25 Maggio 2024

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Mario Mascia

L'enigma del Potere

Il termine potere richiama il senso del volere nel manifestare la propria volontà sulla altrui condotta. Il significato di origine è riferibile al verbo latino “poteo” e in termini specifici a una forma arcaica del verbo infinito “posse” col significato propriamente di potere. Il contenuto intrinseco, per le implicazioni riconducibili sotto il profilo relazionale, assume un ampio valore nella realtà della materia ambientale, della vita personale e sociale.

Dall’esercizio del potere può derivare il carattere delle virtù insite nell’essere. Pertanto il termine richiama l’impiego della facoltà che ha la radice di “pa” riferibile a “padre” e “pane”, tale da implicare il significato di dominio e protezione riferibile alla responsabilità oggettuale o personale. L’origine del verbo induce a scoprire la portata della dirittura in una fortezza che un tempo lontano avrebbe esaltato il pensiero classico. Il senso del potere dispone il suo fondamento sulla forza volta a manifestare l’energia nel modificare non solo lo stato dei corpi inerti ma gli intenti di coloro che sono alla ricerca di certezze sul loro stato esistenziale.
Il perseguimento delle certezze esistenziali muove l’intento umano ad una ricerca continua di un modello di vita capace di assicurare un equilibrio di autorealizzazione delle doti personali e dei propri carismi nelle relazioni sociali confacenti con le aspirazioni e i progetti di vita. Quali possibilità, presenti negli eventi della maturazione personale, possano attingere energia e forza vitale tale da configurare un potere che determini una influenza comportamentale nel prossimo? Gli eventi possono essere individuati nelle sfide che le circostanze della vita mettono alla prova la caparbietà e la temperanza.
Platone ha affermato che il potere è ” la definizione dell’essere” il tratto che distingue l’esistenza reale, intesa come capacità di “influenzare un altro, o di essere influenzati da un altro” (Sofista, 247e) Occorre quindi chiarire dov’è l’origine del potere, se non che sia già presente nell’essere. Due istanze tra la richiesta di certezze e il potere di garantirle si possono congiungere.
Per uno stato di necessità gli uomini sono disposti a cedere in parte i propri diritti o assumere passivamente un potere riconosciuto ad un individuo dotato di elevate capacità carismatiche tali da garantire sicurezza e condizioni di convivenza pacifica.
Pertanto, viene inevitabilmente la necessità di assumere un contratto sociale col depositario del potere che prescriva le norme nel rispetto della convivenza sociale a garanzia dei diritti individuali e della inviolabilità delle prerogative di coloro che sono investiti del potere. L’esercizio del potere può assumere tratti controversi. L’affermazione del potere include l’obbedienza all’autorità come stabile fondamento del sistema sociale, secondo il profilo etico l’obbedienza è subordinata dalle disposizioni a cui gli individui sono sottoposti e dal contesto sociale nel cui ambito si esprime il potere.
Considerando l’insieme delle regole a cui si è sottomessi è possibile la distinzione tra obbedienza costruttiva e obbedienza distruttiva. La prima obbedienza garantisce la libertà individuale e la giustizia sociale.
La seconda preclude interessi e affermazione di diritti oltre i confini rigorosamente imposti da un regime assolutista e totalitario senza tener conto delle conseguenze degli atti da cui derivano i “crimini di obbedienza” che denotano un basso livello morale. Secondo Bauman (1992) l’elevazione morale può essere ostacolata da determinati caratteri, quali la divisione funzionale dei compiti che impedisca così di cogliere la visione dell’insieme, il distanziamento sociale così da spersonalizzare il destinatario, l’emanazione dell’indifferenza e soppiantare la responsabilità morale con quella tecnica, così da caricarsi della responsabilità del proprio ruolo nell’ambito del sistema sociale ma non delle conseguenze morali delle proprie azioni.
