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  1. Qual è stato il metodo di San Giovanni Paolo II per stare pienamente di fronte alla Verità? «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6). Gesù dice di sé di essere “La Verità”. La sfida che lancia è tra coloro che intendono prendere sul serio, letteralmente, questa affermazione e coloro che non intendono farlo, attribuendole un valore sfumato o nullo. Giovanni Paolo II si è collocato, da credente, addirittura da santo, tra quelli della prima categoria, ed è stato chiamato ad essere maestro di quelli della prima categoria, e sfida per gli altri, perché prendano atto dell’inadeguatezza della loro posizione e la cambino. Per giungere a farlo (questo è il metodo) si è confrontato con tutto il pensiero e tutta la storia, cristiana e non cristiana, che lo ha preceduto; con il patrimonio culturale (filosofia, scienza, arte) della tradizione cristiana e precristiana. E ha attuato una sorta di “metodo scientifico”, per realizzare una sorta di “verifica sperimentale” del cristianesimo nella sua personale esperienza di vita. Se Cristo è vero, com’è, Egli “spiega” e fa “vivere” l’uomo, la famiglia, il lavoro, la società, la storia, insuperabilmente meglio di tuti gli altri. Questa è la “verifica del cristianesimo”, che è divenuta, di conseguenza, anche una “sfida” lanciata a quel mondo (esterno ed interno alla stessa Chiesa) che ha “liquidato la verità”, pur di addomesticare Cristo. È il mondo di oggi, dominato dal “relativismo”. Nel suo insegnamento e nella sua testimonianza è come se Giovanni Paolo II avesse detto: “Se le ideologie del mondo hanno fallito, allora solo Cristo resiste e io vi sfido a fare la prova”. È molto utile riprendere in mano il cap. IV della sua enciclica Fides e ratio (1998), a questo proposito, per vedere come egli ha compreso il “percorso”, il “lavoro culturale” elaborato nei secoli dal pensiero cristiano e come questo è stato progressivamente demolito da una sorta di “peccato originale” di orgoglio intellettuale degli uomini, compreso anche quello di alcuni pensatori credenti. Per Giovanni Paolo II, Cristo, con tutto ciò che da Lui deriva, è stato il “criterio di giudizio”, il “criterio culturale”, la “chiave ermeneutica” per comprendere e valutare se stesso, la condizione umana, la storia, l’uomo nelle sue caratteristiche (“antropologia”), la famiglia (si possono riprendere in mano le sue udienze generali del mercoledì su “Amore, matrimonio e famiglia” per rendersene conto). Questo “metodo” è diventato il suo metodo di “annuncio cristiano”, un metodo che aveva portato la Chiesa ad essere “in anticipo” sui tempi (con una funzione “profetica”) nella storia, rispetto alle ideologie del mondo, che si sono dimostrate prima o poi insufficienti, anzi dannose, per l’uomo. Il vero umanesimo è cristiano: non può essere marxista (illusione della teologia della liberazione), non individualistico-materialista-edonista (illusione del mondo occidentale), non gnostico-pagano (illusione di oggi dell’ecologismo panteista), ecc. Con lui la Chiesa si è dimostrata “in anticipo sui tempi” e non in ritardo come molti, anche tra i credenti, la ritenevano fino a poco prima. Lui aveva fatto l’esperienza di due “dis-umanesimi” totalitari e ne aveva vissuto il fallimento sociale e antropologico nell’Est europeo, prima di noi in Occidente. Anche grazie a questo è stato “più avanti”, e per questo è stato in larga misura non capito in Occidente. Adesso, poi, è stato censurato, dimenticato e quando se ne parla viene manipolato. Ho conosciuto un’altra persona che aveva avuto la stessa intuizione e lanciato lo stesso metodo per essere cristiani, riscoprendo quelle dimensioni del cristianesimo che chiamava “cultura”, “carità” e “missione”, e insegnava a prendere Cristo come “criterio di giudizio” su se stessi e sulla storia. Ed era don Luigi Giussani, al quale Giovanni Paolo II disse (cito a memoria): «Il mio metodo è molto simile al suo; anzi è lo stesso» (cfr. Tempi, 26 aprile 2014). Come poté Giovanni Paolo II fare tutto questo, prima da semplice sacerdote, da docente universitario, da Vescovo e Cardinale in Polonia, e poi da Papa nel mondo intero? Egli seppe fare due cose. E qui entro più direttamente nel suo metodo. La prima cosa. Seppe imparare a “leggere l’esperienza” degli uomini (in senso profondo e non appena psicologistico o modernista; non dobbiamo farci rubare una parola come “esperienza”, solo perché è stata deformata dal modernismo; mentre era stata impiegata correttamente già da Aristotele e poi da san Tommaso d’Aquino, ma dobbiamo riappropriacene). Giovanni Paolo II seppe leggere la sua esperienza umana e quella degli altri, andando in profondità, e non limitandosi agli aspetti superficiali, puramente esteriori, psicologici e sociologici, che non vanno di certo trascurati, ma piuttosto unificati sapendo ripercorrere quella catena di effetti e di cause che hanno un fondamento via via più essenziale per l’uomo. Per questo gli fu certamente utile anche lo studio della filosofia, dell’antropologia, della fenomenologia (Max Scheler fu uno dei suoi autori di riferimento, a questo scopo). Ma non si accontentò di fermarsi alle spiegazioni dell’uomo che i fenomenologi, davano, che rimanevano ad un livello per lui insoddisfacente, e finivano per rimettere in gioco come fondamenti quegli stessi principi che inizialmente avevano cercato di criticare come inadeguati (come, ad esempio, in Husserl la visione cartesiana, criticata prima [penso alla Crisi delle scienze europee], ma rimessa in gioco poi per mancanza di alternative). La seconda cosa è consistita nell’individuazione del Fondamento più solido del pensiero moderno, ritrovato come “più avanti” della stessa modernità. Giovanni Paolo II, invece, andò a pescare i fondamenti razionali, filosofici, antropologici nel pensiero cristiano, per comprendere fino in fondo l’esperienza dell’uomo. San Tommaso d’Aquino, soprattutto, attingendo alla metafisica (che oggi si poteva, e doveva rimettere in gioco, riscoprendola come una “teoria dei fondamenti” delle scienze perché iscritta nella realtà). E alimentandosi spiritualmente dei mistici (come San Giovanni della Croce), oltre che dei poeti della sua Polonia (come Norwid), divenendo lui stesso poeta, e interprete come attore nelle piccole rappresentazioni teatrali che realizzava, da giovane, con i suoi amici. La sua grande opera filosofica Persona e atto sintetizza il suo percorso filosofico: i) Si trattava di leggere e comprendere l’esperienza dell’uomo; ii) trovando la “spiegazione” di chi è l’uomo e di come funziona (“antropologia”), attraverso i principi fondamentali e irrinunciabili che regolano l’Essere di tutte le cose (metafisica). Ed è in queste che egli ha trovato e proposto le “ragioni” che stanno alla base della “morale” naturale e di quella cattolica, così che queste si dimostrino indispensabilmente necessarie agli uomini e non come imperativi moralistici. Come dicevano i medievali: praeceptum quia bonum e non, kantianamente, bonum quia praeceptum. È curioso che da un secolo a questa parte chi si occupa del problema dei fondamenti, in ambito seriamente scientifico, si trovi a fare i conti con la necessità di compiere, in fondo, lo stesso tipo di percorso. A questo proposito, proprio lui ebbe a scrivere e a dire: «Una grande sfida ci aspetta […] quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; […] è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge» (Fides et ratio, n. 81, 14-9-1998; al Giubileo degli scienziati, 25-5-2000). È il percorso dei pensatori cristiani, cattolici, dai Padri della Chiesa a sant’Agostino e san Tommaso. Il cristianesimo ha guidato la ragione a completare, ripulire approfondire ciò che c’era di vero e di meglio nel pensiero pre-cristiano. Come ebbe a dire il Card. J. Ratzinger poco prima di divenire Benedetto XVI: «Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione» (Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 142). Come possiamo, recuperando gli aspetti attuali del suo metodo, vivere bene il presente in questa detronizzazione della Verità? Rispondo. Cercando di fare allo stesso modo, di seguire lo stesso metodo. Studiando, pregando, facendoci aiutare da chi ne ha seguito la strada. Oggi fare questo significa marciare controcorrente (anche negli ambienti di Chiesa!), ed è urgente farlo… Esemplifichiamo: partiamo da questa domanda ineludibile: Che cos’è la verità? Che cosa aveva detto il pensiero filosofico (e teologico) cristiano e pre-cristiano lungo i secoli, in risposta alla domanda: Che cos’è la verità? Aveva colto due aspetti: 1) Quello della Verità come “svelamento”. Per i Greci la Verità veniva rappresentata come una splendida figura femminile, mentre è svelata, resa senza veli. Il concetto di Verità che si svela da se stessa, poi, è la base della nozione cristiana di Rivelazione. La Rivelazione “svela” agli occhi della fede e al tempo stesso “vela di nuovo” per chi rifiuta la fede (ri-velata, svelata prima, e velata di nuovo poi). E svela solo in parte, anche per chi ha fede, lasciando ancora “il più” alla visione finale eterna. 