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  1. Ospitiamo una riflessione profonda inviataci dai Cavalieri del Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis, sulla Regalità di Cristo e sulla ritenuta relazione tra la "perdita" della Regalitas e la mondanizzazione del corpo ecclesiale. Il Sodalizio Cavalleresco di Maria Soccorso dei Bisognosi, che ha curato quest’articolo è una Fratrìa costituita da Cavalieri investiti sacramentalmente secondo il rituale contenuto nel Pontificale Romano di S.S. Papa Pio V, tramite investitura originale compiuta da un Vescovo della S. Chiesa Cattolica. Scopo del Sodalizio è quello di “combattere la buona battaglia” in maniera esemplare, a difesa della S. Chiesa Cattolica, della Sua Santa Fede e di tutti i bisognosi ed oppressi, per mezzo delle caritatevoli armi della preghiera, dell’azione e della cultura di Verità. Essendo la Cavalleria, come via di milizia, strettamente legata alla funzione Regale, uno dei propositi di tale Sodalizio – a livello di battaglia culturale – è propriamente quello di conservare, custodire e, nella misura del possibile, trasmettere la conoscenza dell’importanza della Regalità Sacra in un mondo cattolico che purtroppo l’ha evidentemente smarrita. A tal proposito, il Sodalitium ci comunica la pubblicazione, entro l’inizio del prossimo anno, di un libro a propria cura contenente una serie di saggi, appunto, sull’argomento della Regalitas. A cura del: Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis Grande soddisfazione ci procura l’aver notato, negli ultimi tempi, un crescente rinnovarsi dell’attenzione, sia da parte laica che presbiterale, sul tema della “Regalità sociale di Cristo Re”. Tale compiacimento ci deriva dal fatto che, da sempre, riteniamo esser questo l’argomento propriamente atto a fornire il determinante criterio valutativo con cui leggere i motivi alla base di quell’evidente crisi in cui si dibatte l’Ecclesia Christi; e oltretutto, per sperare di trovare allo stesso tempo una decisiva, oltre che realistica, soluzione ad essa. Accanto a ciò, tuttavia, ci è parso di scorgere altresì una ingiustificabile incompletezza nel trarre dal discorso le debite conclusioni che esso sembrerebbe prospettare: mancanza la quale ci procura puntualmente la delusione per l’ulteriore occasione perduta. Il riconoscere infatti come prioritaria necessità quella di riportare il tema della Regalitas Christi al centro dell’impegno cattolico, tanto nella vita privata e familiare quanto in quella sociale e politica, pare rimanere in effetti solo un virtuoso proclama che non viene mai corredato delle concrete, conseguenti soluzioni applicative. E’ proprio alla luce di tali evenienze che ci siamo dunque sentiti stimolati a proporre pubblicamente le seguenti riflessioni. Il fondamento di ogni discorso parte dal riconoscimento effettivo della duplice funzione che è propria del Signore Gesù Cristo, in quanto Sacerdos et Rex (oltre che Propheta) secondo l’Ordine di Melchisedec[1]. Fino al momento in cui si è mantenuta, in seno all’Ecclesia Christi, la naturale e tradizionale distinzione di tali due funzioni, il Papato ha specificatamente rappresentato la prima, laddove la seconda è rimasta peculiarità del Sacrum Imperium. Data la differente area di pertinenza, diciamo così, che ha riconosciuto il Sacerdozio quale attivo custode e responsabile della dimensione “spirituale” dell’individuo battezzato e la Regalità di quella invece “temporale”, nel corso dei secoli che ci separano dalla nascita del Sacro Romano Impero (800 d.C.: incoronazione di Carlo Magno) si è venuta così sempre più a puntualizzare e a definire una gerarchia di valori, all’interno della quale si è riconosciuta una ovvia “superiorità” da parte del Papato sull’Impero. Va però subito osservato che l’ineccepibilità di tali conclusioni rimane tale purché, come già propugnava Dante alla sua epoca (e come più recentemente è stato ribadito anche da A. Del Noce[2]), tale “gerarchia di dignità” non venga confusa con la “gerarchia di giurisdizione”. In altre parole: se al Sacerdozio spetta il riconoscimento di una più alta dignità in virtù della sua funzione “spirituale” (oltre che di indirizzo morale ed etico) che è ontologicamente superiore rispetto a quella “temporale” espletata dalla Regalità sacra, a quest’ultima spetta di contro una autonomia nella giurisdizione del temporale che il primo non può affatto arrogarsi; la quale giurisdizione, se rettamente esercitata, concorre comunque sempre a conseguire, oltre al “bene comune”, anche il “bene spirituale” della Comunità. L’Impero non è indipendente dal Papato, ma ne è comunque autonomo nell’esercizio della propria funzione, pur dovendo entrambi in ogni caso rimanere correlati alla luce della naturale e necessaria sinergia, della complementarietà che devono con reciprocità mantenere i rispettivi Uffici, per soddisfare adeguatamente alle esigenze della duplice dimensione “fisico-spirituale” che è propria della natura di ogni individuo battezzato. Purtroppo, la storia dell’Ecclesia ci ha mostrato come tale complementare reciprocità non sia stata sempre rispettata: e ciò per responsabilità proprie sia dell’una che dell’altra Istituzione. Non è questo il luogo per poter affrontare i dettagli storiografici di un discorso che a noi basta così sommariamente riassumere: le iniziali eccessive ingerenze imperiali sulle questioni spirituali hanno comportato una sorta di reazione difensiva da parte del Papato; il quale, seppur nella necessità di giustamente ribadire la dovuta propria superiorità ontologica rispetto alla Regalità, ad un certo punto è giunto a pretendere eccessivi diritti nella gestione anche della funzione temporale. Gli esiti sortiti dalle vicende, maturatesi lungo un periodo temporale che rimane dell’ordine di svariati secoli, sono quelli odiernamente ben visibili. Un altro aspetto della questione, di primaria importanza, è dato dalla circostanza secondo cui l’unzione Regale risulta legittima solo quando amministrata dal Sacerdozio. Ed è appunto questo il nodo su cui si sono poi sedimentati numerosi equivoci. La Regalitas, in quanto eminente dignità che è propria del Signore - accanto al Sacerdotium - non può non considerarsi che munus “direttamente proveniente da Lui”: sono noti i diversi passi biblici (neo e veterotestamentari) che si esprimono in tal senso[3]. La necessità dell’intervento sacerdotale, trattandosi dell’attuazione di un rito, non può dunque essere interpretata come legata alla trasmissione operata dal Sacerdotium dello specifico potere Regale – come esso è giunto a pretendere - in quanto questo non gli appartiene; ma solamente come l’esigenza di operare un suo “riconoscimento”, un suo “avallo” che garantisca e legittimi “spiritualmente” l’effettiva avvenuta acquisizione del sacrale munus Regale da parte dell’Imperatore. Un ulteriore