Fabio Vessillifero
Da Place de la Concorde alla pienezza dell'Essere:
Papa Leone XIV nella Francia ipersecolarizzata di Macron
L’ideologia massonica del capitalismo predatorio e dell'ortoprassi islamica di fronte alla sete di senso
Premessa di contestualizzazione
La presente riflessione prende spunto dal recente viaggio pastorale di Papa Leone XIV in Francia e intende spiegare le ragioni dello straordinario e inaspettato successo riscosso dalla sua presenza — testimoniato dai 800.000 fedeli adunati a Parigi in Place de la Concorde, all’interno di una società profondamente multietnica e ipersecolarizzata.
La nazione transalpina appare infatti segnata da un’ideologia massonica che trae le sue origini storiche dalla Rivoluzione stessa e che trova oggi la sua espressione più compiuta nel capitalismo predatorio — incarnato dalla finanza globale (come la tradizione bancaria Rothschild) e dalla parabola politica di Emmanuel Macron — oltre che da una forte e strutturata presenza musulmana che in Francia ha ormai superato il 10% della popolazione totale.
È precisamente all’interno di questo scenario che il trionfo parigino del Pontefice rivela come né il laicismo statalista, né l’iper-consumismo finanziario come neppure il rigido formalismo della religione islamica riescano a soffocare o estinguere l’insopprimibile bisogno di Verità. L’analisi filosofico-teologica che segue evidenzia come la Rivelazione cristiana sia l’unica risposta in grado di far fronte alla sete di senso e alla dignità ontologica dell’uomo contemporaneo.
La semplicità della teologia islamica e le sinfonie deistiche
Se si osserva l’Islam nel suo impianto dottrinale primario, emerge un’immediata sensazione di semplicità e di chiarezza lineare. A differenza della fede cristiana, la teologia coranica non conosce lo scandalo sconcertante di un Dio che si fa uomo e si sottopone alla debolezza della carne, né la complessa architettura metafisica del dogma trinitario. Il cuore dell’Islam è l’affermazione dell’unicità e della trascendenza assoluta di Dio, un principio rigoroso che rifiuta ogni forma di associazione o di raffigurazione umana. Questa struttura essenziale condivide un’evidente affinità formale con il deismo del Settecento e con il simbolismo del Grande Architetto dell’Universo proprio della tradizione massonica. In entrambi i casi, la divinità viene concepita come il Primo Principio o l’Ordinatore supremo del cosmo, distante dalle profondità del dogma e dalla mediazione sacramentale. Vi è tuttavia uno scarto profondo che impedisce di sovrapporre del tutto queste due visioni: mentre il deismo illuminista si affida alla sola ragione naturale e immagina un Dio orologiaio che non si cura delle vicende umane, l’Islam rimane una religione fondata su una Rivelazione profetica e su una Legge vincolante, in cui Dio parla direttamente attraverso il testo sacro, guida gli avvenimenti della storia e chiamerà ogni uomo a rendere conto delle proprie azioni.
L’eccedenza dell’essere e la vocazione trinitaria dell’uomo nella visione cristiana
Per comprendere fino in fondo la differenza che separa la visione cristiana dalle altre tradizioni, occorre addentrarsi nel terreno della metafisica pura e porsi la domanda su chi sia Dio in se stesso e su quale sia il senso profondo della creazione. Nel Cristianesimo, Dio è l’Essere per essenza, la sorgente suprema in cui si concentrano tutte le perfezioni possibili. Proprio per questo, la Creazione non nasce da una necessità cieca, da un calcolo architettonico o da un atto di puro dominio. Poiché Dio possiede la pienezza assoluta, nella Sua natura vi è un’eccedenza, un traboccare di perfezione che si traduce in un amore gratuito e sovrabbondante. Dio non crea per colmare una solitudine o per bisogno, ma per un’esuberanza d’amore che fluisce da Sé per rendere le creature partecipi della Sua stessa gioia. Il vertice di questa Rivelazione risiede nel fatto che l’uomo non è chiamato a rimanere un semplice suddito o una creatura esterna, ma è invitato a entrare direttamente all’interno del circuito vitale della Santissima Trinità, diventando figlio nel Figlio e partecipe della vita intima delle tre Persone divine. Questa dimensione dell’amore come effusione libera e come divinizzazione dell’uomo nell’Islam è solo fugacemente accennata, rimanendo sempre subordinata alla maestà inavvicinabile di Allāh di fronte a cui l’uomo resta unicamente un servo. Nella tradizione del teismo illuminista e massonico, invece, questa idea dell’amore come eccedenza d’essere viene semplicemente ignorata: il Grande Architetto è un principio geometrico che dispone l’ordine delle cose, ma che non ama, non soffre e non chiama la creatura a una comunione personale con Se stesso.
