírsene.
    §3. Non si ricèvano le confessioni fuori del confessionale, se non per giusta càusa
».

Questa giusta càusa può èssere la necessità di confessare, in un ospedale, il malato a letto; in un campo di battàglia, il soldato penitente; a casa pròpria, un anziano che non può recarsi al confessionale; in un pellegrinàggio, i pellegrini che lo chièdono anche in assenza di una chiesa lungo il percorso; e símili. Don Nicola Bux, nel suo libro “Con i sacramenti non si scherza” (Cantagalli, Siena, 2016), afferma: «Una ragione non secondària della crisi del sacramento della confessione è l’abbandono del confessionale con la grata: favoriva la discrezione, davvero fondamentale, fra il penitente e il confessore. . . È soprattutto un símbolo del segreto, o sigillo sacramentale, a cui ogni ministro è tenuto gravemente in coscienza, a costo della vita. . .Ai nostri giorni, converebbe usare la grata non solo per la confessione del gentíl sesso, ma anche per i ragazzi: interpone una barriera ai sensi, quindi contro il diàvolo. Inoltre, non vedere in fàccia il confessore, mette il penitente in condizione di parlare con libertà e, a quegli, consente la libertà di parlare al penitente nel nome di Dio. A meno che penitente e confessore non síano cosí padroni di sé, da non èssere condizionati. Padre Pio pare che non guardasse in fàccia il penitente. Infatti l’atteggiamento del confessore clàssico era quello di avvicinare l’orécchio alla grata, senza guardare, spesso con gli occhî chiusi, ascoltare e infine dare l’assoluzione» (p.131).
Queste parole ci ricòrdano perché questo tipo di confessione è detta anche “auricolare”: serve l’ascolto piú che lo sguardo; e tutto deve favorire l’ascolto di una confessione ben fatta: sincera, líbera da laccî, circostanziata, che non omette peccati e non si perde la meta. Non si può dare per iscontato che «penitente e confessore.. síano cosí padroni di sé da non èssere condizionati». Dunque: si ritorni al confessionale con la grata; lo si favorisca (anziché averlo trasformato in uno sgabuzzino); ci si fàccia trovare già in esso in giorni e orarî noti a tutti, perché non si perde mai tempo ad aspettare i penitenti in preghiera o meditazione. Dio li manderà a frotte, dov’è costodita la Sua sapienza; e dalla sapienza di Dio deriva ogni sapienza fra gli uòmini, nella Chiesa, nei suoi ministri, nei suoi fedeli. Dice l’Ecclesiaste: «La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto, ne càmbia la durezza del viso» (Qo 8, v.1c). Nel caso del confessionale questo accade perché a cambiare è anzitutto la durezza del cuore: «Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’íntimo mi insegni la sapienza…Puríficami…Crea in me, o Dio, un cuore nuovo» (Cfr Sal 50). Comprendiamo allora perché il 7 Lúglio 1998 la “Commissione Pontifícia per l’autèntica interpretazione del Còdice di Diritto canònico”, rispose cosí a un quesito del 16 Giugno dello stesso anno: «Si dúbita se, prestando attenzione a quanto prescritto dal can. 964, § 2, il ministro del sacramento, per una giusta càusa ed escluso il caso di necessità, possa decídere legittimamente, anche qualora il penitente dovesse richièdere altro, che la confessione sacramentale venga ricevuta nel confessionale munito di grata fissa. Risposta: Sí.
Il Sommo Pontéfice Giovanni Pàolo II, nell’Udienza concessa al sottoscritto Presidente il 7 Lúglio 1998, informato della suddetta decisione, l’ha confermata e ne ha ordinato la promulgazione».
Pertanto, lasciando fuori dal nostro discorso la “giusta càusa” e lo “stato di necessità”, la vita e la penitenza ordinàrie richièdono questa sede con grata fissa. Il demònio del resto  ̶   lo si può verificare anche nel “sogno dei tre laccî” che san Giovanni Bosco racconta ai suoi ragazzi il 4 Aprile 1869  ̶  si impegna per far sicché ci si confessi male. Lo fa con i gióvani, ma anche con chi non è piú gióvane, e come primo làccio usa la vergogna che non fa dire alcuni peccati in confessione (il silènzio colpévole ne è effetto); come secondo làccio usa lo svilimento della confessione ad atto màgico che non richiede il dolore dei peccati; e infine come terzo làccio banalizza il propòsito di emendarsi e non fa méttere in pràtica i consiglî del confessore. Di questi tre laccî, il primo è spezzato dalla grata fissa dei confessionali; il secondo dal meditare sulla passione di Gesú Cristo come conseguenza dei nostri peccati, non solo come atto supremo dell’amore di Dio per noi; il terzo làccio è spezzato dal timór di Dio, dal momento che Dio non si làscia prèndere in giro da nessuno. In questo modo di accostarsi al sacramento della Confessione, si prenderà sul sèrio il Sàngue di Cristo versato per istituirla e lavarci i peccati; e si terranno unite giustízia e misericòrdia, le due ali che permetteranno al penitente non ingannato dalla cattiva vergogna di volare in alto, fuggendo l’inferno e possibilimente anche il purgatòrio. Sí! L’inferno e il Purgatòrio: il primo infatti attende chi non rinnega e non ha perdonato il peccato mortale; il secondo attende chi non rinnega anche i peccati veniali e non si impegna a riparare adesso ai loro effetti sul Corpo Místico che è la Chiesa.


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[1] Graziella Merlatti, Sul filo della vita. La stòria di Jacque Fesch, Àncora editrice, Milano 1997, p. 69.

[2] Fulton J. Sheen, L’Eterno di Galilea, Borla, Milano 1954, pp 145-146.

...dello stesso Autore

Guido Vignelli

Cosa ci aspettiamo dal nuovo papa?

A proposito di recenti esortazioni a riconciliarci per la pace nella Chiesa

L’elezione del nuovo papa ha suscitato numerose speranze per il futuro della Chiesa, ormai corrosa al suo interno e disprezzata o perseguitata dall’esterno. Data l’odierna situazione di gravissima crisi, ai cristiani cattolici più consapevoli spetta il dovere-diritto di rivolgere a Leone XIV alcune richieste riguardanti la gloria di Dio, il bene della Chiesa e la salvezza delle anime.

 

Dunque, possiamo e dobbiamo chiedere al nuovo papa che si ricordi di aver liberamente scelto di essere un figlio del sommo sant’Agostino d’Ippona e di aver preso il nome di gloriosi pontefici come san Leone I, san Leone IV e Leone XIII. Considerando l’eredità agostiniana e i predecessori papali, dal nuovo papa ci si aspetta un governo adeguato, se non alla loro santità, perlomeno al loro impegno.

Al nuovo papa spetta anzitutto restaurare la Chiesa cattolica ormai «mezza in rovina», come fin dal 1917 aveva previsto la veggente suor Lucia nel “terzo segreto” affidatole dalla Madonna a Fatima. Pertanto, da lui ci aspettiamo che governi la Chiesa usando l’autorità e i poteri che gli spettano come pontefice e che ancora gli rimangono, prima che finiscano sminuiti e dispersi dalla minacciata scomposizione della struttura ecclesiale tentata dall’assemblearismo “sinodale”.

Dal figlio di sant’Agostino ci aspettiamo che, restaurando il primato del soprannaturale sul naturale, condanni e reprima il naturalismo, il razionalismo e il relativismo teoretico ed etico oggi dilaganti anche nel campo cattolico. Da lui ci aspettiamo pure che ricuperi la genuina e combattiva spiritualità cristiana, oggi inquinata da forme di quietismo psicologico che porta ad arrendersi al nemico.

Dal successore di papa Leone XIII ci aspettiamo che ne riprenda il completo programma di restaurazione riassunto a partire dall’enciclica Aeterni Patris. Esso comprende non solo teologia, liturgia, filosofia, morale e spiritualità, ma anche dottrina sociale della Chiesa, confermando i diritti di Dio Creatore, di Cristo Redentore e dello Spirito Santificatore sulla vita culturale, giuridica, politica ed economica dell’umanità.

         Dal nuovo papa ci aspettiamo che inizi il proprio regno imitando il pontefice Adriano di Utrecht, quando denunciò le gravi responsabilità della gerarchia ecclesiastica per aver dato pretesto ai falsi riformatori protestanti di devastare la Vigna del Signore: «La malattia si è diffusa dal capo alle membra, dai papi ai prelati; tutti noi, vescovi ed ecclesiastici, abbiamo deviato dalla retta via; (…) perciò, promettiamo che useremo tutta la nostra cura affinché venga migliorata innanzi tutto la Corte romana; (…) come da essa è iniziata la malattia, da essa inizierà anche il risanamento» (Adriano VI, discorso del 3-1-1523 alla Dieta di Norimberga).

Per contro, chiediamo al papa che si guardi bene dall’imitare il rovinoso comportamento tenuto da un suo passato confratello agostiniano, l’eretico Martin Lutero, che oggi si vorrebbe assolvere e anzi promuovere come dottore della Chisa; la sua falsa riforma fu lontana premessa della crisi del mondo cristiano, ormai protestantizzato.

Chiediamo pure al nuovo papa che non imiti nemmeno il comportamento spesso tenuto da due capi dell’ordine agostiniano, i cardinali Egidio da Viterbo e Girolamo Seripando (XVI secolo). Infatti, essi prima tollerarono benevolmente la rivolta del loro confratello e amico Lutero; poi, dovendone arginarne le conseguenze, tentarono di concordare con i capi protestanti una intesa religiosa adottando una irenistica “via media” che conciliasse le pretese dei capi eretici con l’esigenze della Chiesa. Il loro moderatismo fece perdere alla Chiesa forze preziose e finì con un prevedibile fallimento. Discorso analogo riguarda due falsi discepoli di sant’Agostino come gli eretici Michele Baio e Cornelio Giansenio.

L’attuale crisi della Chiesa è stata causata da confusione culturale, errori teologici, aberrazioni morali, spiritualità debole, apologetica minimalista, compromessi col nemico. Pertanto, la rinascita religiosa non potrà risultare da un generico appello a “superare le divergenze teoriche” impostando una “pastorale ecclesiale” che tenti una “via media riconciliatrice”. La rinascita dovrà necessariamente fondarsi su un chiaro, vigoroso e coerente ritorno alle radici della Fede cristiana e della civiltà cattolica. Già s’intravvedono all’orizzonte i primi segni di questo ritorno; spetta al nuovo papa favorirlo preparandone le condizioni ecclesiali.

