p. Corrado Sedda C.O.
Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione (Sal 94,10)
Nel precedente articolo leggevamo alcuni pronunciamenti di Papa Montini riguardo alla riforma liturgica in atto, fino all’idea di Papa Ratzinger per una “riforma della riforma”. Ad esempio nell’udienza del 14 ottobre 1968 ai membri del Consilium ad exequendam Constitutionem de sacra liturgia, Paolo VI diceva:
Molto più, poi, ci preoccupa il modo di agire di coloro che ritengono che il culto liturgico debba essere spogliato del suo carattere sacro e perciò erroneamente pensano che non si debbano usare oggetti o suppellettili sacre, ma sostituirle con quelli di uso comune e volgare. E la temerarietà di alcuni si spinge al punto da non risparmiare lo stesso luogo sacro delle celebrazioni. Bisogna dire che idee del genere capovolgono non soltanto la genuina natura della sacra liturgia, ma anche il vero concetto della religione cattolica.
Quindi più tardi il cardinal Joseph Ratzinger, intervistato da Vittorio Messori, diceva:
Ci si deve chiedere se il processo di riforma, nei fatti, sia stato condotto correttamente… A questo punto diventa improcrastinabile l’esigenza di guardare attentamente a ciò che è accaduto, pregare, riflettere sulle cause e, con l’aiuto di Dio, apportare le necessarie correzioni.
Per una migliore comprensione della problematica giova ora considerare in dettaglio il corso storico che portò all’ultima riforma liturgica.
Il movimento liturgico
Imprescindibile punto di partenza per comprendere quanto venuto dopo, è il movimento liturgico costituitosi sulla scia dei documenti: Tra le Sollecitudini (1903), Sacra Tridentina Synodus (1905), Divino afflatu (1911). Vari e autorevoli personaggi vollero convergere in questo movimento intellettuale che promosse attivamente gli input dati da Papa San Pio X nel suo magistero.
Quanto portato avanti dal movimento liturgico negli anni ‘20 del XX sec., venne poi attentamente studiato dal pontefice Pio XII, il quale nella sua enciclica Mediator Dei (1947) prende atto delle due correnti che convivono nel movimento stesso: riformista e rivoluzionaria. Per comprendere la realtà storica, consideriamo che era solo il 2 dicembre 1951 quando il futuro Papa Roncalli – mentre era Nunzio Apostolico in Francia – annotava nel suo “Diario dell’anima”: «Assistetti alla Messa a San Severino (Parigi). Presi freddo e mi nocque. Musica assai migliorata ma la Messa face au peuple: una contraddizione grave alle leggi liturgiche. Tutto il canone pronunciato a voce alta e non in secreto come prescrive il Messale… Oh che pena con queste teste ardenti e un po’ bislacche». Il fatto dà un’idea dei cambiamenti in atto.
Riforma della Settimana Santa – 1955
Si suole dire che si arrivò alle soglie del Vaticano II con una prassi liturgica sempre più decadente. Storicamente bisogna considerare l’impoverimento materiale e la perdita di risorse umane sofferta da istituti religiosi e collegiate, colpiti da leggi anticlericali e soppressioni di Napoleone e Savoia. Infatti le cerimonie più solenni erano possibili laddove si trovavano più ministri a celebrare, non il solo parroco. In generale i fedeli erano coinvolti più dalla pietà popolare (processioni, sacre rappresentazioni…) che dalle lunghe funzioni in latino. Il magistero di San Pio X aveva peraltro espresso un certo compiacimento per le devozioni coltivate dalle corporazioni laicali. Per di più nel clero impegnato in attività diverse, si avvertiva sovente difficoltà a preparare le cerimonie secondo le articolate prescrizioni rubricistiche. Per esempio dobbiamo ricordare che durante la Veglia Pasquale, spostandosi dal sagrato al presbiterio al battistero, cambiava perfino il colore liturgico dei paramenti. Pertanto la revisione si presentò a Papa Pio XII come un’istanza dal basso per la riforma dei riti della Settimana Santa.
