Il Pensiero Cattolico

16 Dicembre 2025

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Don Mario Proietti

Restaurare, non rifondare: conclusione del ciclo

Quindicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Dopo un lungo cammino di riflessione, attraversando i nodi più delicati della vita della Chiesa contemporanea, è giunto il momento di concludere. Non per porre fine alla riflessione, ma per raccogliere quanto seminato, ricapitolare i temi emersi e offrire una sintesi spirituale e pastorale che possa accompagnarci oltre questo percorso. Ogni tappa ha toccato, con rispetto e verità, la carne viva della Chiesa: le sue fatiche, le sue bellezze, le sue tensioni. Il titolo scelto per questo ultimo contributo esprime in maniera precisa l’atteggiamento che riteniamo più necessario per questo tempo: restaurare, non rifondare. Un verbo antico, ecclesiale, che richiama il rispetto per l’opera originaria e il desiderio di restituirla alla sua luce.

Una Chiesa da restaurare, non da reinventare

C’è oggi una tentazione, più diffusa di quanto sembri, che serpeggia tra certi ambienti teologici, pastorali e perfino magisteriali: quella di ritenere che la Chiesa, per essere fedele al suo compito, debba cambiare profondamente, anzi rifondarsi. Si invocano nuovi paradigmi, si moltiplicano i linguaggi che suggeriscono rotture radicali, si esaltano forme di sinodalità permanente che sembrano voler ridefinire la struttura stessa della Chiesa. In realtà, tutto ciò che non parte da una profonda fedeltà a Cristo, alla Tradizione, al Magistero autentico, rischia di sfociare in una reinvenzione arbitraria e infedele.
La Chiesa non ha bisogno di essere rifondata, perché la sua fondazione è divina: essa nasce da Cristo e non dal consenso umano. Rifondarla significherebbe, di fatto, dichiarare fallita la sua origine. Restaurare, invece, significa riportarla alla sua forma autentica, purificarla dalle incrostazioni, liberarla dagli abusi, senza mai alterarne l’essenza. Come nel restauro di un affresco prezioso: non si cambia l’opera, ma la si riscopre nella sua verità nascosta.
Non si tratta di tornare indietro per nostalgia, ma di andare in profondità per verità. La Chiesa deve essere continuamente riformata, “reformanda semper”, ma sempre in continuità con ciò che è, mai contro ciò che è. Ogni vera riforma parte da un atto di umiltà e di adorazione.

Ritrovare l’unità senza settarismi

Durante il nostro itinerario, abbiamo constatato come la Chiesa viva oggi una polarizzazione sempre più acuta. Le etichette abbondano: tradizionalisti, progressisti, sinodali, conservatori, integralisti, modernisti. Ogni gruppo rivendica la vera fedeltà, mentre accusa l’altro di tradimento. Ma la verità cattolica non è partigiana: è universale, cattolica appunto. Non si difende la verità con la logica del partito, ma con la logica della comunione.
Ritrovare l’unità non significa eliminare il confronto, ma tornare al centro, che è Cristo, la sua Parola, il suo Corpo e Sangue, il Magistero della Chiesa in continuità con tutta la Tradizione.
La verità non può essere contro la carità. Il pericolo del settarismo è che anche chi ha ragione finisca per diventare cieco, accecato dalla propria ragione. L’unità si ricostruisce con pazienza, con ascolto, ma soprattutto con la condivisione di uno stesso sguardo verso l’alto.

Fedeltà senza irrigidimenti

In tempi di confusione, l’appello alla fedeltà è giustissimo. Ma anche la fedeltà, se vissuta male, può irrigidirsi. E l’irrigidimento spirituale è una forma sottile di chiusura alla grazia. La fedeltà vera non è attaccamento a formule, ma adesione viva alla verità intera.
In questo ciclo abbiamo ricordato la necessità di custodire la dottrina, la liturgia, la disciplina della Chiesa. Ma non abbiamo mai inteso la fedeltà come ritorno a forme superate per nostalgia, o come adesione formale e sterile. La fedeltà che serve oggi è quella dei santi: radicale e umile, forte e mite, sicura e aperta allo Spirito.
Non serve irrigidirsi per essere ortodossi. Serve ardere, come i discepoli di Emmaus, di una fedeltà che ha conosciuto il fuoco dell’incontro con il Risorto. Solo così la verità diventa vita, e la vita diventa missione.

Conclusione finale

Giunti al termine di questo ciclo, ci accorgiamo che la Chiesa ha già tutto ciò che le serve per essere se stessa. Non le manca nulla, se non la nostra disponibilità ad accoglierla, ad amarla, a servirla con cuore indiviso. I suoi strumenti sono eterni: la Parola di Dio, i Sacramenti, la comunione ecclesiale, la vita dei santi, il Magistero fedele.
Non è tempo di ripensare la Chiesa nei suoi fondamenti, ma di convertirci dentro di essa. La riforma più urgente è quella del cuore: riformare le nostre intenzioni, le nostre prassi, le nostre omissioni.
Restaurare è un verbo di speranza. Significa credere che la Chiesa, pur ferita, è bella. Che la sua vocazione è eterna. Che il suo futuro passa dalla nostra risposta.
Ripartiamo, allora, dal Cuore della Chiesa, che è il Cuore di Cristo. Restiamo con Lui. Solo così potremo anche noi essere strumenti di vera riforma.

Ringraziamento

Questo ciclo non ha voluto spiegare tutto, né fornire soluzioni immediate. Ha voluto, semplicemente, accompagnare il lettore a pensare, a pregare, a soffrire e a sperare con la Chiesa. Se anche solo una persona si è sentita interpellata, allora il lavoro non è stato vano.
I papi passano, la Curia resta. Ma soprattutto: resta il Signore. A Lui la gloria, alla Chiesa la nostra fedeltà, al mondo la nostra carità.

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Francesca Bocchi

Giovanni Paolo II afferma nella Salvifici Doloris: “Nella Croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza,ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta”(19). Questo punto è capitale,specialmente oggi, che si è perduto il senso della sofferenza e si vuole affrettare la morte.
Francesca Bocchi è medico di famiglia a Parma, specializzata in medicina estetica,consulente in sessuologia clinica e giornalista pubblicista. Dal 2022 è docente per la formazione sanitaria al CoESPU (Center of Excellence for Stability Police Units) a Vicenza e collabora per la sezione salute con IlGiornale.it, il quotidiano La Ragione e il magazine Montecarlo style.

Sulla croce Gesù ha inchiodato le nostre malattie

Signore, ecco, colui che ami è malato (Gv 11,3), dicono le sorelle di Lazzaro a Gesù. La malattia non risparmia nessuno, né i giusti né i malvagi, né i ricchi né i poveri.  Nel mistero della Croce non è solo il peccato a essere redento. La Passione di Cristo ha assunto su di sé anche il dolore fisico dell’umanità, portando speranza non solo spirituale, ma anche corporale. Gesù non ha sofferto in modo simbolico: il suo corpo è stato trafitto, piagato, percosso, e in quel corpo martoriato si riflette il dolore di ogni uomo e ogni donna provati dalla malattia.