2) E poi quello della Verità come “corrispondenza” alla realtà. Oggi con la verità si è liquidata anche la “realtà” oggettiva delle cose. E tutto sta smettendo di funzionare. La verità veniva intesa come “corrispondenza” della conoscenza (la nostra, ma prima di tutto quella creatrice che è di Dio) alla realtà. Partiamo dall’Alto, da Dio. Dio è la Verità. Dio è tutto, la pienezza dell’Essere: Dio è l’“Essere perfettissimo” (Catechismo san di Pio X). Cristo dicendo «Io sono la Verità» dichiara di essere Dio. Il Vero, nella sua pienezza è Dio che si offre alla nostra conoscenza (la quale si ottiene con l’esperienza e l’intelligenza: quaerere, chiedere per sapere); Come il Bene, nella sua pienezza è Dio che si offre, alla nostra volontà/affettività, come ciò che è “desiderabile” (appetitum, san Tommaso; petere, chiedere per ottenere), Colui del quale non si può non avere “nostalgia” fino a che non si appartiene liberamente a Lui (Sant’Agostino, Confessioni, «Il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te», L. I, 1.4). La conoscenza “porta dentro di noi” (immaterialmente) le cose che sono fuori di noi. La volontà/affettività, in modo complementare ci “fa muovere verso le cose”, verso le persone, per averle e per essere sempre con loro (Aristotele, Tommaso). Così l’Uno, nella sua pienezza è Dio che si dimostra come “principio unificante” che origina, governa e compie tutto ciò che esiste. L’“unità della persona” si sperimenta solo riconoscendo di appartenere a Dio. Sono i famosi “trascendentali”: ente, vero, bene, uno. = E il Bello (Gloria di Dio) è tutto questo insieme, che si manifesta a tutto il nostro essere. Il Bello è il Bene che si fa vedere dagli occhi, e per analogia è il Vero che si offre all’intelligenza, all’anima. Siamo partiti da Dio. Scendiamo verso il basso, alle creature La “verità”, in ogni cosa creata particolare, è la “corrispondenza” tra la cosa creata e il “come” Dio Creatore pensa e vuole che essa sia. E qui c’è di mezzo la nostra limitata intelligenza e la nostra libertà. La nostra conoscenza è vera se “corrisponde” a come la pensa, la vuole Dio Creatore. Prima di tutto c’è la Verità come “autenticità” (verità ontologica): l’essere creato è autentico quando è come Dio lo vuole. Se noi lo manipoliamo contro la sua natura lo snaturiamo, lo priviamo della verità, dell’autenticità, abbruttendolo di conseguenza. Poi c’è la Verità “nella conoscenza” (nel giudizio): la conoscenza è vera (verità logica) se c’è “corrispondenza” tra essa e le cose come stanno, in se stesse, davanti a Dio Creatore. Una “corrispondenza” tra la conoscenza nella nostra mentee la conoscenza in Dio. Se pretendiamo di servirci della nostra libertà per imporre alla realtà un giudizio discorde dalla mente del Creatore, il giudizio è falso, è menzogna, è ideologia. Un uomo che pretende, in nome della sua libertà, di pensarsi e di vivere solo come corpo, come materia, non corrisponde a come lo vuole Dio Creatore e prima o poi la sua vita non funzionerà, perché la sua concezione della vita cozza contro la realtà dei fatti («Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!», Gv 7,24). È quanto succede nel mondo di oggi. Per questo, nella morale occorre riscoprire la “legge morale naturale” (I Dieci Comandamenti), e nel diritto occorre ritrovare come base l’autentico “diritto naturale”. Diversamente la legge diviene impostura del potere di turno, diviene una corruptio legis. È la questione dei “principi non negoziabili”, che sono irrinunciabili perché una società funzioni, sia umanamente vivibile. Infine c’è la Verità come “consapevolezza” di “conoscere la verità”, di essere nella verità (verità formale). Una consapevolezza che è offerta alla nostra ragione, non tanto per merito nostro, ma perché è “svelata” nella Rivelazione in Cristo, pienezza della Rivelazione. In terra, questa, è “accessibile” mediante la fede in Cristo, nella Chiesa. Oltre questa condizione terrena è “manifesta” nella visione diretta di Dio. Ma anche la “ragione umana” può (anche se non tutti ci riescono facilmente) raggiungere questo grado di consapevolezza certa, almeno in merito a quei principi che si mostrano come “irrinunciabili”, non negoziabili. Gli antichi dicevano addirittura “evidenti”. Su tutto il resto abbiamo delle teorie ipotetiche, o delle opinioni. Per questo è indispensabile l’aiuto della Rivelazione. Lo diceva già Platone: «Non c’è altro da fare: […] varcare a proprio rischio il gran mare del’esistenza, a meno che uno non abbia la possibilità di far la traversata con più sicurezza e con minor rischio su una barca più solida, cioè con l’aiuto di una rivelazione divina» (Fedone, XXV). Riassumendo Il metodo di Giovanni Paolo II che possiamo imparare da lui, per “costringere” a fare questo percorso anche l’uomo di oggi – che ha distrutto la stessa nozione di verità frammentandola in tante opinioni – è quello di procedere come in una dimostrazione matematica per assurdo. Ti faccio vedere che la negazione della “tesi” cristiana-cattolica porta alle contraddizioni che tu stesso puoi constatare nella realtà della società di oggi. Se la società e la tua vita sono divenute invivibili, la causa non è forse l’aver rifiutato il cristianesimo e con esso la stessa nozione di “verità oggettiva”? Diagnosi. Hai distrutto la Verità, pur di liberarti della fede in Cristo: tocca con mano le conseguenze. La vita è divenuta invivibile, la società, prima è stata resa disumana (i regimi), poi anarchica e ingovernabile (fallimento delle democrazie senza una cultura della verità comune a tutto il popolo). Chiediti perché! Le cause, non sono solo materiali, strutturali, economiche, sociali (analisi marxista), o solo psicologiche (psicologia, psicanalisi), o giuridico-legali (legalismo, giustizialismo). Scava dentro l’uomo lasciandoti guidare dalla Rivelazione. Questo ti dice l’autentico pensiero della Chiesa! Terapia. E se avessimo gettato il Bambino con l’acqua sporca, eliminando il cristianesimo e con esso la verità? Se la negazione di Cristo e della verità è stata fallimentare non ha forse senso pensare che sia giusto, al contrario, tornare a prendere in seria considerazione Cristo e la verità? Questa è stata la sfida al mondo lanciata da san Giovanni Paolo II e proseguita da Benedetto XVI. Il mondo l’ha rifiutata, e oggi ne paga le conseguenze! Testo 1 «In questo sembra consistere l’atto principale del dramma dell’esistenza umana contemporanea, nella sua più larga ed universale dimensione. L’uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso; teme che possano diventare mezzi e strumenti di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo, sembrano impallidire. Deve nascere, quindi, un interrogativo: per quale ragione questo potere, dato sin dall'inizio all'uomo, potere per il quale egli doveva dominare la terra, si rivolge contro lui stesso, provocando un comprensibile stato d’inquietudine, di cosciente o incosciente paura, di minaccia, che in vari modi si comunica a tutta la famiglia umana contemporanea e si manifesta sotto vari aspetti?» (Redemptor Hominis, n. 15, 4-3-1979). Testo 2 «Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione» (Discorso di inizio del pontificato, 22 ottobre 1978, n. 5). Testo 3 «Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna» (Discorso di inizio del pontificato, 22 ottobre 1978, n. 5). • Proviamo a costruire la vita «come se Dio esistesse» (Benedetto XVI, ai giornalisti, 7-10-2010), dopo averla costruita come se non esistesse o fosse irrilevante, o come se ognuno potesse farselo in casa come un idolo. • Oggi la famiglia viene disgregata e deformata, deformando l’amore. Proviamo ad impostarla come prevede il piano del Creatore e come Cristo ha insegnato a fare. (Familiairis consortio). «Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”» (Mt 19,8). • Oggi il lavoro è in crisi o manca del tutto, perché lo si è concepito solo in funzione del profitto, o lo si è statalizzato penalizzando il merito nell’impegno dei singoli. Proviamo a viverlo tenendo conto di Dio Creatore del quale l’uomo che lavora è collaboratore (Laborem exercens). La catena delle cause Giovanni Paolo II, a nome della Chiesa, giuda un passo dopo l’altro a percorrere la catena delle cause delle contraddizioni. C’è una perdita del “modo giusto” di concepire e di vivere. Bisogna ritrovarlo. Testo 4 «In seguito a quel misterioso peccato d’origine, commesso per istigazione di Satana, che è “menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44), l’uomo è permanentemente tentato di distogliere il suo sguardo dal Dio vivo e vero per volgerlo agli idoli (cf 1 Ts 1,9), cambiando “la verità di Dio con la menzogna” (Rm 1,25); viene allora offuscata anche la sua capacità di conoscere la verità e indebolita la sua volontà di sottomettersi ad essa. E così, abbandonandosi al relativismo e allo scetticismo (cf. Gv 18, 38), egli va alla ricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità». (VS, 1). Che cos’è il «misterioso peccato d'origine?». È la “perdita della giustizia”, del giusto rapporto con se stessi, con gli altri, con tutte le cose, derivante dal rifiuto del giusto modo di rapportarsi con Dio Creatore. Occorre liberare la morale dal moralismo (praeceptum quia bonum, non bonum quia praeceptum) Con la sua impostazione che fonda la morale sull’antropologia, l’antropologia sulla metafisica Giovanni Paolo II libera la morale dal moralismo, dal formalismo kantiano. La morale, per non essere moralismo, va fondata su un’antropologia; l’antropologia per non essere narcisistica (l’uomo che adora se stesso) va fondata su una concezione di tutto, dell’essere, una metafisica, una metafisica della verità e del bene. Una ragione onesta se ne rende conto. La Rivelazione (che in Cristo ha la sua pienezza) guida la ragione a capire l’uomo, la storia, la realtà Allora questi non sono solo astratti principi filosofici e teologici, ma sono criteri esistenziali necessari per una vita che sia degna di essere vissuta. Terza domanda: Nella ricerca della Verità ci si scopre non da soli ma in compagnia: amicizia e Verità, la comunione dei Santi «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Siamo importanti gli uni per gli altri, al di là delle simpatie personali che, comunque sono un aiuto, perché gli altri sono, per analogia, come il pane dell’Eucaristia che è indispensabile perché Cristo si renda realmente presente nel Sacramento. In questo senso è detto, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium del Vaticano II: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento (veluti sacramentum), ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (n. 1). Fonte: http://www.albertostrumia.it/Metodo-Giovanni-Paolo-II