Nel 1948 Pio XII nominò il controverso sacerdote Annibale Bugnini (dei padri lazzaristi) alla Commissione per la riforma liturgica. La commissione aveva il compito di riformare la liturgia per la Messa del Sabato Santo, solitamente celebrata al mattino, in una Veglia Pasquale celebrata nella notte, prima della Messa della mattina di Pasqua. Nell’800 d.C. la Messa del Sabato Santo veniva celebrata poco prima del tramonto e nel 1076 sempre di pomeriggio. Nel XVI secolo si iniziò a celebrare la Messa del Sabato Santo al mattino con la triplice candela (trikirion), il cero pasquale e le dodici “profezie”. Papa San Pio V decretò addirittura nella sua bolla Sanctissimus (1566) che a tutti i sacerdoti era proibito celebrare la Messa del Sabato Santo dopo mezzogiorno. Teologi come San Tommaso d’Aquino e San Pio V avevano difeso la celebrazione diurna del Sabato Santo. Uno degli argomenti a favore era il digiuno eucaristico che non consentiva di arrivare a tarda notte, dato che non c’era ancora alcuna nozione di adempiere il precetto domenicale con la Messa vespertina del sabato sera (iniziata con l’istruzione Christus Dominus del 1953).
Il movimento liturgico declamava da tempo che l’inno Exultet, cantato dal diacono per la benedizione del cero pasquale, parli di un atto che avviene di notte: Perciò, la consacrazione di questa notte mette in fuga la malvagità, lava via i peccati e restituisce l’innocenza a chi è caduto e la gioia a chi è addolorato; bandisce l’odio, prepara la pace e fa crollare le sovranità. Pertanto, in favore di questa notte, ricevi, o Padre santo… Poiché la liturgia antica si riferisce al contesto di “questa notte”, i liturgisti degli anni Quaranta del secolo scorso, volevano ricollocare la celebrazione nella notte del Sabato Santo. La riforma della liturgia del Sabato Santo del 1951 (decreto Dominicae resurrectionis) si trasformò presto nella riforma della Settimana Santa del 1955 (decreto Maxima redemptionis). In sintesi le modifiche più evidenti apportate:
- aboliti i paramenti plicati che interessavano diacono e suddiacono
- la Domenica delle Palme la cosiddetta “Messa secca” (con prefazio e sanctus) viene di fatto abolita, riducendo il rito a un brano di vangelo con la benedizione delle palme
- la Veglia pasquale e la Candelora interamente in bianco
- le lezioni della Veglia Pasquale ridotte da dodici a quattro, abbreviando i brani; eliminato il bastone con triplice candela (arundine) e modificata anche la liturgia battesimale
- con una nuova edizione del breviario venne meno anche il tradizionale ufficio delle tenebre con la saetta
Infine, non essendoci Messe senza il popolo al triduo pasquale, nel 1956 (decreto Cum nostra) Bugnini convinse Pio XII a permettere qualcosa di inedito: la concelebrazione di sacerdoti in gruppo intorno all’altare maggiore. Tra le righe bisogna ricordare che dal 1954 per Eugenio Pacelli iniziarono i problemi di salute (gastrici) che lo debilitarono fisicamente, rendendolo sempre meno energico. Allora, nei suoi ultimi quattro anni di vita, la compagine di teologi del ressourcement in Vaticano consolidò la propria influenza.