Le parole del profeta Isaia (53,4) vengono spesso lette durante la Settimana Santa: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori.”
La tradizione cristiana ha sempre interpretato queste parole non solo in senso morale (il peccato), ma anche in senso fisico e terapeutico: Gesù ha toccato la sofferenza umana in tutte le sue forme, incluse le malattie del corpo.
I Padri della Chiesa come Origene e Ireneo parlavano della Croce come “albero della vita” e “medicina dell’anima e del corpo” e in essa, Cristo guarisce l’uomo nella sua interezza. Non a caso, nel Vangelo, Gesù guarisce paralitici, ciechi, lebbrosi, e perfino morti. Non per spettacolo, ma per mostrare che la salvezza è integrale.
La reminiscenza greca attribuisce la qualità di medico (iatros) alla capacità di trovare rimedi (iama), nonché all’autorizzazione a prescriverli e somministrarli. L’idea che il medico, come il sacerdote o l’indovino, goda di una capacità del tutto speciale di penetrare i segreti della natura aleggia ancora nella nostra immaginazione. Con la nozione di “curante”, d’altra parte, tocchiamo un registro di significato completamente diverso, più inclusivo. In greco, questo termine corrisponde a quello di “terapeuta”. L’idea di fondo evoca in modo più concreto la nozione di “cura”. Prima di guarire, curare significa alleviare; e anche, in molti modi, educare. Nell’intento di curare, naturalmente, non perdiamo di vista la guarigione, ma non trascuriamo le fasi che alla fine vi conducono; e, in tutte queste fasi, il sostegno all’essere sofferente è di fondamentale importanza.
Un “Cristo Guaritore”, quindi? Nel pensiero di sant’Agostino, la potenza di “Cristo Medico” svolge il ruolo di una perpetua salvezza e ha un duplice attributo: guarisce l’anima e salva dalla morte. I Padri della Chiesa riflettono sulla gratia Christi come guarigione e purificazione dei peccati.
Il mistero del dolore fisico nella nostra società deve riappropriarsi del suo significato più antico, perché non sempre il dolore fisico viene guarito in questa vita, ma la Croce diventa per il cristiano un luogo di identificazione: in ogni letto d’ospedale, in ogni corpo sofferente, Cristo è presente. Il dolore non è più muto o assurdo, ma partecipato, abitato e trasfigurato.
Nel Vangelo in risposta alle critiche di coloro che lo accusavano di frequentare pubblicani e peccatori, Gesù dimostrò invece la sua compassione per gli esseri umani, “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9,12).
Questa è una parabola che mostra la Sua compassione per i peccatori, come il medico che si prende cura dei malati: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici. Perché non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (9,13). In altre parole, la buona salute dei peccatori non è sufficiente per Gesù. Egli vuole metterli in moto affinché il potenziale di giustizia insito in ogni essere umano possa portare frutto in loro.
Se Gesù fosse solo un medico, nel senso comune del termine, la sua attenzione sarebbe forse più focalizzata sulla malattia e sulle manifestazioni esteriori della guarigione. Gesù è più di un medico, perché la Sua attenzione è focalizzata sulla persona e sul suo inalienabile potenziale di vita. Forse è anche questo il vero guaritore, quel terapeuta che troviamo naturalmente in ogni autentico medico, vale a dire colui che onora la vita nella sua totalità,complessità e sacralità.
Come scriveva san Giovanni Paolo II nella Salvifici Doloris:
Nella sofferenza è nascosto un particolare potere che avvicina interiormente l’uomo a Cristo”.
La fede non nega la malattia, ma offre una chiave per attraversarla, così come la Croce non elimina il dolore, ma gli dà un senso e, in certi casi, anche una speranza di guarigione. Nel Cristianesimo ogni ferita può essere redenta, ogni piaga può diventare luogo d’incontro con Dio.
Sulla Croce, Gesù ha inchiodato il nostro peccato, ma anche la nostra debolezza, la nostra carne sofferente, il nostro limite e da quella Croce nasce una speranza che non delude. Anche per il corpo. Anche nella malattia.

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Don Mario Proietti

Il volto della Chiesa che verrà: povera, santa, libera

Quattordicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Ogni epoca si interroga sul futuro della Chiesa. In tempi di crisi, di cambiamenti epocali e di apparente declino, questa domanda torna con maggiore intensità: come sarà la Chiesa di domani? Sarà ancora capace di parlare al cuore dell’uomo? Avrà ancora voce nel concerto delle culture e delle nazioni? Riuscirà a essere lievito nel mondo senza diventare parte della massa indistinta?
Molti, nel tentativo di rispondere, si lanciano in previsioni sociologiche, analisi strutturali, studi statistici. Ma la vera risposta non nasce da queste osservazioni parziali. Viene dallo Spirito e si radica nella fedeltà a Cristo. La Chiesa che verrà sarà quella che rimarrà fedele al suo Signore, senza cedere ai compromessi con la mentalità del mondo, senza barattare la propria identità per la rilevanza culturale o politica. E questa fedeltà si incarna oggi in tre tratti fondamentali: la povertà evangelica, la santità concreta e la libertà interiore e profetica.

Una Chiesa povera: non marginale, ma essenziale

Papa Benedetto XVI, in una delle sue riflessioni giovanili, parlava di una “Chiesa che perderà molti privilegi sociali, diventerà più piccola, ma più santa“. Queste parole non suonavano come una profezia catastrofista, bensì come una diagnosi spirituale maturata nel contatto profondo con la Scrittura e la Tradizione. Una Chiesa alleggerita dai pesi del potere mondano, da strutture eccessivamente burocratiche, da compromessi con il potere politico ed economico, può finalmente tornare all’essenziale del Vangelo.
Essere poveri non significa essere irrilevanti, ma liberi. Significa rinunciare al protagonismo nei salotti della società, all’influenza nei media, all’ansia di piacere. Significa testimoniare Cristo senza fronzoli, affidandosi alla forza del Vangelo, non agli strumenti della propaganda. È la povertà che rende i santi credibili e i pastori veri padri. È la povertà di chi si fida solo di Dio e non del proprio prestigio. Come gli Apostoli inviati da Gesù, che camminano senza borsa né bisaccia (cf. Lc 10,4), ma portano nel cuore la pace e la verità.

Una Chiesa santa: perfetta nei suoi mezzi, ma affidata a strumenti umani

La santità è il cuore della Chiesa. Essa è santa non perché immune da scandali o debolezze nei suoi membri, ma perché fondata da Cristo, dotata di tutti i mezzi necessari per la salvezza e sempre abitata dallo Spirito. La Chiesa è perfetta nei suoi strumenti soprannaturali: la Parola, i Sacramenti, la Gerarchia voluta da Cristo. Tuttavia, la sua realtà visibile è affidata a uomini e donne fragili, peccatori, che hanno bisogno di conversione continua.
La Chiesa del futuro sarà riconoscibile non per la quantità delle sue strutture, ma per la qualità della sua testimonianza. Non sarà la Chiesa dei grandi numeri, ma quella dei testimoni silenziosi, degli uomini e delle donne che vivono la santità nel quotidiano. Oggi non abbiamo bisogno di tecnocrati o manager pastorali, ma di anime innamorate di Cristo, capaci di pregare, di soffrire per amore, di perdonare e di servire nel nascondimento. La santità resta la forma più alta di riforma ecclesiale, l’unica che trasforma realmente la Chiesa dal di dentro.

Una Chiesa libera: non in opposizione, ma non omologata

La libertà della Chiesa non si misura con l’indipendenza esterna, ma con la sua fedeltà interiore alla verità del Vangelo. Una Chiesa libera è quella che non ha paura di essere controcorrente, perché sa che la verità non cambia per compiacere la società. La sua voce profetica non si adegua alle mode ideologiche, ma le illumina. Quando la Chiesa accetta il compromesso con lo spirito del tempo, smette di essere luce sul monte. Essere liberi significa poter parlare anche quando costa, correggere con carità ma senza ambiguità, difendere la dignità dell’uomo e la legge morale anche quando ciò comporta l’incomprensione del mondo. È questa la libertà dei santi, dei martiri, dei confessori della fede. La Chiesa non deve cercare l’opposizione sterile, né l’accomodamento opportunista, ma deve vivere nella verità, anche quando la verità ferisce. Così facendo, essa diventa veramente madre e maestra.

La Chiesa che verrà non sarà una Chiesa potente secondo i criteri mondani, ma una Chiesa povera di mezzi umani, ricca solo del Vangelo. Non sarà applaudita da tutti, ma sarà ascoltata da chi cerca davvero la luce. Non sarà perfetta nella sua apparenza, ma trasparente alla grazia. Sarà povera, perché rifiuterà la dipendenza dai poteri forti; sarà santa, perché fondata sulla Parola e sui Sacramenti; sarà libera, perché non avrà padroni se non Cristo.
E noi, oggi, possiamo prepararne le fondamenta non con grandi piani pastorali o documenti programmatici, ma vivendo con radicalità una fede povera, santa e libera. Questo è il contributo più grande che ciascuno può offrire: diventare parte viva e autentica di quella Chiesa che verrà, e che già si sta formando nel silenzio, nella preghiera e nella fedeltà quotidiana.

