Il Pensiero Cattolico

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Mario Mascia

Cause origine di conflitto tra popoli

È possibile che le cause delle guerre siano sempre uguali? Le guerre hanno segnato l’intera storia dell’umanità, ma le loro cause sono davvero sempre le stesse? Se cerchiamo di rispondere a questa domanda con i dati, scopriamo che il legame tra conflitti e disuguaglianze è profondo. Povertà, ingiustizia sociale, competizione per le risorse e interessi geopolitici si intrecciano, creando cicli di violenza che colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili. Analizziamo quindi l’origine della guerra, le motivazioni che la alimentano e il suo impatto devastante sulle comunità.

La guerra esiste da migliaia di anni. Ma, prima dell’età contemporanea, i conflitti erano spesso legati all’espansione territoriale e al controllo di risorse. Dalla rivoluzione industriale in poi, il concetto di guerra è cambiato, con l’aumento della produzione bellica e l’utilizzo di strategie economiche e politiche per controllare intere regioni. Nel XXI secolo, molte guerre sono caratterizzate da cause economiche, cambiamento climatico e disuguaglianze globali, spesso alimentate da interessi economici e geopolitici.
Esempi di come questi fattori si intrecciano includono i conflitti per le risorse idriche tra India e Pakistan, le migrazioni di pastori in Africa e la potenziale competizione per le rotte e le risorse dell’Artico dovuta allo scioglimento dei ghiacci.
Le risorse dell’Artico includono idrocarburi (petrolio e gas naturale), minerali come nichel, rame, pietre preziose e terre rare, e, con il cambiamento climatico, rotte di navigazione potenzialmente più accessibili. L’Artico contiene anche grandi quantità di pesce e risorse marine.
È innegabile quindi che Le guerre hanno dei fondamenti radicati nel lungo termine che sfociano in violenza. Nel passato le guerre erano frequentemente legate all’espansione territoriale, attualmente accertiamo, elementi ricorrenti, scatenanti diversi conflitti: quali la disuguaglianza economica e sociale le statistiche sono inesorabili: L’1% più ricco del mondo possiede il doppio della ricchezza del 99% restante. In molte regioni, le guerre sono legate al controllo di risorse strategiche. La povertà spinge milioni di persone ad unirsi a gruppi armati o a migrare, aumentando l’instabilità.
Le guerre sono spesso legate al controllo di risorse strategiche come petrolio, gas, minerali (coltan, cobalto), metalli preziosi, acqua e terre coltivabili, che diventano motivo di conflitto a causa del loro valore economico e della loro scarsità. Esempi includono la Guerra del Golfo per il petrolio del Medio Oriente, i conflitti in Africa per il coltan e il cobalto, e le tensioni lungo i fiumi per l’acqua, come in India-Pakistan ed Egitto-Etiopia.
Il coltan è un minerale nero metallico, una miscela di columbite e tantalite, utilizzato principalmente nell’industria elettronica per la produzione di componenti come i condensatori al tantalio. Questi componenti sono fondamentali per telefoni cellulari, computer, automobili e altri dispositivi elettronici. Il Congo detiene una porzione significativa delle riserve mondiali di coltan, ma la sua estrazione è spesso associata a conflitti e sfruttamento, con conseguenze negative sull’ambiente e sulle popolazioni locali, in particolare sui minatori.
La povertà è una causa scatenante di migrazioni e arruolamenti in gruppi armati perché le persone cercano opportunità economiche, sicurezza e un futuro migliore. Esempi includono i migranti subsahariani che si dirigono verso l’Europa via Mediterraneo centrale in cerca di condizioni di vita migliori, e l’arruolamento di giovani in gruppi estremisti in aree come il Sahel per mancanza di alternative economiche.
Le cause alla radice di conflitti tra i popoli sono molteplici e complesse, ma spesso emergono da problemi di disuguaglianza economica, competizione per le risorse (naturali, territoriali, commerciali) e interessi geopolitici, aggravati da fattori ambientali e demografici come il cambiamento climatico e la pressione demografica. Questi elementi possono portare a instabilità, crisi alimentari, migrazioni forzate e, in contesti già fragili, degenerare in violenza armata quando la diplomazia fallisce nel trovare soluzioni negoziali.
Il controllo delle risorse energetiche e naturali quali il Petrolio, gas, acqua e minerali preziosi sono al centro di numerosi conflitti, come la competizione per le miniere di coltan nella Repubblica Democratica del Congo. L’accesso all’acqua, soprattutto, diventa un fattore determinante nei conflitti moderni a causa della siccità e della crisi climatica.