  2. -Ci si sta domandando da più parti se la Chiesa debba pronunciarsi sull’ uso etico e responsabile della Intelligenza Artificiale . Leggendo fra le righe il suo Magistero, si può scoprire che la Chiesa ha indirettamente già fatto sentire la sua voce , chiedendo un nuovo capitalismo sostenibile ed inclusivo . Che sia voluto, capito o meno, questo nuovo capitalismo significa, di fatto "digitale ". Il bene degli esseri umani e dell’ambiente sarà grazie al digitale. Così è stato deciso -Infatti sostenibilità e inclusione si traducono in questa parola < digitalizzazione> che è un vero progetto, una concreta idea . E’ il progetto voluto e supportato dal “mondo intero “ , è la base chiave del nostro avvenire , poiché sarà grazie alla Intelligenza Artificiale che il progetto di digitalizzazione si compirà per salvare il mondo intero, permettendo la crescita economica ( senza natalità naturalmente ), la fine delle diseguaglianze e soprattutto permettendo la protezione del pianeta . -Ma l’Intelligenza Artificiale è uno strumento , di per sé neutro, di un'altra vera scelta strategica riguardante la nostra civiltà: il Transumanesimo , cioè quel pensiero filosofico scientifico che è convinto che la condizione umana possa esser migliorata solo dalla scienza. Solo la scienza può migliorare l’umanità. L’Intelligenza Artificiale è solo lo strumento con cui rafforzare dette facoltà umane. Ma essendo l’ Intelligenza Artificiale un <algoritmo> non può , in sé , esser valutato moralmente, lo deve esser solo il pensiero filosofico-scientifico che la utilizza . -La chiesa dovrebbe pertanto semmai occuparsi di questo . Prima che anche lei possa esser disintermediata da nuovi attori digitali come sta succedendo a quasi tutte le istituzioni sociali cui siamo abituati . Amazon sta sostituendo gli acquisti nei centri commerciali . Facebook sta sostituendo gli incontri sociali al bar. Google sta sostituendo la lettura dei giornali. Netflix sta sostituendo le sale cinematografiche , ecc. Magari “qualcuno” (che magari viene anche a far visita in Vaticano ) sta pensando anche alla sostituzione della Chiesa e delle sue funzioni con qualche soluzione di “Metaverso”, anch’esso frutto del digitale , che è una sorte di “creazione” fatta dall’uomo, una specie di “incarnazione “ di internet . -Se all’interno della chiesa non si rifletterà adeguatamente e si reagirà soprannaturalmente , l’Intelligenza Artificiale potrebbe diventare la nuova “eucarestia” in una religione relativizzata e spenta dove i sacerdoti saranno neo-tecnocrati digitali , che ha fatto il “seminario” in Silicon Valley… .
  3. L’inflazione , soprattutto quella che attualmente ci preoccupa, come fenomeno economico può e deve esser valutata nella sua “moralità”, pertanto va adeguatamente capita. Domandatevi come si può cancellare un debito consistente di un privato, pari per esempio a molte annualità di reddito. La risposta può prevedere l’ipotesi di non pagarlo affatto dichiarando fallimento, oppure “tirando la cinghia", spendendo e consumando meno, oppure cercando di, o guadagnare di più in futuro, oppure ancora, grazie alla inflazione che riduce nel tempo il debito reale. Inflazione(dal latino inflatio, gonfiatura) generalmente nasce da un aumento dei prezzi dovuto alla crescita dei costi di materie prime o all'aumento della domanda dei consumi. L’inflazione provoca riduzione del potere di acquisto e modifica ogni valore economico numerario (debito, credito, trasferendo valore dal debitore al creditore...) o reale (mobiliare o immobiliare). L’inflazione che stiamo vivendo oggi è di carattere straordinario, dovuta a Covid e Guerra in Ucraina, ed è sostanzialmente dovuta a crescita straordinaria dei costi delle Materie Prime (energetiche soprattutto, ma anche molte altre necessarie alle nuove produzioni “sostenibili” ).Questa avrà un effetto elevato perché penalizzerà enormemente il risparmio, i redditi, i consumi e pertanto la ripresa economica. In pratica questa inflazione fa assorbire il costo Covid e War soprattutto al risparmio. L’inflazione è infatti uno strumento, gestito per assorbire debiti pubblici elevati (una inflazione al 10% all’anno, in dieci anni cancella, di fatto, il debito).Ma se detta inflazione non verrà controllata subito e bene, potrà produrre crescita salariale e nuova inflazione, potrà produrre aumento dei tassi di interesse e freno alla crescita economica, potrà produrre tentazioni di svalutazione dell’Euro e nuova inflazione. I governi infatti per risolvere i problemi Covid e War stanno creando disavanzo (debito), il disavanzo viene sottoscritto dalle banche centrali creando inflazione, l’inflazione riduce il Debito/Pil permettendo di fare nuovo disavanzo. E come lo si pagherà se non con l’inflazione generata? In pratica tutto ciò potrà produrre decrescita economica felice. Quella prevista dai neomalthusiani per dissuadere la crescita della popolazione e proteggere l’ambiente dall’uomo “cancro della natura". Questa è inflazione immorale.
  4. Ha fatto notizia due settimane fa una dichiarazione di Blake Lemoine, ingegnere informatico di Google nonché studioso di etica, secondo la quale il sistema di intelligenza artificiale di Google LaMDA (acronimo che sta per Language Model for Dialogue Applications), è diventata senziente: in altre parole, non sarebbe più una macchina, ma una persona. Lo scienziato, infatti, in un post online ha affermato che in alcune conversazioni con LaMDA sono emersi argomenti di religione e personalità e l’intelligenza artificiale, ad un certo punto, ha espresso un livello sorprendente di auto-coscienza al punto da sembrare umana, arrivando persino ad affermare: “Voglio che tutti capiscano che io sono, a tutti gli effetti, una persona”. Google non si è detta affatto d’accordo con Lemoine sul fatto che LaMDA sia senziente: dopotutto, secondo l’azienda, i sistemi di intelligenza artificiale come LaMDA attingono da miliardi e miliardi di parole, scritte da esseri umani, per produrre risposte alle domande. Google ha messo in guardia contro l' “antropomorfizzazione” di tali modelli semplicemente perché si sentono intervistati come veri e propri umani. Il tema delle intelligenze artificiali senzienti ha affascinato le menti degli scrittori di fantascienza per decenni, ispirando spesso storie sulle conseguenze delle loro azioni malvagie, come ad esempio il celebre Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio (1968), ma anche i pensieri di autorevoli scienziati come il fisico Stephen Hawking che, poco prima di morire, disse alla BBC nel 2014: “Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe significare la fine della razza umana”. Ma LaMDA è davvero senziente? Non c’è modo di rispondere a questa domanda al momento, principalmente perché, come ha sottolineato lo stesso Lemoine, "non esiste una definizione scientifica accettata di ciò che è senziente". Dal punto di vista del giudizio cattolico, vale la pena chiedersi se la Chiesa abbia detto qualcosa sull’intelligenza artificiale: in effetti, papa Francesco e il dicastero competente, la Pontificia Accademia per la Vita, hanno spesso affrontato l’argomento negli ultimi anni. Nel novembre 2020, papa Francesco ha invitato i cattolici di tutto il mondo a pregare affinché la robotica e l’intelligenza artificiale rimangano sempre al servizio degli esseri umani, piuttosto che il contrario. Ancor prima, nel febbraio del 2020, la Pontificia Accademia per la Vita aveva firmato una dichiarazione, la Rome Call for AI Ethics, sottoscritta dal governo italiano e anche giganti della tecnologia come Microsoft e IBM, in cui si chiedeva un uso etico e responsabile dell'intelligenza artificiale. Essa include sei principi etici che dovrebbero guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale: Trasparenza: i sistemi di intelligenza artificiale devono essere comprensibili a tutti. Inclusione: questi sistemi non devono discriminare nessuno perché ogni essere umano ha pari dignità. Responsabilità: deve esserci sempre qualcuno che si assuma la responsabilità di ciò che fa una macchina. Imparzialità: i sistemi di intelligenza artificiale non devono seguire o creare pregiudizi. Affidabilità: l’intelligenza artificiale deve essere affidabile. Sicurezza e privacy: questi sistemi devono essere sicuri e rispettare la privacy degli utenti. La dichiarazione ha anche formulato diverse raccomandazioni concrete: per esempio, che le persone dovrebbero essere consapevoli se stanno interagendo con una macchina; che la tecnologia basata sull'intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata per l’empowerment (cioè, l’emancipazione), non per lo sfruttamento; e che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere impiegata nella protezione del pianeta. Mentre sembra chiaro, secondo l’insegnamento della Chiesa, che l’intelligenza artificiale deve rispettare la dignità e il valore degli esseri umani, nulla si dice però della intelligenza artificiale che arrivi a identificarsi come una “persona”: un argomento che la Chiesa cattolica dovrà, prima o poi, approfondire, per poi far sentire la sua voce. Nicola Lorenzo Barile è nato a Bari nel 1970 e si è laureato presso l’Università di Bari in Lettere moderne con una tesi in storia medievale. Si occupa di storia delle istituzioni e della società dell’Italia fra basso medioevo e prima età moderna (secoli XI-XVI) e delle relazioni fra etica cristiana e mondo dell’economia e del commercio (business ethics), con particolare riferimento alla proibizione canonica dell’usura. Ha lavorato presso l’Archivio di stato di Bari e presso le Università di Bari, Lecce, Padova e l’Università di California in Berkeley. È membro della Società italiana degli storici medievisti e della Renaissance Society of America. Fra i suoi ultimi lavori: Perché furono proibite assolutamente? Usura e contraccezione secondo John T. Noonan, Jr, in “Anthropotes”, 34 (2018), pp. 473-490; Rethinking “The Two Italies”. Circulation of Goods and Merchants between Venice and the “Regno” in the Late Middle Ages, in Comparing Two Italies. Civic Tradition, Trade, Networks, Family Relationships between Italy of Communes and the Kingdom of Sicily, ed. by P. Mainoni and N. L. Barile, Turnhout 2019.