Quando l’obbedienza è moralmente irreprensibile e invece da respingere o riprovevole?
All’autorità, quale esempio irreprensibile delle virtù morali, è dovuta l’obbedienza in seguito alle conseguenze nell’ordine familiare, politico, ecclesiastico e nel contesto lavorativo a maggior ragione qualora rappresenterebbe e farebbe rispettare la legge divina. Chi esercita l’autorità, come esprime san Paolo, è “ministro di Dio per fare il bene (Rm, 13, 4)”. Pertanto, l’amore alla volontà di Dio può indurci a rifiutare quelle autorità e quelle leggi che rifiutano Dio e che, rifiutandolo, negano la sua gloria e mettono in pericolo le anime.
San Tommaso pone una risposta negativa di fronte all’interrogativo “se i sudditi son tenuti a ubbidire totalmente ai loro superiori” San Tomaso spiega i motivi per cui un subordinato non è tenuto a ubbidire al detentore dell’autorità. Innanzitutto un motivo riguarda il rispetto di una autorità che si trova in una posizione gerarchica più elevata rispetto a quella a cui si è sottomessi. In secondo luogo, se il detentore dell’autorità impone al subordinato cose illecite. L’esempio riguarda i figli che non sono tenuti a ubbidire ai genitori in materia matrimoniale, quando concerne il contrarre matrimonio, o di custodire la verginità. L’obbedienza non può avere un riconoscimento incondizionato. Se l’obbedienza comporta il peccato è doveroso disubbidire, rispondendo al retto giudizio della ragione sulle azioni da compiere. A tal punto interviene la coscienza sottomessa alla legge morale fondata sulla legge divina.
I martiri disobbedivano alla autorità dello stato che imponeva di lodare gli idoli. L’ordine della obbedienza è dettato dalla legge naturale a cui deve sottoporsi la coscienza umana. L’autorità che abusa del proprio potere in contrasto con la legge naturale e divina è ingiusta. Il significato di legge giusta e ingiusta deriva dalla teologia e dal diritto medioevale, i cui principi sono tramandati dalla filosofia greca e romana e li sviluppa con maggior profondità e precisione. Il concetto di legge naturale è insito nel magistero della Chiesa. I tratti significativi del potere hanno assunto nella storia i caratteri distinti nella concezione politica della legge e in quella naturale e divina.
Nel periodo medioevale la legge civile, emanazione del potere del sovrano, era sottomessa alla legge naturale e divina rimarcando la contrapposizione della legge divina con quella umana nella seguente citazione “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (Atti, 5 29)”.
Il principio contenuto in questa citazione è richiamato nell’enciclica Libertas nei “governi tirannici”, “quando il comando si opponga alla ragione, all’eterna legge del divino impero, allora il disobbedire agli uomini per obbedire a Dio diviene un dovere”.
Leone XIII, evidenziando la rilevanza dell’autorità e dell’obbedienza nell’enciclica Sapientiae Christianae sul dovere del cittadino cristiano, pronuncia che quando le leggi dello stato contrastano la legge divina manifestando l’ingiustizia dell’autorità “è doveroso resistere ed è colpevole ubbidire”.
Giovanni Paolo II lo conferma nell’enciclica Evangelium Vitae “Fin dalle origini della Chiesa, la predicazione apostolica ha inculcato ai cristiani il dovere verso le autorità legittimamente costituite (Rom. 13, 1-7; 1 Pt. 2, 13-14), ma nello stesso tempo ha ammonito fermamente che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (Atti 5, 29).” L’autorità politica che promulga norme nel rispetto della vita, della libertà dell’educazione, della famiglia, del matrimonio naturale, la proprietà privata, i principi religiosi ed etici esercita un potere legittimo.
Qualora lo stato promulga leggi violando i diritti di Dio e della Chiesa, quando offende la legge naturale, la morale, perseguita i buoni, lo stato diventa ingiusto pertanto merita disobbedienza e deve essere condannato.

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