Messale del 1962
Il Messale promulgato da Papa Giovanni XXIII prima di aprire il Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962) è frutto della medesima precedente commissione liturgica. È facile quindi osservare che l’intento di semplificazione del rito adoperato per la Settimana Santa, venga qui esteso a tutto l’anno liturgico (lettera apostolica Rubricarum instructum). Riepiloghiamo brevemente le modifiche apportate nel messale 1962:
- abolite le Messe vigilari (c.d. veglie) di Pentecoste ed Epifania
- colori liturgici della domenica delle Palme (inizia in rosso e continua in viola) e del venerdì santo (viola)
- ottave conservate nella Chiesa universale solo per solennità del Signore (Pasqua, Natale, Pentecoste)
- aggiunti alcuni prefazi, tra cui Sacro Cuore e Cristo Re
- possibilità di omettere le preghiere introitali ai piedi dell’altare quando la Messa è preceduta da un rito (matrimonio, cresime, benedizione candele, imposizione delle ceneri…), quindi alle Rogazioni, la domenica delle Palme e la Veglia pasquale
- possibilità di omettere l’ultimo vangelo alle Messe concluse con Benedicamus Domino, alla Messa del giorno di Natale e la domenica delle Palme, alla Veglia pasquale, alle Messe dei defunti seguite dall’assoluzione al tumulo, alle Messe con riti pontificali
- l’ultimo vangelo è solo e unicamente il prologo di Giovanni e spariscono le doppie secreta
- possibilità di omettere le preci leonine dopo la Messa letta conventuale (non dopo quella parrocchiale), quando durante la Messa c’è stata l’omelia, quando la Messa è immediatamente seguita da un’altra funzione liturgica o da un pio esercizio, dopo la Messa dialogata (solo la domenica e nei giorni festivi); non si dicono mai dopo la Messa cantata; si possono recitare in volgare nella versione approvata dall’Ordinario del luogo
- sequenza Dies irae facoltativa alla Messa letta dei defunti
- alla Messa in terzo o cantata il sacerdote celebrante non legge più in privato brani proclamati dai ministri
- il digiuno eucaristico viene mitigato da dodici a tre ore prima della Messa
- inserto di San Giuseppe Sposo nominato nel canone e in varie orazioni
- eliminato l’attributo “perfidi giudei” nell’orazione del Venerdì Santo
- uso del tricorno facoltativo
Rito sperimentale – 1965
Il Concilio Vaticano II viene annunciato ad inizio anno 1959 e, una volta esaurita la fase ante-preparatoria, con il motu proprio Superno Dei (giugno 1960) si formano le commissioni preparatorie. A presiedere quella sulla riforma liturgica venne chiamato il cardinale Cicognani, già prefetto della Sacra Congregazione dei Riti. Stante l’enorme mole di lavoro da svolgere vennero istituite delle sub-commissioni. Appena la sottocommissione iniziò i lavori si accorse che le proposte ricevute chiedevano sostanziali cambiamenti alla liturgia della Messa, non già qualche ritocco. Quando però la sottocommissione presenta alla commissione preparatoria conciliare sulla liturgia il resoconto dei suoi lavori, la commissione ridimensiona notevolmente tali intendimenti e sceglie la strada dell’equilibrio tra conservazione e innovazione, giungendo alla conclusione che l’Ordo missae venga rivisto nel suo impianto generale al fine ultimo di favorire più chiaramente e facilmente la comprensione e, di conseguenza, la partecipazione attiva dei fedeli al sacro rito. Il Concilio approva il suo primo documento il 4 dicembre 1963: la Costituzione sulla Sacra Liturgia intitolata Sacrosanctum concilium, passò con 4 voti contrari e 2.147 a favore (inclusa la firma di Marcel Lefebvre).