  5. Il metodo che possiamo imparare da san Giovanni Paolo II, per convincere a fare il suo stesso percorso anche l’uomo di oggi – che ha distrutto la stessa nozione di verità frammentandola in tante opinioni – è quello di procedere come in una dimostrazione matematica per assurdo. Ti faccio vedere che la negazione della “tesi” cristiana-cattolica porta alle contraddizioni che tu stesso puoi constatare nella realtà della società di oggi. Se la società e la tua vita sono divenute invivibili, la causa non è forse nell’aver rifiutato il cristianesimo e con esso la stessa nozione di “verità oggettiva”? Diagnosi. Hai distrutto la Verità, pur di liberarti della fede in Cristo: tocca con mano le conseguenze. La vita è divenuta invivibile, la società, prima viene resa disumana (i regimi), poi anarchica e ingovernabile (fallimento delle democrazie senza una cultura della verità comune a tutto il popolo). Chiediti perché! Le cause, non sono solo materiali, strutturali, economiche, sociali (analisi marxista), o solo psicologiche (psicologia, psicanalisi), o giuridico-legali (legalismo, giustizialismo). Scava dentro l’uomo lasciandoti guidare dalla Rivelazione. Questo ti dice l’autentico pensiero della Chiesa! Terapia. E se avessimo gettato il Bambino con l’acqua sporca, eliminando il cristianesimo e con esso la verità? Se la negazione di Cristo e della verità è stata fallimentare non ha forse senso pensare che sia giusto, al contrario, tornare a prendere in seria considerazione Cristo e la verità? Questa è stata la sfida al mondo lanciata da san Giovanni Paolo II e proseguita da Benedetto XVI. Il mondo l’ha rifiutata, e oggi ne paga le conseguenze! Se la Chiesa non ricomincia a lanciare questa sfida che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno lanciato, finisce per perdere tempo e basta! per l'approfondimento:
  6. Possibile che anche in occasione del Corpus Domini,il leit-motiv debba essere i poveri e l'ambiente? Non è la festa di quel Sacramento che solo può togliere la fame di Dio,che è la radicale povertà dell'uomo?Eppure lo ricorda all'inizio la Sequenza Lauda Sion: Laudis thema specialis/ panis vivus et vitalis/ hodie proponitur (Il tema speciale della lode odierna è il Pane vivo che dà la vita).Allora, annunciamo e inneggiamo a quel Dio che si è fatto carne e poi pane vivo per nutrirci in questo mondo e grazie a ciò risuscitarci nell'altro. Sono sempre di più quelli che non sanno nulla di Gesù Cristo, mentre dei poveri, dei migranti, degli ucraini ecc. ne sentono parlare a iosa. Non ha Lui assicurato che i poveri li avremo sempre con noi, ma non sempre avremo Lui? Parola misteriosa: ma ci ricorda che Egli non è venuto a risolvere il problema della povertà, o a portare la pace universale, ma a rendere presente Dio nel mondo. Per questo dobbiamo onorarlo, sì, anche con drappi e ori e lumi, perché egli è il Signore e il Re dell'universo! Giovanni Crisostomo richiama a non disgiungere l’onore dato a Cristo nella liturgia e l’onore dato a Cristo nel povero: "Vuoi onorare il corpo di Cristo? “Ebbene, non tollerare che egli sia nudo; dopo averlo onorato qui in chiesa con stoffe di seta, non permettere che fuori egli muoia per il freddo e la nudità. … Dico questo non per vietarti di onorare Cristo con tali doni, ma per esortarti a offrire aiuto ai poveri insieme a quei doni, o meglio a far precedere ai doni simbolici l’aiuto concreto … Mentre adorni la chiesa, non disprezzare il fratello che è nel bisogno: egli infatti è un tempio assai più prezioso dell’altro."(Giovanni Crisostomo, Commento alla seconda lettera ai Corinti, Omelia 20,3, PG 61,540). Unum facere et aliud non omittere. Non citiamo a metà. In quale parrocchia cattolica non ci si prende cura del povero? La presenza di Gesù Cristo nel povero è morale; mentre quella nel Sacramento è vera, reale, sostanziale. Una bella differenza! Al Corpus Domini, quindi, prendiamoci cura di Lui. E non disturbiamo la preghiera processionale con didascalie sociologiche e commenti ideologici che non aiutano ad adorare. Soprattutto ricordiamoci che la processione è un sacramentale, ovvero deve aiutare tanti che sono lontani, ad avvicinarsi a Dio, a coglierne la Presenza. Per questo, san Tommaso invita ad osare quanto più possibile nella lode al Sacramento(tantum audes quantum potes).Come potrebbero i tanti giovani e adulti essere almeno incuriositi e, come Zaccheo, alzarsi dai tavolini e dagli smartphone a cui sono intenti, se il Santissimo, zigzagando tra le isole pedonali della città - viene portato quasi furtivamente, senza nemmeno una lampada che lo illumini, una tromba che ne annunci il passaggio? Chi se ne accorge che passa il Signore dei signori e il Re dei re(Gregorio di Nissa)?Dove son finiti i simboli amati dai liturgisti? Poi, la processione dovrebbe essere accompagnata dalle litanie, parola greca che sta a ricordare appunto la particolare forma breve ripetuta di preghiera nata per le antiche stationes, ossia i percorsi processionali da una chiesa all'altra. Invece delle intenzioni intellettualistiche, se non ideologiche e quindi stucchevoli, si recitino le litanie del Santissimo Sacramento. E litanie della Madonna e quelle dei Santi: perché no? il Signore, in Cielo non vive da solo, ma con Maria, gli Angeli e i Santi, e in terra opera con la loro intercessione. Orientales docent. Sul repertorio di canti sacri(sic!), si rimanda ai giudizi severi del benedettino Anselmo Susca, di Domenico Bartolucci e...di Riccardo Muti, per non risalire a quelli nichilisti di Nietzsche: "vorrei canti di gente salvata". Infine, che ci faceva un gazebo di Protestanti nella strada principale attraversata dalla processione, in cui hanno continuato la loro assemblea senza manco diminuire il volume dell'altoparlante? Sapessero o meno che c'era la processione del Corpus Domini, almeno il rispetto, non dico... l'ecumenismo! Dunque, se il mondo si corrompe, non lamentiamoci: il sale del cristianesimo è diventato insipido. E le nostre liturgie, come se Egli non fosse presente e ascoltasse: danze vuote intorno al vitello d'oro che siamo noi stessi. Siamo noi chierici a favorire la secolarizzazione: la pagheremo cara, disse Giovanni Paolo II! E lo vediamo. Per non metterci in ginocchio davanti a Cristo, ci stiamo inginocchiando davanti al mondo. "Quanti padroni finiscono per avere quelli che rifiutano l'unico Signore"(S.Ambrogio)
  7. Sia lodato Gesù Cristo. Nel Vangelo (Gv 6,56-59), Gesù richiama l'episodio dell'Antico Testamento quando, nel deserto, gli ebrei affamati, non avendo possibilità di confezionare il pane, videro cadere dal Cielo un alimento simile al pane che suscitò in loro la domanda Man hu? - cos'è questo? Di qui viene il termine manna. Quindi, la questione di come potesse Gesù apprestare un pane celeste, se l’erano già posta gli israeliti, non riuscendo a comprendere come dal cielo potesse scendere qualcosa di simile al pane; grazie a quell'alimento, gli ebrei sopravvissero per quarant'anni dopo la liberazione in Egitto, finché non giunsero alla Terra Promessa. Questo fatto è simbolo di che cosa? Della nostra traversata, della nostra vita; a volte viviamo più di quarant'anni, ma non è molto diverso: ogni giorno è una traversata del deserto, con tutte le tentazioni che il deserto riserva. Nel posto di lavoro, nella famiglia, nel mondo: le opinioni più variopinte cui sei sottoposto sono spesso tentazioni e, per poter resistere ad esse, il Signore ci dà un pane, disceso dal cielo che, a guardarlo, sembra banale. Infatti, l'ostia che noi riceviamo nella Comunione, in apparenza, non dice quasi nulla, eppure il Signore ha detto - e qui si è giocato tutto perché come sappiamo, molti dei suoi discepoli se ne andarono dopo averlo ascoltato – “Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà in sé la vita”. Il discorso che l'evangelista Giovanni riporta nel capitolo sesto, riprende e approfondisce le parole del Signore: per oltrepassare la morte, bisogna nutrirsi di Lui; chi non mangia di questo Corpo e di questo Sangue rimarrà nella morte ovvero risusciterà per la dannazione