Interessi geopolitici Fattori etnici, religiosi e interventi stranieri

Conflitti legati a differenze etniche, religiose, ideologiche, o a dispute di potere, che spesso si intrecciano con le cause economiche e territoriali. Diversi conflitti sono fomentati da interventi esterni: come il sostegno militare a governi o gruppi ribelli che spesso prolungano le guerre. Esempi e cause comuni Conflitto Israelo-Palestinese: un esempio classico di conflitto etnico e religioso, con radici nella storia, nelle dispute territoriali e nell’identità nazionale.

Guerre di Religione in Europa: iniziate con la Riforma Protestante e i conflitti tra cattolici e protestanti, in cui le differenze religiose si intrecciavano con questioni politiche e di potere.

Guerra Civile in Siria: un esempio moderno in cui fattori etnici, come la divisione tra sunniti e sciiti, si sono combinati con interventi esterni di vari fattori internazionali, aumentando l’intensità del conflitto.

Conflitti in Africa: in regioni come la Repubblica Democratica del Congo e la Nigeria, i conflitti etnici e religiosi sono spesso legati a conflitti interni per il controllo delle risorse, le divisioni tribali o l’insorgere di gruppi ribelli.

Cambiamenti climatici ambientali e demografici e desertificazione

La pressione demografica dovuta all’aumento della popolazione, la scarsità di risorse idriche, la desertificazione, la riduzione delle terre fertili (anche a causa del “landgrabbing”) e gli effetti del cambiamento climatico possono esacerbare tensioni esistenti e creare nuove fonti di conflitto, portando a migrazioni forzate e instabilità. Il fenomeno del land grabbing – letteralmente “accaparramento delle terre” – si riferisce all’acquisizione su larga scala di terre da parte di governi, multinazionali o individui, spesso nei Paesi in via di sviluppo. Questo fenomeno è alimentato dalla domanda globale di risorse naturali, terreni agricoli e progetti infrastrutturali. Sebbene presentato come una forma di investimento, il land grabbing ha conseguenze devastanti sulle comunità locali, privando spesso le persone delle loro
terre, delle risorse idriche e del sostentamento.

Eredità coloniali e neocolonialismo

Le ex potenze coloniali mantengono un’influenza economica e politica su molti paesi africani, contribuendo all’instabilità. In questo caso, le guerre sono quindi il risultato di tensioni strutturali che si accumulano nel tempo.

Modernizzazione e cambiamenti sociali

Il processo di modernizzazione può portare a mutamenti negli stili di vita e alle dinamiche sociali, che, in alcuni casi, possono alimentare conflitti etnici o generare nuove forme di disuguaglianza.

Fallimento della diplomazia e della cooperazione: Quando il contrasto di interessi non riesce a trovare una soluzione pacifica attraverso la negoziazione, o quando una delle parti percepisce l’assenza di alternative non violente, si può ricorrere alla guerra.

In sintesi, le guerre sono spesso il risultato di una combinazione di fattori economici, sociali, politici e ambientali che, se non gestiti adeguatamente, possono degenerare in conflitti armati quando la ricerca di interessi, anche a breve termine, prevale sulla cooperazione e sul rispetto del diritto internazionale Sorge l’interrogativo sulle conseguenze della guerra. Le guerre non si limitano al momento dei combattimenti, ma hanno effetti di lungo termine sulle comunità.

Fame: più della metà delle persone che soffrono la fame vive in zone di conflitto, con 21.000 morti al giorno per fame nei paesi in guerra.

Malattie: le guerre distruggono le infrastrutture sanitarie e aggravano la diffusione di malattie.

Migrazioni forzate: milioni di rifugiati fuggono dai conflitti, ma spesso trovano chiusure ai confini e politiche di respingimento. Distruzione ambientale: i bombardamenti e le guerre industriali causano danni
ecologici irreversibili.

L’interrogativo è inequivocabile se esiste una guerra giusta

Il testo biblico e alcuni testi evangelici riportano l’invito a porgere l’altra guancia e ad amare i nemici (Matteo 5,38-48). In passato gli studiosi cristiani hanno sostenuto che
il discepolo cristiano non può attentare alla vita di ogni persona, anche se fosse un nemico per difendersi. Questa posizione era prevalente fino al terzo secolo. La riflessione sul dramma della Seconda guerra mondiale e delle guerre di liberazione da coloro che sostenevano questa tesi è stata modificata di fronte alle sfide delle aggressioni e delle situazioni di ingiustizia conclamata, per affermare la non violenza.