...dello stesso Autore

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Francesca Bocchi

Suicidio assistito: un tacito incentivo a trovare pace nella morte

Da alcuni anni stiamo assistendo ad un’offensiva a favore della legalizzazione dell’eutanasia. In tutto questo tempo, il dibattito è stato deliberatamente mantenuto su un piano emotivo per seminare confusione e impedire un’analisi serena dei principi. In generale, l’eutanasia è l’atto di porre fine alla vita di una persona gravemente malata.


Eutanasia attiva e passiva
L’eutanasia attiva è, di fatto, il compimento di un atto che causa la morte del paziente. L’altra è detta eutanasia passiva perché non toglie la vita al paziente; consiste nel trattenere uno o più atti necessari o utili a preservarne la vita. L’eutanasia consiste nel causare consapevolmente e intenzionalmente la morte; l’eutanasia è l’atto o l’omissione che provoca deliberatamente la morte del paziente allo scopo di porre fine alle sue sofferenze.

Eutanasia e suicidio
Quando il paziente stesso decide di porre fine alla propria vita, non si tratta più di eutanasia, ma di semplice suicidio. L’eutanasia dovrebbe essere utilizzata solo quando la decisione di porre fine alla propria vita è presa da una persona diversa dal paziente, come un familiare o un medico curante.
Si parla di suicidio assistito anche quando, su richiesta del paziente, una terza persona lo aiuta a porre fine alla sua vita, o addirittura lo uccide direttamente su sua richiesta. Ma si tratta pur sempre di suicidio.

Principio di risoluzione
L’eutanasia è l’uccisione di una persona innocente e, come tale, è condannata dalla legge naturale e dal quinto comandamento di Dio. Solo Dio ha potere sulla vita, che Egli dà e toglie secondo la Sua volontà. L’eutanasia riguarda persone innocenti ed è quindi sempre intrinsecamente sbagliata. Questo vale indipendentemente da chi decida di eseguirla: lo Stato, un vicino o persino la persona che ha in custodia la vita (suicidio).
Lo Stato non può rivendicare il diritto di vita o di morte sui suoi cittadini. “La società non può ‘sbarazzarsi dell’inutile’ senza sprofondare veramente nel totalitarismo, che fa del ‘tutto’ un assoluto”. Mons. Bernard Tissier de Mallerais, (in Rispetto della vita, edizioni Fideliter, p. 112).
Questo principio condanna anche il suicidio, sia esso “assistito” o meno, perché, come dice sant’Agostino, “chi uccide se stesso non è forse assassino di un uomo?”. “La vita”, afferma san Tommaso d’Aquino, “è un dono di Dio concesso all’uomo, e che rimane sempre sottoposta al potere di Colui che ‘fa vivere e morire’ (Dt 32,39). Pertanto, chi si priva della vita pecca contro Dio, così come pecca (…) chi si arroga il diritto di giudicare una causa che non rientra nella sua giurisdizione. Decidere sulla morte o sulla vita appartiene solo a Dio” (IIa IIae, Q. 64, a. 5).

Risposte ad alcune obiezioni
Di fronte all’universalità di questo principio che tutela la vita degli innocenti, i sostenitori dell’eutanasia invocano un’eccezione, giustificata, a loro avviso, dalla necessità di risparmiare al malato sofferenze intollerabili o una perdita insopportabile di dignità. In realtà non può esserci alcuna eccezione, poiché non è mai lecito fare del male, nemmeno per amore del bene.

Sofferenza intollerabile
L’eutanasia, ci viene detto, mira a risparmiare ai pazienti grandi sofferenze, sofferenze inutili poiché la loro malattia è incurabile. Questa affermazione è fuorviante. Implica che la sofferenza del paziente non possa essere alleviata e che l’eutanasia sia l’unico modo per porvi fine, in realtà non esiste dolore, né sofferenza fisica, che la medicina odierna non possa almeno controllare ed alleviare.
Questa richiesta proviene il più delle volte da coloro che sono vicini alla persona che, una volta accettata l’inevitabilità della fine, desiderano che questa finisca il più rapidamente possibile. Non è certo facile assistere impotenti al declino di una persona cara; circondarla e sostenerla richiede un investimento significativo, sia emotivo che materiale; ma possiamo quindi privarla degli ultimi istanti di vita ponendo fine prematuramente? Questo è egoisticamente scegliere la via più facile; per evitare di dover affrontare il problema, lo facciamo scomparire. L’eutanasia è al servizio del paziente o della sua famiglia e della società?
Inoltre, queste osservazioni negano qualsiasi valore alla sofferenza, cosa che un cristiano non può accettare. La Passione di Cristo gli insegna che la sofferenza offerta a Dio in sottomissione alla sua volontà ha un grande valore ai suoi occhi. Permette al malato di espiare gli errori della propria vita espiando i propri peccati. Infatti, uno degli scopi del sacramento degli infermi è proprio quello di aiutarli a sopportare la sofferenza in questo stato d’animo, invece di cercare di sfuggirvi a tutti i costi.
La sofferenza può anche essere meravigliosamente feconda. Dio ce lo ha insegnato attraverso l’esempio di diversi santi, come Santa Rafqa (1832-1914). All’età di 53 anni, la sua vita divenne un vero calvario che sarebbe durato 29 anni. Iniziò a soffrire di dolori lancinanti alla testa e agli occhi, al punto da non riuscire più a sopportare la luce, e divenne completamente cieca nel 1899. La sua fede la aiutò a trovare un senso alla sua vita di sofferenza, che riuscì a rendere estremamente feconda grazie alle grazie ricevute da Dio. Oggi, la nostra società moderna suggerirebbe a Rafqa di porre fine alla sua vita, considerata inutile e senza valore; è davvero un progresso?

Una perdita insopportabile di dignità
I sostenitori dell’eutanasia rivendicano quello che chiamano il diritto a morire in nome del rispetto della dignità umana, che sostengono sia compromessa da un insopportabile stato di declino fisico e mentale causato dalla malattia. Ma la dignità umana non si giudica in base alle funzioni biologiche. Non si perde a causa di una diminuzione delle capacità fisiche. La vita terrena trova il suo significato nella vita eterna; anche sofferente o incosciente, la persona conserva la sua dignità di essere creato a immagine e somiglianza di Dio, la dignità di un “essere di eternità”. Per questo”, disse Pio XII (ai chirurghi, 13 febbraio 1945), “il medico disprezzerà qualsiasi suggerimento che gli venga fatto di distruggere la vita, per quanto fragile e umanamente inutile possa sembrare”.

Istigazione al suicidio
Esiste il rischio concreto che una legge che autorizzi l’eutanasia che è l’omicidio di una persona innocente. In quanto tale, è intrinsecamente sbagliato e quindi non è mai permesso. La sua legalizzazione costituirebbe un ulteriore passo nell’affermazione della libertà assoluta della persona umana, che deve poter “scegliere la propria vita, scegliere la propria morte”. Affermerebbe così la sua libertà – anche davanti a Dio – rifiutando di accettare che le venga imposta.
Questo respinge a priori un insegnamento e una pratica saldamente radicati nella Scrittura e nella Tradizione.

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Guido Vignelli

Ammonizioni pastorali di sant’Agostino riproposte al nuovo Papa agostiniano

 

Il fatto che il nuovo Papa provenga dall’ordine fondato da sant’Agostino d’Ippona può diventare occasione per riscoprirne gl’insegnamenti. Tuttavia, spesso il pensiero del sommo vescovo e dottore della Chiesa è stato selezionato ammettendone le tesi più tenere ma escludendone quelle più severe. Anni fa, un grande e compianto teologo si augurò l’arrivo di «un novello Agostino che ricordi agli uomini di Chiesa dimentichi o fedifraghi che non è lecito mettere il silenziatore a nessuna parte dell’Evangelo» (Brunero Gherardini, “La Cattolica. Elementi di ecclesiologia agostiniana”, Lindau, Torino 2011, p. 189). Pertanto, ci sembra opportuno raccogliere un breve florilegio di alcune severe ammonizioni pastorali che animarono il governo episcopale del santo vescovo: vedrete che sono di grande attualità.

         Amare l’uomo solo per amor di Dio

«L’amore autentico consiste in questo: vivere nella giustizia conformandosi alla verità». (La Trinità, VIII, 7, 10)

«Nessuno può essere veramente amico dell’uomo, se innanzitutto non è amico della verità». (Epistola 155°, I, 1)

«L’uomo deve amare Dio per sé stesso e il prossimo in subordine a Dio; egli deve amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente; deve anche amare il prossimo come sé stesso, ma in modo tale che l’intero l’amore del prossimo sia subordinato a quello per Dio». (La dottrina cristiana, II, 1, 7)

«O mio Dio, chi, insieme a Te, ama qualche altra cosa non per causa tua, Ti ama meno». (Confessioni, X, 29)

«La salvezza sta solo in Cristo Figlio dell’uomo, non perché egli sia Figlio dell’uomo, ma perché Egli è Figlio di Dio; non per quello che ha ricevuto dall’umanità, ma per quello che ha conservato della divinità. Dunque, dal momento che anche nel Figlio dell’uomo c’è salvezza solo in quanto è Dio, in nessun uomo c’è la salvezza». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 145°, 9)

«L’uomo peccatore non dev’essere amato in quanto peccatore; ogni uomo dev’essere amato in quanto uomo, ossia in ordine a Dio, mentre Dio dev’essere amato per sé stesso; dato che Dio dev’essere amato più di ogni uomo, ognuno deve amare Dio più di sé stesso». (La dottrina cristiana, II, 28)

«Quando vive secondo verità, l’uomo non vive secondo sé stesso ma secondo Dio; quando invece vive secondo sé stesso, ossia secondo l’uomo e non secondo Dio, egli vive secondo menzogna. (…) Quando l’uomo vive secondo sé stesso, è simile al diavolo». (La Città di Dio, XIV, 4)

«Tutti coloro che idolatrano le opere dell’uomo sono caduti più in basso di coloro che idolatrano le creature di Dio». (La dottrina cristiana, III, 2, 6)

«L’uomo dev’essere umiliato e Dio dev’essere esaltato». (Sermone 22°, 5)

«Se Dio ci trattasse come meritiamo, dovrebbe soltanto infliggerci punizioni». (Commento ai Salmi di lode, Salmo 18°, 2)

«Pretendere che qualuno possa essere salvato per mezzo della legge naturale e del libero arbitrio, significa rendere superflua la Croce di Cristo». (La natura e la grazia, IX, 10)

«Perfino la misericordia che ci fa soccorrere il nostro prossimo non è vero sacrificio, se non è compiuta per la gloria di Dio». (La Città di Dio, X, 6)

«Quando la fede traballa, la carità s’inaridisce; chiunque perde la fede, inevitabilmente perde anche la carità». (La dottrina cristiana, I, 37)

«Non bisogna amare per il solo godere di quelle cose che ci sono state concesse solo per usarle». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, II, 14).

