Il Pensiero Cattolico

11 Settembre 2026

More results...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
11 Settembre 2026

More results...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Pietro De Marco

Razionalità, Chiesa e pace futura

Nelle diverse utopie l’Umanità (Menschheit, genus humanum, non Humanitas che significa altro, non la Humanité dei Lumi) ‘in pace’ corrisponde sempre ad una entità eterodiretta, se si preferisce condizionata: tali le figure umane della Science Fiction che non possono pensare né volere se non proattivamente, secondo un disegno istituente che precede e controlla l’azione. (Comunque vi è quasi sempre un Nemico e spesso i ròbot si ribellano). Analogamente avviene per i ‘popoli’. Il celebre ‘progetto’ Per la pace perpetua di Kant è in fondo ‘vuoto’ (vuoto quanto al suo soggetto ultimo) perché suppone un uomo ‘civilizzato’, emancipato dalla primitività-barbarie, quindi autenticamente morale, quindi atto alla pace tra popoli, tra potenze. Va detto che l’uomo precedente alla Aufklärung non fu pacifico ma certo non un barbaro ; così non sarà pacifico l’uomo dei Lumi ma non meno barbaro.
Il punto è che l’uomo è peccatore in quanto libero e si manifesta libero in quanto peccatore. La libertà non esonera dal peccato, non è in sé generatrice di bene, contro gli eterni nipotini di Rousseau. D’altronde una libertà irreversibilmente ‘illuminata’ non sarebbe libertà, e sarebbe (ha mostrato di essere) assai rischiosa.
Max Weber, ideatore geniale anche di categorie, parlò di acosmismo dell’amore, modello Francesco d’Assisi. Un grande e inimitabile santo può pensare e vivere un Mondo (cosmo) ‘trasparente’ in cui ogni fenomeno è immediatamente figliolanza di Dio. Estaticamente, e acosmicamente, senza Mondo. Se fu così, Francesco fu in questo Alter Christus? Non azzardo; in senso proprio nessuno è alter Christus. Invece si può, certamente, mantenere la pace tra i popoli con un forte controllo dei loro ceti dirigenti e una conseguente (o preliminare) costrizione interna, che include l’isolamento dei ‘dissidenti’. L’ordinamento sovietico, superata la guerra civile e risolte spietatamente le rare forme di resistenza (esemplare il caso ucraino del 1932-1933), ha forse ‘conservato la pace’ tra i propri popoli. Molti pensavano che il socialismo realizzato fosse la nuova e vera Cristianità. Gli imperi hanno operato così, in genere più blandamente di Stalin, fino ai prodromi del loro disfacimento e ne vengono lodati. Stendere un ‘velo d’ignoranza’ su questi paradossi (ben noti), illudere gli adulti che vivremmo in un giardino d’infanzia se non ci fossero alcuni Cattivi, è gravare il dramma storico di vecchie favole.

Potrebbe costruirsi la pace esercitando una ‘costrizione legittima’, fatte salve le libertà civili, entro un ordinamento (neo-imperiale) ‘democratico’ che abbia il monopolio della forza legittima di coercizione? Le pacificazioni imperiali classiche (Cina, Roma) imponendo la weberiana Domestikation di tutte le élites ‘nazionali’, possono ottenere una certa ‘comunione’ dei popoli. E la dimensione democratica? Va detto ch’è impensabile che la grande potenza vittoriosa (sola condizione per imporsi a tutte le altre in modo da indirizzarne le volontà verso la pace) trasferirebbe mai la sua potestà di imperio ad un organismo rappresentativo sovranazionale che avesse i poteri di rimettere tutto in gioco. Non si può pensare una persistente comunione pacifica tra popoli ancora liberi di agire, autodeterminantisi, senza il corrispettivo di una potenza superiore e legittima, che dovrebbe dimostrarsi tale, se necessario, mediante prove (di forza efficace) e di cui l’ONU non può essere l’equivalente. Un quadro, se vi si riflette (ma lo si fa pochissimo), non diverso -se non per una legittimazione universale che manca- da quello dell’intervento americano in Iran.


Va introdotto necessariamente, in questa prospettiva di condizioni astratte ed estreme, il ruolo millenario della Chiesa, giudice ultimo dei contrasti e memore delle Beatitudini quanto capace di sanzioni. Ho sempre sostenuto il fondamento (e la necessità) di una giurisdizione universale, sui generis ma non esornativa, della chiesa di Roma. Fino a ieri questo era giudicato un vulnus alla laicità (o alla sovranità) degli stati e agli ordinamenti internazionali, una pretesa ierocratica. ‘Ma chi è il papa, che vuole questo papa?’ si diceva ancora negli anni Novanta agli alti livelli mondiali di fronte all’azione di Giovanni Paolo II. Da qualche tempo vi sono nuove meditate accettazioni di questo ruolo.
La Chiesa sa (penso che ancora sappia) che la costituzione, l’antropologia, dell’uomo rigenerato in Cristo resta quella dell’uomo post-lapsario, posteriore al Peccato. La famiglia umana redenta ha straordinari ausilii, una luce folgorante (lux vera, lux mundi) sul proprio essere e destino ultimo, ma non le è stata tolta la libertà. La libertà sarà ‘tolta’, cioè ‘superata’, non nella ‘libertà comunista’ 0 in altre utopie, ma quando sarà sussunta nella visione di Dio. Non vi sono deificazioni o cristificazioni del cosmo e della storia, o ‘età dello Spirito’, che rendano ‘progressivamente’ l’uomo impeccabile, anzi uomo delle beatitudini. L’uomo delle beatitudini è il santo, uno stuolo di santi, non la totalità degli uomini come tale. Le teologie e le spiritualità (davvero falsificazioni del Bene) che hanno insensibilmente ridotto la Rivelazione a millenarismo liquido, sono uno dei mali più profondi della Cristianità contemporanea.
Di conseguenza, e contro queste derive, la predicazione cristiana deve proporre gli assoluti di Verità senza acosmismi; non perdere di vista la soglia oltre la quale essa passa più o meno consapevolmente a giudicare di cose penultime e dubbie. Per parlare di attualità, nel proclamare la pace di Cristo la Chiesa non sbaglia, nell’imputare responsabilità di pace e guerra a questo o quell’attore può brancolare. Se l’informalità della comunicazione politica internazionale rende oggi poco ragionato ogni messaggio, anche l’eloquio di Roma può risultare meno ‘vero’ e troppo ‘opinione’.
Accennavo in un intervento recente (Riformista, 3 giugno 2026) alla sfida da affrontare per ottenere la sognata ‘comunione dei popoli’. Non per paradosso: la vera sfida è la libertà stessa degli uomini e (per analogia) dei popoli. Sfida vera, perché comunque la libertà non può essere soppressa, né affidata alla tutela di una entità regolatrice non-umana. Un giudizio (internazionale-pubblico) ultimo potrebbe essere affidato alla Chiesa, che conosce la natura della libertà umana e che ha una costituzione super partes. Questo super è dato ontologico. Aggiungo però: non alla cd. ‘chiesa di Francesco’, protagonista di un militantismo liquido ‘per l’uomo’ che impedisce (contro l’intera tradizione cattolica) la presa d’atto della realtà storico-umana, quindi la presa su di essa.

...dello stesso Autore

...articoli recenti

Lascia un commento

Scroll to Top