L’apertura alla resistenza non violenta

Il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes del 1965, in considerazione di un cambiamento di prospettiva, ha incoraggiato coloro che, essendo disposti alla rinuncia della violenza per rivendicare i loro diritti, ricorrono ai mezzi di difesa che sono alla portata dei più deboli, purché sia fattibile senza pregiudicare i diritti e i doveri degli altri o della comunità» (GS, n. 78 Gaudium et spes del 1965 paragrafo 78), utilizzando una formula contorta per evitare la parola nonviolenza. Il termine, tuttavia, risulta nel 1971 nel documento sinodale. La giustizia nel mondo: «È assolutamente necessario che i conflitti tra le nazioni non siano risolti attraverso la guerra, ma siano trovate per essi altre soluzioni che siano conformi alla natura umana. Deve essere, inoltre, favorita la strategia della non violenza» (Sinodo dei vescovi 1971, n. 1296).

Quando si può parlare di una guerra giusta?

Sorge una domanda riguardo alla resistenza attraverso le armi. La dottrina della guerra giusta, sostenuta da Aristotele e Cicerone e sviluppata da autori cristiani come Agostino, Tommaso d’Aquino, Francisco de Vitoria, comporta dei criteri per giudicare quando è moralmente lecito ricorrere alle armi (jus ad bellum) e quali limiti devono essere rispettati nel loro impiego (jus in bello). Queste considerazioni
hanno consentito l’elaborazione del diritto internazionale della guerra. Ciononostante, per i moralisti cattolici, la conformità di una decisione al diritto internazionale, riconosciuta importante, non è determinante: può verificarsi che una decisione presa da un potere legittimo in conformità al diritto non sia moralmente giusta e, per contro, possa essere giudicato legittimo un ricorso alle armi non
permesso sul piano giuridico. Per la Chiesa vanno tenute in considerazione altre condizioni, che devono essere tutte soddisfatte. Innanzitutto, la giusta causa. Attualmente accettata è la legittima difesa: «una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa» (GS, n. 79). La Chiesa ammette che un popolo possa legittimamente ricorrere
alle armi per liberarsi dal potere di un tiranno opprimente. Questo caso è stato richiamato nell’enciclica Populorum progressio del 1967 da Paolo VI, eccezionalmente alla condanna dell’insurrezione rivoluzionaria: «salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese» (PP, n. 31
Populorum progressio paragrafo 31).

I criteri della proporzionalità e della speranza di successo

Il criterio di proporzionalità stabilisce che il rimedio non deve essere peggiore del male. Può accedere secondo quanto affermato da Pio XII (1953), che si abbia «l’obbligo di subire l’ingiustizia».
Giovanni Paolo II l’ha sostenuto nel discorso agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede riguardo alla guerra del Golfo negli anni 1990 -1991, avendo rimarcato che le operazioni militari sarebbero state «particolarmente sanguinose, senza contare le conseguenze ecologiche, politiche, economiche e strategiche». Inoltre, ha ricordato che «il ricorso alla forza per una giusta causa non sarebbe ammissibile se questo
ricorso fosse proporzionale al risultato che si vuole ottenere, e se si pesassero le conseguenze che azioni militari, rese sempre più devastatrici dalla tecnologia moderna, avrebbero per la sopravvivenza delle popolazioni e dello stesso pianeta» (Giovanni Paolo II 1991, n. 8). Questo principio assume un ruolo essenziale nella condanna di qualsiasi uso di armi di distruzione di massa, anche per la legittima difesa.
Risulta innegabile «La valutazione etica deve tenere conto del “prevedibile successo” delle operazioni. La vecchia massima secondo cui nessuno è tenuto a fare l’impossibile non è solo Realpolitik, ma anche un principio etico, rinnegarlo significa promuovere un pensiero pericoloso: ci si dovrebbe sempre adoperare “per principio”, anche nei casi in cui il rapporto tra le forze suggerisce che non c’è alcuna possibilità di sottrarre le vittime ai loro aguzzini con la forza armata» (Justice et Paix France 2000).

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