Il Pensiero Cattolico

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Guido Vignelli

Un pericoloso paradosso: il pacifismo che favorisce “guerre giuste”

 

Dal rifiuto della guerra al suo ricupero

Per secoli, ideologie e movimenti utopistici hanno creduto che la pratica del dialogo, la “diplomazia del confronto”, la libera circolazione delle idee, delle persone e delle merci, avrebbero abbattuto i confini tra le nazioni, reso inutili i conflitti e preparato la “pace perpetua”. Pertanto, si sono moltiplicati convegni culturali, incontri politici, trattative diplomatiche e raduni interconfessionali, conclusi da esortazioni alla pace pronunciate da autorità culturali, religiose, giuridiche e politiche.

Di conseguenza, nel XX secolo, istituzioni e organizzazioni internazionali hanno estromesso la categoria di “guerra” dal campo del diritto perché ritenuta moralmente inaccettabile, giuridicamente non regolamentabile e politicamente evitabile. La guerra è stata condannata come tentativo di “farsi giustizia da sé”, senza sottomettersi al “giudizio dei popoli” e all’arbitrato delle organizzazioni incaricate di risolvere i conflitti e di mantenere la pace.

Ad esempio, lo Statuto della neonata Organizzazione delle Nazioni Unite e la sua correlata Carta di San Francisco (26 giugno 1945) dichiararono illecita la guerra usata come metodo per risolvere i conflitti internazionali di qualunque tipo. Poco dopo, le Costituzioni di alcune Repubbliche – compresa quella italiana – fecero analoghe dichiarazioni.

Eppure, la recente storia della stessa ONU ha dimostrato to che tutte queste dichiarazioni fatte “in nome dei diritti dell’Uomo” e “per conto dell’Umanità” erano destinate all’insuccesso, perché si limitavano a discorsi sentimentali senza impegnarsi nel riformare la coscienza religiosa dei potenti e dei popoli.

Infatti, a partire dagli anni 1970, dapprima emersero numerose guerre, guerriglie e conflitti etnici o locali o settoriali. Poi alcune organizzazioni internazionali, come l’ONU, hanno creato un nuovo tipo di guerra: l’intervento militare umanitario pacificatore (peace-keeping). In nome di astratti “diritti umani” e di ambigui “valori democratici”, questo intervento bellico tenta d’imporre non solo la separazione dei contendenti ma anche il loro disarmo per garantire una “pace giusta e duratura”.

Pertanto, ormai la guerra è rientrata tra le possibilità politicamente, giuridicamente e moralmente accettate dalla “comunità internazionale”. Assistiamo quindi a una rielaborazione dell’antico concetto di “guerra giusta”, comprendente non solo la guerra difensiva ma anche quella preventiva nel caso che la pacificazione esiga di acquisire uno “spazio vitale protettivo”. Ormai è giunti al punto che Governi democratici progettano di reintrodurre il servizio militare obbligatorio per gli adulti e perfino di addestrare i bambini all’uso di alcune armi.

Emerge quindi una paradossale novità: oggi la guerra è ammessa come legittima o perfino doverosa proprio da quelle associazioni pacifiste e istituzioni democratiche che, fino a ieri, condannavano senza riserve ogni forma di guerra, contestando il noto motto “si vis pacem para bellum”.

 

I cambiamenti della guerra contemporanea

Questa nuova giustificazione della “guerra giusta” è resa più pericolosa dal fatto che ormai sono molto cambiati non solo gli agenti, i mezzi, le strategie, i campi e le condizioni operative della guerra, ma anche i suoi fini e quindi la sua stessa natura.

Ad esempio, l’armamentario bellico è stato potenziato. Ormai esso include le armi atomiche, batteriologiche e chimiche, e queste ultime include quelle meteorologiche, ossia capaci di suscitare disastri climatici. Questo potenziamento ha imposto un nuovo tipo di esercito e un nuovo modo di guerreggiare che, sia per la loro pericolosità che per il loro impatto, va oltre i confini che limitavano i passati conflitti.

Inoltre, la guerra mobilita l’intera popolazione. Anche quando non s’impone la coscrizione obbligatoria di tutti i cittadini validi, il conflitto può coinvolgere non solo professionisti, mercenari e volontari ma anche l’intero corpo sociale che viene trasformato in un’unica enorme macchina bellica, senza fare distinzione tra militari e civili né tra chi ferisce e chi guarisce. 