Prossimo articolo: Conclusione del ciclo: restaurare, non rifondare. Ritrovare l’unità senza settarismi, la fedeltà senza irrigidimenti.

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Don Mario Proietti

La verità nella carità: dire tutto con amore senza dire meno della verità

Tredicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Viviamo in un tempo complesso e frammentato, dove la comunicazione, anche all’interno della Chiesa, è sottoposta a una pressione senza precedenti. Da una parte troviamo coloro che reclamano con forza una maggiore chiarezza dottrinale, desiderosi di un annuncio nitido e inequivocabile; dall’altra parte, non mancano coloro che invocano accoglienza, inclusione, misericordia come criteri pastorali prioritari. È una tensione reale, vissuta a tutti i livelli della comunità ecclesiale: tra teologi e vescovi, tra parroci e fedeli, tra giovani e anziani, tra chi chiede rigore e chi chiede tenerezza.
Questa tensione, tuttavia, non è nuova. È parte della vita della Chiesa sin dalle origini. Ma oggi, in un contesto in cui il linguaggio è divenuto strumento di ideologia, dove le parole vengono deformate o svuotate del loro significato originario, l’urgenza di tornare al Vangelo nella sua integrità si fa pressante. San Paolo, con l’acutezza dell’apostolo, ci offre un criterio che resta di validità permanente: «Professando la verità nella carità, cresciamo in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15). Non si tratta di bilanciare due opposti, ma di vivere un’unica realtà in cui l’amore è veicolo della verità e la verità è forma dell’amore.

Verità senza carità? Carità senza verità?

Una verità gridata senza amore può trasformarsi in una spada che lacera. Una carità che tace la verità diventa una carezza vuota, che lascia l’altro nel suo errore. Il cristianesimo non ha mai proposto una fede che si imponga con violenza, né una misericordia che sminuisca il bene oggettivo. Il Vangelo è una proposta esigente e amorosa insieme. Cristo stesso, nei Vangeli, non ha mai fatto sconti sulla verità: ha parlato con franchezza del peccato, della conversione necessaria, della croce da portare. Eppure, lo ha fatto con una mitezza e una pazienza che conquistavano il cuore. Ha detto alla donna adultera: «Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). In questa frase c’è la perfetta sintesi: accoglienza e verità, misericordia e giustizia.

Il rischio della “carità mutilata”

In molti ambienti ecclesiali si è diffusa una modalità pastorale che, pur animata da buone intenzioni, finisce per appiattire il messaggio cristiano. Si eliminano parole forti, si edulcorano concetti fondamentali della fede per paura di risultare “non inclusivi”. Ma una carità che non osa dire la verità, che teme di ferire quando è in gioco la salvezza dell’anima, non è amore: è abbandono mascherato da gentilezza.
La Chiesa ha il compito materno di dire la verità anche quando brucia, perché solo la verità libera. Una madre non lascia il figlio nella menzogna per timore di ferirlo: lo educa, lo corregge, lo ama fino in fondo. Così anche la Chiesa, sposa di Cristo, non può diventare silenziosa per compiacere il mondo. La sua voce è profetica, non diplomatica.

Misericordia e giustizia: non opposizione ma unità

Molti pensano che essere misericordiosi significhi dimenticare la giustizia. Ma questa è una falsa contrapposizione. Nella prospettiva cristiana, la giustizia e la misericordia non si escludono, si abbracciano. Dio è insieme Giudice giusto e Padre misericordioso. Non una volta giudice e un’altra volta padre: sempre entrambe le cose. Come ha insegnato san Tommaso d’Aquino, «la misericordia non contraddice la giustizia, ma ne è il compimento» (Summa Theologiae, I, q. 21, a. 3). Nel concreto della pastorale, questo significa che l’accompagnamento non è mai un fine, ma un mezzo: è la strada per condurre l’anima alla verità, alla grazia, alla conversione. Non si può accompagnare una persona su un sentiero sbagliato solo perché ci cammina con convinzione: bisogna orientarla verso il bene autentico.

Comunicare oggi: la sfida di un linguaggio evangelico

Nel tempo della comunicazione immediata, il linguaggio ecclesiale rischia due estremi opposti: da un lato l’ambiguità calcolata, che non vuole dispiacere a nessuno; dall’altro l’aggressività scomposta, che presume di difendere la verità ma la snatura con toni violenti. La via cristiana è quella della chiarezza unita alla mansuetudine, della fermezza che sa sorridere. Oggi più che mai occorre formare i pastori, i predicatori, gli operatori pastorali a un linguaggio evangelico: biblico, spirituale, incarnato, carico di senso. Non basta avere la dottrina, bisogna anche saperla comunicare con stile cristiano. Il mondo non ha paura della verità: ha paura dell’odio. E la verità detta con amore può ancora commuovere i cuori e convertire le menti.

In un tempo in cui si oppongono verità e carità, giustizia e misericordia, dottrina e pastorale, la Chiesa deve avere il coraggio di proporre l’integralità del Vangelo. Non si tratta di scegliere tra la verità o la carità, ma di vivere la verità nella carità. La strada è stretta, ma è l’unica che conduce alla santità. Il mondo ha bisogno di cristiani che non edulcorano il Vangelo, ma lo testimoniano con dolcezza e decisione. La nuova evangelizzazione non si farà con compromessi, ma con una verità luminosa e un amore ardente. In questa tensione feconda si gioca il futuro della Chiesa: una Chiesa che ama il mondo, ma non lo adula; che consola i peccatori, ma non banalizza il peccato; che sa dire: «Sì, sì; no, no» (Mt 5,37), ma con un cuore che batte d’amore per ogni anima.

Prossimo articolo: Il volto della Chiesa che verrà: povera, santa, libera

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Guido Vignelli

Un pericoloso paradosso: il pacifismo che favorisce “guerre giuste”

 

Dal rifiuto della guerra al suo ricupero

Per secoli, ideologie e movimenti utopistici hanno creduto che la pratica del dialogo, la “diplomazia del confronto”, la libera circolazione delle idee, delle persone e delle merci, avrebbero abbattuto i confini tra le nazioni, reso inutili i conflitti e preparato la “pace perpetua”. Pertanto, si sono moltiplicati convegni culturali, incontri politici, trattative diplomatiche e raduni interconfessionali, conclusi da esortazioni alla pace pronunciate da autorità culturali, religiose, giuridiche e politiche.

Di conseguenza, nel XX secolo, istituzioni e organizzazioni internazionali hanno estromesso la categoria di “guerra” dal campo del diritto perché ritenuta moralmente inaccettabile, giuridicamente non regolamentabile e politicamente evitabile. La guerra è stata condannata come tentativo di “farsi giustizia da sé”, senza sottomettersi al “giudizio dei popoli” e all’arbitrato delle organizzazioni incaricate di risolvere i conflitti e di mantenere la pace.

Ad esempio, lo Statuto della neonata Organizzazione delle Nazioni Unite e la sua correlata Carta di San Francisco (26 giugno 1945) dichiararono illecita la guerra usata come metodo per risolvere i conflitti internazionali di qualunque tipo. Poco dopo, le Costituzioni di alcune Repubbliche – compresa quella italiana – fecero analoghe dichiarazioni.

Eppure, la recente storia della stessa ONU ha dimostrato to che tutte queste dichiarazioni fatte “in nome dei diritti dell’Uomo” e “per conto dell’Umanità” erano destinate all’insuccesso, perché si limitavano a discorsi sentimentali senza impegnarsi nel riformare la coscienza religiosa dei potenti e dei popoli.

Infatti, a partire dagli anni 1970, dapprima emersero numerose guerre, guerriglie e conflitti etnici o locali o settoriali. Poi alcune organizzazioni internazionali, come l’ONU, hanno creato un nuovo tipo di guerra: l’intervento militare umanitario pacificatore (peace-keeping). In nome di astratti “diritti umani” e di ambigui “valori democratici”, questo intervento bellico tenta d’imporre non solo la separazione dei contendenti ma anche il loro disarmo per garantire una “pace giusta e duratura”.