«Tu non sei diventato cristiano per diventare sdegnoso di servire; quando tu servi a un uomo per comando di Cristo, in verità tu non servi a un uomo ma a quel Cristo che te l’ha comandato». (Commenti ai Salmi, Salmo 134°, III, 7)

«Chi giunge all’estremo di amare perfino i propri nemici, non per questo può trascurare di amare i propri fratelli [nella fede], perché i tuoi fratelli ti sono più prossimi di qualunque altro uomo. (…) Anzi, bisogna agire come il fuoco, che prima si attacca alle cose vicine e solo dopo si propaga a quelle più lontane». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’Amore, VII, 4)

         «Tutti gli uomini devono essere egualmente amati. Ma, poiché non ti è possibile aiutare tutti, devi provvedere soprattutto a quelli che la sorte ha più strettamente legato a te per motivi di spazio e di tempo o per altre circostanze. (..) Lo stesso vale per tutti gli uomini ai quali non puoi provvedere». (La dottrina cristiana, III, 28)

Amare l’uomo, odiare il suo peccato

«Non possiamo ottenere il bene se prima non smettiamo di operare il male». (La moralità della Chiesa Cattolica, XXVI, 50)

«Lodare gli empi equivale a offendere Dio». (Commento ai Salmi di lode, Salmo 146°, 3)

«Non amare l’errore nell’uomo, ma solo l’uomo, perché Dio fece l’uomo, ma fu l’uomo a fare l’errore. Quindi, ama ciò che Dio fece, odia ciò che l’uomo ha fatto; amare l’uno comporta distruggere l’altro; se ami l’uno, devi correggere l’altro. Anche se talvolta ti mostri spietato, fallo per lo zelo di correggere». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, VII, 11)

«Ci sono due amori: quello del mondo e quello di Dio; se alberga in noi l’amore del mondo, non potrà entrarvi quello di Dio. Si tenga quindi lontano l’amore del mondo e resti in noi l’amore di Dio. (…) È bene per noi non amare il mondo, affinché i Sacramenti non abbiano a risolversi nella nostra dannazione, cessando così di essere sostegni della nostra salvezza». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, II, 8)

«Colui che vive secondo Dio deve avere un santo odio contro i malvagi». (La Città di Dio, XIV, 6)

«L’amico di questo mondo si fa nemico di Dio. Vuoi evitare di esserlo? Allora non essere amico di questo mondo perché, se sarai amico di questo mondo, sarai nemico di Dio». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 91°, 10)

«Sotto la previdenza di un Dio giusto, nessun uomo può diventare iniquo se non lo ha meritato». (Contro Giuliano, I, 39)

«Chi commette peccato diventa schiavo del peccato, e volesse il Cielo ch’egli piuttosto fosse schiavo dell’uomo!» (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 32°, 6)

«Oggi si spalancano le porte alle cose turpi e si confinano in luoghi riservati le cose virtuose; il disonore fa pompa di sé e il decoro resta nascosto; il male conta molti spettatori e il bene riesce a mala pena a trovare qualche ascoltatore; pare che ci si debba vantare delle cose disoneste e vergognarsi delle cose oneste». (La Città di Dio, II, 26)

Non blandire l’errore e il vizio ma correggerli e curarli

         «Ė solo l’autorità che spinge gli uomini ad affrettarsi verso la sapienza. (…) Occorre essere purificati per vedere il vero; dunque, all’uomo che non è capace d’intuire il vero, viene in aiuto l’autorità, affinché ne divenga capace e si lasci purificare». (L’utilità del credere, XVI, 34)

         «Non vengano ammessi a partecipare ai Sacramenti coloro che – riguardo Dio Padre, alla sua Sapienza e al suo Dono – professano e tentano d’inculcare opinioni diverse da quelle richieste dalla verità». (La vera religione, V, 8)

«Il timore di Dio è il principio della sapienza; in un certo senso, il timore apre la strada alla carità. (…) Se manca il timore, la carità non trova vie di accesso al cuore. (…) Dunque, bisogna che il timore entri per primo e che la carità vi arrivi attraverso di esso. (…) Certo, il timore arreca ferite come fa il ferro del chirurgo, ossia toglie il marciume e così facendo sembra che allarghi la ferita, la quale duole di più quando viene curata che quando la si lascia com’è. Ma essa duole di più quando si applica la cura, proprio affinché poi non dolga più, quando è tornata la salute». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, IX, 4)

«I vescovi sono posti a capo della Chiesa affinché compiano il dovere di condannare i peccati. Non è privo di colpa colui che, pur conoscendo molte cose degne di rimprovero in coloro ai quali è congiunto, non li rimprovera per timore di offenderli». (La Città di Dio, I, 9)

«Nessuno dica in cuor suo: “è vero ciò che Dio promette ma è falso ciò che Dio minaccia”. Infatti, se è vero ciò che Dio promette, è altrettanto vero ciò ch’Egli minaccia». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 94°, 15)

«Non crediate che Dio, quando ci tratta senza misericordia, non sia giusto o si sia allontanato dalla regola della sua giustizia; Egli è giusto sia quando ci condanna sia quando ci tratta con misericordia». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 147°, 13)

«O Dio, tu hai creato il dolore per educarci, tu ferisci per risanarci e uccidi per non lasciarci morire lontani da Te». (Confessioni, II, 2)

«Come potrà la carità mettere le sue radici, là dove l’amore del mondo copre tutto come una selva? Estirpate quindi questa selva; nel campo non resti nulla che possa soffocare il seme della carità». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, II, 9)

«Dio ci ha amati quando eravamo peccatori, ma non ci ha riuniti perché continuassimo a peccare; anzi, è venuto a visitarci come medico per farci guarire». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, VII, 7)

«Se alla cattiva volontà bisognasse sempre permettere la libertà, perché mai i pastori negligenti vengono rimproverati [dalle Sacre Scritture]? (…) Voi errate e andate verso la dannazione! Quindi, non risentitevi contro di noi, quando richiamiamo gli erranti e cerchiamo le pecorelle perdute! Infatti, è meglio fare la volontà del Signore, la quale ci ammonisce affinché vi costringiamo a ritornare al suo Ovile, piuttosto che acconsentire alla volontà delle pecore erranti e permettervi di andare verso la dannazione». (Epistola 171°, 1, 3)

«Per quanto riguarda questi nostri atroci nemici, (…) se noi non li tenessimo in considerazione e li tollerassimo fino a non darcene alcun pensiero, se non prendessimo provvedimenti per intimorirli e per farli ravvedere, il nostro sarebbe davvero un rendere male per male (…) È meglio amare con severità che ingannare con mitezza». (Epistola 93°, I, 2, 4)

«La carità percuote mentre l’iniquità blandisce. (…) Alcune cose sembrano aspre e crudeli, ma si fanno per imporre una disciplina sotto il comando della carità. (…) Quando punisci, fallo per amore. (…) Non crediate che la carità si conservi mediante una certa remissività e mollezza. (…) La carità sia ardente nel correggere e nel risanare». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, VII, 8, 11)

         «Coloro le cui ferite restano nascoste non per questo devono essere trascurati dal medico curante. (…) Anche a loro si deve impartire l’istruzione; a mio parere, questo può essere fatto tanto più facilmente, quanto più l’insegnamento della verità viene accompagnato dal timore della severità». (Epistola 191°, 2)

«Devi desiderare che il perverso ottenga insieme con te la vita eterna, ossia ch’egli ti diventi fratello. Se dunque desideri questo per il tuo nemico, quando lo ami, ami un tuo fratello; non ami in lui ciò che è ora, ma quel che tu desideri ch’egli diventi. (…) Non ami in lui ciò che è rimasto, ma ciò che speri che diventi. (…) Sii a lui propizio, tollera i suoi peccati ma incutigli terrore per convertirlo». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, VIII, 10)

«Ė meglio soffrire combattendo contro i vizi, piuttosto che essere dominati da loro senza far loro guerra. (…) Dobbiamo preferire di rimanere nell’angustia di questo conflitto, piuttosto che permettere che i vizi ci dominino senza opporre a essi alcuna resistenza». (La Città di Dio, XXI, 15)

«I peccatori possono essere corretti in due modi: o distruggendo i loro peccati con la penitenza, come accadde agli abitanti di Ninive, oppure distruggendo i peccatori con i loro peccati, come accadde agli abitanti di Sodoma». (La Città di Dio, XXI, 24)

«Nei fedeli ricondotti alla Chiesa con metodi persuasivi si ravvisa compiuta la forma ordinaria di obbedienza; nei fedeli costretti a ritornare si ravvisa compiuta quella straordinaria mediante l’uso dei mezzi coercitivi contro i disobbedienti». (Epistola 185, VI, 24)

«Se tu lodi un empio per la sua empietà, non diventi forse empio anche tu?» (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 134°, 4)

«Quando mediti come Dio ha punito gli empi, bada che le stesse cose non accadano anche a te! (…) Considera che la sferza divina colpisce ogni uomo. (…) Quando pensi ai castighi di Dio, devi temere, perché Egli è onnipotente sia quando consola sia quando percuote». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 134°, 14)

«Forse che Dio ha amato i peccatori affinché restassero tali? (…) In che modo il medico ama i suoi malati? Li ama forse perché sono ammalati? Se li amasse così, desidererebbe che restassero sempre ammalati. Invece, egli ama i malati non affinché restino ammalati, ma affinché diventino sani». (Meditazioni sulla Lettera di san Giovanni sull’amore, VIII, 10)

«Non riesco a capire come una persona sana possa condannare l’adirarsi contro un peccatore al fine di correggerlo». (La Città di Dio, IX, 5)

         I malvagi vanno curati anche con le punizioni

«Mediante le leggi di Dio, (…) usando criteri necessari e definiti in ogni cosa, si distribuiscono premi ai buoni e castighi ai cattivi». (Soliloqui, I, 4)

«Certamente, sarebbe meglio che gli uomini giungessero a rendere a Dio il culto dovuto per mezzo della istruzione, piuttosto ch’esservi costretti dal timore della punizione dolorosa; ma coloro che non hanno quella capacità di pervenirvi liberamente non devono essere abbandonati a sé stessi. Infatti, com’è stato provato dall’esperienza, a molti è giovato essere prima costretti da un timore o da un dolore, per poi essere istruiti o mettere in pratica ciò che avevano imparato a parole. (…) Essendo schiavi del male e quasi ribelli fuggitivi, molti hanno bisogno di essere ricondotti al loro Signore usando le punizioni dei flagelli temporali» (Epistola 185°, 6, 21).