Inoltre, gli agenti bellici si sono moltiplicati. Oggi una guerra può essere tentata non solo da Governi statali con i loro eserciti regolari, ma anche da agenti che sono inferiori agli Stati – come gruppi ideologici o religiosi o etnici o semplicemente criminali – oppure che sono o superiori agli Stati – come istituzioni mondiali e alleanze internazionali (ONU, Unione Europea, Unione Pan-Araba, BRICS).

Di conseguenza, spesso la guerra è diventata asimmetrica. Ossia, può avvenire tra contendenti che, avendo diverse capacità di mobilitare soldati, armi e finanziamenti, possono guerreggiare in modi e a livelli contrastanti fra loro. Ad esempio, un contendente di minore capacità bellica può ricattare, danneggiare e perfino vincere un rivale di maggiore capacità bellica. Ne sono stati esempi devastanti sia il terrorismo internazionale, sia le forme di conflitto locale o settoriale.

Inoltre, a volte la guerra è fatta contro un “male assoluto”. Ossia, l’avversario è visto non come un nemico ma come un mostro abominevole che incarna un principio ideologico negativo. Pertanto, la guerra non si limita più a sconfiggere il nemico usando regole, strategie e mezzi ordinari e legali, ma tenta di sopprimerlo con ogni mezzo e ad ogni costo; a questo fine, tutto diventa lecito, anche agire contro la morale e il diritto delle genti, perfino usare come pretesto la difesa dei “diritti umani violati”.

Di conseguenza, oggi la guerra è totale. Essa coinvolge l’intera vita civile, per aggredirla o difenderla con tutti i mezzi e i modi resi possibili dalle “scienze umane” e dalla tecnologia avanzata. Pertanto, questa guerra esclude settori neutrali, non ammette distinzione tra azioni difensive od offensive, né distinzione tra mezzi proporzionati o sproporzionati, tantomeno limitazioni imposti da doveri o da diritti propri o altrui.

La storia recente dimostra che questa guerra totale contro un nemico condannato e odiato come “male assoluto” può colpire sia realtà concrete (una comunità religiosa, una classe sociale, una nazione, una razza), sia astrazioni ideologiche (la discriminazione, la xenofobia, il razzismo, il “fascismo eterno”, il sovranismo, il patriarcato, etc.)

Stando così le cose, alcuni ottimisti sperano che la guerra del futuro riuscirà a risparmiare le vite umane, perché verrà combattuta da macchine teleguidate dall’intelligenza artificiale, la quale – parafrasando un noto motto – sentenzierà che “la guerra è cosa troppo seria per lasciarla fare agli uomini”, esseri deboli e inibiti da pregiudizi religiosi, filosofici e morali.

Alcuni pessimisti invece temono che gli uomini saranno sempre più coinvolti nei conflitti, perché useranno mezzi talmente distruttivi da cancellare il progresso materiale. Già Albert Einstein previde che le guerre future verranno combattute da tribù primitive usando armi arretrate come clavi, frecce, lance, asce e spade; questa barbara guerra “eco-sostenibile” verrà forse ammessa dai futuri circoli ambientalisti.

 

Le più gravi forme di guerra

A quella militare sopra descritta, oggi si sono aggiunte altre forme di guerra più abili, radicali e pericolose, sia perché attrezzate dalle “scienze umane”, sia perché non dichiarate né regolate ufficialmente; i semplici conflitti del passato oggi sono condotti secondo le regole della guerra. Facciamone alcuni esempi.

 La guerra psicologica. Essa mira a manipolare la psicologia, sia individuale che collettiva, usando soprattutto propaganda e pubblicità politiche o commerciali. Questa guerra viene combattuta soprattutto mediante la capillare e ossessiva diffusione di tendenze, mode e usanze, ma anche mediante una sorta d’ “ingegneria sociale” che tenta “esperimenti sociali” capaci di mutare le condizioni di vita delle masse.

Un esempio di questa guerra è la pratica delle cosiddette “emergenze globali”. Si lanciano arbitrari allarmismi capaci di suscitare irrazionali paure nelle masse, per spingerle a tollerare l’imposizione di “regimi di necessità” che, sospendendo le più elementari libertà civili, attuano il massimo controllo sociale (non della criminalità ma della normale popolazione). Si vedano i casi delle recenti emergenze belliche, economiche, climatiche e sanitarie, come quella imposta in mezzo mondo col pretesto della “pandemia da corona-virus”. 