rimarchevole elemento è dato poi dalle chiare implicazioni metafisiche, metastoriche – e quindi anche meta-politiche – possedute dalla Regalitas umana, in quanto potere derivante direttamente da Cristo Gesù. Nell’Enciclica Quas Primas (1925), con riferimento al passo di Dn 7,13-14, Pio XI afferma che: «tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l'onore e il regno». L’Ufficio della Regalitas non ha dunque nulla di metaforico[4]; ed inoltre, pur esplicandosi nel concreto del temporale, esso possiede chiari collegamenti con la dimensione meta-temporale, escatologica e salvifica relativa alla missione del Logos incarnato. Se è vero come è vero che Cristo è Re in senso umano, all’inverso anche l’Imperatore, nell’esercizio del proprio Ufficio consacrato, è da ritenersi Suo Vicario: e ciò accanto ed analogamente al Papa. Il detentore del Potere Regale è colui che attua l’archetipo della Regalitas nella sfera temporale, in vista dell’escatologica, completa istituzione del Regno di Dio in terra. Anche sul senso della presenza del Regno di Dio sulla terra sono sorti numerosi fraintendimenti: tipica è ad esempio l’obiezione secondo cui si verrebbe a dimostrare, sulla base delle stesse parole del Signore, come esso Regno non possa affatto essere ‘di questo mondo’[5]. Tuttavia, ciò non vuol significare che esso non abbia nulla a che fare con la Regalità esercitata temporalmente, giacché il Regno di Dio è effettivamente già ‘in questo mondo’, come oltretutto affermato altrove da Gesù stesso: «Il Regno di Dio è dentro di voi»[6]. Tutti i Padri ed i Dottori della Chiesa hanno concordemente asserito che il Regno di Cristo Gesù non è mondano; pur tuttavia hanno altresì riconosciuto che Esso è in questo mondo, in nuce nella Sua Chiesa, per fiorire perfettamente - ed in eterno - nell’altro mondo che viene. Possiamo allora dire che la Regalitas, quando espressa dall’Impero, non va intesa in quanto appiattita in una dimensione temporalmente orizzontale, ma piuttosto come conforme ad una dimensione escatologicamente verticale! Anzi, proprio a tal proposito è bene ricordare quanto enunciato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, laddove si dice: «La Chiesa cresce, si sviluppa e si espande mediante la santità dei suoi fedeli, finché arriviamo tutti ‘allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo’ (Ef 4,13) […]. Con la loro vita secondo Cristo, i cristiani affrettano la venuta del Regno di Dio, del ‘Regno di giustizia, di amore e di pace’»[7]. La Regalitas è insomma una funzione necessaria affinché, attraverso l’Ufficio che è ad essa proprio - ossia di amministrare la Iustitia nonché di offrirsi quale baluardo e difesa a favore dell’Ecclesia, contro i suoi nemici esterni ed interni - venga realizzata una condizione “temporale” tale da permettere agli uomini di esser pronti ad ottenere, come conseguenza, gli escatologici fini “spirituali”; i quali sono, a loro volta, più immediatamente e più specificatamente di pertinenza del Sacerdozio. Ciò è da intendersi alla luce del fatto che - così come espresso dalla dottrina politica di Dante, nonché da tutto il pensiero teologico-politico fino al XIII sec. (a partire dalla speculazione agostiniana del De Civitate Dei) - la Regalitas non svolge in verità un’attività dal carattere meramente legislativo-amministrativo, se non nella misura che tale attività, favorendo l’annullamento della cupiditas umana, costituisce propriamente un remedium contro l’infirmitas peccati. Tutto ciò è peraltro già chiaramente espresso dalla teologia paolina, secondo cui la divina Giustizia di Dio - della cui azione nell’ambito temporale ne è intermediatrice per l’appunto il Potere Regale[8] - non possiede un carattere statico bensì dinamico; l’effetto di questa azione si riversa sull’uomo, che viene in tal modo “giustificato”, rinnovato dall’agire di Dio[9]. E poiché la Giustizia è per S. Paolo concetto opposto al peccato[10], ecco che essere sottomesso alla Giustizia implica appunto essere contestualmente liberato dal peccato. In altre parole, l’esercizio della Iustitia da parte della Regalitas Imperiale, ponendosi a rinforzo del sacramento battesimale, permette all’anima il recupero ontologico dello stato edenico: cioè quello che era proprio di Adamo, precedentemente al peccato originale. E’ solo dopo aver riguadagnato tale stato di purità, corrispondente al Paradiso Terrestre, che essa anima diviene infatti veramente e completamente pronta per ascendere alla condizione escatologica figurata dalla Gerusalemme Celeste; e ciò, questa volta, sotto l’egida del Papato attraverso la funzione che è ad esso propria: la gestione del magistero della fede attraverso l’amministrazione dei sacramenti e l’insegnamento dei principi dottrinali. Da tali presupposti conviene a questo punto trarre alcune conclusioni. Ci permettiamo di osservare che la crisi della Chiesa verrebbe ridotta ad una lettura davvero molto superficiale se ci limitassimo a far risalire l’inizio d’ogni “male” al Concilio Vaticano II; lo schema adottato sarebbe infatti fin troppo semplicistico: vi è una realtà ecclesiale perfetta prima del 1963 e vi è un totale disastro successivamente. A nostro modo di vedere, invece, quello a cui stiamo assistendo è l’epilogo di un processo innescatosi, come dicevamo, già molti secoli addietro; ed i cui effetti sono oramai ben evidenti nella caduta in latenza dell’Impero[11], a beneficio dei laicistico-massonici Stati nazionali e delle pseudo-monarchie che nulla più hanno di cattolico; oltre che nell’odierna profonda, implosiva e oramai quasi definitiva secolarizzazione del Papato, tra i cui più evidenti sintomi si annovera la totale perdita di ogni suo senso del trascendente. Il grande errore compiuto dal Sacerdotium già in concomitanza del periodo che fu a cavallo tra i secoli XIII e XIV, ossia di interferire in maniera sempre più squilibrante rispetto alla Regalitas sulla gestione diretta del temporale, ha innescato una serie di avvenimenti posteriori non più controllabili che, inanellandosi l’uno dopo l’altro, hanno condotto a quanto oggi risulta sotto gli occhi di tutti (nonostante i ravvedimenti che, ad onor del vero, sono anche successivamente sopraggiunti nel merito, da parte del Papato): ossia, alla perdita per l’Ecclesia non solo dell’unità ecumenica, ma anche del potere di cristianizzare il mondo. La Regalità sacra è infatti parte integrante della Chiesa nella sua integralità; una volta persa questa completezza, la Chiesa istituzionale dei Sacerdoti ha anche perso, in larghissima misura, la sua capacità di incidere sul mondo e di ricostruire una Civiltà cristiana. Qualche critico, a questo punto, potrà ribatterci che la Chiesa si fonda essenzialmente sui Sacramenti e che questi sono conferiti dai Sacerdoti: la Chiesa può dunque esistere, in linea di principio, anche senza la funzione Regale. Tuttavia – e