Pertanto, ormai la guerra è rientrata tra le possibilità politicamente, giuridicamente e moralmente accettate dalla “comunità internazionale”. Assistiamo quindi a una rielaborazione dell’antico concetto di “guerra giusta”, comprendente non solo la guerra difensiva ma anche quella preventiva nel caso che la pacificazione esiga di acquisire uno “spazio vitale protettivo”. Ormai è giunti al punto che Governi democratici progettano di reintrodurre il servizio militare obbligatorio per gli adulti e perfino di addestrare i bambini all’uso di alcune armi.

Emerge quindi una paradossale novità: oggi la guerra è ammessa come legittima o perfino doverosa proprio da quelle associazioni pacifiste e istituzioni democratiche che, fino a ieri, condannavano senza riserve ogni forma di guerra, contestando il noto motto “si vis pacem para bellum”.

 

I cambiamenti della guerra contemporanea

Questa nuova giustificazione della “guerra giusta” è resa più pericolosa dal fatto che ormai sono molto cambiati non solo gli agenti, i mezzi, le strategie, i campi e le condizioni operative della guerra, ma anche i suoi fini e quindi la sua stessa natura.

Ad esempio, l’armamentario bellico è stato potenziato. Ormai esso include le armi atomiche, batteriologiche e chimiche, e queste ultime include quelle meteorologiche, ossia capaci di suscitare disastri climatici. Questo potenziamento ha imposto un nuovo tipo di esercito e un nuovo modo di guerreggiare che, sia per la loro pericolosità che per il loro impatto, va oltre i confini che limitavano i passati conflitti.

Inoltre, la guerra mobilita l’intera popolazione. Anche quando non s’impone la coscrizione obbligatoria di tutti i cittadini validi, il conflitto può coinvolgere non solo professionisti, mercenari e volontari ma anche l’intero corpo sociale che viene trasformato in un’unica enorme macchina bellica, senza fare distinzione tra militari e civili né tra chi ferisce e chi guarisce. 

Inoltre, gli agenti bellici si sono moltiplicati. Oggi una guerra può essere tentata non solo da Governi statali con i loro eserciti regolari, ma anche da agenti che sono inferiori agli Stati – come gruppi ideologici o religiosi o etnici o semplicemente criminali – oppure che sono o superiori agli Stati – come istituzioni mondiali e alleanze internazionali (ONU, Unione Europea, Unione Pan-Araba, BRICS).

Di conseguenza, spesso la guerra è diventata asimmetrica. Ossia, può avvenire tra contendenti che, avendo diverse capacità di mobilitare soldati, armi e finanziamenti, possono guerreggiare in modi e a livelli contrastanti fra loro. Ad esempio, un contendente di minore capacità bellica può ricattare, danneggiare e perfino vincere un rivale di maggiore capacità bellica. Ne sono stati esempi devastanti sia il terrorismo internazionale, sia le forme di conflitto locale o settoriale.

Inoltre, a volte la guerra è fatta contro un “male assoluto”. Ossia, l’avversario è visto non come un nemico ma come un mostro abominevole che incarna un principio ideologico negativo. Pertanto, la guerra non si limita più a sconfiggere il nemico usando regole, strategie e mezzi ordinari e legali, ma tenta di sopprimerlo con ogni mezzo e ad ogni costo; a questo fine, tutto diventa lecito, anche agire contro la morale e il diritto delle genti, perfino usare come pretesto la difesa dei “diritti umani violati”.

Di conseguenza, oggi la guerra è totale. Essa coinvolge l’intera vita civile, per aggredirla o difenderla con tutti i mezzi e i modi resi possibili dalle “scienze umane” e dalla tecnologia avanzata. Pertanto, questa guerra esclude settori neutrali, non ammette distinzione tra azioni difensive od offensive, né distinzione tra mezzi proporzionati o sproporzionati, tantomeno limitazioni imposti da doveri o da diritti propri o altrui.

La storia recente dimostra che questa guerra totale contro un nemico condannato e odiato come “male assoluto” può colpire sia realtà concrete (una comunità religiosa, una classe sociale, una nazione, una razza), sia astrazioni ideologiche (la discriminazione, la xenofobia, il razzismo, il “fascismo eterno”, il sovranismo, il patriarcato, etc.)

Stando così le cose, alcuni ottimisti sperano che la guerra del futuro riuscirà a risparmiare le vite umane, perché verrà combattuta da macchine teleguidate dall’intelligenza artificiale, la quale – parafrasando un noto motto – sentenzierà che “la guerra è cosa troppo seria per lasciarla fare agli uomini”, esseri deboli e inibiti da pregiudizi religiosi, filosofici e morali.

Alcuni pessimisti invece temono che gli uomini saranno sempre più coinvolti nei conflitti, perché useranno mezzi talmente distruttivi da cancellare il progresso materiale. Già Albert Einstein previde che le guerre future verranno combattute da tribù primitive usando armi arretrate come clavi, frecce, lance, asce e spade; questa barbara guerra “eco-sostenibile” verrà forse ammessa dai futuri circoli ambientalisti.

 

Le più gravi forme di guerra

A quella militare sopra descritta, oggi si sono aggiunte altre forme di guerra più abili, radicali e pericolose, sia perché attrezzate dalle “scienze umane”, sia perché non dichiarate né regolate ufficialmente; i semplici conflitti del passato oggi sono condotti secondo le regole della guerra. Facciamone alcuni esempi.

 La guerra psicologica. Essa mira a manipolare la psicologia, sia individuale che collettiva, usando soprattutto propaganda e pubblicità politiche o commerciali. Questa guerra viene combattuta soprattutto mediante la capillare e ossessiva diffusione di tendenze, mode e usanze, ma anche mediante una sorta d’ “ingegneria sociale” che tenta “esperimenti sociali” capaci di mutare le condizioni di vita delle masse.

Un esempio di questa guerra è la pratica delle cosiddette “emergenze globali”. Si lanciano arbitrari allarmismi capaci di suscitare irrazionali paure nelle masse, per spingerle a tollerare l’imposizione di “regimi di necessità” che, sospendendo le più elementari libertà civili, attuano il massimo controllo sociale (non della criminalità ma della normale popolazione). Si vedano i casi delle recenti emergenze belliche, economiche, climatiche e sanitarie, come quella imposta in mezzo mondo col pretesto della “pandemia da corona-virus”. 

La guerra ideologica. Essa mira a influenzare lo “spirito pubblico” e la cultura di massa, al fine di preparare o di tutelare l’ordine totalitario o il caos anarchico. Questa guerra viene combattuta mediante parole, slogan e massime che insinuano concetti, giudizi e categorie capaci di oscurare la realtà, manipolare la comunicazione e traviare le coscienze. Se ieri l’ideologia usava la scuola obbligatoria, la propaganda culturale e la pubblicità mass-mediatica, oggi usa anche l’informatica e l’intelligenza artificiale. Esempi recenti di questa guerra sono la cancel culture tentata da movimenti come quello detto woke, in specie l’accanita offensiva contro la cultura, i simboli e i riti cristiani.

La guerra rivoluzionaria. Essa mira a sovvertire la società per far evolvere la natura umana secondo le illusioni del transumanesimo, oppure di sostituire il vecchio mondo col nuovo secondo le illusioni dell’ecologismo. La guerra psicologica e quella culturale sono strumenti posti al servizio della guerra rivoluzionaria. Questa prevede la completa soppressione delle garanzie giuridiche di libertà e di proprietà, la requisizione di uomini e di cose e lo sterminio dei dissidenti, al fine non di ristabilire l’ordine violato ma di “sopprimere i nemici della Repubblica”, come fecero la Rivoluzione Francese ai danni della Vandea dal 1792 in poi e quella sovietica ai danni della popolazione artigiana a contadina negli anni 1920-1930.

Di fronte alla guerra rivoluzionaria non è possibile restare neutrali, tantomeno collaborarvi, ma si può solo resistere passivamente od opporsi attivamente. Infatti, esistono verità, valori e beni spirituali – non solo quelli naturali ma anche e soprattutto quelli soprannaturali – che “non sono negoziabili”, ossia non possono essere sacrificati per favorire quella falsa pace promessa dagli “agenti delle tenebre” che compongono la “sinagoga di Satana” di cui parlava san Giovanni Evangelista.

