Pio Daniele Mizzau
Architetto
La Chiesa in piedi: il senso profondo degli inginocchiatoi scomparsi
Nel panorama delle nostre chiese contemporanee, c’è un’assenza silenziosa che racconta una rivoluzione teologica, architettonica e culturale: la scomparsa, o la drastica riduzione, degli inginocchiatoi dai banchi. Per secoli, inginocchiarsi è stato il gesto cattolico per eccellenza, l’espressione plastica e corporea di penitenza, timore reverenziale e adorazione misterica. Oggi, molte navate post-conciliari offrono sedute lineari, spoglie e geometriche, che invitano l’assemblea a rimanere quasi esclusivamente in piedi o seduta. Non si è trattato di un semplice cambio di arredamento dettato dalle mode del design, ma dello specchio visibile di una fede che, a partire dagli anni Sessanta, ridefiniva la propria ecclesiologia, talvolta smarrendo la via del sacro.
La radice di questo mutamento affonda nella riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Con la costituzione Sacrosanctum Concilium, la Chiesa ha voluto rimettere al centro la “partecipazione attiva, consapevole e pia” dei fedeli. La celebrazione non doveva più essere vissuta come un momento di devozione privata e individualista – in cui il singolo si isolava nel proprio banco, spesso recitando il Rosario mentre il sacerdote celebrava in latino e di spalle – ma come un’azione corale e comunitaria. In quest’ottica, la postura eretta è stata riscoperta con forza: essa è, fin dalla Chiesa dei primi secoli, il segno del cristiano risorto, l’uomo nuovo liberato dal peccato che accoglie la Parola e loda il suo Signore. Parallelamente, l’accento posto sulla Messa come “Banchetto Sacro” ha richiesto una maggiore fluidità degli spazi. L’altare rivolto verso l’assemblea ha abbattuto le distanze, e i vecchi banchi massicci, espressione di un’antica fede salda ma oggi percepiti come barriere psicologiche, hanno ceduto il passo ad arredi leggeri, più “ecumenici” per agevolare i movimenti e le processioni.
Tuttavia, proprio su questo crinale si consuma una delle contraddizioni più acute e dolorose del post-Concilio, che si inserisce in una più ampia e preoccupante anomalia legata all’arredo e all’architettura delle nuove chiese. In nome di una fraintesa “laica sobrietà minimalista”, molti luoghi di culto contemporanei sono stati trasformati in spazi totalmente spogli, freddi e aniconici. Icone, statue, affreschi e persino il tradizionale Crocifisso monumentale sono stati progressivamente banditi o relegati in angoli nascosti. L’aula liturgica, svuotata della ricchezza visiva che per secoli ha catechizzato il popolo attraverso la bellezza, ha finito per assomigliare più a un’aula magna polifunzionale, a un teatro o a una sala conferenze che a una “Casa di Dio”. Questa “estetica del vuoto”, spacciata per purezza evangelica, ha di fatto privato il
fedele di quei punti di riferimento visivi capaci di elevare l’anima dal piano temporale a quello eterno.
In questo deserto iconografico, l’eliminazione fisica degli inginocchiatoi rappresenta il colpo di grazia alla dimensione verticale della fede, imponendo una brutale privazione della libertà di culto all’interno della stessa liturgia. L’Ordinamento Generale del Messale Romano prescrive chiaramente che i fedeli si inginocchino almeno durante la consacrazione, momento culminante in cui il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Eppure, in moltissime chiese moderne o ristrutturate, i fedeli si trovano nell’impossibilità materiale di compiere questo atto di suprema riverenza. Privati del supporto, l’unica alternativa rimasta è inginocchiarsi sul pavimento nudo – operazione preclusa ad anziani, malati o disabili – oppure rassegnarsi a rimanere in piedi o seduti.
Si assiste così a un paradosso intollerabile: in nome del “nuovo ruolo di risorti” e di una malintesa emancipazione comunitaria, l’autorità di liturgisti e architetti d’avanguardia ha costretto il popolo a non poter adorare adeguatamente il Mistero. Questa non è un’evoluzione, ma un abuso interpretativo che scambia l’antropocentrismo con la teocentricità. Svuotando le chiese di simboli e impedendo il gesto della genuflessione, si compie un errore fatale: in assenza di genuflessione e di autentico raccoglimento corporeo, svanisce la riverenza verso il vero e unico “Celebrato” della liturgia, che è Cristo Gesù, realmente presente nell’Eucarestia, per chi ancora ci crede!
Quando l’uomo smette di piegare le ginocchia davanti a Dio, il rischio è che l’assemblea finisca per celebrare esclusivamente se stessa, trasformando l’azione sacra in un rito sociale e orizzontale.
Impedire il gesto della genuflessione significa impoverire l’esperienza umana della fede, che passa inevitabilmente attraverso i sensi e il corpo. Oggi, superata la stagione delle rotture ideologiche e del minimalismo iconoclasta, emerge l’urgenza di un saggio e profondo ripensamento: la riscoperta che stare in ginocchio davanti all’Eucarestia non umilia la dignità della risurrezione, ma la autentica nell’umiltà della fede. Custodire il mistero significa anche restituire alle chiese la loro identità sacra e restituire al fedele la sacrosanta libertà di potersi curvare adorante davanti al Re dei Re.
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