senza nemmeno ricordare che l’unzione Regale col chrisma è una “consacrazione sacramentale” - questa è solo una verità parziale: sarebbe come dire che un individuo umano possa sicuramente “sopravvivere” senza le braccia e le gambe, ma a prezzo di doversi “appoggiare” sulle braccia e le gambe altrui. In realtà la Chiesa, privata così della Regalità, non ha fatto altro nei secoli che appoggiarsi – e alla fine piegarsi – a poteri a Lei del tutto estranei se non ostili. A mo’ di epilogo, a questo punto ci par giusto citare l’Enciclica di Leone XIII Immortale Dei (1885), nella quale compare un riconoscimento chiaro dell’imprescindibilità della funzione Regale esercitata dall’Impero ai fini di una più completa proiezione dell’Ecclesia verso l’istituzione escatologica del Regno di Dio in terra: «Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando Sacerdozio e Impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi […]. E certamente tutti quei benefici sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri: e a ragione se ne sarebbero potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: ‘Quando Regno e Sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina’». E ancor più recentemente, anche il Cardinal Ratzinger, pochi mesi prima di venir eletto Pontefice, soffermandosi sul senso storico-politico-sociale della separazione tra Papato ed Impero, tra fede e politica, nonché gettando uno sguardo verso il futuro dell’Europa, ebbe emblematicamente modo di scrivere: «Poiché da ambo le parti di contro a tali delimitazioni rimase vivo sempre l’impulso alla totalità, la brama di porre il potere al di sopra dell’altro, questo principio di separazione è divenuto anche l’origine di infinite sofferenze. Come esso debba essere vissuto correttamente e concretizzato politicamente e religiosamente rimane un problema fondamentale anche per l’Europa di oggi e di domani»[12]. L’attualità della questione rimane dunque viva e pertanto anche suscettibile di aprire immediate ulteriori riflessioni soprattutto all’interno del laicato cattolico. E’ infatti compito di quest’ultimo il riflettere sulla necessità di recuperare il legame imprescindibile con i sacrali principi meta-politici della Regalitas; e ciò non solo per rivivificare la Iustitia e l’ordine sociale e politico, ma altresì perché, recuperando l’integralità tutt’oggi mancante all’Ecclesia Christi, si contribuirebbe contestualmente a risollevare il Sacerdotium dalla sua mondanizzazione e dal suo conseguente odierno smarrimento, causato dalla perdita della visione trascendente della propria fede. Solo una Ecclesia non più “vedova dell’Impero” potrà tornare saldamente ad essere l’unica e vera guida spirituale del popolo di Dio. ***** Il Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis ***** [1] Cfr. Gen 14,18-20; Sal 109,4; Eb 7,1-3. [2] A. DEL NOCE, Dante e il nostro problema metapolitico, in L’Europa, V, 30 aprile 1971 (ora in A. DEL NOCE, Rivoluzione Risorgimento Tradizione, a cura di F. Mercadante, A. Tarantino, B. Casadei, Milano 1993, p. 324) [3] Rm 13,1; Prov 8,15; Sap 6,1-3. [4] Si può invece dire che esso mantiene una forte valenza simbolica: che è ben altra cosa. [5] Cfr. Gv 18,36. [6] Lc 17,21. Cfr. pure Lc 11,20. [7] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2045-2046, Libreria Editrice Vaticana, 1999. [8] «Chi si oppone all’Autorità resiste all’ordine stabilito da Dio […]. Essa è infatti ministra di Dio per il tuo bene […] non per nulla essa porta la spada: è infatti ministra di Dio, esecutrice di giustizia contro chi fa il male» (Rm 13,2.4). [9] «[…] per manifestare la Sua Giustizia nel tempo presente, in modo da mostrarsi Giusto Lui, e giustificare chi ha fede in Gesù» (Rm 3,26). [10] «Quale relazione può esserci tra la Giustizia e l’iniquità?» (2Cor 6,14). [11] Non usiamo il termine “scomparsa”, perché gli archetipi non si estinguono, ma semplicemente si occultano alla storia. [12] J. RATZINGER, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, Ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo 2004, p.14.
  2. Libera traduzione da ACI Prensa, articolo ¿El Cristo Milagroso lo hizo de nuevo? Cifras de coronavirus en Italia impactan las redes . E' interessante, a prescindere che possa o meno esserci relazione tra il "Cristo miracoloso" che placò la epidemia del 1522 e la discesa della nuova epidemia del 2020, perché ci ricorda che sta a noi, con la nostra preghiera, con le nostre opere tese ad ottenere la salvezza della nostra anima, possiamo chiedere a Cristo di ri-posare il suo sguardo benevolo su di noi. ***** Un prete dell'arcidiocesi di Milwaukee (Stati Uniti) ha attirato l'attenzione di molti durante il passato fine settimana dopo aver analizzato il bilancio delle vittime del coronavirus in Italia ed identificato il 27 marzo come il giorno in cui tutto è cambiato. Quel giorno Papa Francesco ha presieduto in Piazza San Pietro un extra-ordinario momento di preghiera alla presenza del "Cristo Miracoloso", un'immagine di Gesù crocifisso a cui i romani attribuirono la fine dell'epidemia del 1522. In tale occasione impartì anche la benedizione di Urbi et Orbi e pregò davanti all'immagine del Signore crocifisso. Nel suo account Twitter, P. John LoCoco ha identificato quel venerdì come quello di maggior picco in Italia. Infatti è stato il giorno in cui furono registrate ben 919 vittime. Da allora è iniziato un graduale declino, fino a ieri [qualche giorno fa] quando sono stati registrati 50 morti in Italia. Come è noto, l'Italia è stato il primo paese europeo in cui la pandemia ha causato il caos dopo che il virus ha lasciato la Cina, causando, secondo i dati della Johns Hopkins University, oltre 230.000 infezioni e 32.800 morti. Alcuni giorni fa sono inoltre state revocate diverse misure restrittive in Italia ed è stato possibile anche tornare a celebrare messe con i fedeli, ma mantenendo le raccomandazioni sanitarie per evitare nuovi focolai di coronavirus. In quell'extra-ordinario giorno di preghiera, anche Papa Francesco ha pregato davanti all'immagine mariana della Salus Populi Romani. Di fronte a una piazza vuota di San Pietro e nel mezzo della pioggia, il Pontefice rifletté sul passaggio del Vangelo in cui Cristo calma la tempesta sul Mare di Galilea. "Ci troviamo spaventati e persi. Come i discepoli del Vangelo, siamo stati colpiti da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto che eravamo nella stessa barca, tutti fragili e disorientati; ma, allo stesso tempo, importante e necessario, tutti chiamati a remare insieme, tutti dovevano confortarsi a vicenda ", ha detto. Tuttavia, ha ricordato che “il Signore si sveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale". Per questo motivo, ci ha incoraggiato ad abbracciare la Croce di Cristo, poiché in essa “siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciarla essere quella che rafforza e sostiene tutte le possibili misure e vie che ci aiutano a prenderci cura di noi stessi. Abbraccia il Signore per abbracciare la speranza. Questa è la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza ". Dopo la sua riflessione, il Santo Padre è andato all'ingresso della Basilica di San Pietro, dove ha celebrato l'adorazione del Santissimo Sacramento in silenzio per diversi minuti, accompagnato da alcuni funzionari vaticani, e quindi ha presieduto alcune preghiere come la supplica nelle litanie. Tradotto da Claudio