«Questa sprovveduta e falsa bontà del cuore umano, che pretende d’impedire che talvolta gli empi debbano soffrire, secondo le disposizioni della volontà divina, provi a contraddire lo stesso Cristo, quando dice agli angeli: “raccogliete prima la zizzania e fatene fascine da gettare nel fuoco”» (Contro Fausto il manicheo, XXII, 72)

«Considera quello che hai fatto, non quello che stai soffrendo. Se hai agito in conformità al diritto, ciò che soffri è una ingiustizia; se invece hai commesso ingiustizia, allora è giusto che tu ne soffra». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 145°, 15)

«Tutto quanto il genere umano ha sofferto quaggiù nei tempi passati, l’ha sofferto giustamente a causa della superbia e della continua disobbedienza a Dio». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 147°, 27)

«Ė iniqua la persecuzione fatta dagli empi contro la Chiesa di Cristo, ma è giusta la persecuzione fatta dalla Chiesa di Cristo contro gli empi. (…) La Chiesa perseguita per amore, gli empi per iniquo furore; l’una per indurre a riconoscere gli errori, gli altri per condurre alla rovina; l’una sottrarre all’errore, gli altri per spingere nell’errore. La Chiesa ricerca e perseguita i propri nemici affinché la loro vanità sia annientata ed essi abbiano accesso alla verità». (Epistola 185°, 2, 11)

«Anche la misericordia di Dio punisce la perfidia sottoponendola a temporali afflizioni; il fatto che i buoni costumi siano una scelta volontaria, non toglie che i cattivi costumi debbano essere puniti con severità dalle leggi». (Contro l’epistola di Petiliano, LXXXIII, 184)

«Né il padrone rispetto al servo, né il padre rispetto alla moglie, sono esentati dal dovere di non reprimere i vizi che contrastano la verità cristiana; se non lo fanno, verranno giustamente accusati di negligenza». (Contro Cresconio il grammatico, III, 57)

«Per essere irreprensibili, non basta non fare del male a nessuno; bisogna anche impedire al prossimo di peccare, o almeno punirlo dopo che ha peccato, affinché colui che è stato punito si corregga mediante l’esperienza della pena, o almeno gli altri ne ricavino un salutare timore». (La Città di Dio, XIX, 16)

«È sempre accaduto che i malvagi perseguitassero i buoni e i buoni perseguitassero i malvagi: gli uni lo fanno nuocendo per mezzo dell’ingiustizia, gli altri beneficando per mezzo della correzione». (Epistola 93°, I, 8)

«Quella che importa non è la costrizione in sé, alla quale ciascuno può essere sottoposto, ma il fine per cui si è costretti, se al bene o al male. Non perché si posa diventare buoni anche contro la propria volontà, ma perché, temendo ciò che si vuole evitare, ognuno abbandona l’ostinazione che gli fa da ostacolo, oppure viene spinto a conoscere la verità che prima ignorava. Ne consegue che ognuno, sia che tema, sia che respinga la falsità intorno alla quale contendeva, è indotto a cercare la verità che ignorava e, di sua propria volontà, arriva a prendere possesso di ciò che prima rifiutava». (Epistola 93°, V, 16)

«Quando Dio permette che le manifestazioni inique siano tenute in onore, questo è un segno evidente del suo sdegno; se le lascia impunite, questo è un maggiore castigo. Ma quando Dio sconvolge ciò che sosteneva i vizi e fa cadere le cupidigie, dall’abbondanza in cui sguazzavano, nella povertà, contrastandole, Egli compie un’opera di misericordia. (…) Colui al quale viene tolta la libertà dell’iniquità, viene utilmente sconfitto, perché c’è nulla di più triste della felicità propria di colui che pecca; essa alimenta una impunità foriera di pene più gravi e rafforza la cattiva volontà, come un nemico che corrode dall’interno». (Epistola 138°, II, 14)

«Talvolta si agisce pietosamente punendo con le verghe, invece si agisce crudelmente tollerando e perdonando». (Sermone 13°, 9).

«Se non ci fossero altri mezzi per porre un freno alla malizia di questi scellerati, forse urgerebbe la necessità di condannarli a morte». (Epistola 134°, 4)

 

Bisogna condannare e punire eretici e scismatici

«Bisogna fare in modo che, mediante un pacifico confronto delle nostre tesi, tutti coloro che partecipano della nostra comunione possano conoscere quanto le posizioni della Chiesa cattolica siano distanti da quelle degli eretici o degli scismatici e quanto sia da temere il danno che può venire dalla zizzania o dai sarmenti recisi dalla Vigna del Signore». (Epistola 23°, 6)

«Non osino gli uomini seguire tranquillamente alcuna dottrina estranea alla Chiesa di Cristo, come se fosse una via per ottenere la vita beata; piuttosto le distingua in modo accorto e attento. Se poi s’imbattono in dottrine costruite dagli uomini, (…) le rifiutino e le respingano vigorosamente». (La dottrina cristiana, III, 39)

«Le condanne pronunciate contro gli eretici mettono bene in chiaro quale sia il pensiero della Chiesa e che cosa insegni la sua sana dottrina». (Confessioni, VII, 19)

«Per l’anima, non c’è peste peggiore che la libertà dell’errore» (Epistola 105°, 2, 9). «Quindi, quando pretendi di essere lasciato al tuo libero arbitrio, tu sbagli!» (Contro Cresconio il grammatico, III, 50, 57)

«Come il pagano non potrà stare alla pari del cristiano, così non lo potrà l’eretico rispetto al cattolico. (…) Infatti, come un membro reciso dal corpo di un uomo vivo non può continuare a vivere, così l’uomo separato dal Corpo di Cristo, in cui dimora ogni giustizia, non può conservare lo spirito della giustizia». (Epistola 185°, VIII, 41-42)

         «Non dobbiamo considerare come nemici solo quelli che ci sono apertamente avversi, perché nemici molto peggiori sono quelli che, pur sembrando appartenere al Corpo di Cristo, in realtà ne stanno fuori». (Sermone 354°, 3)

«Escludi tutti coloro che nelle cose religiose non sono filosofi e nelle cose filosofiche non sono religiosi, e anche coloro che, diventati superbi per una perversa opinione o per qualche rivalità, hanno deviato dalle leggi e dalla comunione della Chiesa cattolica». (La vera religione, VII, 12)

«Serviamoci pure anche degli eretici, non per ammettere i loro errori, ma per essere più vigili e abili difensori della dottrina cristiana contro le loro insidie, anche se non siamo capaci di ricondurli alla salvezza». (La vera religione, VIII, 15)

«Chi, pur avendo rinnegato la fede cristiana, nonostante questo continua a vivere, è come un cadavere che parla. (…) Pertanto, si sgombri la strada dagli eretici!» (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 145°, 16-17)

«Solo la Chiesa cattolica è il Corpo di Cristo. (…) Fuori di questo Corpo, nessuno è vivificato dallo Spirito Santo. (…) Di conseguenza, quelli che stanno fuori della Chiesa non hanno lo Spirito divino». (Epistola 185°, 11)

«La tenda del Signore è la santa Chiesa ormai diffusa su tutta la Terra. Gli eretici, essendo usciti dalla tenda della Chiesa, si sono messi a costruire tende proprie; ma Dio disprezza le tende che sono state costruite da mani umane». (Commenti ai Salmi di lode, Salmo 146°, 19)

«Voi non potete rovesciare la cattedra giudiziaria di Cristo per sostituirla con quella di un eretico! Io continuerò a richiamare i traviati e continuerò a cercare gli smarriti. (…) Nella misura in cui il Signore, nel guidarmi in questo compito che m’inspira terrore, mi darà anche forza, non arretrerò davanti a nulla». (Sermone 46°, 14)

         «L’anima degli eretici è in pericolo! Eppure, si continua a usare la tattica del rinvio, col risultato che essi non giungeranno mai alla riscoperta della verità». (Sermoni ai Cartaginesi, III, 20)

«Se il sangue sgorga dalla carne di un mortale, chiunque lo vede ne inorridisce. Invece, se le anime, ferite perché recise dalla pace di Cristo, muoiono di una morte ben più terrificante e tragica, ossia quella nel sacrilegio dello scisma e dell’eresia, siccome questa morte non viene vista, non diventa motivo di pianto, anzi non è neppure presa in considerazione». (Contro l’epistola di Parmeniano, VIII, 14).

«Senza dubbio, nessuno dev’essere costretto a professare la fede contro la propria volontà; (…) ma le leggi che sono state emanate contro di voi eretici non vi costringono ad agire bene, soltanto vi proibiscono di agire male. (…) Il timore del castigo, pur non dando ancora la gioia della retta coscienza, almeno limita il desiderio di fare il male racchiudendolo nei limiti delle cose solo pensate». (Contro l’epistola di Petiliano, LXXXIII, 184)

«Colui che, per il vostro empio crimine, al fine di ammonirvi, decide di trattenervi dal male agire e di sottoporvi a costrizione, colpendovi mitemente nei vostri diritti, sia esiliandovi, sia privandovi di onori e di beni, costui dev’essere elogiato come piissimo reggitore e diligentissimo governatore. Infatti, il suo intervento vi costringe a meditare perché siete costretti a subire la persecuzione, vi aiuta a prendere coscienza del vostro sacrilegio, in modo da essere sottratti ad esso e da poter infine liberarvi dalla condanna eterna». (L’unità della Chiesa, XIX, 55)

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Don Mario Proietti

Restaurare, non rifondare: conclusione del ciclo

Quindicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Dopo un lungo cammino di riflessione, attraversando i nodi più delicati della vita della Chiesa contemporanea, è giunto il momento di concludere. Non per porre fine alla riflessione, ma per raccogliere quanto seminato, ricapitolare i temi emersi e offrire una sintesi spirituale e pastorale che possa accompagnarci oltre questo percorso. Ogni tappa ha toccato, con rispetto e verità, la carne viva della Chiesa: le sue fatiche, le sue bellezze, le sue tensioni. Il titolo scelto per questo ultimo contributo esprime in maniera precisa l’atteggiamento che riteniamo più necessario per questo tempo: restaurare, non rifondare. Un verbo antico, ecclesiale, che richiama il rispetto per l’opera originaria e il desiderio di restituirla alla sua luce.

