Don Mario Proietti
“Chi sono io per giudicare?”
Il linguaggio della Chiesa e la crisi della verità comunicata
Ottavo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”
C’è un modo in cui la Chiesa si manifesta prima ancora di parlare ufficialmente: è il suo linguaggio quotidiano, quello che passa nelle interviste, nei documenti pastorali, nelle omelie, nelle parole del Papa, nelle dichiarazioni dei vescovi, nei volantini parrocchiali, nei titoli dei giornali cattolici. Ecco, il linguaggio è la prima liturgia della verità.
Se il linguaggio si altera, la fede si offusca. Se le parole si svuotano, la dottrina si svuota. Se il linguaggio della Chiesa imita quello del mondo, non converte più nessuno.
L’origine del malinteso: “Chi sono io per giudicare?”
Era il 29 luglio 2013. Papa Francesco, di ritorno dalla GMG di Rio, rispose così a una domanda sui preti omosessuali:
«Se una persona è gay, cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?»
La frase, in sé, pronunciata in un contesto ben preciso e in riferimento a una persona in cammino di fede, non conteneva alcuna apertura dottrinale.
Eppure, divenne in poche ore un manifesto mondiale.
Titoli di giornali: “Papa Francesco apre agli omosessuali” “La Chiesa cambia” “Chi sono io per giudicare diventa la nuova morale”
Cos’era successo? Semplice: una frase ambigua, detta in modo colloquiale, è stata trasformata in simbolo programmatico.
La colpa non è solo dei media. Ma di un linguaggio ecclesiale che, da tempo, ha smesso di parlare con chiarezza.
E quando si smette di dire la verità nella forma giusta, si finisce per dire tutto e il contrario di tutto.
Dal linguaggio evangelico al linguaggio adattato
Nella Scrittura, Dio non ha paura delle parole forti. Gesù chiama “ipocriti” i farisei, “razza di vipere” i corrotti, “peccatori” i pubblicani (che però ama e salva).
San Paolo dice che il Vangelo è scandalo e follia.
La Chiesa per secoli ha parlato come chi sa di portare una verità che salva, anche quando brucia.
Negli ultimi decenni, però, la Chiesa ha cominciato a temere di offendere:
• ha abbandonato termini come “peccato mortale”, “castità”, “inferno”;
• ha evitato di dire che l’unico Salvatore è Cristo;
• ha parlato sempre più di “cammini”, “frammenti”, “accoglienza”… ma sempre meno di conversione, verità, grazia.
Così facendo, il linguaggio ecclesiale è diventato illeggibile per il credente semplice e sospetto per il pensatore serio.
L’influenza della cultura woke e del politicamente corretto
In molte parti del mondo, la Chiesa ha cominciato a parlare come parlano le istituzioni secolari.
• Inclusività: ma senza chiamare alla conversione.
• Accoglienza: ma senza più dire cos’è il peccato.
• Rispetto di ogni identità: ma senza annunciare la verità sull’uomo e sulla donna.
Il risultato?
• Un linguaggio neutro, accomodante, incolore, che non salva, non commuove, non converte.
• Fedeli confusi, che non capiscono più cosa la Chiesa creda davvero.
• L’impressione che la Chiesa stia negoziando la verità per ottenere applausi.
Parole che costruiscono la fede, parole che la svuotano
Ogni parola ecclesiale ha un effetto:
• Se dico “comunione per tutti”, il fedele non capirà più la serietà dell’Eucaristia.
• Se evito la parola “peccato”, il fedele non sentirà il bisogno di confessarsi.
• Se sostituisco “salvezza” con “autorealizzazione”, l’uomo si chiuderà in se stesso.
Il linguaggio non è mai neutro. È un sacramento della verità.
Quando cambia il linguaggio, non cambia solo lo stile. Cambia il contenuto. E quando cambia il contenuto, si smarrisce la fede.
La responsabilità dei pastori
I Papi passano, ma le parole restano. E oggi molti pastori non parlano più con chiarezza.
• Alcuni temono lo scandalo.
• Altri vogliono restare in “dialogo” col mondo.
• Altri ancora non credono più che la verità debba essere proclamata con forza.
E così, il popolo di Dio:
• si rifugia in linguaggi alternativi (blog, influencer, gruppi tradizionalisti);
• cerca sicurezza in parole più antiche, talvolta anche rigide;
• perde fiducia nei pastori, che parlano come funzionari diplomatici e non come profeti.
Verso un nuovo linguaggio: sobrio, forte, evangelico
Occorre un esame di coscienza linguistico nella Chiesa.
Occorre recuperare le parole della Tradizione, senza paura.
Occorre insegnare a parlare da cristiani, perché il linguaggio non è solo forma, è contenuto rivelato.
Torniamo a dire “peccato”, “grazia”, “sacrificio”, “verità”, “misericordia” — tutte insieme, non isolate. Torniamo a dire che Cristo è il Signore, che la Chiesa non è un’opinione tra le altre, e che le parole giuste salvano, come la Parola di Dio.
La parola che salva è sempre chiara
La Chiesa non è chiamata a piacere. È chiamata a salvare.
E non c’è salvezza senza verità detta bene.
Il linguaggio evangelico è mite ma deciso, sobrio ma potente, fermo ma compassionevole. Solo così il Vangelo sarà di nuovo parola viva, e non frase da decriptare.
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