eterna. Chi, invece, se ne nutrirà, Egli lo risusciterà per la Vita Eterna; qui la promessa del Signore ha raggiunto il culmine. Ma, non è altro che la conseguenza ultima del fatto che Dio è venuto nel mondo, si è fatto carne, è entrato nella nostra condizione umana; quindi, la Carne e il Sangue assunti da Dio, non sono come la carne e il sangue nostri: sono la Carne e il Sangue divinizzati da Dio. In definitiva, quando noi assumiamo questa Carne e questo Sangue, noi immettiamo la divinità in noi e questa divinità pian piano ci trasforma e ci farà resuscitare nel giorno del Giudizio. Pensate un po': come si può superare la morte! Giustamente, i Santi e i dottori che hanno riflettuto su queste parole di Cristo, su questa promessa di Cristo, hanno definito la Carne e il Sangue del Signore farmaco d’immortalità. E’ un alimento che estende a tutto il nostro essere l’immortalità, non solo l’anima ma anche il corpo. Pertanto, come tutti i farmaci speciali che noi in questo mondo assumiamo quando siamo malati, dobbiamo stare molto attenti: i farmaci, si chiamano così perché derivano dalla parola greca pharmakon che vuol dire veleno - anche se noi oggi la intendiamo come rimedio curativo. Naturalmente, può accadere che un farmaco diventi veleno. Lo dicono le avvertenze del foglietto illustrativo. Bisogna stare attenti quando si assume. Ci sono delle condizioni affinché faccia effetto. Analogamente il Sacramento Eucaristico che Cristo ha istituito ha i suoi effetti: l'effetto fondamentale è che ci trasforma pian piano in Lui medesimo. Quindi ci fa passare pian piano quasi senz’accorgercene dalla morte alla vita, già in questo mondo, a condizione che ci lasciamo trasformare e non resistiamo o addirittura assumiamo questo Sacramento in situazioni controindicate che finiscono per trasformarlo in veleno, come dice San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, dopo aver descritto come egli ha ricevuto questo Sacramento e come lo trasmette. L'Apostolo, è come se dicesse: non sono il padrone del Sacramento, non lo posso manipolare, in nessun senso: come l'ho ricevuto così lo devo trasmettere. Ricorda le parole che Gesù ha detto sul pane sul vino: “questo è il mio Corpo”, “questo è il mio Sangue” e poi aggiunge: “state attenti a come lo ricevete, perché se lo riceverete in modo indegno”, cioè in stato di peccato, “assumerete la vostra condanna. Ed è per questo che tra voi molti sono malati e tanti muoiono” (11,29-30). Allora, non è un pane qualsiasi, non è una bevanda usuale: è qualcosa di inusitato, di divino, anche se a noi si presenta sotto l'apparenza abbastanza semplice, del pane e del vino. La sequenza che abbiamo cantato, composta da San Tommaso d'Aquino, Lauda Sion, in una strofa lo dice con chiarezza: “sotto quello che vedi si nasconde qualcosa di sublime”. Poi, sta’ attento, perché l'esito di chi assume la stessa Comunione è opposto: se la assume il malvagio, l’esito è cattivo, se la assume il buono, l’esito è salutare. Quindi non prenderlo come se fosse un pezzo di pane comune; non appena è un alimento, è “panis vivus et vitalis”, cioè rimedio alla morte, appunto un farmaco: può avere un effetto negativo se tu lo assumi in condizioni negative, in disgrazia di Dio, non hai confessato i tuoi peccati, non hai fatto penitenza, quindi non sei riconciliato con Lui. Un esempio ricorrente: mentre assisti alla Messa, il tuo cellulare squilla e corri fuori per rispondere. Che hai fatto? Hai interrotto il tuo ascolto, il tuo colloquio col Signore per rispondere ad un’altro. Questo è uno dei peccati più gravi che si possa fare: peccato d’idolatria - contro il primo comandamento: “Io sono il Signore Dio tuo, non altri”. Noi, invece, abbiamo anteposto l’uomo a Dio! Il contrario di ciò che prescrivono Cipriano e Benedetto. Non ci accorgiamo che abbiamo messo Dio sotto i piedi. E quindi diamo spazio all'umano, che è ciò che ci conduce alla morte e alla dannazione. L'idolatria, di cui i profeti spesso accusavano gli israeliti, è qualcosa di terribile perché si attacca a noi senza accorgersene, perché viviamo condizionati dal materialismo e dall’edonismo e quindi si è attaccato a noi questo virus che, giorno dopo giorno, ci corrode fino a che non moriamo; anche se apparentemente viviamo, siamo ‘biologici’, esistiamo fisicamente, come zombies; non siamo ‘zoofori’ cioè anime viventi e portatori di vita: ecco il dramma della società contemporanea, da cui dobbiamo stare in guardia, se vogliamo salvare la nostra anima. Gesù Cristo ha voluto giungere al supremo Sacrificio di sé per farci comprendere a cosa dobbiamo rinunciare, se vogliamo vivere. Dobbiamo rinunciare al nostro io se vogliamo che Dio viva in noi ma, se andremo dietro al nostro io, volessimo salvare il nostro io, allora noi moriremo, ma non della morte temporanea, quella che viene quando chiudiamo gli occhi, ma della morte eterna: la dannazione dell’inferno. Sono le parole del Signore che condanna chi mangia la Carne e beve il Sangue in maniera indegna. Cari fratelli e sorelle, questa festa del Corpus Domini, come sapete, è nata dall’atto di un incredulo, di un prete - guardate un po’ -, uno potrebbe dire: “i preti sono increduli?” Beh, è accaduto e accade che siamo i primi che non hanno fede. Non c'è da stupirsi. Il sacerdote boemo, Pietro da Praga, aveva dubbi sulla presenza reale; mentre celebrava la Messa, quei dubbi lo assalirono, nel momento culminante, quando il celebrante dice le parole di Cristo. Non sono parole sue: sono parole di Cristo, noi semplicemente prestiamo a Cristo la voce, niente altro; a quelle parole i dubbi di quel prete sulla reale possibilità che il pane fosse la Carne di Cristo e che il vino fosse il suo Sangue, lo assalirono. Però accadde l'imprevisto: vide nelle sue mani l’ostia sanguinare e macchiare il corporale - il lino quadrato che si ripiega in quattro parti e si mette sotto le sacre specie, e i gradini dell’altare e il pavimento. Era il 1263. Mensa e Corporale si ammirano a Bolsena e a Orvieto, nello stupendo duomo edificato oltre vent’anni dopo nel 1290, e che costituisce una sorta di grande reliquiario. La notizia si diffuse e, secondo la tradizione, il sacerdote che, spaventato, aveva avvolto tutto nel corporale per nascondere l’accaduto, si recò dal papa Urbano IV che si trovava a Orvieto in quel momento; questi mandò il vescovo a Bolsena per verificarlo. Così si constatò il miracolo eucaristico e, per celebrarlo - non era il primo e non è stato nemmeno l'ultimo – ma il più celebre, un anno dopo, con Bolla dell’11 agosto 1264, il papa estese alla Chiesa universale la festa del Corpus Domini. Papa Urbano IV incaricò Tommaso D’Aquino, di comporre la Messa e l'Ufficio del Corpus Domini. Egli non era solo un grande teologo, ma anche un uomo di grande fede, di mistica devozione, che faceva teologia in ginocchio, cioè in adorazione. In conclusione, ricordiamoci che noi non viviamo per noi stessi, ma per Uno che è morto e risorto per noi, come dice l’Apostolo. E che il senso della nostra vita e il nostro destino dipende dal nostro dire “Tu” a Gesù Cristo. Se noi impareremo a dire “Tu” a Gesù Cristo e a trarne le conseguenze, la nostra vita cambierà, metteremo da parte tante cose dietro cui andiamo ogni giorno, che sono frutto spesso di psicologismi, capricci, velleità: niente altro che le tentazioni del demonio; da quel momento, cominceremo a vivere non appena in modo ‘biologico’ ma ‘zooforico’: avvertiremo, avendo messo da parte il nostro io, che comincia in noi a vivere Cristo, esattamente come è successo a san Paolo. Questi, era stato un persecutore dei cristiani, e giunse ad affermare: “vivo, ma non io, vive invece Cristo in me… che mi ha amato e ha sacrificato sé stesso per me” (Gal 2,20). E’ il vertice a cui deve giungere la nostra fede. Se non arriviamo a questo vertice, stiamo perdendo tempo. La morte incombe - non importa quanti anni vivremo - e si rischia la dannazione. Ma se apriamo gli occhi in tempo, convertiremo la nostra vita dicendo ogni giorno “Tu” a Gesù Cristo, luce e vita del mondo. Sia lodato Gesù Cristo.