Una Chiesa da restaurare, non da reinventare

C’è oggi una tentazione, più diffusa di quanto sembri, che serpeggia tra certi ambienti teologici, pastorali e perfino magisteriali: quella di ritenere che la Chiesa, per essere fedele al suo compito, debba cambiare profondamente, anzi rifondarsi. Si invocano nuovi paradigmi, si moltiplicano i linguaggi che suggeriscono rotture radicali, si esaltano forme di sinodalità permanente che sembrano voler ridefinire la struttura stessa della Chiesa. In realtà, tutto ciò che non parte da una profonda fedeltà a Cristo, alla Tradizione, al Magistero autentico, rischia di sfociare in una reinvenzione arbitraria e infedele.
La Chiesa non ha bisogno di essere rifondata, perché la sua fondazione è divina: essa nasce da Cristo e non dal consenso umano. Rifondarla significherebbe, di fatto, dichiarare fallita la sua origine. Restaurare, invece, significa riportarla alla sua forma autentica, purificarla dalle incrostazioni, liberarla dagli abusi, senza mai alterarne l’essenza. Come nel restauro di un affresco prezioso: non si cambia l’opera, ma la si riscopre nella sua verità nascosta.
Non si tratta di tornare indietro per nostalgia, ma di andare in profondità per verità. La Chiesa deve essere continuamente riformata, “reformanda semper”, ma sempre in continuità con ciò che è, mai contro ciò che è. Ogni vera riforma parte da un atto di umiltà e di adorazione.

Ritrovare l’unità senza settarismi

Durante il nostro itinerario, abbiamo constatato come la Chiesa viva oggi una polarizzazione sempre più acuta. Le etichette abbondano: tradizionalisti, progressisti, sinodali, conservatori, integralisti, modernisti. Ogni gruppo rivendica la vera fedeltà, mentre accusa l’altro di tradimento. Ma la verità cattolica non è partigiana: è universale, cattolica appunto. Non si difende la verità con la logica del partito, ma con la logica della comunione.
Ritrovare l’unità non significa eliminare il confronto, ma tornare al centro, che è Cristo, la sua Parola, il suo Corpo e Sangue, il Magistero della Chiesa in continuità con tutta la Tradizione.
La verità non può essere contro la carità. Il pericolo del settarismo è che anche chi ha ragione finisca per diventare cieco, accecato dalla propria ragione. L’unità si ricostruisce con pazienza, con ascolto, ma soprattutto con la condivisione di uno stesso sguardo verso l’alto.

Fedeltà senza irrigidimenti

In tempi di confusione, l’appello alla fedeltà è giustissimo. Ma anche la fedeltà, se vissuta male, può irrigidirsi. E l’irrigidimento spirituale è una forma sottile di chiusura alla grazia. La fedeltà vera non è attaccamento a formule, ma adesione viva alla verità intera.
In questo ciclo abbiamo ricordato la necessità di custodire la dottrina, la liturgia, la disciplina della Chiesa. Ma non abbiamo mai inteso la fedeltà come ritorno a forme superate per nostalgia, o come adesione formale e sterile. La fedeltà che serve oggi è quella dei santi: radicale e umile, forte e mite, sicura e aperta allo Spirito.
Non serve irrigidirsi per essere ortodossi. Serve ardere, come i discepoli di Emmaus, di una fedeltà che ha conosciuto il fuoco dell’incontro con il Risorto. Solo così la verità diventa vita, e la vita diventa missione.

Conclusione finale

Giunti al termine di questo ciclo, ci accorgiamo che la Chiesa ha già tutto ciò che le serve per essere se stessa. Non le manca nulla, se non la nostra disponibilità ad accoglierla, ad amarla, a servirla con cuore indiviso. I suoi strumenti sono eterni: la Parola di Dio, i Sacramenti, la comunione ecclesiale, la vita dei santi, il Magistero fedele.
Non è tempo di ripensare la Chiesa nei suoi fondamenti, ma di convertirci dentro di essa. La riforma più urgente è quella del cuore: riformare le nostre intenzioni, le nostre prassi, le nostre omissioni.
Restaurare è un verbo di speranza. Significa credere che la Chiesa, pur ferita, è bella. Che la sua vocazione è eterna. Che il suo futuro passa dalla nostra risposta.
Ripartiamo, allora, dal Cuore della Chiesa, che è il Cuore di Cristo. Restiamo con Lui. Solo così potremo anche noi essere strumenti di vera riforma.

Ringraziamento

Questo ciclo non ha voluto spiegare tutto, né fornire soluzioni immediate. Ha voluto, semplicemente, accompagnare il lettore a pensare, a pregare, a soffrire e a sperare con la Chiesa. Se anche solo una persona si è sentita interpellata, allora il lavoro non è stato vano.
I papi passano, la Curia resta. Ma soprattutto: resta il Signore. A Lui la gloria, alla Chiesa la nostra fedeltà, al mondo la nostra carità.

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Francesca Bocchi

Giovanni Paolo II afferma nella Salvifici Doloris: “Nella Croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza,ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta”(19). Questo punto è capitale,specialmente oggi, che si è perduto il senso della sofferenza e si vuole affrettare la morte.
Francesca Bocchi è medico di famiglia a Parma, specializzata in medicina estetica,consulente in sessuologia clinica e giornalista pubblicista. Dal 2022 è docente per la formazione sanitaria al CoESPU (Center of Excellence for Stability Police Units) a Vicenza e collabora per la sezione salute con IlGiornale.it, il quotidiano La Ragione e il magazine Montecarlo style.

Sulla croce Gesù ha inchiodato le nostre malattie

Signore, ecco, colui che ami è malato (Gv 11,3), dicono le sorelle di Lazzaro a Gesù. La malattia non risparmia nessuno, né i giusti né i malvagi, né i ricchi né i poveri.  Nel mistero della Croce non è solo il peccato a essere redento. La Passione di Cristo ha assunto su di sé anche il dolore fisico dell’umanità, portando speranza non solo spirituale, ma anche corporale. Gesù non ha sofferto in modo simbolico: il suo corpo è stato trafitto, piagato, percosso, e in quel corpo martoriato si riflette il dolore di ogni uomo e ogni donna provati dalla malattia.

Le parole del profeta Isaia (53,4) vengono spesso lette durante la Settimana Santa: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori.”
La tradizione cristiana ha sempre interpretato queste parole non solo in senso morale (il peccato), ma anche in senso fisico e terapeutico: Gesù ha toccato la sofferenza umana in tutte le sue forme, incluse le malattie del corpo.
I Padri della Chiesa come Origene e Ireneo parlavano della Croce come “albero della vita” e “medicina dell’anima e del corpo” e in essa, Cristo guarisce l’uomo nella sua interezza. Non a caso, nel Vangelo, Gesù guarisce paralitici, ciechi, lebbrosi, e perfino morti. Non per spettacolo, ma per mostrare che la salvezza è integrale.
La reminiscenza greca attribuisce la qualità di medico (iatros) alla capacità di trovare rimedi (iama), nonché all’autorizzazione a prescriverli e somministrarli. L’idea che il medico, come il sacerdote o l’indovino, goda di una capacità del tutto speciale di penetrare i segreti della natura aleggia ancora nella nostra immaginazione. Con la nozione di “curante”, d’altra parte, tocchiamo un registro di significato completamente diverso, più inclusivo. In greco, questo termine corrisponde a quello di “terapeuta”. L’idea di fondo evoca in modo più concreto la nozione di “cura”. Prima di guarire, curare significa alleviare; e anche, in molti modi, educare. Nell’intento di curare, naturalmente, non perdiamo di vista la guarigione, ma non trascuriamo le fasi che alla fine vi conducono; e, in tutte queste fasi, il sostegno all’essere sofferente è di fondamentale importanza.
Un “Cristo Guaritore”, quindi? Nel pensiero di sant’Agostino, la potenza di “Cristo Medico” svolge il ruolo di una perpetua salvezza e ha un duplice attributo: guarisce l’anima e salva dalla morte. I Padri della Chiesa riflettono sulla gratia Christi come guarigione e purificazione dei peccati.
Il mistero del dolore fisico nella nostra società deve riappropriarsi del suo significato più antico, perché non sempre il dolore fisico viene guarito in questa vita, ma la Croce diventa per il cristiano un luogo di identificazione: in ogni letto d’ospedale, in ogni corpo sofferente, Cristo è presente. Il dolore non è più muto o assurdo, ma partecipato, abitato e trasfigurato.
Nel Vangelo in risposta alle critiche di coloro che lo accusavano di frequentare pubblicani e peccatori, Gesù dimostrò invece la sua compassione per gli esseri umani, “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9,12).
Questa è una parabola che mostra la Sua compassione per i peccatori, come il medico che si prende cura dei malati: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici. Perché non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (9,13). In altre parole, la buona salute dei peccatori non è sufficiente per Gesù. Egli vuole metterli in moto affinché il potenziale di giustizia insito in ogni essere umano possa portare frutto in loro.
Se Gesù fosse solo un medico, nel senso comune del termine, la sua attenzione sarebbe forse più focalizzata sulla malattia e sulle manifestazioni esteriori della guarigione. Gesù è più di un medico, perché la Sua attenzione è focalizzata sulla persona e sul suo inalienabile potenziale di vita. Forse è anche questo il vero guaritore, quel terapeuta che troviamo naturalmente in ogni autentico medico, vale a dire colui che onora la vita nella sua totalità,complessità e sacralità.
Come scriveva san Giovanni Paolo II nella Salvifici Doloris:
Nella sofferenza è nascosto un particolare potere che avvicina interiormente l’uomo a Cristo”.
La fede non nega la malattia, ma offre una chiave per attraversarla, così come la Croce non elimina il dolore, ma gli dà un senso e, in certi casi, anche una speranza di guarigione. Nel Cristianesimo ogni ferita può essere redenta, ogni piaga può diventare luogo d’incontro con Dio.
Sulla Croce, Gesù ha inchiodato il nostro peccato, ma anche la nostra debolezza, la nostra carne sofferente, il nostro limite e da quella Croce nasce una speranza che non delude. Anche per il corpo. Anche nella malattia.

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Don Mario Proietti

Il volto della Chiesa che verrà: povera, santa, libera

Quattordicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Ogni epoca si interroga sul futuro della Chiesa. In tempi di crisi, di cambiamenti epocali e di apparente declino, questa domanda torna con maggiore intensità: come sarà la Chiesa di domani? Sarà ancora capace di parlare al cuore dell’uomo? Avrà ancora voce nel concerto delle culture e delle nazioni? Riuscirà a essere lievito nel mondo senza diventare parte della massa indistinta?
Molti, nel tentativo di rispondere, si lanciano in previsioni sociologiche, analisi strutturali, studi statistici. Ma la vera risposta non nasce da queste osservazioni parziali. Viene dallo Spirito e si radica nella fedeltà a Cristo. La Chiesa che verrà sarà quella che rimarrà fedele al suo Signore, senza cedere ai compromessi con la mentalità del mondo, senza barattare la propria identità per la rilevanza culturale o politica. E questa fedeltà si incarna oggi in tre tratti fondamentali: la povertà evangelica, la santità concreta e la libertà interiore e profetica.

