Il Pensiero Cattolico

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Francesca Bocchi

Giovanni Paolo II afferma nella Salvifici Doloris: “Nella Croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza,ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta”(19). Questo punto è capitale,specialmente oggi, che si è perduto il senso della sofferenza e si vuole affrettare la morte.
Francesca Bocchi è medico di famiglia a Parma, specializzata in medicina estetica,consulente in sessuologia clinica e giornalista pubblicista. Dal 2022 è docente per la formazione sanitaria al CoESPU (Center of Excellence for Stability Police Units) a Vicenza e collabora per la sezione salute con IlGiornale.it, il quotidiano La Ragione e il magazine Montecarlo style.

Sulla croce Gesù ha inchiodato le nostre malattie

Signore, ecco, colui che ami è malato (Gv 11,3), dicono le sorelle di Lazzaro a Gesù. La malattia non risparmia nessuno, né i giusti né i malvagi, né i ricchi né i poveri.  Nel mistero della Croce non è solo il peccato a essere redento. La Passione di Cristo ha assunto su di sé anche il dolore fisico dell’umanità, portando speranza non solo spirituale, ma anche corporale. Gesù non ha sofferto in modo simbolico: il suo corpo è stato trafitto, piagato, percosso, e in quel corpo martoriato si riflette il dolore di ogni uomo e ogni donna provati dalla malattia.

Le parole del profeta Isaia (53,4) vengono spesso lette durante la Settimana Santa: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori.”
La tradizione cristiana ha sempre interpretato queste parole non solo in senso morale (il peccato), ma anche in senso fisico e terapeutico: Gesù ha toccato la sofferenza umana in tutte le sue forme, incluse le malattie del corpo.
I Padri della Chiesa come Origene e Ireneo parlavano della Croce come “albero della vita” e “medicina dell’anima e del corpo” e in essa, Cristo guarisce l’uomo nella sua interezza. Non a caso, nel Vangelo, Gesù guarisce paralitici, ciechi, lebbrosi, e perfino morti. Non per spettacolo, ma per mostrare che la salvezza è integrale.
La reminiscenza greca attribuisce la qualità di medico (iatros) alla capacità di trovare rimedi (iama), nonché all’autorizzazione a prescriverli e somministrarli. L’idea che il medico, come il sacerdote o l’indovino, goda di una capacità del tutto speciale di penetrare i segreti della natura aleggia ancora nella nostra immaginazione. Con la nozione di “curante”, d’altra parte, tocchiamo un registro di significato completamente diverso, più inclusivo. In greco, questo termine corrisponde a quello di “terapeuta”. L’idea di fondo evoca in modo più concreto la nozione di “cura”. Prima di guarire, curare significa alleviare; e anche, in molti modi, educare. Nell’intento di curare, naturalmente, non perdiamo di vista la guarigione, ma non trascuriamo le fasi che alla fine vi conducono; e, in tutte queste fasi, il sostegno all’essere sofferente è di fondamentale importanza.
Un “Cristo Guaritore”, quindi? Nel pensiero di sant’Agostino, la potenza di “Cristo Medico” svolge il ruolo di una perpetua salvezza e ha un duplice attributo: guarisce l’anima e salva dalla morte. I Padri della Chiesa riflettono sulla gratia Christi come guarigione e purificazione dei peccati.
Il mistero del dolore fisico nella nostra società deve riappropriarsi del suo significato più antico, perché non sempre il dolore fisico viene guarito in questa vita, ma la Croce diventa per il cristiano un luogo di identificazione: in ogni letto d’ospedale, in ogni corpo sofferente, Cristo è presente. Il dolore non è più muto o assurdo, ma partecipato, abitato e trasfigurato.
Nel Vangelo in risposta alle critiche di coloro che lo accusavano di frequentare pubblicani e peccatori, Gesù dimostrò invece la sua compassione per gli esseri umani, “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9,12).
Questa è una parabola che mostra la Sua compassione per i peccatori, come il medico che si prende cura dei malati: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici. Perché non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (9,13). In altre parole, la buona salute dei peccatori non è sufficiente per Gesù. Egli vuole metterli in moto affinché il potenziale di giustizia insito in ogni essere umano possa portare frutto in loro.
Se Gesù fosse solo un medico, nel senso comune del termine, la sua attenzione sarebbe forse più focalizzata sulla malattia e sulle manifestazioni esteriori della guarigione. Gesù è più di un medico, perché la Sua attenzione è focalizzata sulla persona e sul suo inalienabile potenziale di vita. Forse è anche questo il vero guaritore, quel terapeuta che troviamo naturalmente in ogni autentico medico, vale a dire colui che onora la vita nella sua totalità,complessità e sacralità.
Come scriveva san Giovanni Paolo II nella Salvifici Doloris:
Nella sofferenza è nascosto un particolare potere che avvicina interiormente l’uomo a Cristo”.
La fede non nega la malattia, ma offre una chiave per attraversarla, così come la Croce non elimina il dolore, ma gli dà un senso e, in certi casi, anche una speranza di guarigione. Nel Cristianesimo ogni ferita può essere redenta, ogni piaga può diventare luogo d’incontro con Dio.
Sulla Croce, Gesù ha inchiodato il nostro peccato, ma anche la nostra debolezza, la nostra carne sofferente, il nostro limite e da quella Croce nasce una speranza che non delude. Anche per il corpo. Anche nella malattia.

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