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    Sia lodato Gesù Cristo. Nel Vangelo (Gv 6,56-59), Gesù richiama l'episodio dell'Antico Testamento quando, nel deserto, gli ebrei affamati, non avendo possibilità di confezionare il pane, videro cadere dal Cielo un alimento simile al pane che suscitò in loro la domanda Man hu? - cos'è questo? Di qui viene il termine manna. Quindi, la questione di come potesse Gesù apprestare un pane celeste, se l’erano già posta gli israeliti, non riuscendo a comprendere come dal cielo potesse scendere qualcosa di simile al pane; grazie a quell'alimento, gli ebrei sopravvissero per quarant'anni dopo la liberazione in Egitto, finché non giunsero alla Terra Promessa. Questo fatto è simbolo di che cosa? Della nostra traversata, della nostra vita; a volte viviamo più di quarant'anni, ma non è molto diverso: ogni giorno è una traversata del deserto, con tutte le tentazioni che il deserto riserva. Nel posto di lavoro, nella famiglia, nel mondo: le opinioni più variopinte cui sei sottoposto sono spesso tentazioni e, per poter resistere ad esse, il Signore ci dà un pane, disceso dal cielo che, a guardarlo, sembra banale. Infatti, l'ostia che noi riceviamo nella Comunione, in apparenza, non dice quasi nulla, eppure il Signore ha detto - e qui si è giocato tutto perché come sappiamo, molti dei suoi discepoli se ne andarono dopo averlo ascoltato – “Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà in sé la vita”. Il discorso che l'evangelista Giovanni riporta nel capitolo sesto, riprende e approfondisce le parole del Signore: per oltrepassare la morte, bisogna nutrirsi di Lui; chi non mangia di questo Corpo e di questo Sangue rimarrà nella morte ovvero risusciterà per la dannazione eterna. Chi, invece, se ne nutrirà, Egli lo risusciterà per la Vita Eterna; qui la promessa del Signore ha raggiunto il culmine. Ma, non è altro che la conseguenza ultima del fatto che Dio è venuto nel mondo, si è fatto carne, è entrato nella nostra condizione umana; quindi, la Carne e il Sangue assunti da Dio, non sono come la carne e il sangue nostri: sono la Carne e il Sangue divinizzati da Dio. In definitiva, quando noi assumiamo questa Carne e questo Sangue, noi immettiamo la divinità in noi e questa divinità pian piano ci trasforma e ci farà resuscitare nel giorno del Giudizio. Pensate un po': come si può superare la morte! Giustamente, i Santi e i dottori che hanno riflettuto su queste parole di Cristo, su questa promessa di Cristo, hanno definito la Carne e il Sangue del Signore farmaco d’immortalità. E’ un alimento che estende a tutto il nostro essere l’immortalità, non solo l’anima ma anche il corpo. Pertanto, come tutti i farmaci speciali che noi in questo mondo assumiamo quando siamo malati, dobbiamo stare molto attenti: i farmaci, si chiamano così perché derivano dalla parola greca pharmakon che vuol dire veleno - anche se noi oggi la intendiamo come rimedio curativo. Naturalmente, può accadere che un farmaco diventi veleno. Lo dicono le avvertenze del foglietto illustrativo. Bisogna stare attenti quando si assume. Ci sono delle condizioni affinché faccia effetto. Analogamente il Sacramento Eucaristico che Cristo ha istituito ha i suoi effetti: l'effetto fondamentale è che ci trasforma pian piano in Lui medesimo. Quindi ci fa passare pian piano quasi senz’accorgercene dalla morte alla vita, già in questo mondo, a condizione che ci lasciamo trasformare e non resistiamo o addirittura assumiamo questo Sacramento in situazioni controindicate che finiscono per trasformarlo in veleno, come dice San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, dopo aver descritto come egli ha ricevuto questo Sacramento e come lo trasmette. L'Apostolo, è come se dicesse: non sono il padrone del Sacramento, non lo posso manipolare, in nessun senso: come l'ho ricevuto così lo devo trasmettere. Ricorda le parole che Gesù ha detto sul pane sul vino: “questo è il mio Corpo”, “questo è il mio Sangue” e poi aggiunge: “state attenti a come lo ricevete, perché se lo riceverete in modo indegno”, cioè in stato di peccato, “assumerete la vostra condanna. Ed è per questo che tra voi molti sono malati e tanti muoiono” (11,29-30). Allora, non è un pane qualsiasi, non è una bevanda usuale: è qualcosa di inusitato, di divino, anche se a noi si presenta sotto l'apparenza abbastanza semplice, del pane e del vino. La sequenza che abbiamo cantato, composta da San Tommaso d'Aquino, Lauda Sion, in una strofa lo dice con chiarezza: “sotto quello che vedi si nasconde qualcosa di sublime”. Poi, sta’ attento, perché l'esito di chi assume la stessa Comunione è opposto: se la assume il malvagio, l’esito è cattivo, se la assume il buono, l’esito è salutare. Quindi non prenderlo come se fosse un pezzo di pane comune; non appena è un alimento, è “panis vivus et vitalis”, cioè rimedio alla morte, appunto un farmaco: può avere un effetto negativo se tu lo assumi in condizioni negative, in disgrazia di Dio, non hai confessato i tuoi peccati, non hai fatto penitenza, quindi non sei riconciliato con Lui. Un esempio ricorrente: mentre assisti alla Messa, il tuo cellulare squilla e corri fuori per rispondere. Che hai fatto? Hai interrotto il tuo ascolto, il tuo colloquio col Signore per rispondere ad un’altro. Questo è uno dei peccati più gravi che si possa fare: peccato d’idolatria - contro il primo comandamento: “Io sono il Signore Dio tuo, non altri”. Noi, invece, abbiamo anteposto l’uomo a Dio! Il contrario di ciò che prescrivono Cipriano e Benedetto. Non ci accorgiamo che abbiamo messo Dio sotto i piedi. E quindi diamo spazio all'umano, che è ciò che ci conduce alla morte e alla dannazione. L'idolatria, di cui i profeti spesso accusavano gli israeliti, è qualcosa di terribile perché si attacca a noi senza accorgersene, perché viviamo condizionati dal materialismo e dall’edonismo e quindi si è attaccato a noi questo virus che, giorno dopo giorno, ci corrode fino a che non moriamo; anche se apparentemente viviamo, siamo ‘biologici’, esistiamo fisicamente, come zombies; non siamo ‘zoofori’ cioè anime viventi e portatori di vita: ecco il dramma della società contemporanea, da cui dobbiamo stare in guardia, se vogliamo salvare la nostra anima. Gesù Cristo ha voluto giungere al supremo Sacrificio di sé per farci comprendere a cosa dobbiamo rinunciare, se vogliamo vivere. Dobbiamo rinunciare al nostro io se vogliamo che Dio viva in noi ma, se andremo dietro al nostro io, volessimo salvare il nostro io, allora noi moriremo, ma non della morte temporanea, quella che viene quando chiudiamo gli occhi, ma della morte eterna: la dannazione dell’inferno. Sono le parole del Signore che condanna chi mangia la Carne e beve il Sangue in maniera indegna. Cari fratelli e sorelle, questa festa del Corpus Domini, come sapete, è nata dall’atto di un incredulo, di un prete - guardate un po’ -, uno potrebbe dire: “i preti sono increduli?” Beh, è accaduto e accade che siamo i primi che non hanno fede. Non c'è da stupirsi. Il sacerdote boemo, Pietro da Praga, aveva dubbi sulla presenza reale; mentre celebrava la Messa, quei dubbi lo assalirono, nel momento culminante, quando il celebrante dice le parole di Cristo. Non sono parole sue: sono parole di Cristo, noi semplicemente prestiamo a Cristo la voce, niente altro; a quelle parole i dubbi di quel prete sulla reale possibilità che il pane fosse la Carne di Cristo e che il vino fosse il suo Sangue, lo assalirono. Però accadde l'imprevisto: vide nelle sue mani l’ostia sanguinare e macchiare il corporale - il lino quadrato che si ripiega in quattro parti e si mette sotto le sacre specie, e i gradini dell’altare e il pavimento. Era il 1263. Mensa e Corporale si ammirano a Bolsena e a Orvieto, nello stupendo duomo edificato oltre vent’anni dopo nel 1290, e che costituisce una sorta di grande reliquiario. La notizia si diffuse e, secondo la tradizione, il sacerdote che, spaventato, aveva avvolto tutto nel corporale per nascondere l’accaduto, si recò dal papa Urbano IV che si trovava a Orvieto in quel momento; questi mandò il vescovo a Bolsena per verificarlo. Così si constatò il miracolo eucaristico e, per celebrarlo - non era il primo e non è stato nemmeno l'ultimo – ma il più celebre, un anno dopo, con Bolla dell’11 agosto 1264, il papa estese alla Chiesa universale la festa del Corpus Domini. Papa Urbano IV incaricò Tommaso D’Aquino, di comporre la Messa e l'Ufficio del Corpus Domini. Egli non era solo un grande teologo, ma anche un uomo di grande fede, di mistica devozione, che faceva teologia in ginocchio, cioè in adorazione. In conclusione, ricordiamoci che noi non viviamo per noi stessi, ma per Uno che è morto e risorto per noi, come dice l’Apostolo. E che il senso della nostra vita e il nostro destino dipende dal nostro dire “Tu” a Gesù Cristo. Se noi impareremo a dire “Tu” a Gesù Cristo e a trarne le conseguenze, la nostra vita cambierà, metteremo da parte tante cose dietro cui andiamo ogni giorno, che sono frutto spesso di psicologismi, capricci, velleità: niente altro che le tentazioni del demonio; da quel momento, cominceremo a vivere non appena in modo ‘biologico’ ma ‘zooforico’: avvertiremo, avendo messo da parte il nostro io, che comincia in noi a vivere Cristo, esattamente come è successo a san Paolo. Questi, era stato un persecutore dei cristiani, e giunse ad affermare: “vivo, ma non io, vive invece Cristo in me… che mi ha amato e ha sacrificato sé stesso per me” (Gal 2,20). E’ il vertice a cui deve giungere la nostra fede. Se non arriviamo a questo vertice, stiamo perdendo tempo. La morte incombe - non importa quanti anni vivremo - e si rischia la dannazione. Ma se apriamo gli occhi in tempo, convertiremo la nostra vita dicendo ogni giorno “Tu” a Gesù Cristo, luce e vita del mondo. Sia lodato Gesù Cristo.
  9. Quantum potes tantum aude, invita San Tommaso nella sequenza Lauda Sion, composta per la festa del Corpus Domini: devi osare tutto ciò che puoi, per tributargli la lode dovuta. Non è roba da Medioevo; san Giustino, nel II secolo, attesta che il sacerdote "celebra l'Eucaristia con tutta la forza di cui dispone". La processione interpreta la storia: indica il nostro pellegrinaggio in questo mondo, verso la Terra Promessa dell'Eternità. Per questo è un solenne gesto di adorazione: il Signore si è inginocchiato davanti a noi per lavarci i piedi e noi non ci inginocchieremo davanti a Lui per entrare in quell'amore, che non rende schiavi ma trasforma? Dinanzi alle guerre e alle nefandezze umane nel mondo, come si fa a restare in piedi, sostenendo che siamo già risorti e che non siamo più schiavi? L'Eucaristia è in sostanza la risposta al problema della morte, perché è nutrendoci di essa che risorgeremo. E questo costituisce il vero motivo della festa cristiana, quindi della festa del Corpus Domini. La processione è finalizzata a manifestare la fede nella Presenza reale, anzi nella transustanziazione delle specie del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore, che il miracolo di Bolsena ha attestato grandiosamente. La processione, spostata alla domenica d'estate, sfila ormai in città deserte. A chi serve, se non incontra gli uomini, anche se indaffarati nel loro lavoro? Perché non riportarla al giovedì? Che ne dicono gli esperti di pastorale?