Il destino della ragione e la dissoluzione del libero arbitrio
Spostando lo sguardo sulla natura della ragione e del libero arbitrio, si scopre una convergenza inaspettata e profonda tra la teologia islamica e la modernità secolarizzata. Nell’Illuminismo, la ragione umana viene celebrata come il tribunale supremo e la fonte autonoma della morale e della libertà. Nell’Islam ortodosso, e in particolare nella scuola ash’arita che ne ha segnato la storia, la ragione ha uno statuto del tutto diverso: essa non è un’autorità autonoma, ma un semplice strumento sottomesso al testo rivelato. Un’azione non è buona perché la ragione ne intuisce la bontà intrinseca, ma è buona unicamente perché Dio l’ha comandata. La coincidenza più sorprendente si consuma però sul terreno della libertà umana. Per salvaguardare l’assoluta ed esclusiva sovranità divina, la teologia islamica sostiene che Dio crea direttamente ogni singolo evento e ogni gesto umano, riducendo l’agire dell’uomo a una semplice acquisizione formale dell’atto. Il positivismo e il materialismo moderno, pur eliminando Dio, giungono da una strada opposta al medesimo esito: la coscienza viene ridotta a un semplice risultato di reazioni chimiche e sinapsi cerebrali, e il libero arbitrio viene liquidato come un’illusione della mente. Sia nell’assolutezza del decreto divino, sia nelle leggi cieche della materia, si compie così la cancellazione della vera causalità della persona, trasformando la libertà in una pura finzione.
L’autorità, lo Stato e il rifiuto del dualismo
Un altro elemento di profonda affinità tra l’Islam e la modernità statalista, che trova la sua espressione più compiuta nell’Idealismo di Hegel, risiede nell’identificazione tra l’ordine civile e la sfera spirituale. Nell’Islam classico non esiste la distinzione tra Cesare e Dio, né quella tra una comunità religiosa e un’istituzione statale. La comunità dei credenti nasce fin dalle origini come un’entità al contempo spirituale, politica e giuridica, in cui la legge divina governa la vita pubblica e il commercio con la stessa autorità con cui regola il culto. Allo stesso modo, nell’Idealismo hegeliano lo Stato viene celebrato come l’ingresso di Dio nel mondo, un’entità etica suprema che riassorbe in sé ogni funzione morale e spirituale della società. Il Cristianesimo cattolico classico si colloca in totale alternativa a questo monismo, essendosi strutturato storicamente sul principio del dualismo dei poteri. Distinguendo ciò che appartiene a Cesare da ciò che appartiene a Dio, la tradizione cristiana ha sottratto la coscienza individuale all’assolutismo della politica. Né la teocrazia islamica né lo statalismo moderno ammettono l’esistenza di un contropotere spirituale e sacramentale autonomo, capace di porsi come un limite invalicabile di fronte alla pretesa dello Stato di farsi misura di ogni cosa.
Le analogie metodologiche tra giurisprudenza, egalitarianismo ed estetica
Oltre agli aspetti teologici e politici, è possibile rintracciare una fitta trama di somiglianze metodologiche tra la cultura islamica e la galassia laico-massonica. Entrambe le visioni mostrano una spiccata predilezione per i sistemi giuridici astratti e deduttivi, in cui le norme vengono estratte da principi assoluti con un rigore quasi geometrico che tende a prescindere dal lento e organico svolgimento della storia. Vi è poi un condiviso universalismo egualitario che abbatte le barriere sociali ed etniche e che rifiuta la mediazione sacerdotale. Nel deismo massonico il singolo si rapporta alla verità senza bisogno della mediazione ecclesiale, mentre nell’Islam sunnita non esiste un sacramento dell’ordine né un clero consacrato. Entrambe le tradizioni tendono inoltre a spostare il baricentro della fede verso la pura prassi morale e l’osservanza dei precetti esterni, riducendo la vita interiore a un codice di condotta. Perfino sul piano dell’estetica emerge un’analogia visibile: sia l’Islam sia la simbologia massonica rifiutano la rappresentazione figurativa del divino prediligendo il linguaggio astratto della geometria, della proporzione e del simbolo, dagli arabeschi delle moschee alla squadra e al compasso del deismo.
