Don Mario Proietti
La Chiesa e la storia: come leggere i segni dei tempi senza perdere la fede ricevuta
Dodicesimo articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia rimane”
In un’epoca di accelerazione culturale senza precedenti, di trasformazioni sociali profonde e di crisi antropologiche che mettono in discussione le fondamenta stesse della persona umana, la Chiesa si trova sempre più spesso sollecitata a “leggere i segni dei tempi”. Questa espressione, che trae origine dalle stesse parole del Signore nel Vangelo e trova una formulazione magisteriale autorevole nei documenti del Concilio Vaticano II, viene oggi ripetuta con insistenza in molte sedi ecclesiali. Ma, come spesso accade con le parole cariche di peso teologico, il rischio di deformarne il significato è elevato.
Non è raro, infatti, che si utilizzi questa formula per giustificare scelte pastorali discutibili o addirittura contrarie alla Tradizione della Chiesa. Si propone, talvolta, una Chiesa “in ascolto del mondo” che finisce per essere plasmata da esso più di quanto non sia guidata dallo Spirito. In questo contesto, appare quanto mai urgente ritornare al significato originario e autentico di questa espressione e discernere come possa essere applicata oggi senza snaturare la missione della Chiesa.
“Leggere i segni dei tempi”: radice biblica e conciliare
L’espressione ha un’origine evangelica ben precisa. Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù si rivolge ai farisei e ai sadducei che, pur capaci di interpretare i segni meteorologici, non sanno riconoscere i segni spirituali del tempo presente:
“Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non riuscite a interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3).
Con queste parole, Gesù li ammonisce per la loro cecità spirituale: Dio sta agendo nel loro presente e loro non se ne accorgono. La vera lettura dei segni dei tempi non è quindi un esercizio intellettuale o sociologico, ma un atto di discernimento spirituale. Essa richiede apertura al soprannaturale e radicamento nella Rivelazione.
Il Concilio Vaticano II riprende questa intuizione nel documento Gaudium et Spes, sottolineando la necessità che la Chiesa non resti estranea alle vicende umane, ma sappia comprenderle alla luce del Vangelo. Tuttavia, questa lettura dei segni non è finalizzata a trasformare il contenuto della fede, ma a comprendere meglio come il Vangelo possa essere annunciato oggi con fedeltà ed efficacia.
Quando la storia pretende di giudicare la fede
Nel panorama attuale, la lettura dei segni dei tempi è stata spesso ridotta a un esercizio di aggiornamento culturale che rischia di mettere da parte la Tradizione. Alcuni settori ecclesiali propongono riletture dell’antropologia cristiana, della morale e perfino del dogma, con il pretesto di rendere la fede più comprensibile e accettabile per l’uomo contemporaneo.
Ma la verità della fede non è un prodotto storico da adattare ai gusti del tempo. Essa è un dono rivelato, che supera ogni epoca e illumina ogni cultura. Se la Chiesa si fa guidare più dalla sociologia che dalla teologia, più dal consenso che dal Vangelo, allora smarrisce la propria missione. In tal modo, la lettura dei segni dei tempi diventa una giustificazione per mutamenti che non affondano le radici nella Tradizione, ma nella pressione esterna.
La vera lettura dei segni: discernere per convertire
Un discernimento autentico non può mai prescindere dalla fedeltà al depositum fidei. La lettura dei segni dei tempi, per essere cattolica, deve essere teologica, profetica, pastorale e missionaria. Non si tratta di secondare le dinamiche mondane, ma di ascoltare lo Spirito per capire come parlare al cuore degli uomini, senza tradire il cuore del Vangelo.
Quando la Chiesa, nel corso della storia, ha saputo opporre il Vangelo alle ideologie del tempo – come nel caso della condanna dei totalitarismi del XX secolo o della difesa della vita umana contro le legislazioni abortiste – ha manifestato il suo volto profetico. Quando invece ha tentato compromessi, ha finito per indebolire la propria testimonianza.
Chiesa profetica, non imitativa
La vocazione della Chiesa non è quella di imitare i modelli culturali dominanti, ma di giudicarli alla luce del Vangelo. Essa è chiamata a essere “sale della terra” e “luce del mondo” (cf. Mt 5,13-14), non a confondersi con l’ambiente circostante.
Quando la Chiesa accoglie senza discernimento concetti come autodeterminazione assoluta, diritti soggettivi illimitati, relativismo etico e ideologie gender, essa non fa un servizio al mondo, ma lo priva della verità salvifica. La sua forza sta nella diversità evangelica, non nella convergenza ideologica.
Discernere i segni dei tempi è una delle responsabilità più alte del Magistero e del Popolo di Dio. Esso richiede studio, preghiera, fedeltà, e soprattutto una profonda comunione con Cristo, unico Signore della storia. La Chiesa non è una struttura adattabile a ogni clima culturale, ma una realtà fondata sulla roccia della fede apostolica.
In un mondo che cambia velocemente e che spesso rifiuta la verità, la Chiesa è chiamata non a seguire il vento delle opinioni, ma a indicare la direzione dello Spirito. La storia è il luogo dove la fede si incarna, ma mai il criterio che la determina.
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