 

Guerra necessaria, condannabile o giustificabile?

L’umana comunità si basa sulla concordia, sulla lealtà e sulla fiducia esistenti tra le parti sociali che la compongono; pertanto, la guerra non può essere considerata come necessaria al progresso della civiltà, tantomeno può essere ammessa col pretesto di rafforzare l’unità nazionale o di potenziare l’organizzazione statale. Una guerra diventa necessaria solo quando sono fallite tutte le vie pacifiche tentate per riparare una grave ingiustizia o per risolvere un irrimediabile conflitto.

Tuttavia, le nuove forme e modalità di guerra sopra considerate stanno modificando le classiche condizioni per giudicare moralmente la soluzione bellica dei conflitti. Infatti, anche la guerra deve rispettare quel “principio di ragion sufficiente” che impone di evitare un’azione sproporzionata (per eccesso o per difetto) rispetto al fine da ottenere.

Ad esempio, è illecito iniziare o continuare una guerra, quando appare certo ch’essa non otterrà il risultato sperato o l’otterrà a un costo troppo alto. «Oggi la portata e l’orrore della guerra moderna, sia essa nucleare o convenzionale, la rendono totalmente inaccettabile per comporre dispute e vertenze tra le nazioni» (Giovanni Paolo II, discorso di Coventry, 30-5-1982). I pacifisti ne concludono che ormai la dottrina cristiana sia talmente cambiata da condannare qualunque tipo di guerra come immorale e ingiusto.

In realtà, il divieto assoluto di guerra riguarda solo quella offensiva; quella difensiva invece rimane moralmente giustificata in certi casi e a certe condizioni. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al n. 2266) conferma che l’innocente aggredito può usare tutti i mezzi moralmente leciti per difendere il proprio diritto violato da un ingiusto aggressore. Si noti che questa legittima difesa vale non solo quando è in pericolo la sopravvivenza fisica della comunità, ma anche quando esse deve proteggere i propri beni spirituali, soprattutto quelli soprannaturali come la libertà cristiana.

Insomma, quello di legittima difesa è un principio religioso, morale e giuridico imposto dalla razione e confermato dal Vangelo, per cui non può essere cancellato da mutamenti storici dei fenomeni bellici né da evoluzioni ideologiche laiciste o clericali. La guerra non potrà mai essere evitata. Il Vangelo ci ammonisce che, come la povertà, anche la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà, perché è conseguenza del Peccato Originale aggravata dai troppi peccati attuali commessi dal genere umano lungo la sua travagliata storia. 

 

La falsa soluzione del pacifismo

Una popolare ma falsa soluzione del “gran problema della guerra” è quella proposta dal pacifismo, secondo il quale la pace è il bene assoluto da mantenere ad ogni costo e quindi la guerra è il male assoluto da evitare ad ogni costo. Già nel XVI secolo, l’umanista Erasmo da Rotterdam pretese che «la più ingiusta delle paci è preferibile alla più giusta delle guerre» (De bono pacis).

Una nota massima afferma che bisogna evitare la guerra a tutti i costi perché “con la guerra tutto viene perduto, mentre con la pace tutto viene salvato”. Eppure, questa massima è eticamente discutibile e difficilmente praticabile, tanto che è stata contraddetta dalla storia.

Infatti, ci sono state guerre giuste e benefiche, come quelle che hanno salvato stirpi, etnie e popoli dalla oppressione e dallo sterminio causato da potenti nemici della giustizia, della civiltà e della Fede cristiana; ne furono esempio alcune “guerre sante” del passato. Per contro, ci sono state paci ingiuste e rovinose, come quelle che hanno rovinato la mentalità, la morale e la civiltà di un popolo assicurandogli un benessere corruttore; ne è stata esempio la pace italiana durante la seconda metà del XX secolo.

Giova ricordare che, negli anni Settanta, un vescovo campano scrisse che i danni fisici causati dalle due guerre mondiali sono irrilevanti, se paragonati ai danni morali causati dallo scetticismo religioso e dalla immoralità dei costumi favoriti dai regimi laicisti e permissivi delle repubbliche democratiche.

Il pacifismo presuppone una ideologia immanentista, secondo cui il fine dell’uomo non consiste nel vivere virtuosamente nel tempo per ottenere la vita beata dell’eternità, ma si riduce alla mera sopravvivenza vitale. Il pacifismo radicale è quindi immorale e anticristiano anche perché, come già affermava il poeta pagano Giovenale, «pur di sopravvivere, si dimenticano i fini del vivere».

La storia dimostra che spesso i movimenti pacifisti sono ipocriti. Quando i valori o gl’interessi della loro fazione sono accettati e tutelati, i pacifisti proclamano illecita ogni guerra; ma poi, quando quei valori o interessi vengono messi in pericolo, allora essi proclamano lecita o addirittura doverosa una guerra che li difenda.

I pacifisti quasi sempre condannano come disumana e ingiusta la regolare guerra tra Stati. Per contro, la irregolare guerra tra fazioni o classi o etnie – ad esempio la guerra civile, la “guerra di liberazione” e la “rivolta rivoluzionaria” – viene spesso difesa e anzi giustificata dai pacifisti “per ragioni umanitarie”, per cui i suoi agenti vengono elogiati e protetti, anche se causano le più gravi sventure a intere nazioni. 

I pacifisti hanno subito i paradossi della loro storia. Basti pensare che la più terribile delle armi, ossia la bomba atomica, fu inventata ottant’anni fa, da un prestigioso circolo di scienziati dichiaratamente pacifisti (Einstein, Oppenheimer, Fermi, Szilard, Teller). Nel 1945, essi spinsero il governo degli Stati Uniti a lanciare le prime due bombe atomiche sperimentali sulla popolazione civile giapponese.

Quegli scienziati pacifisti erano convinti che una sola strage atomica dapprima avrebbe posto fine alla Seconda Guerra Mondiale, poi avrebbe impedito l’arrivo di nuove guerre, che sarebbero state evitate da un “equilibrio del terrore” capace di dissuadere tutte le potenze militari dal suscitare altri conflitti. La storia ha smentito questa illusione, perché le guerre non solo sono riprese, ma anzi sono aumentate di numero e di ferocia, anche perché i belligeranti sapevano che nessun intervento atomico sarebbe stato tentato per stroncarle sul nascere.

La storia dimostra che i movimenti pacifisti non hanno mai avuto duraturo successo nell’impedire o nel far finire le guerre, ma oggi il loro fallimento risulta evidente: essi hanno favorito a volte “la pace come la dà il mondo”, ossia la “tranquillità del disordine”, ma più spesso la vittoria del “nemico dell’umanità”.

 

La falsa soluzione del mondialismo

Al fine di assicurare la pace universale, alcune artificiose istituzioni internazionali – come l’O.N.U. e l’Unione Europea – pretendono di preparare una sorta di Governo mondiale, sia esso centralizzato o federativo, che imponga e tuteli assoluti e universali “diritti dell’uomo” richiesti da ambigui “valori democratici”.

Tuttavia, questi pretesi diritti sono filosoficamente e teologicamente infondati, per cui risultano inadeguati al fine e restano abbandonati alle arbitrarie interpretazioni e applicazioni dei poteri reali anche solo ufficiosi; basti pensare che alcuni “diritti umani” sono rifiutati dagli Stati maomettani. Di conseguenza, i tribunali delle citate istituzioni internazionali tendono a emettere sentenze discriminatorie e prevaricatrici, com’è stato platealmente dimostrato da avvenimenti anche recenti.

Per giunta, non si può più ignorare che quelle istituzioni internazionali dipendono da organizzazioni occulte (deep state) impegnate nel porre le condizioni preparatorie per realizzare il plurisecolare progetto di dominio mondiale elaborato da alcune sette di origine massonica come la cosiddetta sinarchia.