Il paradosso dell’addomesticamento e il peso del capitale globale
Di fronte a queste analogie, ci si può chiedere quale tra queste visioni risulti più assimilabile per il progetto della modernità laica e positivista. La risposta rivela una convergenza profonda e al contempo un paradosso di grande portata. Sia l’Islam sia lo statalismo laicista moderno negano alla radice l’esistenza di una legge morale naturale inscritta nella ragione e nella natura umana, sostituendola con un diritto puramente positivo e autoritativo. Nell’Islam, la dimensione religiosa impregna e determina in modo indivisibile la vita sociale e politica: l’ordine pubblico viene governato dalla Sharīʿa, intesa come un codice rivelato e piovuto dall’alto a cui la società deve integralmente sottomettersi. Nella modernità laicista — di cui la Francia rappresenta l’emblema storico —, lo Stato stesso finisce per farsi religione, incarnando la massima hegeliana secondo cui lo Stato è «l’ingresso di Dio nel mondo». Elevandosi a supremo tribunale etico, lo statalismo ammette unicamente la legge positiva scritta dagli uomini, privandola di qualsiasi fondamento metafisico e oggettivo. Se sul piano teorico la teocrazia islamica e la “religione civile” dello Stato laico sembrano opposte, sul piano pratico ed economico interviene oggi un fattore di convergenza travolgente: la spinta del capitalismo finanziario globale. Guidate dal pragmatismo economico, le élite del mondo islamico stanno integrando la propria prassi giuridica e i propri costumi nei mercati internazionali. L’Islam non si sta secolarizzando attraverso un’interpretazione filosofica del Corano, ma si sta assimilando all’iper-consumismo, conservando intatto il guscio formale dei propri rituali mentre si adegua ai flussi della finanza mondiale.
Conclusione: La proporzione ontologica e il compimento delle aspirazioni umane nel Logos
Per comprendere l’abisso che separa la Rivelazione cristiana dalle ideologie della secolarizzazione e dal rigorismo teologico, occorre radicare la riflessione conclusiva nell’osservazione della natura e nel principio di proporzione ontologica. In tutto il reame del creato visibile, ogni essere vivente possiede desideri, bisogni e facoltà rigorosamente commisurati alla propria struttura biologica e all’ambiente che lo circonda: l’animale avverte la sete perché esiste l’acqua, necessita di nutrimento perché esistono le risorse materiali, è dotato della vista perché la realtà è pervasa dalla luce. La natura non genera strutture permanenti o facoltà costitutive che siano prive del loro correlato reale.
L’uomo, tuttavia, manifesta un’apparente e drammatica sproporzione: egli è l’unico essere naturale la cui mente si scopre costitutivamente aperta all’infinito e il cui cuore custodisce una fame di senso che nessuna realtà finita è in grado di saziare. Se l’orizzonte immanente fosse la totalità dell’essere e la trascendenza venisse recisa, l’uomo rappresenterebbe l’unico paradosso irrisolto della natura, una creatura dotata di una sete infinita condannata all’assurdo. In questo orizzonte chiuso si consuma la diagnosi radicale dell’esistenzialismo ateo, secondo cui «l’uomo è una passione inutile» (J.-P. Sartre): un desiderio di divinità e di pienezza destinato inevitabilmente allo scacco e al nulla. Applicata con rigore metafisico, l’analogia naturale dimostra invece l’opposto: l’esistenza stessa di questa sovrumana tensione interiore non è un errore della struttura umana né una condanna alla gratuità dell’assurdo, ma la prova ontologica dell’esistenza di una Realtà Infinita e Personale capace di dissetarla, l’impronta dinamica del Creatore impressa nella creatura.
Il Cristianesimo si rivela l’unica prospettiva in grado di rispondere all’intero spettro di queste aspirazioni profonde, offrendo non una speculazione astratta, ma il compimento reale dell’essere umano:
- La sete di infinito e la pienezza della Verità: L’intelletto umano non si appaga di verità parziali o categoriali. Il Cristianesimo risponde a questo dinamismo rivelando che la mente è fatta per essere “abitata dalla Luce” del Logos, una Verità che non è pura formula concettuale, ma Persona che illumina l’enigma dell’esistenza, su di sé, su Dio e sul cosmo.
