Don Mario Proietti
La verità nella carità: dire tutto con amore senza dire meno della verità
Tredicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”
Viviamo in un tempo complesso e frammentato, dove la comunicazione, anche all’interno della Chiesa, è sottoposta a una pressione senza precedenti. Da una parte troviamo coloro che reclamano con forza una maggiore chiarezza dottrinale, desiderosi di un annuncio nitido e inequivocabile; dall’altra parte, non mancano coloro che invocano accoglienza, inclusione, misericordia come criteri pastorali prioritari. È una tensione reale, vissuta a tutti i livelli della comunità ecclesiale: tra teologi e vescovi, tra parroci e fedeli, tra giovani e anziani, tra chi chiede rigore e chi chiede tenerezza.
Questa tensione, tuttavia, non è nuova. È parte della vita della Chiesa sin dalle origini. Ma oggi, in un contesto in cui il linguaggio è divenuto strumento di ideologia, dove le parole vengono deformate o svuotate del loro significato originario, l’urgenza di tornare al Vangelo nella sua integrità si fa pressante. San Paolo, con l’acutezza dell’apostolo, ci offre un criterio che resta di validità permanente: «Professando la verità nella carità, cresciamo in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15). Non si tratta di bilanciare due opposti, ma di vivere un’unica realtà in cui l’amore è veicolo della verità e la verità è forma dell’amore.
Verità senza carità? Carità senza verità?
Una verità gridata senza amore può trasformarsi in una spada che lacera. Una carità che tace la verità diventa una carezza vuota, che lascia l’altro nel suo errore. Il cristianesimo non ha mai proposto una fede che si imponga con violenza, né una misericordia che sminuisca il bene oggettivo. Il Vangelo è una proposta esigente e amorosa insieme. Cristo stesso, nei Vangeli, non ha mai fatto sconti sulla verità: ha parlato con franchezza del peccato, della conversione necessaria, della croce da portare. Eppure, lo ha fatto con una mitezza e una pazienza che conquistavano il cuore. Ha detto alla donna adultera: «Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). In questa frase c’è la perfetta sintesi: accoglienza e verità, misericordia e giustizia.
Il rischio della “carità mutilata”
In molti ambienti ecclesiali si è diffusa una modalità pastorale che, pur animata da buone intenzioni, finisce per appiattire il messaggio cristiano. Si eliminano parole forti, si edulcorano concetti fondamentali della fede per paura di risultare “non inclusivi”. Ma una carità che non osa dire la verità, che teme di ferire quando è in gioco la salvezza dell’anima, non è amore: è abbandono mascherato da gentilezza.
La Chiesa ha il compito materno di dire la verità anche quando brucia, perché solo la verità libera. Una madre non lascia il figlio nella menzogna per timore di ferirlo: lo educa, lo corregge, lo ama fino in fondo. Così anche la Chiesa, sposa di Cristo, non può diventare silenziosa per compiacere il mondo. La sua voce è profetica, non diplomatica.
Misericordia e giustizia: non opposizione ma unità
Molti pensano che essere misericordiosi significhi dimenticare la giustizia. Ma questa è una falsa contrapposizione. Nella prospettiva cristiana, la giustizia e la misericordia non si escludono, si abbracciano. Dio è insieme Giudice giusto e Padre misericordioso. Non una volta giudice e un’altra volta padre: sempre entrambe le cose. Come ha insegnato san Tommaso d’Aquino, «la misericordia non contraddice la giustizia, ma ne è il compimento» (Summa Theologiae, I, q. 21, a. 3). Nel concreto della pastorale, questo significa che l’accompagnamento non è mai un fine, ma un mezzo: è la strada per condurre l’anima alla verità, alla grazia, alla conversione. Non si può accompagnare una persona su un sentiero sbagliato solo perché ci cammina con convinzione: bisogna orientarla verso il bene autentico.
Comunicare oggi: la sfida di un linguaggio evangelico
Nel tempo della comunicazione immediata, il linguaggio ecclesiale rischia due estremi opposti: da un lato l’ambiguità calcolata, che non vuole dispiacere a nessuno; dall’altro l’aggressività scomposta, che presume di difendere la verità ma la snatura con toni violenti. La via cristiana è quella della chiarezza unita alla mansuetudine, della fermezza che sa sorridere. Oggi più che mai occorre formare i pastori, i predicatori, gli operatori pastorali a un linguaggio evangelico: biblico, spirituale, incarnato, carico di senso. Non basta avere la dottrina, bisogna anche saperla comunicare con stile cristiano. Il mondo non ha paura della verità: ha paura dell’odio. E la verità detta con amore può ancora commuovere i cuori e convertire le menti.
In un tempo in cui si oppongono verità e carità, giustizia e misericordia, dottrina e pastorale, la Chiesa deve avere il coraggio di proporre l’integralità del Vangelo. Non si tratta di scegliere tra la verità o la carità, ma di vivere la verità nella carità. La strada è stretta, ma è l’unica che conduce alla santità. Il mondo ha bisogno di cristiani che non edulcorano il Vangelo, ma lo testimoniano con dolcezza e decisione. La nuova evangelizzazione non si farà con compromessi, ma con una verità luminosa e un amore ardente. In questa tensione feconda si gioca il futuro della Chiesa: una Chiesa che ama il mondo, ma non lo adula; che consola i peccatori, ma non banalizza il peccato; che sa dire: «Sì, sì; no, no» (Mt 5,37), ma con un cuore che batte d’amore per ogni anima.
Prossimo articolo: Il volto della Chiesa che verrà: povera, santa, libera