Una Chiesa povera: non marginale, ma essenziale

Papa Benedetto XVI, in una delle sue riflessioni giovanili, parlava di una “Chiesa che perderà molti privilegi sociali, diventerà più piccola, ma più santa“. Queste parole non suonavano come una profezia catastrofista, bensì come una diagnosi spirituale maturata nel contatto profondo con la Scrittura e la Tradizione. Una Chiesa alleggerita dai pesi del potere mondano, da strutture eccessivamente burocratiche, da compromessi con il potere politico ed economico, può finalmente tornare all’essenziale del Vangelo.
Essere poveri non significa essere irrilevanti, ma liberi. Significa rinunciare al protagonismo nei salotti della società, all’influenza nei media, all’ansia di piacere. Significa testimoniare Cristo senza fronzoli, affidandosi alla forza del Vangelo, non agli strumenti della propaganda. È la povertà che rende i santi credibili e i pastori veri padri. È la povertà di chi si fida solo di Dio e non del proprio prestigio. Come gli Apostoli inviati da Gesù, che camminano senza borsa né bisaccia (cf. Lc 10,4), ma portano nel cuore la pace e la verità.

Una Chiesa santa: perfetta nei suoi mezzi, ma affidata a strumenti umani

La santità è il cuore della Chiesa. Essa è santa non perché immune da scandali o debolezze nei suoi membri, ma perché fondata da Cristo, dotata di tutti i mezzi necessari per la salvezza e sempre abitata dallo Spirito. La Chiesa è perfetta nei suoi strumenti soprannaturali: la Parola, i Sacramenti, la Gerarchia voluta da Cristo. Tuttavia, la sua realtà visibile è affidata a uomini e donne fragili, peccatori, che hanno bisogno di conversione continua.
La Chiesa del futuro sarà riconoscibile non per la quantità delle sue strutture, ma per la qualità della sua testimonianza. Non sarà la Chiesa dei grandi numeri, ma quella dei testimoni silenziosi, degli uomini e delle donne che vivono la santità nel quotidiano. Oggi non abbiamo bisogno di tecnocrati o manager pastorali, ma di anime innamorate di Cristo, capaci di pregare, di soffrire per amore, di perdonare e di servire nel nascondimento. La santità resta la forma più alta di riforma ecclesiale, l’unica che trasforma realmente la Chiesa dal di dentro.

Una Chiesa libera: non in opposizione, ma non omologata

La libertà della Chiesa non si misura con l’indipendenza esterna, ma con la sua fedeltà interiore alla verità del Vangelo. Una Chiesa libera è quella che non ha paura di essere controcorrente, perché sa che la verità non cambia per compiacere la società. La sua voce profetica non si adegua alle mode ideologiche, ma le illumina. Quando la Chiesa accetta il compromesso con lo spirito del tempo, smette di essere luce sul monte. Essere liberi significa poter parlare anche quando costa, correggere con carità ma senza ambiguità, difendere la dignità dell’uomo e la legge morale anche quando ciò comporta l’incomprensione del mondo. È questa la libertà dei santi, dei martiri, dei confessori della fede. La Chiesa non deve cercare l’opposizione sterile, né l’accomodamento opportunista, ma deve vivere nella verità, anche quando la verità ferisce. Così facendo, essa diventa veramente madre e maestra.

La Chiesa che verrà non sarà una Chiesa potente secondo i criteri mondani, ma una Chiesa povera di mezzi umani, ricca solo del Vangelo. Non sarà applaudita da tutti, ma sarà ascoltata da chi cerca davvero la luce. Non sarà perfetta nella sua apparenza, ma trasparente alla grazia. Sarà povera, perché rifiuterà la dipendenza dai poteri forti; sarà santa, perché fondata sulla Parola e sui Sacramenti; sarà libera, perché non avrà padroni se non Cristo.
E noi, oggi, possiamo prepararne le fondamenta non con grandi piani pastorali o documenti programmatici, ma vivendo con radicalità una fede povera, santa e libera. Questo è il contributo più grande che ciascuno può offrire: diventare parte viva e autentica di quella Chiesa che verrà, e che già si sta formando nel silenzio, nella preghiera e nella fedeltà quotidiana.

Prossimo articolo: Conclusione del ciclo: restaurare, non rifondare. Ritrovare l’unità senza settarismi, la fedeltà senza irrigidimenti.

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Don Mario Proietti

La verità nella carità: dire tutto con amore senza dire meno della verità

Tredicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Viviamo in un tempo complesso e frammentato, dove la comunicazione, anche all’interno della Chiesa, è sottoposta a una pressione senza precedenti. Da una parte troviamo coloro che reclamano con forza una maggiore chiarezza dottrinale, desiderosi di un annuncio nitido e inequivocabile; dall’altra parte, non mancano coloro che invocano accoglienza, inclusione, misericordia come criteri pastorali prioritari. È una tensione reale, vissuta a tutti i livelli della comunità ecclesiale: tra teologi e vescovi, tra parroci e fedeli, tra giovani e anziani, tra chi chiede rigore e chi chiede tenerezza.
Questa tensione, tuttavia, non è nuova. È parte della vita della Chiesa sin dalle origini. Ma oggi, in un contesto in cui il linguaggio è divenuto strumento di ideologia, dove le parole vengono deformate o svuotate del loro significato originario, l’urgenza di tornare al Vangelo nella sua integrità si fa pressante. San Paolo, con l’acutezza dell’apostolo, ci offre un criterio che resta di validità permanente: «Professando la verità nella carità, cresciamo in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15). Non si tratta di bilanciare due opposti, ma di vivere un’unica realtà in cui l’amore è veicolo della verità e la verità è forma dell’amore.

Verità senza carità? Carità senza verità?

Una verità gridata senza amore può trasformarsi in una spada che lacera. Una carità che tace la verità diventa una carezza vuota, che lascia l’altro nel suo errore. Il cristianesimo non ha mai proposto una fede che si imponga con violenza, né una misericordia che sminuisca il bene oggettivo. Il Vangelo è una proposta esigente e amorosa insieme. Cristo stesso, nei Vangeli, non ha mai fatto sconti sulla verità: ha parlato con franchezza del peccato, della conversione necessaria, della croce da portare. Eppure, lo ha fatto con una mitezza e una pazienza che conquistavano il cuore. Ha detto alla donna adultera: «Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). In questa frase c’è la perfetta sintesi: accoglienza e verità, misericordia e giustizia.

Il rischio della “carità mutilata”

In molti ambienti ecclesiali si è diffusa una modalità pastorale che, pur animata da buone intenzioni, finisce per appiattire il messaggio cristiano. Si eliminano parole forti, si edulcorano concetti fondamentali della fede per paura di risultare “non inclusivi”. Ma una carità che non osa dire la verità, che teme di ferire quando è in gioco la salvezza dell’anima, non è amore: è abbandono mascherato da gentilezza.
La Chiesa ha il compito materno di dire la verità anche quando brucia, perché solo la verità libera. Una madre non lascia il figlio nella menzogna per timore di ferirlo: lo educa, lo corregge, lo ama fino in fondo. Così anche la Chiesa, sposa di Cristo, non può diventare silenziosa per compiacere il mondo. La sua voce è profetica, non diplomatica.

Misericordia e giustizia: non opposizione ma unità

Molti pensano che essere misericordiosi significhi dimenticare la giustizia. Ma questa è una falsa contrapposizione. Nella prospettiva cristiana, la giustizia e la misericordia non si escludono, si abbracciano. Dio è insieme Giudice giusto e Padre misericordioso. Non una volta giudice e un’altra volta padre: sempre entrambe le cose. Come ha insegnato san Tommaso d’Aquino, «la misericordia non contraddice la giustizia, ma ne è il compimento» (Summa Theologiae, I, q. 21, a. 3). Nel concreto della pastorale, questo significa che l’accompagnamento non è mai un fine, ma un mezzo: è la strada per condurre l’anima alla verità, alla grazia, alla conversione. Non si può accompagnare una persona su un sentiero sbagliato solo perché ci cammina con convinzione: bisogna orientarla verso il bene autentico.

Comunicare oggi: la sfida di un linguaggio evangelico

Nel tempo della comunicazione immediata, il linguaggio ecclesiale rischia due estremi opposti: da un lato l’ambiguità calcolata, che non vuole dispiacere a nessuno; dall’altro l’aggressività scomposta, che presume di difendere la verità ma la snatura con toni violenti. La via cristiana è quella della chiarezza unita alla mansuetudine, della fermezza che sa sorridere. Oggi più che mai occorre formare i pastori, i predicatori, gli operatori pastorali a un linguaggio evangelico: biblico, spirituale, incarnato, carico di senso. Non basta avere la dottrina, bisogna anche saperla comunicare con stile cristiano. Il mondo non ha paura della verità: ha paura dell’odio. E la verità detta con amore può ancora commuovere i cuori e convertire le menti.

In un tempo in cui si oppongono verità e carità, giustizia e misericordia, dottrina e pastorale, la Chiesa deve avere il coraggio di proporre l’integralità del Vangelo. Non si tratta di scegliere tra la verità o la carità, ma di vivere la verità nella carità. La strada è stretta, ma è l’unica che conduce alla santità. Il mondo ha bisogno di cristiani che non edulcorano il Vangelo, ma lo testimoniano con dolcezza e decisione. La nuova evangelizzazione non si farà con compromessi, ma con una verità luminosa e un amore ardente. In questa tensione feconda si gioca il futuro della Chiesa: una Chiesa che ama il mondo, ma non lo adula; che consola i peccatori, ma non banalizza il peccato; che sa dire: «Sì, sì; no, no» (Mt 5,37), ma con un cuore che batte d’amore per ogni anima.

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Guido Vignelli

Un pericoloso paradosso: il pacifismo che favorisce “guerre giuste”

 

Dal rifiuto della guerra al suo ricupero

Per secoli, ideologie e movimenti utopistici hanno creduto che la pratica del dialogo, la “diplomazia del confronto”, la libera circolazione delle idee, delle persone e delle merci, avrebbero abbattuto i confini tra le nazioni, reso inutili i conflitti e preparato la “pace perpetua”. Pertanto, si sono moltiplicati convegni culturali, incontri politici, trattative diplomatiche e raduni interconfessionali, conclusi da esortazioni alla pace pronunciate da autorità culturali, religiose, giuridiche e politiche.

Di conseguenza, nel XX secolo, istituzioni e organizzazioni internazionali hanno estromesso la categoria di “guerra” dal campo del diritto perché ritenuta moralmente inaccettabile, giuridicamente non regolamentabile e politicamente evitabile. La guerra è stata condannata come tentativo di “farsi giustizia da sé”, senza sottomettersi al “giudizio dei popoli” e all’arbitrato delle organizzazioni incaricate di risolvere i conflitti e di mantenere la pace.

Ad esempio, lo Statuto della neonata Organizzazione delle Nazioni Unite e la sua correlata Carta di San Francisco (26 giugno 1945) dichiararono illecita la guerra usata come metodo per risolvere i conflitti internazionali di qualunque tipo. Poco dopo, le Costituzioni di alcune Repubbliche – compresa quella italiana – fecero analoghe dichiarazioni.