Alludiamo a oligarchie non solo finanziarie e tecnocratiche, ma anche e soprattutto ideologiche, le quali – nella pretesa di sostituire lo scomparso sacro romano impero con una moderna “repubblica universale” – tentano di eliminare ogni influenza cristiana nella vita civile, anche a costo di favorire ieri il comunismo, oggi l’espansione islamica e domani l’anarchia.

Eppure, per favorire la pace, non c’è alcun bisogno che una istituzione mondiale concentri il potere di controllo politico fino al punto di togliere agli Stati la necessaria sovranità, alle nazioni la indipendenza e alle società la lecita autonomia, col pretesto di renderli incapaci di suscitare rivalità e conflitti armati. Secondo un noto esponente della grande scuola giuridica spagnola, «il superamento dello Stato nazionale non consiste in un qualche Stato mondiale, ma in una organizzazione di grandi spazî che si accordi con la tradizione storica di matrice federativa e imperiale» (Alvaro d’Ors, Introducciòn al estudio del derecho, Rialp, Madrid 1977, p. 165).

Nel cosiddetto “medioevo”, il Papato e l’Impero furono le due prestigiose autorità sopranazionali preposte a evitare, o almeno a ridurre, le cause e gli effetti delle guerre tra i popoli cristiani. In particolare, per molti secoli, la Santa Sede tentò di fare in modo che gli Stati rispettassero un codice di comportamento composto da regole religiose, etiche e giuridiche finalizzato a limitare tempi, armi, modi e strategie dei conflitti bellici, quasi riducendoli a cruente competizioni sportive.

«Un diritto internazionale sarebbe possibile solo se le repubbliche che sottoscrivessero il patto fossero integrate in una comunità morale che imponesse non solo limiti formali di procedura, ma anche un contenuto di princìpi morali necessari. (…) Ma questa comunità morale non esiste più, dal momento in cui l’antica comunità cristiana è stata dissolta da un plurisecolare processo disgregativo e ridotta ad alcuni princìpi insufficienti per costituire una vera comunità» (A. d’Ors, cit., p. 150).

 

Le condizioni per una pace possibile

La pace tra i popoli può e dev’essere tutelata dall’autorità morale e dal potere politico d’istituzioni internazionali capaci di svolgere un ruolo non tanto impositivo quanto arbitrale. La pace può essere favorita soprattutto diffondendo una cultura che animi un’etica che regoli un diritto mirante a disciplinare le inevitabili vertenze tra società, nazioni e Stati.

La guerra rimarrà inevitabile, fino a quando il genere umano non riconoscerà: a livello dottrinale, uno jus gentium che stabilisca diritti e doveri dei belligeranti; a livello giudiziario, un tribunale di arbitrato internazionale che regoli le contese mediante sentenze vincolanti; a livello esecutivo, un’autorità soprannazionale che imponga di rispettare sentenze, patti e trattati stesi al fine di mantenere o restaurare la pace. Se questo accadesse, la guerra verrebbe ridotta a drammatica ma salutare occasione di penitenza e di riscatto per il genere umano.

Rimane però il fatto che il problema della guerra ha carattere essenzialmente morale e ha soluzione principalmente religiosa: essa consiste nel riconoscere Dio Padre come Creatore, Dio Figlio come Redentore, Dio Spirito Santo come anima della storia e la Chiesa come Domina gentium e mediatrice tra le nazioni.

Nel frattempo, è possibile fare in modo che la guerra diventi meno frequente, lunga e dannosa, regolandola in base a un diritto internazionale gestito da un’autorità soprannazionale che intervenga per far rispettare non solo i generici diritti umani ma anche il diritto naturale e soprattutto quello jus christianum che resta l’unico codice che regola i rapporti politici e sociali facendo appello a quella Lex aeterna capace di vincola le coscienze superando gl’interessi locali, etnici e settoriali della vita civile.

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Redazione IPC

Su...le prime “apparizioni” della “Gospa” a Medjugorje e la loro valutazione

Carissimi,
il tema Medjugorje ha molte sfumature, ma tra le modalità migliori per entrare c’è lo sguardo investigativo sui primi giorni del fenomeno, un punto trascurato dalla Commissione a suo tempo istituita dalla Santa Sede.
Il rev.prof.Manfred Hauke,studioso e docente di Mariologia, ha pubblicato questo articolo sia in tedesco sia in italiano: si trova facilmente sul suo sito https://manfred-hauke.ch , sotto “galleria”, ultimo testo in fondo (del 2018). Poi egli raccomanda i libri di Donal Foley: Comprendere Medjugorje: visioni celesti o inganno religioso? E un secondo suo libro in inglese reperibile sul web.

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Emilio Artiglieri

Regno Sociale del Sacro Cuore

1. – L’Enciclica Quas Primas, promulgata al termine dell’Anno Santo del 1925 da Pio XI, dedicata alla regalità di Cristo e con cui venne istituita la relativa festa liturgica, ne ricostruisce la preparazione storica, facendo riferimento agli ultimi anni del secolo precedente, con queste parole: “Il regno di Cristo fu bene riconosciuto con la pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni, anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore”.

Il richiamo diretto è quindi all’Enciclica Annum Sacrum pubblicata il 25 maggio 1899 in preparazione alla consacrazione al Sacro Cuore del mondo intero fissata per l’11 giugno dello stesso anno.

Ma come si era arrivati a questa consacrazione?

Già dal 1870, durante il Concilio Vaticano I, l’instancabile apostolo del Sacro Cuore e dell’Apostolato della Preghiera, il gesuita P. Enrico Ramiére (1821 – 1877) aveva ottenuto le firme di ben 272 Padri del Concilio, alle quali si erano aggiunte quelle di 12 milioni di fedeli per ottenere la consacrazione del mondo al Cuore di Gesù.

Purtroppo, per le note vicende, il Concilio fu sospeso e anche questa iniziativa sfumò.

P. Ramiére non si perse d’animo e con l’approssimarsi del nuovo Anno Santo del 1875 (Anno Santo che sarà segnato da molte difficoltà e limiti), ricorrendo anche il secondo centenario delle apparizioni di Paray Le Monial, si rivolse di nuovo a tutti i vescovi e fece raccogliere milioni di firme per indurre Pio IX a consacrare la Chiesa e il mondo al Sacro Cuore.

Il Papa accettò, ma credette opportuno di non intervenire direttamente, incaricando la Congregazione dei riti di inviare in tutto il mondo una formula di consacrazione da lui stessa approvata, e il 16 giugno 1875 consigliò di farla recitare con grande solennità in tutte le chiese del mondo; Pio IX stesso fece la consacrazione nella Cappella Paolina.

Ma la consacrazione ufficiale di tutto il genere umano avvenne soltanto, come si è detto, con Leone XIII nel 1899.

Morto nel 1877 il P. Ramiére, subentrò nella causa Suor Maria del Divin Cuore, nata Contessa Droste Zu Vischering (1863 – 1899), tra l’altro parente del famoso Vescovo Augusto von Galen, e allora Superiora del Monastero del Buon Pastore a Porto.

Sarà beatificata da Paolo VI nel 1975.

La religiosa, già nel giugno del 1898, per ordine del Signore, aveva scritto a Leone XIII, per sollecitare la consacrazione del mondo al Cuore di Gesù, riscrivendo ancora nel mese di dicembre, e spiegando le ragioni di questa richiesta di consacrazione del mondo intero e non solo della Chiesa: “Il suo desiderio di regnare, di essere amato e glorificato è così ardente che egli vuole che Vostra Santità gli offra i cuori di tutti quelli che per il santo Battesimo gli appartengono, per facilitare loro il ritorno alla vera Chiesa: e i cuori di tutti coloro che non hanno ancora ricevuto la vita spirituale per mezzo del Santo Battesimo, ma per i quali egli ha dato la sua vita e il suo sangue e che sono ugualmente chiamati ad essere, un giorno, i figli della Santa Chiesa”.

Il primo pensiero di Leone XIII fu quello di rinviare la consacrazione all’anno 1900, come festeggiamento giubilare e omaggio a Cristo Redentore del mondo.

Ma il 1° marzo 1899, Leone XIII si ammalò gravemente e dovette subire una operazione urgente, che nonostante la difficoltà, riuscì bene.