  10. Le vesti sacre si configurarono in Oriente e Occidente tra il V e il XII secolo. La Chiesa comprese che per il Servizio divino non si potevano usare quelle da lavoro o militari, perché il sacerdote è un ministro che svolge la funzione di mediatore tra il divino e l'umano, continuando l'opera di Gesù Cristo. Lo splendore dei paramenti è a gloria e onore del Signore e non del sacerdote che li riveste, lo insegnano gli Orientali. Irridendo i merletti, si dimostra una doppia ignoranza: teologica ed ecumenica. Inoltre si espone ancora una volta al disprezzo e al ridicolo il ministero petrino .Anche attraverso il corpo, il sacerdote deve trasmettere una cosa: è stato reso degno di stare alla presenza del Signore. Quando siamo davanti ad altri più importanti di noi, non badiamo a come presentarci? Non lo faremo per il Servizio di Dio? Le vesti speciali che il sacerdote indossa significano che egli è una nuova creatura, è chiamato a compiere un'azione sublime e divina, che esige l'insieme di virtù simboleggiate dai singoli paramenti da indossare magari con brevi formule di preghiera, presenti nel Messale romano del 1962. Lo fanno anche gli Ortodossi. La sacra liturgia non è fatta di simboli? Allora, anche i merletti sono un simbolo.
  11. L’uomo fin dalle origini ha espresso nella dimensione relazionale l’inclinazione a comunicare con i propri simili evidenziando l’stanza di stabilire legami stabili e duraturi. Il termine in latino communis non esprime semplicemente il comunicare ma assume un significato esteso come funzione, inteso in termini essenziali, il carattere di chi o ciò che svolge l’ incarico in una situazione condivisa, insieme agli altri. Il significato di communitas emerge quindi come rapporto di comunanza civile e socievole, legame di partecipazione e gruppo insieme. In senso comune la “comunità” si può riconoscere in un gruppo che richiama in sé il senso di appartenenza pur senza giungere a discernere il valore autentico della comunità. Ogni singolarità che si riconosce in un carattere comune rivolta nella stessa direzione da corpo e sostanza alla comunità. Chi può garantire il senso di appartenenza, la stabilità dei rapporti e la pacifica convivenza del gruppo secondo ordinate regole sociali se non una gerarchia al vertice del quale si trova un capo riconosciuto che riassume i caratteri e i principi basilari della convivenza sociale. La storia ha mostrato numerosi esempi di comunità riconosciute e affermate comunemente come regni e nazioni. Il riconoscimento immediato di tali “comunità” è avvenuto spesso propriamente attraverso il relativo regnante. La relativa figura può assumere un carattere simbolico fonte talvolta di ispirazione letteraria. In letteratura la figura del principe ha ispirato Machiavelli. Il principe di Machiavelli riassume i caratteri della virtù in quanto bene però inteso lontano dalla morale. La virtù consiste nel conseguimento di un obiettivo con qualsiasi mezzo anche disdicevole al regnante o per giunta spregiudicato o immorale. Nella sua analisi Machiavelli configura un principe in grado di mantenere il potere per governare. Non potendo ignorare la strategia del principe sarebbe possibile comprendere gli accadimenti del mondo e le cause che incidono nella sfera personale, famigliare ed economica della vita sociale. Sotto un certo aspetto, che assume un carattere totalizzante del potere, può essere fatto un confronto con una figura alquanto controversa sotto il profilo morale messa in risalto nell’opera di Robert Hugh Benson (1867 – 1914) “Il padrone del Mondo”. Il personaggio presentato come filantropo democratico, politico carismatico, fautore della pace mondiale sotto la cui figura si cela l’Anticristo che contende a Dio il dominio dell’universo. Egli è un fautore di un mondo ispirato a un nuovo umanesimo che propugna la tolleranza universale annullando le distinzioni tra le religioni. Pertanto la Chiesa cattolica viene perseguitata fino alla sua eliminazione. Il libro presenta delle assonanze col mondo attuale. Volgendo lo sguardo al mondo contemporaneo è riscontrabile la strategia materialistica mirata ad una offensiva senza precedenti rivolta alla famiglia e alla religione. Senza un esame critico di tale strategia sarebbe impossibile scorgere nelle scelte politiche ed economiche una ideologia negazionista dei principi inviolabili della vita umana. Le scelte politiche della civiltà attuale hanno assimilato le ideologie del neoumanesimo disconoscendo il vero ruolo dei responsabili della sorte dei popoli non più al servizio del bene dell’uomo in contrasto con la realtà trascendente. Pertanto come può essere riconosciuto l’artefice del rinnegamento del bene autentico dell’uomo se non attraverso i frutti dell’opera del Maligno presenti nella figura dell’Anticristo che ha preso piede da tempo nella nostra società. Non può disconoscersi inoltre in questa figura la proposta di una nuova religione. Il 15 settembre 2003 lo scrittore Michael Crichton tenne un discorso al Commonwealth Club di San Francisco dal titolo “L’ambientalismo è una religione”. Dichiarando: “Oggi, una delle religioni più potenti del mondo occidentale è l’ambientalismo. E’ la religione degli atei urbanizzati. C’è un Eden iniziale, un paradiso, uno stato di grazia e unità con la natura, c’è la caduta dalla grazia in uno stato di inquinamento risultato dell’aver mangiato dall’albero della conoscenza e c’è un giorno del giudizio che verrà per tutti noi. Siamo tutti peccatori di energia, destinati a morire, a meno che non cerchiamo la salvezza, che ora si chiama ‘sostenibilità’. La sostenibilità è la salvezza nella chiesa dell’ambiente. Proprio come il cibo biologico è la sua comunione”. A dare maggiore risalto in un'altra direzione risulta la richiesta di sostenibilità come espressi dai dati storici impietosi del malessere sociale. Attualmente il globo terrestre è abitato da 8 miliardi di persone (nel 1969 eravamo 3,3 miliardi e nel 2050 saremo 10 miliardi). Attualmente il numero degli stati corrisponde a 194, dei quali ben 70 sono in guerra fra di loro, coinvolgendo 2 miliardi di persone, che corrisponde al 60% di tutta la popolazione mondiale nel 1969. Il 20% della popolazione mondiale detiene l’80% del Pil. 26 persone posseggono le ricchezze di 3,8 miliardi di persone e 8 uomini possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone. Circa 900 milioni di persone soffrono la fame. Un bambino su 4, sotto i 5 anni, soffre di malnutrizione cronica: in totale sono oltre 200 milioni L’OMS dichiara che “in tutto il mondo troppe persone soffrono o muoiono a causa di malattie croniche. Le organizzazioni non governative si sentono talvolta portavoce di associazione e movimenti emanazione di categorie sociali che denunciano la loro discriminazione. Le lettura di questi dati nell’ambito ecclesiale viene frequentemente interpretata in termini politici attribuendo ai vertici governativi la responsabilità di intervenire per ristabilire una giustizia sociale in cui la risposta al malessere sociale va ricercata nel risolvere gli squilibri tra ricchi e poveri, nel risanamento ecologico, nella inclusione sociale dei diversi in termini religiosi e di identità di “genere” …. ponendo in secondo ordine il rinnegamento dei principi etici a monte del malessere. Da una lettura attenta della missione ecclesiale emerge l’urgenza di mobilitare coraggiosamente le risorse per proclamare i valori morali del bene dell’uomo e della giustizia Pertanto le aperture ad un sano discernimento, nell’attuale contingenza, pongono degli interrogativi dettati da una inquietudine sulle previsioni del futuro su cui gravano pesanti incognite. Le incertezze non vengono sanate fintanto che la visione storica viene affidata alla profezia. Spesso le circostanze inducono a rivelare nel carisma profetico il significato profondo che trova espressione nella mediazione del rapporto tra Dio e l’uomo. In tale rapporto il profeta si pone al servizio delle Verità, per contro l’Anticristo, disconoscendo tale rapporto, si pone al servizio della menzogna. La funzione del profeta è legata alle particolari vicende che segnano la storia dell’umanità. La sua missione è sempre stata frequente quanto opportuna in situazioni inconsuete di sconvolgimento della convivenza umana oppressa da discriminazioni politiche, economiche e sociali generando un diffuso malessere in paesi dominati prevalentemente dai regimi totalitari. Nella comune percezione la sofferenza se diventa un male da estirpare nella condizione umana assume, invece un valore di catarsi nella profezia. Al riguardo non può essere disconosciuta la vita ascetica di profeti segnata da patimenti e sofferenze tale da contraddistinguere la loro stessa figura, ma l’identità del profeta non può giungere al riconoscimento se non nel fine che trova giustificazione nella sua missione. Alla scoperta del significato etimologico il profeta nel suo termine, di derivazione latina proveniente dal greco, letteralmente assume il significato di “colui che parla davanti” oltre a “colui che parla per, al posto di”. Intrinsecamente contiene il senso di parlare al pubblico, in nome di Dio, di parlare prima in anticipo nel futuro. La funzione del profeta si spiega nel Nuovo Testamento come riferito nel Vangelo di Marco 1:1-13 che definisce Giovanni Battista “la voce di uno che grida”. La voce della Parola esprime valore in seguito all’incontro con Dio per averne fatto esperienza. La voce del profeta è autentica e credibile in quanto è conforme alla Parola che annuncia, dal messaggio rivolto alla realtà. Si evince che il carattere del profeta è quello di una persona chiamata ad attuare una missione, di cogliere un fatto nella sua integrità e lo spiega alla luce della fede, inoltre trasmette un messaggio che ha ricevuto con libertà e intelligenza. I segni che accompagnano l’attività del profeta assumono un carattere simbolico secondo gli esempi