Eppure, la recente storia della stessa ONU ha dimostrato to che tutte queste dichiarazioni fatte “in nome dei diritti dell’Uomo” e “per conto dell’Umanità” erano destinate all’insuccesso, perché si limitavano a discorsi sentimentali senza impegnarsi nel riformare la coscienza religiosa dei potenti e dei popoli.

Infatti, a partire dagli anni 1970, dapprima emersero numerose guerre, guerriglie e conflitti etnici o locali o settoriali. Poi alcune organizzazioni internazionali, come l’ONU, hanno creato un nuovo tipo di guerra: l’intervento militare umanitario pacificatore (peace-keeping). In nome di astratti “diritti umani” e di ambigui “valori democratici”, questo intervento bellico tenta d’imporre non solo la separazione dei contendenti ma anche il loro disarmo per garantire una “pace giusta e duratura”.

Pertanto, ormai la guerra è rientrata tra le possibilità politicamente, giuridicamente e moralmente accettate dalla “comunità internazionale”. Assistiamo quindi a una rielaborazione dell’antico concetto di “guerra giusta”, comprendente non solo la guerra difensiva ma anche quella preventiva nel caso che la pacificazione esiga di acquisire uno “spazio vitale protettivo”. Ormai è giunti al punto che Governi democratici progettano di reintrodurre il servizio militare obbligatorio per gli adulti e perfino di addestrare i bambini all’uso di alcune armi.

Emerge quindi una paradossale novità: oggi la guerra è ammessa come legittima o perfino doverosa proprio da quelle associazioni pacifiste e istituzioni democratiche che, fino a ieri, condannavano senza riserve ogni forma di guerra, contestando il noto motto “si vis pacem para bellum”.

 

I cambiamenti della guerra contemporanea

Questa nuova giustificazione della “guerra giusta” è resa più pericolosa dal fatto che ormai sono molto cambiati non solo gli agenti, i mezzi, le strategie, i campi e le condizioni operative della guerra, ma anche i suoi fini e quindi la sua stessa natura.

Ad esempio, l’armamentario bellico è stato potenziato. Ormai esso include le armi atomiche, batteriologiche e chimiche, e queste ultime include quelle meteorologiche, ossia capaci di suscitare disastri climatici. Questo potenziamento ha imposto un nuovo tipo di esercito e un nuovo modo di guerreggiare che, sia per la loro pericolosità che per il loro impatto, va oltre i confini che limitavano i passati conflitti.

Inoltre, la guerra mobilita l’intera popolazione. Anche quando non s’impone la coscrizione obbligatoria di tutti i cittadini validi, il conflitto può coinvolgere non solo professionisti, mercenari e volontari ma anche l’intero corpo sociale che viene trasformato in un’unica enorme macchina bellica, senza fare distinzione tra militari e civili né tra chi ferisce e chi guarisce. 

Inoltre, gli agenti bellici si sono moltiplicati. Oggi una guerra può essere tentata non solo da Governi statali con i loro eserciti regolari, ma anche da agenti che sono inferiori agli Stati – come gruppi ideologici o religiosi o etnici o semplicemente criminali – oppure che sono o superiori agli Stati – come istituzioni mondiali e alleanze internazionali (ONU, Unione Europea, Unione Pan-Araba, BRICS).

Di conseguenza, spesso la guerra è diventata asimmetrica. Ossia, può avvenire tra contendenti che, avendo diverse capacità di mobilitare soldati, armi e finanziamenti, possono guerreggiare in modi e a livelli contrastanti fra loro. Ad esempio, un contendente di minore capacità bellica può ricattare, danneggiare e perfino vincere un rivale di maggiore capacità bellica. Ne sono stati esempi devastanti sia il terrorismo internazionale, sia le forme di conflitto locale o settoriale.

Inoltre, a volte la guerra è fatta contro un “male assoluto”. Ossia, l’avversario è visto non come un nemico ma come un mostro abominevole che incarna un principio ideologico negativo. Pertanto, la guerra non si limita più a sconfiggere il nemico usando regole, strategie e mezzi ordinari e legali, ma tenta di sopprimerlo con ogni mezzo e ad ogni costo; a questo fine, tutto diventa lecito, anche agire contro la morale e il diritto delle genti, perfino usare come pretesto la difesa dei “diritti umani violati”.

Di conseguenza, oggi la guerra è totale. Essa coinvolge l’intera vita civile, per aggredirla o difenderla con tutti i mezzi e i modi resi possibili dalle “scienze umane” e dalla tecnologia avanzata. Pertanto, questa guerra esclude settori neutrali, non ammette distinzione tra azioni difensive od offensive, né distinzione tra mezzi proporzionati o sproporzionati, tantomeno limitazioni imposti da doveri o da diritti propri o altrui.

La storia recente dimostra che questa guerra totale contro un nemico condannato e odiato come “male assoluto” può colpire sia realtà concrete (una comunità religiosa, una classe sociale, una nazione, una razza), sia astrazioni ideologiche (la discriminazione, la xenofobia, il razzismo, il “fascismo eterno”, il sovranismo, il patriarcato, etc.)

Stando così le cose, alcuni ottimisti sperano che la guerra del futuro riuscirà a risparmiare le vite umane, perché verrà combattuta da macchine teleguidate dall’intelligenza artificiale, la quale – parafrasando un noto motto – sentenzierà che “la guerra è cosa troppo seria per lasciarla fare agli uomini”, esseri deboli e inibiti da pregiudizi religiosi, filosofici e morali.

Alcuni pessimisti invece temono che gli uomini saranno sempre più coinvolti nei conflitti, perché useranno mezzi talmente distruttivi da cancellare il progresso materiale. Già Albert Einstein previde che le guerre future verranno combattute da tribù primitive usando armi arretrate come clavi, frecce, lance, asce e spade; questa barbara guerra “eco-sostenibile” verrà forse ammessa dai futuri circoli ambientalisti.

 

Le più gravi forme di guerra

A quella militare sopra descritta, oggi si sono aggiunte altre forme di guerra più abili, radicali e pericolose, sia perché attrezzate dalle “scienze umane”, sia perché non dichiarate né regolate ufficialmente; i semplici conflitti del passato oggi sono condotti secondo le regole della guerra. Facciamone alcuni esempi.

 La guerra psicologica. Essa mira a manipolare la psicologia, sia individuale che collettiva, usando soprattutto propaganda e pubblicità politiche o commerciali. Questa guerra viene combattuta soprattutto mediante la capillare e ossessiva diffusione di tendenze, mode e usanze, ma anche mediante una sorta d’ “ingegneria sociale” che tenta “esperimenti sociali” capaci di mutare le condizioni di vita delle masse.

Un esempio di questa guerra è la pratica delle cosiddette “emergenze globali”. Si lanciano arbitrari allarmismi capaci di suscitare irrazionali paure nelle masse, per spingerle a tollerare l’imposizione di “regimi di necessità” che, sospendendo le più elementari libertà civili, attuano il massimo controllo sociale (non della criminalità ma della normale popolazione). Si vedano i casi delle recenti emergenze belliche, economiche, climatiche e sanitarie, come quella imposta in mezzo mondo col pretesto della “pandemia da corona-virus”. 

La guerra ideologica. Essa mira a influenzare lo “spirito pubblico” e la cultura di massa, al fine di preparare o di tutelare l’ordine totalitario o il caos anarchico. Questa guerra viene combattuta mediante parole, slogan e massime che insinuano concetti, giudizi e categorie capaci di oscurare la realtà, manipolare la comunicazione e traviare le coscienze. Se ieri l’ideologia usava la scuola obbligatoria, la propaganda culturale e la pubblicità mass-mediatica, oggi usa anche l’informatica e l’intelligenza artificiale. Esempi recenti di questa guerra sono la cancel culture tentata da movimenti come quello detto woke, in specie l’accanita offensiva contro la cultura, i simboli e i riti cristiani.

La guerra rivoluzionaria. Essa mira a sovvertire la società per far evolvere la natura umana secondo le illusioni del transumanesimo, oppure di sostituire il vecchio mondo col nuovo secondo le illusioni dell’ecologismo. La guerra psicologica e quella culturale sono strumenti posti al servizio della guerra rivoluzionaria. Questa prevede la completa soppressione delle garanzie giuridiche di libertà e di proprietà, la requisizione di uomini e di cose e lo sterminio dei dissidenti, al fine non di ristabilire l’ordine violato ma di “sopprimere i nemici della Repubblica”, come fecero la Rivoluzione Francese ai danni della Vandea dal 1792 in poi e quella sovietica ai danni della popolazione artigiana a contadina negli anni 1920-1930.

Di fronte alla guerra rivoluzionaria non è possibile restare neutrali, tantomeno collaborarvi, ma si può solo resistere passivamente od opporsi attivamente. Infatti, esistono verità, valori e beni spirituali – non solo quelli naturali ma anche e soprattutto quelli soprannaturali – che “non sono negoziabili”, ossia non possono essere sacrificati per favorire quella falsa pace promessa dagli “agenti delle tenebre” che compongono la “sinagoga di Satana” di cui parlava san Giovanni Evangelista.

 

Guerra necessaria, condannabile o giustificabile?

L’umana comunità si basa sulla concordia, sulla lealtà e sulla fiducia esistenti tra le parti sociali che la compongono; pertanto, la guerra non può essere considerata come necessaria al progresso della civiltà, tantomeno può essere ammessa col pretesto di rafforzare l’unità nazionale o di potenziare l’organizzazione statale. Una guerra diventa necessaria solo quando sono fallite tutte le vie pacifiche tentate per riparare una grave ingiustizia o per risolvere un irrimediabile conflitto.

Tuttavia, le nuove forme e modalità di guerra sopra considerate stanno modificando le classiche condizioni per giudicare moralmente la soluzione bellica dei conflitti. Infatti, anche la guerra deve rispettare quel “principio di ragion sufficiente” che impone di evitare un’azione sproporzionata (per eccesso o per difetto) rispetto al fine da ottenere.

Ad esempio, è illecito iniziare o continuare una guerra, quando appare certo ch’essa non otterrà il risultato sperato o l’otterrà a un costo troppo alto. «Oggi la portata e l’orrore della guerra moderna, sia essa nucleare o convenzionale, la rendono totalmente inaccettabile per comporre dispute e vertenze tra le nazioni» (Giovanni Paolo II, discorso di Coventry, 30-5-1982). I pacifisti ne concludono che ormai la dottrina cristiana sia talmente cambiata da condannare qualunque tipo di guerra come immorale e ingiusto.

