Il Pensiero Cattolico

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Mario Mascia

Guerra e pace enigma dell’umanità

Le condizioni di esistenza dell’umanità evidenziano con le analisi storiche caratteri controversi nella convivenza delle società umane.

Le situazioni conflittuali alternati con periodi di quiete si sono succedute inevitabilmente procurando periodi di catastrofi umanitarie e di prosperità collettive.

Pur interessando gli aspetti eminentemente sociali e politici, guerra e pace riguardano anche la dimensione antropologica, religiosa e psicologica dell’essere umano.

Dovendo citare Platone è palese il legame tra il benessere dell’anima e l’ordine vigente nella città che pone in risalto il legame tra il fenomeno antropologico della violenza e le pratiche della guerra così incisiva da svilupparsi con l’evoluzione della tecnologia.

Risulta fortemente il sospetto che l’immagine dello straniero ponga l’interrogativo sulla tolleranza e l’intolleranza, sulla accoglienza e sulla repulsione, con risultati drammatici sul piano sociale e l’impotenza politica di contenere il ricorso di fatto alla violenza e alla esclusione.

Pertanto, risulta evidente il nesso logico tra guerra e pace nel tema filosofico e teologico del male specialmente in rapporto col potere.

Il potere politico deve essere orientato a impedire la violenza. Il potere, inoltre, deve garantire la convivenza pacifica perché possa generarsi ed evolversi nella convivenza sociale.

Nella natura umana possono convivere le radici della socievolezza e della aggressività.

Sorgono gli interrogativi se nella società impostata gerarchicamente sia concepibile una convivenza pacifica o che sia concretamente impossibile.

Nell’ottica morale il giudizio sulla guerra e la pace è rivolto alle trasformazioni storiche determinate dalle guerre di eserciti del 700, dalle guerre popolari dell’Ottocento, dalle guerre nazionali del Novecento e le guerre recenti che prospettano esiti drammatici.

Il secolo scorso se per un verso è stato attraversato da conflitti internazionali, da guerre totali e genocidi, da un altro verso si sono manifestati movimenti pacifisti e non violenti per riaffermare i diritti umani, per affidare la tutela dei diritti umani a istituzioni internazionali quali l’ONU, attualmente capace di riconoscere se una guerra può giustificarsi per ristabilire una legalità che sia stata infranta orientata a principi transnazionali rivolti alla definizione pacifica delle contese mediante il disarmo e la gestione internazionale della forza legittima.


Il pensiero della Patristica e della Scolastica

Dagli albori del cristianesimo emerge la questione inequivocabile sull’edificazione della convivenza umana nel segno della pace.

Il nuovo testamento mette in risalto la necessaria costruzione della pace come uno dei compiti fondamentali dell’impegno cristiano.

Riguardo alla beatitudine nel Discorso della Montagna nota come “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9), gli interventi che confermano il messaggio sono stati proclamati vigorosamente nei primi secoli del cristianesimo. La radicalità della proposta presente nel vangelo ha indotto le prime comunità cristiane a rendere proprio imprescindibile l’ideale della pace al punto da testimoniarla con la scelta dell’obiezione di coscienza.

Questa posizione è stata messa in discussione da Sant’Agostino che ha concepito nella riflessione etico-teologica il concetto di guerra giusta. Sebbene abbia riconosciuto la promozione della pace, quale compito importante della comunità politica, afferma decisamente di riconoscere in alcuni casi l’ineluttabilità della guerra, mettendo in risalto le condizioni che la giustificano.

Questa determinazione riguarda il pessimismo antropologico, di cui è stato pervaso, come evidenziato, da un lato, nella distinzione che egli istituisce tra la “città dell’uomo” e la “città di Dio” e dall’altro, il cambiamento avvenuto nella politica imperiale romana con la concessione del diritto di cittadinanza della Chiesa e degli obblighi che ne derivano. La ragione principale che giustifica la partecipazione dei cristiani alla guerra è la propria interpretazione del Discorso della montagna ricondotto a un criterio di ispirazione dei sentimenti interiori e delle scelte private ma non giustificabili nelle pubbliche scelte.

L’ammissione del concetto di “guerra giusta” impone Agostino a precisarne le cause e a istituire i criteri in base ai quali formulare il giudizio sulla sua ammissibilità.

Nella sua convinzione ogni guerra non può essere legittima stabilendo limiti precisi al suo svolgimento.

Scaturisce in questo ambito lo “ius ad bellum” che concerne le condizioni per le quali è possibile dichiararla ed entrarvi; condizioni che sono stabilite nella “giusta causa”, nella “retta intenzione” e nella dichiarazione da parte della “autorità legittima”.

Pertanto, risulta fin da principio che il concetto di “guerra giusta” non ha la finalità di accreditare ogni tipo di guerra, ma quello di limitare la possibilità del suo svolgimento in situazioni ben circoscritte.

La Scolastica riafferma questa visione. Tommaso d’Aquino, considera la pace un bene da perseguire risolutamente, sebbene riconosca purtroppo situazioni nelle quali, a causa delle gravi violazioni dei diritti di un popolo, la guerra diviene legittima.

Egli vuole integrare oltre le condizioni di Agostino quelle, che introducono allo ius ad bellum, lo ius in bello.

Si tratta in estrema sintesi, che siano stati attuati tutti i tentativi di trovare, mediante il dialogo tra le forze in campo, un accordo nell’ambito diplomatico; e del debitus modus, cioè della limitazione dell’impiego di mezzi legittimi e della protezione dei civili.


Enigma dell’umanità

La guerra risulta un enigma perché l’uomo, pur conoscendo il bene, sceglie il male. La libertà umana è ambigua. Cristo ha mostrato la via della pace, ma non imponendola, la invita. La Chiesa, nella sua stessa colpevolezza storica, maturata nelle Crociate e nel colonialismo, si pone con umiltà l’interrogativo:

Come annunciare il Vangelo della pace in un mondo che arma i deboli, fomenta l’odio e investe nel conflitto?

La pace cristiana non è un’utopia, ma una profezia realistica, che non chiude gli occhi sul male, ma risponde col bene. In questo senso, il pensiero cristiano non giustifica la guerra, ma giustifica la lotta per la pace, anche a costo del martirio.

Il cristianesimo riconosce la guerra come una ferita dell’umanità, tollerata solo quando è l’ultima possibilità per difendere la vita e la giustizia. Ma non è mai un bene. La vera vittoria è la pace che nasce dal perdono, dalla giustizia e dalla conversione.

Il pensiero cristiano non offre risposte semplici, ma propone una tensione costante: tra il mondo com’è e quello che dovrebbe essere. Tra la spada e la croce. Tra Caino e Cristo. Tra il sangue versato e il sangue redentore.

Questa è la grande lotta interiore che ogni coscienza cristiana è chiamata a combattere.

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