Don Mario Proietti
Pastorale e dottrina: una falsa opposizione. Perché la verità è sempre carità
Settimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”
Chi vive la Chiesa oggi — da dentro — avverte un disagio sempre più diffuso: sembra che ciò che valeva ieri, oggi sia diventato facoltativo; che ciò che prima era peccato, oggi sia “complesso”; che la dottrina sia un peso, da sopportare solo se serve alla pastorale.
In questi ultimi anni, l’errore più insidioso che si è insinuato nella vita ecclesiale non è stato la negazione formale della verità di fede, ma la sua relativizzazione attraverso la pastorale. Il motto non dichiarato ma diffuso suona così: “La dottrina è importante, certo, ma non bisogna essere rigidi. Occorre accompagnare, capire, adattarsi. La gente non ce la fa…”
Dietro queste affermazioni, talvolta sincere, talvolta ideologiche, si nasconde una doppia verità pericolosa: una dottrina da una parte, e una pastorale dall’altra.
Ma questa non è la fede cattolica. È una teologia deviata, che spezza l’unità tra ciò che si crede e ciò che si vive, tra ciò che si annuncia e ciò che si pratica.
Cosa ha insegnato il Concilio Vaticano II?
Il Concilio, nella sua intenzione autentica, non ha mai contrapposto dottrina e pastorale. Anzi, ha voluto che la dottrina fosse annunciata in modo pastorale, cioè con linguaggio adatto, con cuore di pastore, con attenzione alla situazione dell’uomo contemporaneo.
In Gaudium et Spes, il Concilio afferma: “Cristo, il nuovo Adamo, nella rivelazione del mistero del Padre e del suo amore, manifesta pienamente l’uomo all’uomo stesso.” (GS 22)
Qui la chiave è evidente: la rivelazione di Dio in Cristo è ciò che illumina la vita dell’uomo. Non il contrario. L’uomo non è la misura del Vangelo. È il Vangelo che illumina la verità dell’uomo.
La pastorale, allora, non è un piano alternativo alla dottrina. È la modalità concreta con cui la verità viene vissuta, annunciata, proposta, accompagnata.
Senza la dottrina, la pastorale è cieca. Senza la pastorale, la dottrina è muta.
La deriva recente: “più pastorale, meno dottrina”
Negli anni postconciliari, soprattutto negli ultimi due decenni, questa unità si è incrinata.
In nome di una pastorale “accogliente”, “non giudicante”, “misericordiosa”, si sono fatte affermazioni gravi:
• Che la dottrina va piegata al caso concreto;
• Che i principi morali sono ideali irraggiungibili, e dunque “non obbligano”;
• Che la coscienza individuale, anche errata, ha sempre l’ultima parola.
Queste affermazioni sono entrate in documenti ecclesiali, in prassi pastorali, in decisioni delle Conferenze episcopali, senza mai essere chiaramente smentite dal Magistero centrale.
Il caso più noto è quello di Amoris laetitia, il documento postsinodale del 2016, in cui — in modo ambiguo — si è aperta la possibilità di ammettere ai sacramenti persone in situazioni oggettive di peccato, attraverso un discernimento personale.
In sé, l’intenzione può anche essere compresa. Ma la mancanza di criteri chiari, e la delega totale alla coscienza soggettiva, ha prodotto una vera frattura ecclesiale.
Oggi, su temi morali fondamentali (comunione, matrimonio, sessualità), la dottrina cambia da diocesi a diocesi. E questo non è cattolico.
La dottrina: forma oggettiva della carità di Dio
Molti pensano che la dottrina sia “una serie di regole fredde”. Ma la dottrina non è altro che la forma della carità di Dio.
Dio ha tanto amato il mondo da mandarci il suo Figlio — e ci ha detto la verità. La verità sul peccato, sulla grazia, sul matrimonio, sul sacrificio, sulla salvezza.
Questa verità non ferisce, ma illumina.
Non condanna, ma salva.
Non opprime, ma rende liberi.
Chi priva i fedeli della verità per “essere vicino” non li ama: li abbandona.
Chi dice: “Non sei obbligato a cambiare, va bene così”, non è un pastore. È un seduttore spirituale.
Per questo, la dottrina non può mai essere separata dalla pastorale:
• La dottrina fondamenta la carità;
• La pastorale traduce la verità in percorsi vivibili;
• L’una senza l’altra è incompleta e ingannevole.
L’equivoco attuale: discernimento senza verità
Il termine “discernimento” è diventato la parola-chiave di molta pastorale recente.
Ma discernere non significa decidere a piacere.
Discernere significa riconoscere la verità nella propria situazione, accettare i limiti, e camminare con la grazia verso la pienezza del Vangelo.
Un discernimento che dice: “Non ce la fai? Allora resta dove sei, anche senza conversione”, non è discernimento: è capitolazione.
Un accompagnamento che non chiede un cambiamento non è misericordia: è tiepidezza.
L’esempio dei santi: la carità non cancella la verità
I santi non hanno mai separato dottrina e pastorale:
• San Giovanni Paolo II: ha affrontato il mondo postmoderno con coraggio, difendendo la verità sulla famiglia, la vita, la libertà, senza mai rinunciare alla tenerezza.
• Santa Teresa di Calcutta: accoglieva i moribondi per portarli a Cristo, non per lasciarli dove erano.
• San Giovanni Maria Vianney: confessava per ore, ma non per banalizzare il peccato, bensì per salvare le anime.
Questi santi non sono stati “rigidi”. Sono stati padri e madri della fede, capaci di guidare nella verità e con amore.
Il problema reale: pastori che non parlano più con chiarezza
Oggi troppi pastori tacciono.
• Per paura di essere giudicati “non inclusivi”;
• Per paura di perdere consensi;
• Perché anch’essi, forse, non credono più che la verità sia liberante.
Invece, il mondo attende testimoni di luce.
La gente non chiede che tutto sia permesso. Chiede che tutto sia vero.
Che qualcuno dica la verità sul peccato e sulla grazia, sull’amore e sulla croce.
La carità della verità è l’unica vera pastorale
Una Chiesa che ama davvero non dice: “Non importa, Dio ti ama lo stesso.”
Dice: “Dio ti ama troppo per lasciarti dove sei.”
La verità è il primo gesto d’amore.
La carità è il volto visibile della verità.
E se vogliamo che la Chiesa torni ad essere madre, dobbiamo ricucire lo strappo tra dottrina e pastorale, tra ciò che si insegna e ciò che si fa, tra ciò che si proclama e ciò che si vive.
Solo così saremo una Chiesa fedele al suo Signore, e non una comunità fluttuante in cerca di approvazione.
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