Il Pensiero Cattolico

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Don Mario Proietti

Le religioni non cristiane: semi di verità o relativismo interreligioso?

Quinto articolo del ciclo “I papi passano, ma la Curia resta”

Il nostro cammino di rilettura dei documenti del Concilio Vaticano II ci ha condotti, fin qui, a riflettere sui nodi più complessi della ricezione postconciliare. Abbiamo visto come alcune verità, pur restando formalmente intatte, siano state offuscate da interpretazioni devianti, generate più da uno “spirito del Concilio” che dal Concilio stesso.
Tra i temi che hanno conosciuto le più gravi distorsioni vi è senz’altro quello del rapporto con le religioni non cristiane, affrontato nella dichiarazione conciliare Nostra Aetate (1965). Un testo breve, ma denso, che ha segnato una svolta nel modo di rapportarsi con le grandi fedi dell’umanità. Una svolta che andava compresa nella verità, e non — come spesso è accaduto — interpretata come rottura con la missione universale della Chiesa.

Cosa dice Nostra Aetate?

La dichiarazione inizia così: “Nel nostro tempo, in cui gli uomini si stringono ogni giorno più strettamente in relazioni reciproche […], la Chiesa esamina con maggiore attenzione il suo atteggiamento verso le religioni non cristiane.” (NA 1)
E prosegue: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] riflettono talvolta un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” (NA 2)
Il documento riconosce dunque che nelle religioni non cristiane possono trovarsi elementi di verità e di santità, ma non afferma mai che queste religioni siano vie autonome di salvezza. Anzi, la conclusione è chiara: “Annuncia e deve annunciare Cristo, ‘via, verità e vita’ (Gv 14,6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa.” (NA 2)

Il problema: un’interpretazione irenica e relativista

A partire da Nostra Aetate, molti hanno diffuso una lettura sostanzialmente sbagliata del rapporto tra la Chiesa e le altre religioni:

• si è cominciato a parlare di “dialogo tra pari”, quasi che tutte le religioni fossero ugualmente valide;
• si è evitato ogni riferimento alla necessità della conversione;
• si è sostituito l’annuncio con l’ascolto, la missione con la diplomazia.

In questo modo, il testo conciliare — che voleva favorire il rispetto e il discernimento — è diventato per alcuni la base teorica per una teologia pluralista della salvezza, dove tutte le religioni condurrebbero a Dio, e Cristo sarebbe solo una via tra le tante.

Il nodo critico: Abu Dhabi e Fratelli tutti

Una delle derive più evidenti di questa interpretazione ambigua si è manifestata con la Dichiarazione di Abu Dhabi del 2019. In essa, firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, si legge:
Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina.
Questa affermazione, senza adeguata spiegazione, ha generato confusione teologica, perché equipara la diversità religiosa (che, nella visione cristiana, è anche frutto del peccato e della caduta dell’uomo) con le diversità naturali volute da Dio in senso pieno.
L’intento del testo era evidentemente diplomatico e pacificatore. Ma la formulazione, non chiarendo la distinzione tra volontà permissiva e volontà salvifica di Dio, ha dato origine a interpretazioni pericolose:

• che Dio voglia in modo salvifico tutte le religioni;
• che la missione evangelizzatrice non sia più necessaria;
• che la religione sia solo una delle tante vie spirituali.

A rendere più grave il fraintendimento, l’enciclica Fratelli tutti (2020) ha assunto la Dichiarazione di Abu Dhabi come punto di riferimento, senza chiarificazioni teologiche sufficienti. Il risultato è stato che molti, anche all’interno della Chiesa, hanno cominciato a considerare il dialogo interreligioso non come strumento per condurre a Cristo, ma come fine in sé, annullando di fatto l’urgenza dell’annuncio evangelico.

La dottrina tradizionale: extra Ecclesiam nulla salus

La Chiesa ha sempre insegnato che Cristo è l’unico Salvatore e che fuori dalla Chiesa non c’è salvezza (extra Ecclesiam nulla salus). Questo non implica che chi non è formalmente dentro la Chiesa sia dannato, ma che ogni salvezza passa sempre attraverso Cristo e, in modo misterioso, attraverso la Chiesa sua Sposa.
Ogni uomo è chiamato ad accogliere il Vangelo, e nessuna religione è salvifica per sé. Può esserlo solo in quanto orientata, sia pure inconsapevolmente, a Cristo.

La continuità del Concilio: discernere senza confondere

L’insegnamento del Concilio, se letto correttamente, non apre al sincretismo, ma al discernimento dei “semi del Verbo” nelle altre religioni, come strumenti provvisori, non definitivi, mai autonomi dalla Verità piena rivelata in Cristo. Insomma, ha voluto riconoscere elementi di verità e bontà anche nelle religioni non cristiane, ma non ha mai messo sullo stesso piano la Rivelazione cristiana e le fedi umane.
Nostra Aetate parla di “semi del Verbo”, cioè tracce parziali, non compiute, di verità. Da queste tracce parte il dialogo, che però deve orientare verso la piena luce di Cristo. Non può mai diventare un arrestarsi in ciò che è incompleto.
Per questo, è urgente una riformulazione chiara del Magistero, che dica con semplicità ciò che i Santi e i Papi hanno sempre testimoniato: le religioni non cristiane possono contenere verità, ma solo Cristo salva, e ogni uomo ha diritto a conoscere il Vangelo.

Il rischio oggi: sincretismo e neutralizzazione della missione

Negli ultimi decenni, la deriva è stata evidente:

• celebrazioni interreligiose ambigue;
• riduzione del Vangelo a “una proposta tra le tante”;
• assenza di zelo missionario;
• tolleranza di prassi che confondono i fedeli, come benedizioni comuni o riti misti.

In nome del rispetto, si è oscurata la verità, e si è smarrito il senso della Chiesa come Sacramento universale di salvezza. Questo non è ciò che il Concilio ha voluto.

Dialogo sì, ma evangelico, non diplomatico

Il dialogo con le religioni non cristiane è possibile solo se radicato nella verità.

• Un dialogo che non annuncia è un tradimento della missione.
• Un rispetto che non conduce a Cristo è una carità dimezzata.

La vera fraternità nasce dall’adozione filiale in Cristo, non dalla mera convivenza sociale. L’universalismo umanitario, senza Croce e senza Vangelo, non è cristianesimo.

Prossimo articolo: Liturgia: riforma o rottura? Riscoprire il culto come atto di fede, non di creatività

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