In realtà, il divieto assoluto di guerra riguarda solo quella offensiva; quella difensiva invece rimane moralmente giustificata in certi casi e a certe condizioni. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al n. 2266) conferma che l’innocente aggredito può usare tutti i mezzi moralmente leciti per difendere il proprio diritto violato da un ingiusto aggressore. Si noti che questa legittima difesa vale non solo quando è in pericolo la sopravvivenza fisica della comunità, ma anche quando esse deve proteggere i propri beni spirituali, soprattutto quelli soprannaturali come la libertà cristiana.

Insomma, quello di legittima difesa è un principio religioso, morale e giuridico imposto dalla razione e confermato dal Vangelo, per cui non può essere cancellato da mutamenti storici dei fenomeni bellici né da evoluzioni ideologiche laiciste o clericali. La guerra non potrà mai essere evitata. Il Vangelo ci ammonisce che, come la povertà, anche la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà, perché è conseguenza del Peccato Originale aggravata dai troppi peccati attuali commessi dal genere umano lungo la sua travagliata storia. 

 

La falsa soluzione del pacifismo

Una popolare ma falsa soluzione del “gran problema della guerra” è quella proposta dal pacifismo, secondo il quale la pace è il bene assoluto da mantenere ad ogni costo e quindi la guerra è il male assoluto da evitare ad ogni costo. Già nel XVI secolo, l’umanista Erasmo da Rotterdam pretese che «la più ingiusta delle paci è preferibile alla più giusta delle guerre» (De bono pacis).

Una nota massima afferma che bisogna evitare la guerra a tutti i costi perché “con la guerra tutto viene perduto, mentre con la pace tutto viene salvato”. Eppure, questa massima è eticamente discutibile e difficilmente praticabile, tanto che è stata contraddetta dalla storia.

Infatti, ci sono state guerre giuste e benefiche, come quelle che hanno salvato stirpi, etnie e popoli dalla oppressione e dallo sterminio causato da potenti nemici della giustizia, della civiltà e della Fede cristiana; ne furono esempio alcune “guerre sante” del passato. Per contro, ci sono state paci ingiuste e rovinose, come quelle che hanno rovinato la mentalità, la morale e la civiltà di un popolo assicurandogli un benessere corruttore; ne è stata esempio la pace italiana durante la seconda metà del XX secolo.

Giova ricordare che, negli anni Settanta, un vescovo campano scrisse che i danni fisici causati dalle due guerre mondiali sono irrilevanti, se paragonati ai danni morali causati dallo scetticismo religioso e dalla immoralità dei costumi favoriti dai regimi laicisti e permissivi delle repubbliche democratiche.

Il pacifismo presuppone una ideologia immanentista, secondo cui il fine dell’uomo non consiste nel vivere virtuosamente nel tempo per ottenere la vita beata dell’eternità, ma si riduce alla mera sopravvivenza vitale. Il pacifismo radicale è quindi immorale e anticristiano anche perché, come già affermava il poeta pagano Giovenale, «pur di sopravvivere, si dimenticano i fini del vivere».

La storia dimostra che spesso i movimenti pacifisti sono ipocriti. Quando i valori o gl’interessi della loro fazione sono accettati e tutelati, i pacifisti proclamano illecita ogni guerra; ma poi, quando quei valori o interessi vengono messi in pericolo, allora essi proclamano lecita o addirittura doverosa una guerra che li difenda.

I pacifisti quasi sempre condannano come disumana e ingiusta la regolare guerra tra Stati. Per contro, la irregolare guerra tra fazioni o classi o etnie – ad esempio la guerra civile, la “guerra di liberazione” e la “rivolta rivoluzionaria” – viene spesso difesa e anzi giustificata dai pacifisti “per ragioni umanitarie”, per cui i suoi agenti vengono elogiati e protetti, anche se causano le più gravi sventure a intere nazioni. 

I pacifisti hanno subito i paradossi della loro storia. Basti pensare che la più terribile delle armi, ossia la bomba atomica, fu inventata ottant’anni fa, da un prestigioso circolo di scienziati dichiaratamente pacifisti (Einstein, Oppenheimer, Fermi, Szilard, Teller). Nel 1945, essi spinsero il governo degli Stati Uniti a lanciare le prime due bombe atomiche sperimentali sulla popolazione civile giapponese.

Quegli scienziati pacifisti erano convinti che una sola strage atomica dapprima avrebbe posto fine alla Seconda Guerra Mondiale, poi avrebbe impedito l’arrivo di nuove guerre, che sarebbero state evitate da un “equilibrio del terrore” capace di dissuadere tutte le potenze militari dal suscitare altri conflitti. La storia ha smentito questa illusione, perché le guerre non solo sono riprese, ma anzi sono aumentate di numero e di ferocia, anche perché i belligeranti sapevano che nessun intervento atomico sarebbe stato tentato per stroncarle sul nascere.

La storia dimostra che i movimenti pacifisti non hanno mai avuto duraturo successo nell’impedire o nel far finire le guerre, ma oggi il loro fallimento risulta evidente: essi hanno favorito a volte “la pace come la dà il mondo”, ossia la “tranquillità del disordine”, ma più spesso la vittoria del “nemico dell’umanità”.

 

La falsa soluzione del mondialismo

Al fine di assicurare la pace universale, alcune artificiose istituzioni internazionali – come l’O.N.U. e l’Unione Europea – pretendono di preparare una sorta di Governo mondiale, sia esso centralizzato o federativo, che imponga e tuteli assoluti e universali “diritti dell’uomo” richiesti da ambigui “valori democratici”.

Tuttavia, questi pretesi diritti sono filosoficamente e teologicamente infondati, per cui risultano inadeguati al fine e restano abbandonati alle arbitrarie interpretazioni e applicazioni dei poteri reali anche solo ufficiosi; basti pensare che alcuni “diritti umani” sono rifiutati dagli Stati maomettani. Di conseguenza, i tribunali delle citate istituzioni internazionali tendono a emettere sentenze discriminatorie e prevaricatrici, com’è stato platealmente dimostrato da avvenimenti anche recenti.

Per giunta, non si può più ignorare che quelle istituzioni internazionali dipendono da organizzazioni occulte (deep state) impegnate nel porre le condizioni preparatorie per realizzare il plurisecolare progetto di dominio mondiale elaborato da alcune sette di origine massonica come la cosiddetta sinarchia.

Alludiamo a oligarchie non solo finanziarie e tecnocratiche, ma anche e soprattutto ideologiche, le quali – nella pretesa di sostituire lo scomparso sacro romano impero con una moderna “repubblica universale” – tentano di eliminare ogni influenza cristiana nella vita civile, anche a costo di favorire ieri il comunismo, oggi l’espansione islamica e domani l’anarchia.

Eppure, per favorire la pace, non c’è alcun bisogno che una istituzione mondiale concentri il potere di controllo politico fino al punto di togliere agli Stati la necessaria sovranità, alle nazioni la indipendenza e alle società la lecita autonomia, col pretesto di renderli incapaci di suscitare rivalità e conflitti armati. Secondo un noto esponente della grande scuola giuridica spagnola, «il superamento dello Stato nazionale non consiste in un qualche Stato mondiale, ma in una organizzazione di grandi spazî che si accordi con la tradizione storica di matrice federativa e imperiale» (Alvaro d’Ors, Introducciòn al estudio del derecho, Rialp, Madrid 1977, p. 165).

Nel cosiddetto “medioevo”, il Papato e l’Impero furono le due prestigiose autorità sopranazionali preposte a evitare, o almeno a ridurre, le cause e gli effetti delle guerre tra i popoli cristiani. In particolare, per molti secoli, la Santa Sede tentò di fare in modo che gli Stati rispettassero un codice di comportamento composto da regole religiose, etiche e giuridiche finalizzato a limitare tempi, armi, modi e strategie dei conflitti bellici, quasi riducendoli a cruente competizioni sportive.

«Un diritto internazionale sarebbe possibile solo se le repubbliche che sottoscrivessero il patto fossero integrate in una comunità morale che imponesse non solo limiti formali di procedura, ma anche un contenuto di princìpi morali necessari. (…) Ma questa comunità morale non esiste più, dal momento in cui l’antica comunità cristiana è stata dissolta da un plurisecolare processo disgregativo e ridotta ad alcuni princìpi insufficienti per costituire una vera comunità» (A. d’Ors, cit., p. 150).

 

Le condizioni per una pace possibile

La pace tra i popoli può e dev’essere tutelata dall’autorità morale e dal potere politico d’istituzioni internazionali capaci di svolgere un ruolo non tanto impositivo quanto arbitrale. La pace può essere favorita soprattutto diffondendo una cultura che animi un’etica che regoli un diritto mirante a disciplinare le inevitabili vertenze tra società, nazioni e Stati.

La guerra rimarrà inevitabile, fino a quando il genere umano non riconoscerà: a livello dottrinale, uno jus gentium che stabilisca diritti e doveri dei belligeranti; a livello giudiziario, un tribunale di arbitrato internazionale che regoli le contese mediante sentenze vincolanti; a livello esecutivo, un’autorità soprannazionale che imponga di rispettare sentenze, patti e trattati stesi al fine di mantenere o restaurare la pace. Se questo accadesse, la guerra verrebbe ridotta a drammatica ma salutare occasione di penitenza e di riscatto per il genere umano.

Rimane però il fatto che il problema della guerra ha carattere essenzialmente morale e ha soluzione principalmente religiosa: essa consiste nel riconoscere Dio Padre come Creatore, Dio Figlio come Redentore, Dio Spirito Santo come anima della storia e la Chiesa come Domina gentium e mediatrice tra le nazioni.

Nel frattempo, è possibile fare in modo che la guerra diventi meno frequente, lunga e dannosa, regolandola in base a un diritto internazionale gestito da un’autorità soprannazionale che intervenga per far rispettare non solo i generici diritti umani ma anche il diritto naturale e soprattutto quello jus christianum che resta l’unico codice che regola i rapporti politici e sociali facendo appello a quella Lex aeterna capace di vincola le coscienze superando gl’interessi locali, etnici e settoriali della vita civile.

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Carissimi,
il tema Medjugorje ha molte sfumature, ma tra le modalità migliori per entrare c’è lo sguardo investigativo sui primi giorni del fenomeno, un punto trascurato dalla Commissione a suo tempo istituita dalla Santa Sede.
Il rev.prof.Manfred Hauke,studioso e docente di Mariologia, ha pubblicato questo articolo sia in tedesco sia in italiano: si trova facilmente sul suo sito https://manfred-hauke.ch , sotto “galleria”, ultimo testo in fondo (del 2018). Poi egli raccomanda i libri di Donal Foley: Comprendere Medjugorje: visioni celesti o inganno religioso? E un secondo suo libro in inglese reperibile sul web.

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