  3. Vi proponiamo di seguito la libera traduzione Mexican priest who survived COVID: God acts in the midst of suffering dal sito CNA. Qui la sua Parrocchia San Rafael Arcangel. Città del Messico, Messico- Quando p. Antonio Pérez Hernández, sacerdote della Arcidiocesi de Tlanepantla è stato recentemente ricoverato in ospedale con COVID-19, ha affermato di essere stato in grado di testimoniare in prima persona come Dio è presente nel mezzo della sofferenza. Il sacerdote ha infatti condiviso la sua esperienza in un recente video pubblicato dall'arcidiocesi di Tlanepantla, in Messico, dove attualmente presta servizio. Dopo che Pérez si ammalò del virus, fu ricoverato in un ospedale pubblico dove condivise una stanza con altri pazienti, alcuni dei quali morirono. "Quando ero lì, è venuto un momento in cui sentivo come se Dio stesse per chiamarmi alla sua presenza", ha detto. “Ed è allora che scopri l'abbandono, l'abbandono totale che proviene dal dire al Signore: 'Eccomi, se vuoi chiamarmi, sono pronto; se vuoi lasciarmi qui, sono disponibile secondo la Tua Volontà. Ti chiedo solo per favore di darmi la forza di dare l'assoluzione e di occuparmi di questi miei fratelli che soffrono della malattia proprio come me. " Il sacerdote ha affermato che, nonostante la malattia, la sua esperienza in ospedale è stata bella e libera, perché "ha sentito l'amorevole presenza di Dio". Mentre era in ospedale, Fr. Pérez si è presentato sempre come sacerdote ed ha confessato e dato l'assoluzione ai malati che lo richiedevano. Ha detto di aver trovato Cristo nei pazienti malati e questo gli ha ricordato che "tutti abbiamo bisogno di Gesù". Ha assistito anche alla morte di quattro pazienti, ma ha detto che dopo aver dato loro l'assoluzione, ha potuto vedere che "erano confortati, erano in pace". Attraverso una preghiera costante , il sacerdote ha detto di aver percepito come le stanze dell'ospedale si trasformassero in luoghi di pace dove si poteva sentire e incontrare la presenza di Dio. Quando Fr. Pérez stava per essere dimesso, alcune persone gli dissero: "Padre, ci mancherai, perché ci hai dato una nuova speranza, ci hai fatto sentire Cristo in mezzo a tutto questo". Ed ha quindi detto loro: 'Cristo rimarrà sempre con voi. Io me ne vado, ma Cristo rimane. Dio non vi lascerà mai da soli ", ha continuato. Fr. Pérez è convinto che Dio stia usando la pandemia per guarire i cuori. "Dio ci sta facendo vedere ciò che è veramente importante", ha detto. “Quelli di noi che erano lì non potevano avere alcun contatto con la famiglia. Coloro che sono morti, sono morti senza avere il conforto neppure dei familiari", ha raccontato Pérez, sottolineando l'importanza di" valorizzare la presenza della famiglia, valorizzare gli amici, valorizzare la vita ". "Arriva un momento in cui hai solo l'abito da ospedale e non hai più nulla", ha detto, "ma è proprio in quel momento che si sperimenta quell'abbandono alla Volontà del Signore essendo pronti a dire: " Signore, ho te. Cosa voglio di più se ho te? '" Qui la sua storia in lingua spagnola.
  4. Libera traduzione da Catholic News Agency del 5 Maggio 2020. (Claudio) Una parrocchia nel West End di Londra offre l'Adorazione ai senzatetto, l'accesso ai Sacramenti e [la recita del] Santo Rosario, insieme al cibo fornito da un ristorante a cinque stelle. La Chiesa di San Patrizio a Soho, una zona nota per la sua vita notturna e il quartiere a luci rosse, offre un Ministero di riguardo ai senzatetto, mentre la capitale lotta per far fronte alla pandemia di coronavirus. P. Alexander Sherbrooke ha affermato di avere "una forte percezione del fatto che lo Spirito Santo stia letteralmente costruendo una Chiesa per le strade" in risposta alla crisi. Quando la città ha iniziato a chiudere tutte le proprie attività a metà marzo, il Consiglio comunale di Westminster si è rivolto a P. Sherbrooke, che coordina il servizio quotidiano di servizio ai senzatetto sin da quando giunse in parrocchia nel 2001, e gli ha chiesto, come responsabile della parrocchia di St. Patrick, di aumentare significativamente la fornitura di cibo per i senzatetto, cercando anche di ospitare coloro che vivevano per le strade. La parrocchia, fondata nel 1792, aveva già in precedenza sfamato i senzatetto nel suo centro parrocchiale. Ma dopo che alle chiese cattoliche di tutto il paese è stato ordinato di chiudere a causa del virus, la stessa parrocchia di St. Patrick è stata costretta ad improvvisare. Inizialmente ha cominciato a servire il cibo per senzatetto due volte al giorno, dal lunedì alla domenica. "Nella maggior parte dei giorni forniamo fino a 320 pasti", ha spiegato P. Sherbrooke. "In media, probabilmente vediamo 220 persone al giorno, alcune delle quali vengono sia a pranzo che a cena.". Il cibo caldo viene fornito dal Connaught Hotel, un ristorante a cinque stelle nel ricco quartiere di Mayfair a Londra, nonché dal ristorante Wiltons in Jermyn Street. La catena Pret a Manger fornisce sandwich. "È un'operazione molto complessa e ci impegniamo ad essere molto diligenti nel preservare le distanze sociali, l'igiene personale, l'igiene alimentare, ecc.", ha detto il sacerdote. “Abbiamo un buon numero di volontari. Continuiamo anche a fornire una doccia e servizi igienici". P. Sherbrooke ha anche spiegato che i senzatetto nel West End vivono di carità, nei pressi dei flussi di persone generati da aziende, ristoranti e teatri locali. "Non c'è nulla di tutto ciò adesso", ha detto. "È incredibilmente vuoto e può essere abbastanza pericoloso, soprattutto di notte.". "Il West End ha molte persone dipendenti dall'alcool e dalle droghe e senza la loro normale fonte di reddito, questo può creare una situazione instabile. La polizia è molto presente, ma il West End è molto inospitale, a volte minaccioso e non molto piacevole. ". "Sono stato in parrocchia per circa 17 anni, durante i quali gran parte del mio tempo è stato dedicato alla pastorale per i bisognosi. Ma nulla mi ha davvero preparato ad affrontare quello che viviamo in questo momento. " I volontari di San Patrizio sono determinati ad alleviare la privazione sia spirituale che fisica. Man mano che il cibo viene distribuito, pregano davanti al Santissimo Sacramento in una vicina tenda per l'Adorazione, osservando le distanze di sicurezza. P. Sherbrooke è sempre disponibile per i