La guerra ideologica. Essa mira a influenzare lo “spirito pubblico” e la cultura di massa, al fine di preparare o di tutelare l’ordine totalitario o il caos anarchico. Questa guerra viene combattuta mediante parole, slogan e massime che insinuano concetti, giudizi e categorie capaci di oscurare la realtà, manipolare la comunicazione e traviare le coscienze. Se ieri l’ideologia usava la scuola obbligatoria, la propaganda culturale e la pubblicità mass-mediatica, oggi usa anche l’informatica e l’intelligenza artificiale. Esempi recenti di questa guerra sono la cancel culture tentata da movimenti come quello detto woke, in specie l’accanita offensiva contro la cultura, i simboli e i riti cristiani.

La guerra rivoluzionaria. Essa mira a sovvertire la società per far evolvere la natura umana secondo le illusioni del transumanesimo, oppure di sostituire il vecchio mondo col nuovo secondo le illusioni dell’ecologismo. La guerra psicologica e quella culturale sono strumenti posti al servizio della guerra rivoluzionaria. Questa prevede la completa soppressione delle garanzie giuridiche di libertà e di proprietà, la requisizione di uomini e di cose e lo sterminio dei dissidenti, al fine non di ristabilire l’ordine violato ma di “sopprimere i nemici della Repubblica”, come fecero la Rivoluzione Francese ai danni della Vandea dal 1792 in poi e quella sovietica ai danni della popolazione artigiana a contadina negli anni 1920-1930.

Di fronte alla guerra rivoluzionaria non è possibile restare neutrali, tantomeno collaborarvi, ma si può solo resistere passivamente od opporsi attivamente. Infatti, esistono verità, valori e beni spirituali – non solo quelli naturali ma anche e soprattutto quelli soprannaturali – che “non sono negoziabili”, ossia non possono essere sacrificati per favorire quella falsa pace promessa dagli “agenti delle tenebre” che compongono la “sinagoga di Satana” di cui parlava san Giovanni Evangelista.

 

Guerra necessaria, condannabile o giustificabile?

L’umana comunità si basa sulla concordia, sulla lealtà e sulla fiducia esistenti tra le parti sociali che la compongono; pertanto, la guerra non può essere considerata come necessaria al progresso della civiltà, tantomeno può essere ammessa col pretesto di rafforzare l’unità nazionale o di potenziare l’organizzazione statale. Una guerra diventa necessaria solo quando sono fallite tutte le vie pacifiche tentate per riparare una grave ingiustizia o per risolvere un irrimediabile conflitto.

Tuttavia, le nuove forme e modalità di guerra sopra considerate stanno modificando le classiche condizioni per giudicare moralmente la soluzione bellica dei conflitti. Infatti, anche la guerra deve rispettare quel “principio di ragion sufficiente” che impone di evitare un’azione sproporzionata (per eccesso o per difetto) rispetto al fine da ottenere.

Ad esempio, è illecito iniziare o continuare una guerra, quando appare certo ch’essa non otterrà il risultato sperato o l’otterrà a un costo troppo alto. «Oggi la portata e l’orrore della guerra moderna, sia essa nucleare o convenzionale, la rendono totalmente inaccettabile per comporre dispute e vertenze tra le nazioni» (Giovanni Paolo II, discorso di Coventry, 30-5-1982). I pacifisti ne concludono che ormai la dottrina cristiana sia talmente cambiata da condannare qualunque tipo di guerra come immorale e ingiusto.

In realtà, il divieto assoluto di guerra riguarda solo quella offensiva; quella difensiva invece rimane moralmente giustificata in certi casi e a certe condizioni. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (al n. 2266) conferma che l’innocente aggredito può usare tutti i mezzi moralmente leciti per difendere il proprio diritto violato da un ingiusto aggressore. Si noti che questa legittima difesa vale non solo quando è in pericolo la sopravvivenza fisica della comunità, ma anche quando esse deve proteggere i propri beni spirituali, soprattutto quelli soprannaturali come la libertà cristiana.

Insomma, quello di legittima difesa è un principio religioso, morale e giuridico imposto dalla razione e confermato dal Vangelo, per cui non può essere cancellato da mutamenti storici dei fenomeni bellici né da evoluzioni ideologiche laiciste o clericali. La guerra non potrà mai essere evitata. Il Vangelo ci ammonisce che, come la povertà, anche la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà, perché è conseguenza del Peccato Originale aggravata dai troppi peccati attuali commessi dal genere umano lungo la sua travagliata storia. 