Il Papa si rese conto di come il superamento di questo pericolo mortale fosse stato un dono di misericordia, per cui aumentò l’impegno in favore della devozione richiesta.

Fu subito dopo l’intervento chirurgico che Papa Leone XIII si decise per la consacrazione del mondo, intendendo questo atto anche come segno di ringraziamento.

Tuttavia, pur motivato, il Pontefice volle approfondire le questioni teologiche sottese; ottenute risposte rassicuranti, il 25 maggio 1899 emanò l’Enciclica Annum Sacrum, come preparazione a tale consacrazione e ne fece pervenire due esemplari a Suor Maria del Divin Cuore, che sarebbe però mancata l’8 giugno successivo, proprio alla vigilia della festa del Sacro Cuore.

L’Annum Sacrum è un documento pontificio che ha fatto storia, non solo perché è la prima Enciclica sul Sacro Cuore, ma perché lo stesso Papa Pecci vedeva nella consacrazione del mondo “il coronamento di tutti gli onori” tributati fino a quel momento al Cuore di Gesù e in questo Cuore indicava alla Chiesa e al mondo un segno di speranza e di salvezza.

Scriveva il Papa: “Quando la Chiesa nascente si trovava oppressa dal giogo dei Cesari, a un giovane Imperatore apparve in Cielo una Croce auspice e nello stesso tempo autrice della splendida vittoria che immediatamente seguì. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro divinissimo e augurale segno: il Cuore sacratissimo di Gesù, sormontato dalla Croce e splendente, tra le fiamme, di vivissima luce. In lui sono da collocare tutte le nostre speranze: da lui dobbiamo implorare e attendere la salvezza”.

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Don Mario Proietti

La Chiesa e la storia: come leggere i segni dei tempi senza perdere la fede ricevuta

Dodicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

In un’epoca di accelerazione culturale senza precedenti, di trasformazioni sociali profonde e di crisi antropologiche che mettono in discussione le fondamenta stesse della persona umana, la Chiesa si trova sempre più spesso sollecitata a “leggere i segni dei tempi”. Questa espressione, che trae origine dalle stesse parole del Signore nel Vangelo e trova una formulazione magisteriale autorevole nei documenti del Concilio Vaticano II, viene oggi ripetuta con insistenza in molte sedi ecclesiali. Ma, come spesso accade con le parole cariche di peso teologico, il rischio di deformarne il significato è elevato.
Non è raro, infatti, che si utilizzi questa formula per giustificare scelte pastorali discutibili o addirittura contrarie alla Tradizione della Chiesa. Si propone, talvolta, una Chiesa “in ascolto del mondo” che finisce per essere plasmata da esso più di quanto non sia guidata dallo Spirito. In questo contesto, appare quanto mai urgente ritornare al significato originario e autentico di questa espressione e discernere come possa essere applicata oggi senza snaturare la missione della Chiesa.

“Leggere i segni dei tempi”: radice biblica e conciliare

L’espressione ha un’origine evangelica ben precisa. Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù si rivolge ai farisei e ai sadducei che, pur capaci di interpretare i segni meteorologici, non sanno riconoscere i segni spirituali del tempo presente:
“Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non riuscite a interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3).
Con queste parole, Gesù li ammonisce per la loro cecità spirituale: Dio sta agendo nel loro presente e loro non se ne accorgono. La vera lettura dei segni dei tempi non è quindi un esercizio intellettuale o sociologico, ma un atto di discernimento spirituale. Essa richiede apertura al soprannaturale e radicamento nella Rivelazione.
Il Concilio Vaticano II riprende questa intuizione nel documento Gaudium et Spes, sottolineando la necessità che la Chiesa non resti estranea alle vicende umane, ma sappia comprenderle alla luce del Vangelo. Tuttavia, questa lettura dei segni non è finalizzata a trasformare il contenuto della fede, ma a comprendere meglio come il Vangelo possa essere annunciato oggi con fedeltà ed efficacia.

Quando la storia pretende di giudicare la fede

Nel panorama attuale, la lettura dei segni dei tempi è stata spesso ridotta a un esercizio di aggiornamento culturale che rischia di mettere da parte la Tradizione. Alcuni settori ecclesiali propongono riletture dell’antropologia cristiana, della morale e perfino del dogma, con il pretesto di rendere la fede più comprensibile e accettabile per l’uomo contemporaneo.
Ma la verità della fede non è un prodotto storico da adattare ai gusti del tempo. Essa è un dono rivelato, che supera ogni epoca e illumina ogni cultura. Se la Chiesa si fa guidare più dalla sociologia che dalla teologia, più dal consenso che dal Vangelo, allora smarrisce la propria missione. In tal modo, la lettura dei segni dei tempi diventa una giustificazione per mutamenti che non affondano le radici nella Tradizione, ma nella pressione esterna.

La vera lettura dei segni: discernere per convertire

Un discernimento autentico non può mai prescindere dalla fedeltà al depositum fidei. La lettura dei segni dei tempi, per essere cattolica, deve essere teologica, profetica, pastorale e missionaria. Non si tratta di secondare le dinamiche mondane, ma di ascoltare lo Spirito per capire come parlare al cuore degli uomini, senza tradire il cuore del Vangelo.
Quando la Chiesa, nel corso della storia, ha saputo opporre il Vangelo alle ideologie del tempo – come nel caso della condanna dei totalitarismi del XX secolo o della difesa della vita umana contro le legislazioni abortiste – ha manifestato il suo volto profetico. Quando invece ha tentato compromessi, ha finito per indebolire la propria testimonianza.

Chiesa profetica, non imitativa

La vocazione della Chiesa non è quella di imitare i modelli culturali dominanti, ma di giudicarli alla luce del Vangelo. Essa è chiamata a essere “sale della terra” e “luce del mondo” (cf. Mt 5,13-14), non a confondersi con l’ambiente circostante.
Quando la Chiesa accoglie senza discernimento concetti come autodeterminazione assoluta, diritti soggettivi illimitati, relativismo etico e ideologie gender, essa non fa un servizio al mondo, ma lo priva della verità salvifica. La sua forza sta nella diversità evangelica, non nella convergenza ideologica.
Discernere i segni dei tempi è una delle responsabilità più alte del Magistero e del Popolo di Dio. Esso richiede studio, preghiera, fedeltà, e soprattutto una profonda comunione con Cristo, unico Signore della storia. La Chiesa non è una struttura adattabile a ogni clima culturale, ma una realtà fondata sulla roccia della fede apostolica.
In un mondo che cambia velocemente e che spesso rifiuta la verità, la Chiesa è chiamata non a seguire il vento delle opinioni, ma a indicare la direzione dello Spirito. La storia è il luogo dove la fede si incarna, ma mai il criterio che la determina.

Prossimo articolo: La verità nella carità: dire tutto con amore senza dire meno della verità

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Redazione I.P.C.

Novena a Maria Regina

Carissimi amici,
per una intenzione importante che riguarda la Chiesa, vi propongo di pregare tutti una *NOVENA ALLA BEATA VERGINE MARIA REGINA*.
Inizieremo oggi e termineremo il 21/8, per festeggiare Maria Regina il 22/8, nell’Ottava dell’Assunta.
Ecco un semplice testo che è possibile utilizzare nella novena.
Confidiamo nella forza della preghiera.
Grazie, SV

Preghiamo...

1. Dal profondo di questa terra di lacrime, dove l’umanità dolorante penosamente si trascina, eleviamo gli occhi a te o Maria, Madre amatissima, per confortarci contemplando la tua gloria e per salutarti Regina e Signora dei Cieli e della terra, Regina e Signora nostra.

Questa tua regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il tuo essere, o dolcissima e vera Madre di Colui che è Re per diritto proprio, per eredità e per conquista.

*Salve Regina…*

2. Regna su di noi, o Madre e Signora, mostrandoci il cammino della santità, affinché non ce ne allontaniamo mai. Come nell’alto dei Cieli tu eserciti il tuo primato sopra le schiere degli Angeli che ti acclamano loro Sovrana e sopra le legioni dei Santi che si dilettano nella contemplazione della tua fulgida bellezza, così regna sull’intero genere umano soprattutto aprendo i sentieri della fede a quanti ancora non conoscono tuo Figlio.