visitatori che cercano un incontro sacramentale, seduti a distanza di sicurezza e dietro un lenzuolo bianco. C'è anche una tenda in cui viene offerta la lectio divina. "Questa organizzazione è arrivata in gran parte come risposta alla richiesta delle autorità locali", ha detto P. Sherbrooke. “Abbiamo una lunga tradizione di carità e sostegno alimentare alle persone. Ma, in una maniera molto strana, la Chiesa, dall'essere una realtà fisica dietro quattro mura, è ora diventata una realtà per strada. ” P. Sherbrooke, che cita come fonte di ispirazione San Damiano di Molokai e Madre Teresa, ed ha continuato: "Stiamo contribuendo a dare una cura spirituale e pastorale, ed ho la netta sensazione che lo Spirito Santo stia letteralmente costruendo una Chiesa per le strade. C'è la lectio divina. C'è Adorazione, Confessione, Santo Rosario, ecc. Andiamo dalle persone, parliamo con loro, distribuendo Coroncine del Rosario e condividendo il Vangelo. Quindi c'è una vera opera di evangelizzazione in corso ”. I volontari distribuiscono anche un foglio ogni settimana con riflessioni, letture delle Scritture e consigli su come pregare. "Quindi stiamo mettendo in atto una vera e propria catechesi dei poveri", ha detto P. Sherbrooke. “È proprio vero che in questa terribile situazione emergenziale di contagio, Dio sta permettendo di vivere la Chiesa in maniera evangelica e semplice. Tutto ciò non è avvenuto attraverso pianificazione, ma attraverso la Provvidenza di Dio ”. Ha osservato anche che, nonostante gli attuali pericoli, i volontari hanno provato un forte senso di protezione soprannaturale. "Personalmente, direi che anche il non aver contratto [il virus] - data la realtà della situazione qui nel quartiere - è che ogni giorno prego che il Preziosissimo Sangue di Gesù venga nel mio cuore, nelle mie vene , nei miei polmoni e proteggimi dal virus in modo che io possa fare questo lavoro ", ha aggiunto P. Sherbrooke. Nel 2011, San Patrizio ha riaperto dopo un progetto di restauro da 4 milioni di sterline, che includeva lo scavo del seminterrato e la creazione del centro parrocchiale, situato sotto la chiesa. Il cibo per i senzatetto viene ora preparato lì ogni giorno. "È quasi come se Dio avesse creato questa parrocchia per quest'opera in questo momento", ha detto Sherbrooke.
  5. Appuntamento del Martedì con le Riflessioni quaresimali di Mons. Bux sul rapporto tra Giustizia e Misericordia di Dio, nonché sulla riparazione ai peccati commessi, "ripuliti" dalla Croce, riparazione che riconcilia Cielo e Terra. "Non c'è dubbio che i grandi mali, come la pestilenza, sono un effetto del peccato originale e dei nostri peccati reali. Dio nella sua giustizia, deve riparare il disordine che il peccato introduce nella nostra vita e nel nostro mondo. Infatti, Egli soddisfa le esigenze della giustizia con la sua misericordia sovrabbondante". (Card. Raymond Leo Burke, Messaggio del 21 Marzo 2020). Di seguito il video con la Catechesi e le domande-risposte sulla pagina Facebook Il Pensiero Cattolico https://www.facebook.com/ilpensierocattolico
  6. Padre Francesco risponde, a cura di P. Francesco Solazzo*. Salve, volevo gentilmente chiederle alcuni Consigli spirituali: – riguardante la Quaresima, ogni anno ho cercato di impegnarmi e convertirmi ma non ci sono riuscito. Quali libri, preghiere e pratiche posso fare in questo periodo? Caro S., La conversione è il cammino che il cristiano deve fare lungo tutta la sua vita per giungere all’incontro con Cristo. Lungo la storia della Cristianità sono stati scritti tantissimi libri per guidare i fedeli sulla via della perfezione: dalla “Imitazione di Cristo” alla “Filotea”, passando per le testimonianza dirette dei Santi, come le “Confessioni” di sant’Agostino o la “Storia di un’anima” di santa Teresina o “Il castello interiore” di santa Teresa; è tutto un fiorire di libri sul cammino di perfezione. Certamente la Quaresima è il periodo maggiormente favorevole dell’anno liturgico, in cui è più forte l’invito alla conversione, ma sicuramente non si esaurisce in questi quaranta giorni di grazia. Convertirsi significa volgere la propria volontà al Signore; significa volerLo amare “con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Mt 22,37); convertirsi significa imitare Gesù che nel giardino del Getsemani disse: «Padre, […] non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). Possiamo ben dire che per convertirsi ci vuole una vita intera, poiché convertirsi significa diventare santi. La conversione, in quanto è un atto della libertà umana che richiede una scelta, dipende dalla volontà. La conversione però è anche una meta da raggiungere, poiché il mondo continuamente ci offre distrazioni che tentano di allontanarci da Dio; per questa ragione, la volontà umana da sola non è sufficiente, ma necessita dell’azione di Dio, cioè della Grazia. Non so cosa intende quando dice: “non ci sono riuscito”; ma è certo che non ci riuscirà mai, se intende con questa espressione riferirsi a una precisa scelta di vita. Nessuno mai, infatti, ha potuto farsi santo: tutti i Santi, infatti, SONO STATI FATTI tali dalla Grazia di Cristo. Altrimenti, per quale ragione Gesù Cristo si sarebbe fatto uomo e si sarebbe lasciato crocifiggere? Se fossimo stati in grado di farci santi con le nostre proprie forze, non ci sarebbe stato bisogno del Sacrificio della Croce. Gesù ci ha insegnato a dire: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Tutto ciò che noi possiamo fare per ottenere la salvezza dell’anima, infatti, è inutile per quel fine. Significa forse che possiamo starcene con le mani in mano, tanto non saremo mai salvi? o al contrario, che lo saremo a prescindere? No. Assolutamente: “inutile” non significa “non necessario”. Significa che il fine che dobbiamo raggiungere, cioè la salvezza, non sarà mai proporzionale a ciò che noi semplici esseri umani possiamo mai fare, poiché infinitamente più grande di noi e delle nostre possibilità. Ecco, dunque, che, per colmare questa infinita sproporzionalità, è intervenuto Gesù Cristo col Sacrificio della Croce. Dunque succede questo: a noi, per raggiungere le salvezza, spetta la parte necessaria, cioè la scelta, l’adesione della nostra volontà a Dio; dall’altra parte, Gesù, con la Croce, ci mette ciò che è utile in vista di questo fine. Se poi con l’espressione “Non ci sono riuscito” intende dire che ha sentito mancare l’aiuto divino al cammino di conversione, allora le proporrò un metodo efficace per avanzare nel cammino di perfezione. Un metodo che non ho inventato io, ma viene dalla scuola dei Santi e, in particolare, dal Fondatore di noi Passionisti, San Paolo della Croce. È la meditazione della Passione di Nostro Signore. Scriveva S. Paolo: «Sempre più si tocca con mano che il mezzo più efficace per convertire le anime è la Passione di Gesù Cristo»; ed ancora: «Il mezzo più efficace per sterminare i vizi e coltivare la vera pietà, è la meditazione delle pene amarissime del nostro Divin Redentore». Alla meditazione della Passione, San Paolo dava una grande importanza per la formazione e il perfezionamento dell’anima e scriveva: «In questa scuola della Passione e Morte del Salvatore s’impara la vera sapienza: qui è dove hanno imparato i Santi». Ma a chi voglia seguire più da vicino Gesù Cristo, si apre anche la realtà della tentazione, che si fa tanto più forte quanto più ci si allontana dalla mentalità del mondo. A causa della debolezza della nostra volontà, infatti, capita che si ceda di fronte alla tentazione e che questo causi scoraggiamento nell’anima; da qui il dire: “Non ci sono riuscito”. Di fronte a ciò, però, non bisogna scoraggiarsi, ma reagire e affidarsi a Colui che ci può liberare: Gesù Cristo. Ai discepoli che porta con sé nell’orto del Getsemani, poco prima di essere arrestato, Gesù dà un ammonimento chiaro: «Pregate, per non entrare in tentazione» (cfr. Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40; 22,46). Anche nella preghiera del Padre Nostro, l’ultima petizione riguarda la tentazione: “non ci indurre in tentazione” ha proprio questo significato, cioè chiediamo di “non farci entrare in tentazione”. La tentazione è come una porta che introduce al peccato e alla morte e noi restiamo abbagliati da ciò che vediamo sulla soglia, senza riuscire a comprendere il putridume che questa spelonca racchiude e che, quando vi entriamo, ci tiene prigionieri fino al momento in cui Cristo non ci porta fuori da questa trappola con il Suo perdono. La tentazione serve all’anima affinché essa si leghi sempre più a Dio e si affidi alla sola speranza che è Gesù Cristo; ecco perché Dio permette che la tentazione sia sempre presente nella nostra vita. Diceva a tal proposito San Paolo della Croce che «Quanto alle tentazioni, non è da pigliarsene pena: sono travagli che vengono ad un’anima che vuol essere tutta di Dio»; ed ancora: «Lo scatenarsi delle tentazioni è piuttosto buon segno perché serve a farci diffidare di noi stessi, come capaci d’ogni male, se Dio non ci confortasse». Al colmo delle tentazioni vi è la tentazione contro la fede, cioè quello di abbandonare definitivamente il cammino e di disperare, ma anche questa tentazione ha un suo perché, secondo San Paolo della Croce: «La grave tentazione contro la fede, scrive in una lettera il Santo, è segno che Dio vuol dare all’anima vostra un gran dono di fede viva, che la porterà all’alta unione di carità». Buona meditazione della Passione di Nostro Signore e Buona Quaresima. *P. Francesco Solazzo, classe 1978, passionista originario di Trepuzzi (Lecce), è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 2015 – solennità dei Santi Pietro e Paolo – presso la cattedrale di Lecce dall’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio.
  7. di Catholic News Agency. Quando padre John Hollowell è andato alla Mayo Clinic per le scansioni cerebrali dopo quello che i medici pensavano fosse un ictus, ha ricevuto una diagnosi scioccante. Le scansioni hanno rivelato che invece di un ictus, aveva un tumore al cervello. Sebbene si trattasse di una diagnosi seria, Hollowell, un prete dell'Arcidiocesi di Indianapolis, ha affermato di ritenere che il tumore fosse una risposta alla preghiera. "Quando sono scoppiati gli scandali del 2018, molti di voi sanno che mi hanno colpito profondamente, come hanno fatto la maggior parte della Chiesa", ha scritto nel suo blog, On This Rock. “Ho pregato nel 2018 che se ci fosse stata qualche sofferenza che avrei potuto subire a nome di tutte le vittime, una croce che avrei potuto portare, sarei stato lieto. Sento che questa è quella croce e la abbraccio volentieri. " Hollowell è stato ordinato nel 2009 e serve come parroco della parrocchia di St. Paul Apostolo a Greencastle e parroco della parrocchia dell'Annunciazione in Brasile, Indiana. È anche cappellano cattolico presso la DePauw University e la Putnamville Correctional Facility. Il piano per il trattamento di Hollowell prevede la rimozione del tumore attraverso un intervento chirurgico al cervello e quindi sia le radiazioni che la chemioterapia. Hollowell ha affermato che mentre i suoi trattamenti non saranno così duri come quelli per alcuni altri tipi di cancro, vuole ancora offrire ogni giorno il suo recupero, la chemioterapia e le radiazioni per le vittime dell'abuso di clero. “Mi piacerebbe avere un elenco di vittime di abusi sacerdotali che potrei pregare ogni giorno. Vorrei dedicare ogni giorno di questa guarigione / chemioterapia / radiazione a 5-10 vittime e, se possibile, vorrei anche scrivere loro una nota per far loro conoscere le mie preghiere per loro ”, ha detto. Ha incoraggiato le vittime, o coloro che sono a conoscenza di una vittima, a scrivergli con il nome della vittima (con il loro permesso) e con un indirizzo in cui poter inviare loro un messaggio quando prega per loro. Ha aggiunto che vorrebbe includere nelle sue preghiere le vittime che sono state aiutate dalla Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti e ha chiesto a SNAP di inviargli i nomi delle vittime per le quali può pregare. Hollowell ha dichiarato di essere grato per i suoi molti "meravigliosi" medici alla Mayo Clinic e altrove che finora hanno fatto parte delle sue cure. "Ogni persona ha svolto un ruolo chiave in questo processo e sono molto grato e stupito dallo stato della medicina negli Stati Uniti nel 2020", ha affermato. Alla fine, il sacerdote disse di essere "molto in pace". “Oltre al tempo trascorso in ospedale, gli unici effetti di questo tumore che ho avuto sono stati 5 episodi di spasmo / convulsioni che sono durati ciascuno 90 secondi. Mi rendo anche conto di essere benedetto per averlo scoperto attraverso questo processo vs. scoprire il tumore lungo la strada dopo che era diventato più grande ", ha scritto. "Sarete tutti nelle mie preghiere, mentre prego quotidianamente per la salvezza di tutte le anime di coloro che vivono e studiano entro i miei confini parrocchiali", ho aggiunto. "Possa la Madonna di Lourdes vegliare e intercedere per tutti coloro che sono malati o sofferenti in alcun modo!" Libera traduzione da Catholic Herald