 

La falsa soluzione del pacifismo

Una popolare ma falsa soluzione del “gran problema della guerra” è quella proposta dal pacifismo, secondo il quale la pace è il bene assoluto da mantenere ad ogni costo e quindi la guerra è il male assoluto da evitare ad ogni costo. Già nel XVI secolo, l’umanista Erasmo da Rotterdam pretese che «la più ingiusta delle paci è preferibile alla più giusta delle guerre» (De bono pacis).

Una nota massima afferma che bisogna evitare la guerra a tutti i costi perché “con la guerra tutto viene perduto, mentre con la pace tutto viene salvato”. Eppure, questa massima è eticamente discutibile e difficilmente praticabile, tanto che è stata contraddetta dalla storia.

Infatti, ci sono state guerre giuste e benefiche, come quelle che hanno salvato stirpi, etnie e popoli dalla oppressione e dallo sterminio causato da potenti nemici della giustizia, della civiltà e della Fede cristiana; ne furono esempio alcune “guerre sante” del passato. Per contro, ci sono state paci ingiuste e rovinose, come quelle che hanno rovinato la mentalità, la morale e la civiltà di un popolo assicurandogli un benessere corruttore; ne è stata esempio la pace italiana durante la seconda metà del XX secolo.

Giova ricordare che, negli anni Settanta, un vescovo campano scrisse che i danni fisici causati dalle due guerre mondiali sono irrilevanti, se paragonati ai danni morali causati dallo scetticismo religioso e dalla immoralità dei costumi favoriti dai regimi laicisti e permissivi delle repubbliche democratiche.

Il pacifismo presuppone una ideologia immanentista, secondo cui il fine dell’uomo non consiste nel vivere virtuosamente nel tempo per ottenere la vita beata dell’eternità, ma si riduce alla mera sopravvivenza vitale. Il pacifismo radicale è quindi immorale e anticristiano anche perché, come già affermava il poeta pagano Giovenale, «pur di sopravvivere, si dimenticano i fini del vivere».

La storia dimostra che spesso i movimenti pacifisti sono ipocriti. Quando i valori o gl’interessi della loro fazione sono accettati e tutelati, i pacifisti proclamano illecita ogni guerra; ma poi, quando quei valori o interessi vengono messi in pericolo, allora essi proclamano lecita o addirittura doverosa una guerra che li difenda.

I pacifisti quasi sempre condannano come disumana e ingiusta la regolare guerra tra Stati. Per contro, la irregolare guerra tra fazioni o classi o etnie – ad esempio la guerra civile, la “guerra di liberazione” e la “rivolta rivoluzionaria” – viene spesso difesa e anzi giustificata dai pacifisti “per ragioni umanitarie”, per cui i suoi agenti vengono elogiati e protetti, anche se causano le più gravi sventure a intere nazioni. 

I pacifisti hanno subito i paradossi della loro storia. Basti pensare che la più terribile delle armi, ossia la bomba atomica, fu inventata ottant’anni fa, da un prestigioso circolo di scienziati dichiaratamente pacifisti (Einstein, Oppenheimer, Fermi, Szilard, Teller). Nel 1945, essi spinsero il governo degli Stati Uniti a lanciare le prime due bombe atomiche sperimentali sulla popolazione civile giapponese.

Quegli scienziati pacifisti erano convinti che una sola strage atomica dapprima avrebbe posto fine alla Seconda Guerra Mondiale, poi avrebbe impedito l’arrivo di nuove guerre, che sarebbero state evitate da un “equilibrio del terrore” capace di dissuadere tutte le potenze militari dal suscitare altri conflitti. La storia ha smentito questa illusione, perché le guerre non solo sono riprese, ma anzi sono aumentate di numero e di ferocia, anche perché i belligeranti sapevano che nessun intervento atomico sarebbe stato tentato per stroncarle sul nascere.

La storia dimostra che i movimenti pacifisti non hanno mai avuto duraturo successo nell’impedire o nel far finire le guerre, ma oggi il loro fallimento risulta evidente: essi hanno favorito a volte “la pace come la dà il mondo”, ossia la “tranquillità del disordine”, ma più spesso la vittoria del “nemico dell’umanità”.

 

La falsa soluzione del mondialismo

Al fine di assicurare la pace universale, alcune artificiose istituzioni internazionali – come l’O.N.U. e l’Unione Europea – pretendono di preparare una sorta di Governo mondiale, sia esso centralizzato o federativo, che imponga e tuteli assoluti e universali “diritti dell’uomo” richiesti da ambigui “valori democratici”.