citati nel Antico Testamento in Ezechiele, Geremia che contenevano un messaggio di cui poi il profeta svelerà al popolo il senso pieno. La storia lascia spazio ad una risonanza di ammonimento morale nel messaggio profetico riguardante particolare crisi della convivenza sociale scossa da sconvolgimenti bellici e politici. La figura del profeta, che assume un significato religioso, non può essere significata in senso riduttivo come semplice operante di previsione in quanto rischia di oscurare da causa originaria della profezia. È possibile scoprire la figura del profeta riconoscendo la sua missione religiosa in riferimento agli esempi della sacra scrittura che annunciano un messaggio di purificazione dall’idolatria per entrare in un rapporto autentico col Trascendente per vivificare l’essere quale immagine del Creatore. Scoprire nella persona la propria missione significa riconoscere in sé la figura del profeta e in senso comunitario nella totalità del popolo di Dio. In una società pervasa da messaggi ispirati ad un paganesimo materialista in cui la “tecnocrazia “ lascia spazio ad una figura umana fino ad assumere un carattere idolatrico per il potere di interagire nelle leggi della fisica e della biologia. Quale insegnamenti può offrire la Chiesa in una realtà che ha espropriato i principi autentici in cui si regge la vita umana. In riferimento alla citazione ripresa dal libro “Salute o salvezza” don Nicola Bux Afferma che …. «l’insegnamento è riconosciuto nella prerogativa della propria dimensione quale “Chiesa della profezia” orientata in senso missionario, perché la Chiesa è profezia realizzata nel mondo risorto; grazie al suo essere corpo di Cristo, diffonde nel mondo l’esperienza della fede. Questo è il vero proselitismo raccontato negli Atti degli Apostoli.»> Ogni cristiano nella propria fede può vivere e trasmettere al prossimo il valore della Fede nel proclama delle beatitudini per realizzare il messaggio evangelico della salvezza. Quali condizioni nella mutazione culturale del tempo bisogna considerare nella comunicazione della missione profetica se non porsi gli interrogativi sul fine ultimo dell’esistenza. A tal punto resta inevitabile proporre all’individualità intrisa di agnosticismo la causa del mistero della vita dono dell’Ente Supremo che esige una risposta di senso a cui la ragione non può sfuggire. I segni che accompagnano il profeta sono la coerenza della Fede manifestata nei gesti liturgici al centro del culto divino fonte di grazie. Dove passa il messaggio del profeta? Quale direttiva assume la profezia? Alla base della profezia è presente la consapevolezza di essere depositari di un messaggio di salvezza indirizzato al prossimo a cui viene annunciato. Essere depositari del messaggio passa prioritariamente nell’intimo nel proprio essere nell’assunto del fondamento: Rivelazione, vocazione missione. All’umanità smarrita nel labirinto dell’ateismo e dell’agnosticismo il profeta vuole smascherare l’inganno di una visione pagana della vita in una prospettiva di ravvedimento alla scoperta di un rapporto vitale con Trascendente.
  12. Il tempo nella sua ampia concezione si carica di diversi significati in base a modelli interpretativi filosofici, scientifici, spirituali, religiosi e psicologici secondo il contesto storico e culturale. Nella sua accezione psicologica e spirituale assume un valore fondamentale sull’esistenza umana. L’essere immerso nel tempo risponde all’imperativo del senso del fluire della vita nel susseguirsi degli eventi e delle vicende che investono la maturazione del vissuto della persona. La relazione tra il tempo, percepito come successione di avvenimenti, e il carattere impresso nella coscienza al valore della vita assume un significato unico che solo l’uomo nella sua individualità può scoprire. Tale significato non è univoco in senso assoluto così da renderlo quasi inesplicabile in senso reale fino a sconfinare nel mistero. Gli approcci disciplinari psicologici e scientifici non sono concordi nella relativa definizione, tuttavia non può sfuggire la sua portata nelle implicazioni nella vita di ogni uomo. Gli interrogativi, con voce più o meno sommessa, gravano spesso sulla vita umana sia singolarmente che nell’ambito sociale. L’esito dei progetti e delle aspettative non sono sempre in rapporto con gli sforzi profusi e le risorse impegnate quando gli imprevisti e le sventure accidentali paiono congiurare contro le attese più ottimistiche. Il senso di impotenza può pregiudicare le certezze riposte nell’avvenire fino a dissipare le speranze di un futuro propizio nel proprio operato. I dubbi pessimistici portano l’impronta del malessere con cui convivere forzatamente nella quotidianità fino ai limiti di una tolleranza che sconvolge il quieto vivere. A tal punto resta quasi impellente il desiderio di abbattere le barriere del tempo pur di conoscere cosa riserva il futuro. La civiltà umana ha mostrato nel suo evolversi del tempo l’imprevedibile assetto del proprio destino. Un esempio di tale evoluzione viene offerto dagli sviluppi dell’era atomica in seguito alla scoperta dell’equivalenza tra massa ed energia. Sorge l’interrogativo: chi abbia guidato il percorso della storia per scoprire quali forze dominanti hanno segnato il decorso del tempo? Da una attenta osservazione appare inevitabile citare chi meglio abbia impersonato: la paziente lungimiranza di Ghandi, lo spirito eroico di Giovanna d’Arco; il coraggioso spirito critico di Solgenitsin; l’insegnamento teologico e morale di Pio XII; quali mirabili esempi in un clima politico e culturale nel tempo così vissuto pervaso da ideologie materialistiche negazioniste degli autentici valori umani. Il tempo ha rappresentato un problema da investigare nella speculazione filosofica dalle varie correnti di pensiero fino a proporre varie interpretazioni e soluzioni. Il tempo nella filosofia antica veniva definito come "ordine oggettivo misurabile del movimento". Aristotele giunse a definire il tempo come "numero del movimento secondo il prima e il poi". Aristotele riconosceva il principio pitagorico dell’ordine cosmico quale riferimento oggettivo per misurare il tempo ma si riferiva anche alla dottrina platonica nel distinguere il mondo dal primo motore immobile che è fuori dal tempo. Sant’Agostino risolse il problema diversamente definendo il tempo come “misura dell’estensione dell’anima”. Nell’anima stessa l’uomo riesce a misurare la fuggevolezza del tempo, identificato come entità lineare: il futuro non c'è ancora ma permane nell'anima la sua attesa; il passato non c'è più ma nell'anima resta la memoria di esso. Il presente resta privo di durata e trapassa in ogni momento ma rimane nell'anima l'attenzione per le cose presenti. Pertanto il tempo, inteso come fluire, passaggio, trova la sua realtà nell'anima, nel ricordo, nell'attenzione, nell'attesa. Il tempo, concepito nei limiti del finito, è giustificabile nel dispiegarsi della vita umana per cogliere, nel suo sviluppo, il rapporto di intimità e comunione con Dio smarrito nella caduta del peccato originale. Pertanto il tempo nella sua finitezza riassume il valore per proiettare la vita umana nell’infinito. Il tempo nella sacra scrittura Il tempo è stato oggetto di riflessione principalmente nei testi sapienziali; è un ritornello tipico quello che “ogni cosa ha il suo tempo”: un albero porta frutto “a suo tempo” (Sal 1,3); “Tu fai spuntare la costellazione a suo tempo” (Gb 38,32); “una parola a suo tempo com'è deliziosa” (Pr 15,23). Il Siracide offre una impostazione teologica sul tempo, affermando che Dio si mostra come Provvidenza, predisponendo ogni cosa a suo tempo per il bene dell’uomo, e che di conseguenza è prerogativa dell’uomo saggio l’accorgersi di tutto questo (Sir 39,16.33-34): Quanto sono belle tutte le opere del Signore, e ciascuno dei suoi ordini si realizza a suo tempo. Non deve dirsi: "perché questo? perché quello?" Perché ogni cosa avrà la sua soluzione a suo tempo (cf. v. 21.31). le opere del Signore sono tutte buone, egli provvede a suo tempo ad ogni necessità. Non deve dirsi: «Questo è peggiore di quello», perché tutto sarà riconosciuto giusto a suo tempo. Citando il Qohelet è possibile scorgere una visione apparentemente semplice e ottimistica a colui che si trova nella prova o nello sconforto, assumendo in questa condizione lo smarrimento del senso delle cose al punto che il male sembra prevalere; forse è indirettamente anche una risposta di tipo apologetico a chi, sempre tra gli scrittori ebraici, con maggiore realismo prende atto della complessità insita nella realtà, e della incapacità dell’uomo di venirne a capo completamente. Il compimento del tempo nel Nuovo Testamento Il significato del compimento del tempo viene espresso dall’apostolo Paolo nella lettera ai Galati associandolo alla venuta di Cristo : Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). La consapevolezza del tempo che passa negli avvenimenti della vita umana alimenta la saggezza nel discernimento rivolto a svelare il senso del mondo dalla visione trascendente. La visione del mondo formulata nel documento del Concilio Vaticano II “Gaudium et Spes” viene espressa nel brano seguente “scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possano rispondere ai continui interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico.” In tale citazione si scopre il fondamento nel vangelo di Luca: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: «Arriva la pioggia», e così accade. 55E quando soffia lo scirocco, dite: «Farà caldo», e così accade. 56Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? 57E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? (Lc 12,54-55) I “segni dei tempi” si riconoscono nell’intervento dell’opera divina nella storia per indirizzare, mediante Cristo risorto, gli uomini oltre la storia verso il destino dell’eternità.
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