  8. DOMANDA: La teologia ha concentrato tutta l’attenzione su un solo momento della Consacrazione tralasciando tutta la preghiera Eucaristica. La consacrazione comincia quando il Sacerdote dice: il Signore sia con voi e con il vostro Spirito ecc…? RISPOSTA: Quando comincia la presenza di Cristo nell'eucaristia Taluni teologi ritengono che la consacrazione – mediante la quale si opera la transustanziazione – del pane e del vino non avvenga all'istante, ma gradualmente, e che l'intera preghiera eucaristica sia consacratoria. Che dire di questa teoria? L'idea della consacrazione graduale o progressiva è la conseguenza dell'enfatizzazione del valore della preghiera eucaristica nel suo insieme: un tentativo di avvicinarsi, in modo più completo e ricco, al mistero eucaristico. Con l'espressione: “racconto dell’istituzione”, presente nel cuore della preghiera eucaristica, - ossia la consacrazione del pane e del vino, quando alle parole: “Questo è il mio corpo” e “Questo è il (calice del) mio sangue” (cfr CCC 1353, 1376-1377), il pane cessa di essere pane e il vino cessa di essere vino e diventano il corpo e il sangue, l’anima e la divinità di Cristo – si intende sminuire la presenza reale a favore di altri aspetti, come il memoriale del sacrificio di Cristo, la sua risurrezione e la sua ascensione, il ruolo dello Spirito Santo. Se Cristo non fosse già pienamente presente dal momento della consacrazione, la prescrizione delle rubriche del messale al sacerdote, di inginocchiarsi in adorazione, sarebbe senza senso. Sulla dichiarazione vaticana di validità dell'anafora di Addai e Mari, usata in alcune chiese mediorientali, che - priva delle parole della consacrazione - consacrerebbe in modo 'diffuso', senza determinare il momento preciso, c'è ancora molto da discutere. L'idea di una graduale trasformazione del pane e del vino, in eucaristia, non è sostenibile più di quanto chi sostiene che un embrione non sia un essere umano all'atto del concepimento e lo diventi gradualmente. Sull'istante della consacrazione, come tempo sacramentale, influisce l'idea che il tempo sacramentale sia del tutto diverso da quello fisico; ma l'essere diventato tempo metafisico dipende proprio dal fatto che l'Eterno è entrato nell'istante temporale. Nicola Bux ha scritto che l’insistenza della liturgia odierna sull’evento(cioè sul nunc, ora) è andata a scapito della permanenza del sacro (hic, qui), così anche il rito avviene e non dura; eppure «Il linguaggio della fede ha chiamato mistero questa eccedenza riguardo al mero istante storico e ha condensato nel termine mistero pasquale il nocciolo più intimo dell’avvenimento redentivo»(J.RATZINGER, Davanti al Protagonista, Cantagalli, Siena 2009, p 130). Il rifiuto di tale eccedenza ha, in realtà, portato alla rimozione del segno massimo della permanenza del divino: il tabernacolo, malgrado sant’Ambrogio affermi: «Che cosa è l’altare di Cristo se non l’immagine del corpo di Cristo?» (sant'Ambrogio, De Sacramentis, 5,7; CSEL 73, 61; PL 16, 447, perciò «L’altare è immagine del corpo e il corpo di Cristo sta sull’altare»( Ivi, ,4,7; CSEL 73,49; PL 16, 437 cfr CCC 1383). E allora, che fastidio dà il tabernacolo sull’altare della celebrazione? Bisogna riequilibrare evento e permanenza, riunire hic et nunc. Inoltre, pur affermando il Catechismo che “La presenza eucaristica di Cristo ha inizio al momento della consacrazione e continua finché sussistono le specie” (CCC 1377), ci sono preti che usano amministrare la comunione con le ostie consacrate durante la messa, e non con quelle custodite nel tabernacolo. Pur, a voler mostrare in tal modo il segno della presenza avvenuta, si può far credere che le ultime siano di seconda categoria, mentre è noto che le ostie, solo quando perdono l’apparenza e il gusto del pane, non contengono più la presenza. C’è una differenza di presenza del Signore? Queste e altre teorie si possono ritrovare nell'impostazione del liturgista Cesare Giraudo. Egli ama parlare del passaggio avvenuto nel primo millennio, dal metodo patristico a quello scolastico che – egli semplifica – sarebbe più debole perché, invece di partire dai testi liturgici, parte dalla propria testa; anche se non spiega la ragione che ha portato a preferire quest'ultimo, cioè il metodo scolastico. Nella Chiesa non c'è stato, anche, uno sviluppo della teologia sacramentale eucaristica? Di qui la sua valutazione negativa del fare teologia a scuola, dimenticando che, anche nel giudaismo, il servizio liturgico dei sacerdoti era affiancato dall'insegnamento dei rabbi. Se il maestro medievale poteva insegnare ciò che aveva speculato nella sua cella, era perché prima aveva adorato il sacramento: san Tommaso e san Bonaventura non hanno insegnato ciò che avevano adorato in ginocchio? Si può 'studiare' Cristo pregando, e pregarlo studiando. Quella che Giraudo chiama lettura 'statica' dei padri e che oppone a quella 'dinamica' – cosa cambiano questi termini nel dogma eucaristico? – non era che il tentativo di verificare la rispondenza della fede alle esigenze della ragione. Dunque, sull'inizio della presenza Ambrogio ricorda: “Lo stesso Signore Gesù proclama: 'Questo è il mio corpo'. Prima della benedizione delle parole celesti la parola indica un particolare elemento. Dopo la consacrazione ormai designa il corpo e il sangue di Cristo. Egli stesso lo chiama suo sangue. Prima della consacrazione lo si chiama con altro nome. Dopo la consacrazione è detto sangue. E tu dici: 'Amen', cioè, 'E' così'”.(sant'Ambrogio, Sui misteri, n 54; SC 25 bis, 188). Per questo, a richiamare l'inizio del farsi presente di Gesù Cristo, è lodevole suonare il campanello, come esplicitamente previsto nell'ordinamento generale del messale romano: “Poco prima della consacrazione, il ministro, se è opportuno, avverte i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice, secondo le consuetudini locali. Se si usa l’incenso, quando, dopo la consacrazione, si mostrano al popolo l’ostia e il calice, il ministro li incensa”(OGRM n 150). Malgrado il divieto di liturgisti modernisti, così si fa in molte parti del mondo come nelle liturgie papali, con gioia di ministri e fedeli. Dunque, dalla storia della liturgia e del dogma eucaristico si apprende che la forma o rito della messa non è il convito: «Eucaristia significa sia il dono della communio in cui il Signore diventa cibo per noi, sia il sacrificio di Gesù Cristo che ha pronunciato il suo sì trinitario al Padre nel sì della croce ed ha riconciliato tutti noi con il Padre in questo “sacrificio”. Tra pasto e sacrificio non si dà contrasto alcuno; nel nuovo sacrificio del Signore essi si intrecciano inscindibilmente».[1] Nelle due forme della messa bizantina, la “divina liturgia di San Giovanni Crisostomo” e quella “di San Basilio”, il concetto di cena o di banchetto è chiaramente subordinato a quello di sacrificio, proprio come nel nostro canone romano. Di denominazioni della messa ve ne sono, basta consultare il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma non si può dire che quella di cena e di memoriale sia primaria rispetto a quella di sacrificio, ripresentazione incruenta del sacrificio del Golgota. Il fatto che l’eucaristia sia il sacrificio del Verbo, la parola di Dio fatta carne – in greco Logos, che significa parola e anche “ragione” – ne fa l’offerta razionale (oblatio rationabilis), il culto logico (logikè latria). Davvero, l’eucaristia è l’ingresso della Chiesa nel “culto razionale”. [1] J.RATZINGER, Davanti al Protagonista,o.c., p 110.