Tuttavia, questi pretesi diritti sono filosoficamente e teologicamente infondati, per cui risultano inadeguati al fine e restano abbandonati alle arbitrarie interpretazioni e applicazioni dei poteri reali anche solo ufficiosi; basti pensare che alcuni “diritti umani” sono rifiutati dagli Stati maomettani. Di conseguenza, i tribunali delle citate istituzioni internazionali tendono a emettere sentenze discriminatorie e prevaricatrici, com’è stato platealmente dimostrato da avvenimenti anche recenti.

Per giunta, non si può più ignorare che quelle istituzioni internazionali dipendono da organizzazioni occulte (deep state) impegnate nel porre le condizioni preparatorie per realizzare il plurisecolare progetto di dominio mondiale elaborato da alcune sette di origine massonica come la cosiddetta sinarchia.

Alludiamo a oligarchie non solo finanziarie e tecnocratiche, ma anche e soprattutto ideologiche, le quali – nella pretesa di sostituire lo scomparso sacro romano impero con una moderna “repubblica universale” – tentano di eliminare ogni influenza cristiana nella vita civile, anche a costo di favorire ieri il comunismo, oggi l’espansione islamica e domani l’anarchia.

Eppure, per favorire la pace, non c’è alcun bisogno che una istituzione mondiale concentri il potere di controllo politico fino al punto di togliere agli Stati la necessaria sovranità, alle nazioni la indipendenza e alle società la lecita autonomia, col pretesto di renderli incapaci di suscitare rivalità e conflitti armati. Secondo un noto esponente della grande scuola giuridica spagnola, «il superamento dello Stato nazionale non consiste in un qualche Stato mondiale, ma in una organizzazione di grandi spazî che si accordi con la tradizione storica di matrice federativa e imperiale» (Alvaro d’Ors, Introducciòn al estudio del derecho, Rialp, Madrid 1977, p. 165).

Nel cosiddetto “medioevo”, il Papato e l’Impero furono le due prestigiose autorità sopranazionali preposte a evitare, o almeno a ridurre, le cause e gli effetti delle guerre tra i popoli cristiani. In particolare, per molti secoli, la Santa Sede tentò di fare in modo che gli Stati rispettassero un codice di comportamento composto da regole religiose, etiche e giuridiche finalizzato a limitare tempi, armi, modi e strategie dei conflitti bellici, quasi riducendoli a cruente competizioni sportive.

«Un diritto internazionale sarebbe possibile solo se le repubbliche che sottoscrivessero il patto fossero integrate in una comunità morale che imponesse non solo limiti formali di procedura, ma anche un contenuto di princìpi morali necessari. (…) Ma questa comunità morale non esiste più, dal momento in cui l’antica comunità cristiana è stata dissolta da un plurisecolare processo disgregativo e ridotta ad alcuni princìpi insufficienti per costituire una vera comunità» (A. d’Ors, cit., p. 150).

 

Le condizioni per una pace possibile

La pace tra i popoli può e dev’essere tutelata dall’autorità morale e dal potere politico d’istituzioni internazionali capaci di svolgere un ruolo non tanto impositivo quanto arbitrale. La pace può essere favorita soprattutto diffondendo una cultura che animi un’etica che regoli un diritto mirante a disciplinare le inevitabili vertenze tra società, nazioni e Stati.

La guerra rimarrà inevitabile, fino a quando il genere umano non riconoscerà: a livello dottrinale, uno jus gentium che stabilisca diritti e doveri dei belligeranti; a livello giudiziario, un tribunale di arbitrato internazionale che regoli le contese mediante sentenze vincolanti; a livello esecutivo, un’autorità soprannazionale che imponga di rispettare sentenze, patti e trattati stesi al fine di mantenere o restaurare la pace. Se questo accadesse, la guerra verrebbe ridotta a drammatica ma salutare occasione di penitenza e di riscatto per il genere umano.

Rimane però il fatto che il problema della guerra ha carattere essenzialmente morale e ha soluzione principalmente religiosa: essa consiste nel riconoscere Dio Padre come Creatore, Dio Figlio come Redentore, Dio Spirito Santo come anima della storia e la Chiesa come Domina gentium e mediatrice tra le nazioni.

Nel frattempo, è possibile fare in modo che la guerra diventi meno frequente, lunga e dannosa, regolandola in base a un diritto internazionale gestito da un’autorità soprannazionale che intervenga per far rispettare non solo i generici diritti umani ma anche il diritto naturale e soprattutto quello jus christianum che resta l’unico codice che regola i rapporti politici e sociali facendo appello a quella Lex aeterna capace di vincola le coscienze superando gl’interessi locali, etnici e settoriali della vita civile.

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