- L’amore incondizionato e la permanenza degli affetti: L’uomo grida per essere amato in modo pieno e assoluto, prescindendo dall’utilità, dal merito o dalle prestazioni. Nell’Incarnazione e nella Croce, l’Amore divino si manifesta come grazia pura e sovrabbondante. Di più: la promessa della Risurrezione della carne garantisce che i volti amati, le relazioni storiche e la trama concreta degli affetti non verranno inghiottiti dal nulla, ma purificati e custoditi nella loro interezza.
- La domanda di giustizia ontologica e il riscatto del male: Di fronte all’iniquità della storia, l’uomo esige una giustizia che non si limiti alla superficie dei codici penali o delle compensazioni esteriori. Il Cristianesimo risponde con la purificazione intima della coscienza, con il sacramento del Perdono che ricompone la colpa passata e con la promessa di un Giudizio finale in cui ogni lacrima e ogni torto troveranno la loro definitiva e luminosa riparazione.
- La redenzione della sofferenza e la speranza: Il dolore non viene anestetizzato né liquidato come difetto biologico. Nella Passione di Cristo, Dio prende su di Sé la ferita dell’innocente: la sofferenza, sottratta all’assurdo, viene trasfigurata dall’interno in luogo di redenzione e di comunione, offrendo il saldo ancoraggio per il compimento di ogni speranza.
- La vera comunione cosmica e la fraternità: La vocazione dell’uomo alla comunione con i propri simili e con l’intero creato trova il suo fondamento non in un collettivismo socio-politico né in un ecologismo panteista, ma nell’unica Paternità divina. Come insegna la teologia paolina, il creato stesso attende di essere liberato dalla corruzione per partecipare alla gloria dei figli di Dio.
Sia l’Islam sia l’ideologia del capitalismo predatorio si dimostrano strutturalmente incapaci di riconoscere e valorizzare questa sproporzione ontologica, operando una mutilazione della dimensione profonda della persona. Nell’Islam ortodosso, la “sete di infinito” viene disciplinata e canalizzata entro i binari dell’obbedienza esteriore alla Legge e alla maestà inavvicinabile di un Dio che rimane estraneo all’unione d’amore: l’uomo rimane un servo (‘abd) e il compimento promesso rischia di risolversi in un’aggiudicazione di premi sensibili o giuridici, anziché nella divinizzazione della persona dentro la vita trinitaria. Il capitalismo tecno-finanziario e laicista, dal canto suo, compie un’operazione ancora più degradante: non potendo dissetare l’abisso del cuore umano, riduce la sete d’infinito a una serie indefinitamente moltiplicabile di desideri di consumo finiti. Il sistema economico trae la sua linfa dalla perenne insoddisfazione dell’individuo, sostituendo la ricerca del Significato con l’accumulo dell’Oggetto, della prestazione o del dato digitale. L’Infinito viene così svilito in un surrogato dell’infinito — la rincorsa illimitata al capitale e allo stimolo provvisorio —, lasciando l’uomo moderno immerso in una profonda atrofia spirituale e in una solitudine esistenziale. In ultima analisi, si svela così il motivo profondo per cui sia il sistema islamico sia il capitalismo globale dimostrano un visibile timore nei confronti di un autentico confronto ad armi pari con la Rivelazione cristiana. Entrambi intuiscono che la pretesa del Vangelo — che annuncia un Dio fatto carne, morto per amore e risorto per la libertà dell’uomo — possiede una carica sovversiva e trasfigurante capace di spezzare ogni catena immanente. Per questo motivo, l’Islam blocca preventivamente l’incontro con l’Annuncio evangelico attraverso il rigore sanzionatorio della legge e la minaccia della coercizione, impedendo il libero esercizio della coscienza; il capitalismo predatorio, da parte sua, evita il confronto anestetizzando l’anima con la droga del consumismo indefinito, saturando la mente di stimoli effimeri per spegnere sul nascere la ricerca intima della bellezza e della Verità. Entrambe le strutture, pur con mezzi opposti — la spada della norma esteriore da una parte, l’oppio della merce dall’altra —, temono la stessa cosa: la nascita dell’uomo libero affrancato ed elevato dal Logos, il quale, riscoprendosi figlio amato da Dio, non è più ricattabile da alcun potere umano.