Dopo la morte di Papa Roncalli, nel 1964 Paolo VI conferma Bugnini a segretario del Consiglio per l’attuazione della Costituzione sulla liturgia e riduce il digiuno eucaristico a un’ora prima di ricevere la Santa Comunione. L’anno seguente, concluse le sedute del Concilio, lo stesso Paolo VI permette un messale sperimentale che include i seguenti cambiamenti:
- l’uso della lingua vernacola solo per le letture
- il salmo 42 è omesso all’inizio della Messa
- l’embolismo dopo il Pater noster è letto a voce alta
- omessi i segni di croce nel canone
- l’Ultimo vangelo eliminato alla fine della Messa
- le preci leonine dopo la Messa bassa (inclusa la preghiera a San Michele) sono soppresse
Si evince che, almeno sulla carta, l’orientamento è ancora ad Deum e la lingua latina è ancora mantenuta per la Messa, come peraltro si legge nell’istruzione Inter oecumenici (26/09/1964). Nel presente excursus storico ci limitiamo a considerare i fatti senza entrare in merito alle idee che richiedono riflessione a parte. Infatti l’interpretazione del testo conciliare venne esplicitata a posteriori da Annibale Bugnini in una dichiarazione pubblicata su L’Osservatore Romano (il 19 marzo 1965), quando parla del «desiderio (…) di scartare [dal nuovo rito] ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un rischio di inciampo o di dispiacere (…) per i fratelli separati». Più tardi aggiunse che «la riforma liturgica ha fatto un notevole passo avanti e si è avvicinata alle forme liturgiche della Chiesa luterana» (L’Osservatore Romano, 13 ottobre 1967). Invero al Consilium parteciparono 6 “consulenti ecumenici” di confessioni protestanti, con la speranza che una liturgia a loro più familiare favorisse la riunificazione della Chiesa Cattolica coi “fratelli separati”. Come suggerisce il titolo biblico del presente articolo, quarant’anni dopo le esternazioni di Bugnini, Papa Ratzinger riabilitava il rito pre-conciliare col motu proprio Summorum Pontificum (07/07/2007).
Novus ordo Missae – 1969
Negli anni seguenti la chiusura del Concilio (8 dicembre 1965) il Consilium ad exequendam Constitutionem continua a tavolino il suo lavoro, parallelamente a sperimentazioni avviate in contesti diversi, che andranno ben presto fuori controllo. Infatti l’entusiasmo di rinnovare porterà prassi che supereranno le norme liturgiche promulgate: dall’orientamento versus populum all’amplificazione acustica nelle chiese. Rimembrando Messa Beat e Messa Lube si comprende come per lungo tempo rimase lettera morta l’istruzione Musicam sacram (1967), con liturgie animate da chitarre e batterie. Le Messe degli anni ‘70 raffrontate a quelle del decennio precedente, divennero semplicemente irriconoscibili. Negli anni del post-concilio la mania di “svecchiare” le usanze portò uno scempio di arte sacra, tra altari manomessi e pezzi d’epoca dismessi, inclusi i paramenti.
Tradotti i testi liturgici nelle lingue nazionali e reimpostata la struttura stessa della Messa, il 3 aprile 1969 Paolo VI, con la sua Costituzione Apostolica Missale Romanum, promulga il Novus Ordo Missae. Lo stesso anno concede l’indulto per la Santa Comunione in mano alle nazioni dove era già in uso (Olanda, Belgio, Francia e Germania) e, in maggio, nomina A. Bugnini segretario della Congregazione per il Culto Divino.
Il 26 marzo 1970 viene pubblicata la prima editio typica del messale novus ordo. Cinque anni più tardi nella lettera apostolica per l’indizione del Giubileo dell’anno santo 1975, scrive: «A dieci anni dal Concilio Vaticano II che ha avviato un ampio e salutare rinnovamento nel campo del lavoro pastorale, della pratica penitenziale e della preghiera liturgica, noi riteniamo che sia molto opportuna un’opera di revisione». Quindi l’anno seguente si pubblica la seconda editio typica (messale di Paolo VI del 1976); la terza sarà nel 2002 con Giovanni Paolo II.
Lo stesso anno 1976 Papa Montini invia Bugnini in Iran come pro-nunzio apostolico, allorquando dal Registro massonico italiano trapelò il suo nome col rispettivo codice “Buan”. La segretezza tipica delle logge non divulga le carte, ma era fondata la notizia del tesseramento il 23 aprile 1963, meno di due mesi prima della morte di Giovanni XXIII.