Don Mario Proietti
Libertà religiosa: dignità della persona o relativismo travestito?
Terzo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”
Nel nostro percorso stiamo cercando, senza pregiudizi né semplificazioni, di riprendere in mano i grandi temi del Concilio Vaticano II, così come sono stati espressi nei testi ufficiali, per comprenderne il significato autentico nella continuità della dottrina cattolica.
Nel primo articolo ci siamo interrogati sull’agire della Curia e sull’effetto che certi stili ecclesiali — più che singoli Pontefici — hanno avuto nella confusione di molti fedeli. Nel secondo, abbiamo esaminato il tema della collegialità episcopale, chiarendo la distinzione tra vera comunione gerarchica e derive sinodali assembleariste.
Ora entriamo in uno dei punti più delicati, dibattuti e spesso fraintesi del Concilio: il tema della libertà religiosa. Il documento di riferimento è la dichiarazione Dignitatis Humanae (1965), il cui contenuto è stato spesso letto o come un’apertura al pluralismo relativista, o come una contraddizione con l’insegnamento tradizionale della Chiesa.
Ma è davvero così?
Cosa dice davvero Dignitatis Humanae?
La dichiarazione afferma: “La persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Questa libertà consiste nel fatto che tutti gli uomini devono essere immuni da coercizione […] in materia religiosa, in modo che nessuno sia costretto ad agire contro la propria coscienza.” (DH 2)
La dichiarazione non afferma che tutte le religioni sono vere, né che la Chiesa rinuncia alla missione di annunciare il Vangelo. Ma stabilisce un principio fondamentale: nessuno deve essere costretto ad abbracciare una fede, nemmeno quella cattolica.
Il fondamento non è il relativismo, ma la dignità della persona, creata libera e chiamata a rispondere a Dio nella coscienza. Il testo ribadisce anche che la verità sussiste pienamente solo nella Chiesa cattolica (DH 1 e 14), e che la libertà religiosa non è indifferenza dottrinale, ma riconoscimento della via della coscienza per giungere alla verità.
Il problema: ambiguità nelle applicazioni e nella ricezione
Se il testo del Concilio è in sé coerente con la dottrina tradizionale, le sue applicazioni pastorali e le interpretazioni teologiche successive hanno spesso deformato il suo significato.
In molti contesti:
• si è inteso che tutte le religioni siano vie equivalenti alla salvezza;
• si è ridotto il dovere missionario della Chiesa a un semplice dialogo orizzontale;
• si è affermato, implicitamente, che la verità non è conoscibile, ma solo “testimoniabile”.
Questo non è ciò che il Concilio ha insegnato. È l’effetto di uno “spirito del Concilio” che ha stravolto le intenzioni originali.
La dottrina tradizionale: nessuna contraddizione, ma un approfondimento
La Chiesa ha sempre insegnato che:
• la verità ha diritto di cittadinanza pubblica, non solo privata;
• l’errore non ha gli stessi diritti della verità (Pio IX, Quanta cura);
• lo Stato deve rispettare la vera religione, e non trattare tutte le fedi come uguali.
Tuttavia, non ha mai insegnato che si debba costringere qualcuno alla fede. Il battesimo forzato, ad esempio, è sempre stato considerato invalido. La libertà religiosa, intesa correttamente, non è libertà dell’errore, ma libertà della coscienza nella ricerca del vero.
Il Concilio ha inteso tutelare questa libertà in un mondo pluralista, affermando che lo Stato non può imporsi nel campo della fede, e che la verità va proposta, non imposta.
La continuità: dalla tolleranza alla libertà fondata sulla dignità
Nel passato, la Chiesa parlava di “tolleranza dell’errore” per evitare mali maggiori. Oggi parla di “diritto alla libertà religiosa”, ma non per relativizzare la verità, bensì per riconoscere che la dignità dell’uomo esige che egli cerchi la verità liberamente, senza coercizioni esterne.
È un passaggio di linguaggio e di contesto, non di contenuto. Quello che cambia è il quadro culturale (da società cristiane a società secolarizzate), non la missione della Chiesa, che resta: annunciare Cristo, unica via di salvezza.
Sinodalità sì, ma senza perdere la fede
È proprio su questo tema — la verità e il suo annuncio — che si innesta una preoccupazione attuale: la recente evoluzione del metodo sinodale. Abbiamo già detto che il sinodo non è un parlamento, ma un cammino di ascolto nella comunione gerarchica. Tuttavia, nella prassi recente:
• si sono introdotti laici e donne con diritto di voto;
• si è dato spazio e parola a non credenti o attivisti anticattolici;
• si è favorita l’idea che tutto possa essere oggetto di dibattito e consenso.
Questa modalità ha avuto l’effetto di indebolire il senso della verità rivelata, facendo passare l’idea che la dottrina possa essere adattata in base alle maggioranze o agli umori culturali.
Ma la libertà religiosa non significa che ogni posizione sia ugualmente valida. Significa che la verità va proposta senza violenza, ma senza rinunciare a essere detta.
Per questo, è urgente vigilare sul modo in cui il metodo sinodale viene applicato, per evitare che diventi uno strumento di disgregazione invece che di comunione.
Libertà non è relativismo, ma responsabilità davanti alla verità
La libertà religiosa è un dono della grazia e un segno di rispetto per la coscienza, ma non implica la legittimazione dell’errore. Il Concilio Vaticano II non ha abbandonato la verità per abbracciare il pluralismo. Ha semplicemente proposto un nuovo linguaggio per annunciare il Vangelo in un mondo secolarizzato.
Ma quando questo linguaggio viene travisato, quando si confonde dialogo con compromesso, quando si sostituisce la dottrina con il consenso, allora si crea confusione, e si smarrisce la bellezza della verità cattolica.
Anche oggi, nel rispetto della coscienza di tutti, la Chiesa ha il dovere di proclamare con chiarezza: “Cristo è la luce delle genti” (Lumen Gentium, 1). E chi ha ricevuto questa luce, non può spegnerla per paura di offendere, ma deve proporla con umiltà e fermezza, per amore di chi è nella notte.
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