  9. DOMANDA Qual è il significato di EUCARESTIA che in sé stesso e per la nostra vita? Partiamo dal fatto che la stessa Eucaristia è stata chiamata in modi diversi: cena del Signore, la “fractio Panis” (più antica); questo ci dice che è importante quel gesto della frazione del pane. Una cosa che la teologia ha consolidato è che è il “Memoriale della Pasqua”. Nella storia alcuni hanno privilegiato: Cena del Signore da cui è derivato un “Banchetto”; prima di essere un Banchetto però, la Cena è quanto descritto nella 1° LETTERA di S.Paolo Corinzi e CENA del SIGNORE: versetti 23-26 S.Paolo Corinzi. RISPOSTA: Come definire questo sacramento Cristo ha istituito questo sacramento per rendere presente la sua passione e morte, il suo sacrificio sugli altari. Infatti egli dice: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”(Gv 6,51). Lo ha fatto per rimanere con gli uomini tutto il tempo della loro vita: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”,(Mt 28,20).Lo ha fatto per farsi cibo e bevanda dell'anima, dicendo: “Io sono il pane della vita,chi viene a me non avrà più fame”(Gv 6,35). Lo ha fatto, per visitare l'uomo nel momento della morte e per portarlo in Paradiso. Infatti ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. (Gv 6,54). L'istituzione dell’eucaristia da parte di Gesù, avviene nel contesto della cena pasquale e, soprattutto, sulla croce. Qui si propone una prima questione, che riguarda le caratteristiche del sacramento eucaristico: è una cena o un sacrificio? Così risponde il Catechismo: “La Messa è ad un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della Comunione al corpo e al sangue del Signore”. Non è solo un accostamento, poiché vi è un nesso intimo tra cena e sacrificio. Infatti: “La celebrazione del sacrificio eucaristico è totalmente orientata all'unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi”(CCC 1382). Certo, il termine memoriale può essere inteso come ricordo di un fatto passato. Non è così, grazie allo Spirito Santo che ci ricorda ogni cosa (cfr Gv 14,26); l'eucaristia fatta dalla Chiesa rende presente e attuale la pasqua di Cristo e il suo sacrificio offerto una volta per tutte (cfr CCC 1364). Rende presente anche la risurrezione? Col battesimo e soprattutto con l'eucaristia, il cristiano soffre e muore con Cristo, mentre della risurrezione riceve il germe che si svilupperà in pienezza alla fine dei tempi, secondo la parola del Signore: “io lo risusciterò nell'ultimo giorno”(Gv 6,40).Ma finché siamo “nella carne”, noi partecipiamo alla sua passione e attendiamo, nella fede e nella speranza, il giorno della glorificazione. Inoltre, si tratta di sacro banchetto, o convito, nel quale si riceve Gesù Cristo, si fa memoria della sua passione, il cuore si riempie di grazia: viene dato l'anticipo della gloria futura. Sacro significa che c'è la sua presenza divina e quindi bisogna avvicinarsi con quel timore di Dio, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Il sacrificio sacramentale è definito eucaristia, termine greco che vuol dire azione di grazie o benedizione, memoriale e presenza di lui, operata dalla potenza della sua parola e dallo Spirito Santo; il tutto culmina nella comunione. E' festa in senso spirituale, non mondano: non vive di trovate accattivanti, non deve esprimere l’attualità effimera, non è un intrattenimento che deve aver successo, ma ravvivare la coscienza che il mistero è presente tra noi. E' festa della fede, in cui deporre, come dice la liturgia bizantina, ogni mondana attitudine, perché “misticamente rappresentiamo i cherubini”(tropario d'offertorio). Ora, è in voga nei canti, nelle preghiere e nei formulari per l'adorazione eucaristica questa espressione: 'Gesù Cristo è presente nel pane consacrato'. Anche Lutero sosteneva che Cristo fosse nel pane. Con linguaggio approssimativo, e carente di dottrina, si aggiunge: ma è un mistero. Cristo non ha detto di essere presente nel pane e neppure: “questo pane è il mio corpo”, ma: questo è il mio corpo”, questo indica il passaggio dal pane, che ha preso nelle mani, al corpo, perché in quel momento viene consacrato, cioè la sostanza del pane si converte - come dice il concilio di Trento - nella sostanza del corpo. Sotto – in senso ontologico e non spaziale – le apparenze o aspetto(species) del pane (oggi si direbbe fenomeno) sta il corpo di Cristo. Non è più pane, ma Cristo. Le specie sulle quali è stato fatto il 'rendimento di grazie', dal greco …, sono diventate eucaristiche. Perciò si deve parlare della 'presenza di Cristo sotto le specie eucaristiche'. L'espressione 'pane consacrato' va pure spiegata. Anche quando Gesù e, successivamente, Paolo usano espressioni, come: “Chi mangia questo pane”(Gv 6,51) e “il pane che noi spezziamo”(1 Cor 10,16), esse vanno intese in senso metaforico; comunque, quando Gesù afferma di essere “Pane di vita”(Gv 6,26-71) intende parlare della sua persona e della sua vita: il suo corpo e il suo sangue, nel linguaggio concreto semitico. Difficile? Ecco la necessità della catechesi, anche mediante i canti? Gesù ha istituito questo sacramento quando ha preso il pane, dicendo: “questo è il mio corpo offerto in sacrificio...” e, poi, il calice del vino, dicendo: “questo è il calice del mio sangue, versato...” e ordinando: “fate questo in mia memoria”. Il punto è che le parole consacratorie dichiarano il fine: il corpo è offerto in sacrificio per noi e il sangue è versato per la remissione dei peccati. Perciò, in relazione alla passione di Cristo, in cui il sangue era separato dal corpo, il concilio di Trento definisce la santa messa “vero e proprio sacrificio” di Gesù Cristo. Egli si rende presente sull'altare – alta-res, luogo alto per il sacrificio – in obbedienza alle parole consacratorie del sacerdote, e, a causa della separazione del corpo dal sangue, è nella condizione di vittima immolata (immolatitius modus: cfr Enciclica Mediator Dei Pio XII, n 70). Per questo, l'altare è anche mensa dell'Agnello immolato (cfr Apocalisse 5,6), per ricevere il pane, separatamente, come sacramento del corpo e il vino come sacramento del sangue (cfr san Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae III q 74 a.1 sc). Dunque, quale corpo di Cristo è presente nel sacramento? Quello assunto da Maria nell'incarnazione e trasfigurato con la risurrezione e con l’ascensione: qualcuno direbbe che è meglio non dire 'carne di Cristo', ma corpo spirituale o glorioso; però, il Catechismo dice: “La Comunione alla Carne del Cristo risorto, 'vivificata dallo Spirito Santo e vivificante', conserva, accresce e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo”(1392). Sant'Ambrogio osserva: “Noi costatiamo che la grazia ha maggiore efficacia della natura...La parola di Cristo...che ha potuto creare dal nulla quello che non esisteva, non può cambiare le cose che sono in ciò che esse non erano? Infatti non è meno difficile dare alle cose un'esistenza che cambiarle in altre ...Forse che fu seguito il corso ordinario della natura quando Gesù Signore nacque da Maria?...Ebbene quello che noi ripresentiamo è il corpo nato dalla Vergine...E' dunque veramente il sacramento della sua carne”(sant'Ambrogio, Sui misteri, nn 52-53; SC 25 bis, 186-187).
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