Mario Mascia
Crisi della famiglia e relativismo etico
Tra i principi giuridici uno fondamentale afferma che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio come scaturisce dai documenti internazionali riguardanti i diritti umani contemplati da diverse Costituzioni nazionali. La famiglia quale cellula primaria e vitale della società è citata in diversi passaggi della Carta sociale europea del 18 ottobre 1961 e riesaminata nel 1966 risultante dal seguente preambolo: “La famiglia in quanto cellula della società, ha diritto ad una protezione sociale, giuridica ed economica adeguata che ne assicuri il pieno sviluppo”;
La salvaguardia dell’unità famigliare è decaduta
L’evolversi della decadenza dell’unità familiare nel profilo etico rispecchia l’evidenza dei mutamenti sociali dal tramonto del modello gerarchico a uno paritario fondato sulla libertà di scelta con marcate implicazioni sui doveri reciproci. I mutamenti sulla crisi etica dell’unità familiare sono così riscontrabili: il diritto di famiglia del 1975 ha soppresso la figura del capo famiglia con il modello paritario incentrato sull’uguaglianza dei coniugi modificando l’etica familiare dal dovere di obbedienza ad un dovere di cooperazione. La famiglia viene compresa come sede di realizzazione della libertà dell’individuo, in quanto il vincolo dipende dalla relazione affettiva non tanto sulla istituzione matrimoniale comportando minore stabilità dell’unità. La violazione del dovere di cura e di educazione compromettendo il benessere del minore sancisce la decadenza della responsabilità genitoriale. Il relativismo etico è giunto al riconoscimento di altre forme famigliari quali le convivenze e le coppie omosessuali discostandosi dall’unico modello tradizionale e spostando il fulcro sull’effettività delle relazioni affettive. Dalla decadenza del modello patriarcale emerge una figura fluida e incentrata eticamente sul benessere di ogni componente e sul consenso anziché sulla coesione istituzionale. Il relativismo è proteso a riesaminare ogni aspetto della vita umana fino a perseguire il negazionismo di ogni valore; pertanto, porre in dubbio la sacralità della vita umana diventa possibile. Il secolo trascorso ha generato insegnamenti sulla sacralità della vita, ciò malgrado, la civiltà post-moderna è pervasa dal relativismo. Risulta palese quanto la filosofia post-moderna ha concepito un movimento di pensiero che contraddistingue un deciso agnosticismo sulla contrapposizione tra il bene e il male che sono il fondamento sulla comprensione etica della vita.
Da questa contrapposizione deriva il presente relativismo.
Benedetto XVI ha rilevato insistentemente questo tema cruciale in riferimento alle persone di fede e anche alla civiltà europea. Risulta dall’attuale attacco che la famiglia subisce è appurato per qualunque fondazione, struttura e sedicente movimento. Questa evidente constatazione è contrastata dall’ideologia moderna e dalla cultura prevalente sotto ogni forma inadatta a staccarsi da un malsano relativismo. A pagarne le conseguenze è inevitabilmente proprio la famiglia. Risulta quindi ineluttabile difendere la famiglia in contrapposizione con l’attuale relativismo. Risulta inoltre inevitabile evocare la memoria del pensiero occidentale dei grandi maestri oppositori del relativismo come Aristotele che accusava Protagora e i Relativisti di contraddirsi, contestando che se veramente l’uomo fosse misura di tutte le cose non ci sarebbe alcun principio per distinguere il vero dal falso.
La Chiesa ritiene inaccettabile il relativismo quando contrasta con la concezione che essa ha della verità fondata in Dio. Quando poi il relativismo diventa etico esso contrasta con l’insegnamento di tutta la Rivelazione circa le norme morali. Tra i detrattori antichi del relativismo occorre citare Platone, il quale per tutta la vita combatté per abbattere l’edificio relativista dei sofisti e sostituirlo con un sistema che fornisse una conoscenza certa, e quindi una qualche forma di verità assoluta, dopo aver attribuito al relativismo la colpa dell’uccisione di Socrate, da lui ritenuto “il più giusto degli uomini”, e condannato perché considerato corruttore di giovani. Inoltre, occorre citare Aristotele, il quale criticò i relativisti, accusando Protagora di incoerenza, perché se l’uomo stesso fosse misura di tutte le cose non ci sarebbe alcun criterio per distinguere il vero dal falso.
Pertanto, secondo Aristotele i relativisti …,
«…osservando che tutta quanta la natura è in movimento e che non è possibile dire alcuna verità su ciò che cambia, sostennero che non si può dire la verità su tutto quello che per ogni dove e per ogni guisa attua il cambiamento. Da questa considerazione germogliò l’opinione che tra quelle da noi esaminate è la più estremistica, quella, cioè, di quanti si professano seguaci di Eraclito, opinione che è stata sostenuta da quel Cratilo, il quale finì col credere che non si dovesse proferire neppure una parola, e soleva fare soltanto movimenti col dito e rimproverava ad Eraclito di aver detto che non si può scendere due volte nello stesso fiume, giacché la sua opinione personale era che non vi si potesse scendere neppure una volta! » (Aristotele Metafisica, 1010 a 12)
Una enunciazione chiara, nell’Enciclica di Benedetto XVI Spe salvi del 30 novembre 2007, deve essere ribadita evidenziando la posizione della Chiesa cattolica sul relativismo. Vi si legge infatti che…
«Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell’umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l’apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana. Diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre sé stessa. In caso contrario la situazione dell’uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato.»
I criteri enunciati dal postmodernismo alla base del relativismo possono ormai da ritenersi contestabili a fronte di una evanescente contrapposizione tra il bene e il male convalidata invece dalla ratio inequivocabile.