Regna sulla Chiesa che professa e festeggia il tuo Nome e a Te ricorre come a sicuro rifugio in mezzo alle calamità dei nostri tempi. Ma specialmente regna su quella porzione della Chiesa che è perseguitata e oppressa ottenendo le grazie necessarie e soprattutto la fedeltà al tuo Regno.

*Salve Regina…*

3. Regna sulle intelligenze affinché cerchino soltanto il vero, sulle volontà perché seguano soltanto il bene, sui cuori affinché amino solamente ciò che Tu stessa ami.

Regna sugli individui e sulle famiglie, come sulle società e sulle nazioni. Regna nelle vie e nelle piazze, nelle città e nei villaggi, nelle valli e nei monti, nell’aria, nella terra e nel mare e accogli la preghiera di quanti sanno che il tuo è Regno di misericordia, dove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute, e dove, quasi al cenno delle tue soavissime mani, dalla stessa morte risorge sorridente la vita.

Ottienici che coloro che ti acclamano e ti riconoscono Regina e Signora possano un giorno salire nel Tuo Regno, nella visione di Tuo Figlio, il quale con il Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli. Amen.

*Salve Regina…*

Don Mario Proietti

Tradizione viva e innovazione legittima: come distinguere sviluppo da rottura

Undicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”

Mentre attraversiamo le sfide complesse che la Chiesa del nostro tempo si trova a vivere, diventa sempre più urgente e non più rimandabile comprendere quale sia il vero rapporto tra Tradizione e innovazione, tra il patrimonio ricevuto dalla fede apostolica e le esigenze nuove di una società in continua trasformazione, tra fedeltà autentica e aggiornamento pastorale. Il dibattito su questi temi non è nuovo, ma oggi si presenta con toni più acuti, talvolta esasperati, spesso polemici e, in certi casi, profondamente divisivi.
Una certa parte della Chiesa insiste sulla necessità di riforme “coraggiose”, capaci di interpretare la fede in modo nuovo, rispondendo alle sfide della modernità. Un’altra parte, invece, teme che ogni cambiamento, anche se solo pastorale, sia una rottura, una perdita di identità, un tradimento del deposito apostolico trasmesso nei secoli. E così ci si trova davanti a una polarizzazione che paralizza: da un lato l’illusione di reinventare la Chiesa, dall’altro la tentazione di mummificarla.
Come sempre, la via della verità si trova nella luce della Tradizione viva, che non è né un monumento immobile da custodire come un museo, né un laboratorio di esperimenti dove tutto è fluido e provvisorio. È una sorgente, una corrente viva che attraversa i secoli e alimenta la fede del popolo di Dio, senza tradirne il senso.

Che cosa intendiamo per Tradizione?

La Tradizione è la trasmissione viva e reale della fede apostolica, custodita e trasmessa dalla Chiesa attraverso il Magistero, i Sacramenti, la liturgia, la preghiera, la vita dei santi e la testimonianza continua del popolo fedele. Essa precede ogni interpretazione e ogni riformulazione: non è creata dalla Chiesa, ma ricevuta in dono e custodita con amore e responsabilità.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma con chiarezza:
La Tradizione proviene dagli Apostoli e trasmette ciò che essi hanno ricevuto dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù” (CCC 83).
Essa è, dunque, dinamica nel modo in cui viene proposta, adattandosi alle culture e alle epoche, ma immutabile nei contenuti che veicola. Non tutto ciò che cambia è progresso, e non tutto ciò che si conserva è fedeltà. La Tradizione è viva quando custodisce l’identità nel fluire del tempo.

Newman e lo sviluppo omogeneo della dottrina

Il beato John Henry Newman ha offerto una chiave preziosa per comprendere la crescita autentica della dottrina cattolica. Nella sua opera Sviluppo della dottrina cristiana, afferma che la verità non cambia, ma cresce in comprensione e penetrazione nel tempo, come un seme che si sviluppa mantenendo però la sua identità.
Secondo Newman, uno sviluppo è autentico se:
• mantiene la stessa essenza dottrinale ricevuta dagli Apostoli;
• approfondisce ciò che era implicito, senza alterarne il significato;
• si connette organicamente al passato, come un ramo all’albero;
• viene accolto nel sensus fidei del popolo di Dio, che riconosce ciò che è fedele alla verità;
• produce frutti di santità, chiarezza dottrinale, carità operosa.
Quando invece una dottrina appare slegata dalle affermazioni precedenti, o le contraddice frontalmente, siamo di fronte non a uno sviluppo, ma a una mutazione indebita. Lo sviluppo autentico è una continuità che si approfondisce, non una frattura camuffata da progresso.

La crisi contemporanea: creatività pastorale o mutazione dottrinale?

Negli ultimi anni, sotto il pretesto di “nuove vie pastorali”, si sono avanzate proposte e tesi che mettono in dubbio l’immutabilità della verità rivelata. Il rischio è che si confonda l’accoglienza misericordiosa con la rinuncia alla verità, il discernimento con l’ambiguità, la pastorale con l’adattamento privo di radici.
Esempi concreti non mancano:
• L’accesso ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia, da parte di persone in situazione oggettiva di peccato grave, senza un chiaro cammino di conversione o proposito di vita nuova.
• Un linguaggio su temi morali che diventa fluido, suggestivo, allusivo, e spesso privo di chiarezza e coerenza con l’insegnamento precedente.
• La proposta di riletture della morale sessuale, dell’antropologia cristiana, della bioetica, che di fatto abbandonano l’insegnamento costante e organico della Chiesa.
Questi casi non sono sviluppo, ma rottura, perché introducono prassi e concezioni che non si possono radicare nel Magistero precedente, se non contraddicendolo apertamente. La pastorale, per essere autentica, deve essere conforme alla verità della fede.

San Pio X e Benedetto XVI: vigilanza e continuità

San Pio X, nella sua lotta lucida e profetica contro il modernismo, ha chiarito che la fede cattolica non può essere adattata ai gusti del tempo senza perdere se stessa. L’enciclica Pascendi dominici gregis denunciava con forza il falso sviluppo della dottrina sotto il nome di “esperienza religiosa” soggettiva e relativista.
Papa Benedetto XVI, nel suo celebre discorso alla Curia del 22 dicembre 2005, ha parlato della necessità di un’ermeneutica della riforma nella continuità, in contrapposizione all’ermeneutica della discontinuità e della rottura, che presenta il Concilio Vaticano II come uno spartiacque che avrebbe annullato il passato.
Queste voci autorevoli ci ricordano che la vera innovazione nella Chiesa è quella che approfondisce il Mistero di Cristo, non lo altera. Lo Spirito Santo guida la Chiesa alla verità tutta intera, ma non la conduce a contraddirsi. La continuità è la regola d’oro del discernimento.
Oggi più che mai, in un contesto culturale fluido, relativista e frammentato, la Chiesa è chiamata a distinguere con sapienza e fermezza lo sviluppo autentico dalla rottura camuffata da aggiornamento. La fedeltà al Vangelo non consiste nel ripetere tutto come nel passato, ma nel mantenere intatta la verità mentre la si propone con nuovo vigore.
Non si tratta di arroccarsi su posizioni statiche o nostalgiche, ma di vivere la Tradizione come sorgente viva e criterio sicuro, che guida il discernimento, orienta la prassi pastorale e illumina le vere novità. Dove c’è discontinuità con il passato, c’è rottura. Dove c’è coerenza profonda, c’è vera crescita nella fede.
Come disse San Vincenzo di Lerino nel V secolo:
Progrediscano dunque le intelligenze, le conoscenze, le sapienze […] ma sia veramente un progresso della fede, non un cambiamento“.
Chi confonde il progresso con la metamorfosi, tradisce la logica dell’Incarnazione, che è fedeltà di Dio nella storia, non adattamento alla moda. Chi invece cammina nella Tradizione, sa che l’innovazione vera nasce dalla santità, non dall’invenzione.

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