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  1. La nostra rivista Liturgia culmen et fons ha trattato di una questione grave e di sempre più urgente considerazione: la disciplina liturgica. Infatti sembra che il dettato conciliare, che nella Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium si esprime con queste precise parole: … Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica (SC 22). sia largamente sconosciuto e quindi disatteso, anzi pare che da alcuni sia ormai ritenuto inadeguato e del tutto superato in nome di una creatività libera, relativa ai mutevolissimi contesti ‘pastorali’ in cui si celebra. Da ciò la confusione liturgica in cui versa una larga parte delle comunità cristiane, ma soprattutto il danno di una mentalità libertaria ormai pervasiva nel tessuto ecclesiale. L’articolo di fondo della suddetta Rivista, corredato dalle successive integrazioni nelle risposte al lettore, richiede alcune considerazioni previe, che qui esponiamo. 1. Per ritus et preces (SC 48) Con la breve locuzione per ritus et preces la Chiesa riconosce la necessità intrinseca della disciplina liturgica per l’identità stessa del culto cattolico, che non può realizzarsi in una libera creatività soggettiva, ma deve sottostare al rigore di preci precise e riti ben definiti. Se ben si pensa l’espressione per ritus et preces non fa che ricondurre ad altre analoghe e ben note locuzioni: gli eventi e le parole che costituiscono la storia della salvezza (DV 2); la materia e la forma dei Sacramenti; le rubriche e i testi dei libri liturgici, ma ancor più in radice il gesto e la parola del linguaggio umano. Come non è possibile prescindere da queste leggi della comunicazione, basate sull’indissolubile legame tra il gesto e la parola, che lo definisce ed interpreta, così non è concesso di poter celebrare un culto liturgico vero e pieno, senza l’apporto congiunto dei riti e delle preci. A questa legge si sottopose il Signore che, mediante l’Incarnazione, assunse il linguaggio umano con gesti e parole intimamente connessi. La liturgia infatti attualizza continuamente quei gesti salvifici e quelle parole di grazia, che il Kyrios, ora nel suo corpo glorificato, pone e pronunzia nell’‘Oggi’ del nostro tempo. 2. Il Soggetto della liturgia Qual è il soggetto agente nelle azioni liturgiche? Dalla risposta a questa domanda dipende la promozione o la dissoluzione dell’intero complesso liturgico. La risposta è inequivocabile: la liturgia ha come Soggetto Cristo Gesù, indissolubilmente unito alla Chiesa, sua sposa. Ogni atto liturgico è perciò un atto di Cristo e della Chiesa. Questo distinto ed inscindibile Soggetto stabilisce i riti e le preci. Nessun altro potrà creare o mutare quei riti e quelle preci che ha stabilito direttamente il Signore o che nel suo nome avrà stabilito la Chiesa. Se si accetta questa verità, si libera la mente da ogni tentazione di voler creare un culto soggettivo conforme alle sensibilità effimere delle persone e delle contingenze. La Chiesa sa che soltanto il culto del Figlio unigenito e della Chiesa sua sposa gode dell’accesso alla maestà divina ed ottiene il balsamo della santificazione. Il fedele ben formato sa che la sua preghiera individuale ha un unico accesso a Dio, quello di fondersi umilmente nell’unico culto valido ed efficace, quello di Cristo e della Chiesa. Qui sta il segreto profondo della actuosa participatio (SC 11) alla liturgia. In tal senso emerge il carattere teocentrico della liturgia e decade la sua mistificazione nell’antropocentrismo imperante. Coloro che hanno compreso questa verità accettano di buon grado la disciplina liturgica, perché sanno che in tal modo ricevono il pensiero di Cristo e offrono un culto autentico in mistica unione con la preghiera del sommo nostro Sacerdote, che officia perennemente sull’altare celeste. 3. La Tradizione liturgica Allo stesso modo che noi veniamo a contatto col depositum fidei, consegnato una volta e per sempre agli Apostoli e trasmesso di generazione in generazione nella perenne Tradizione apostolica, riceviamo pure dalla medesima Tradizione il depositum gratiae, ossia quel culto immacolato che il Signore ha consegnato alla sua Chiesa perché glorifichi la Trinità divina con il medesimo culto, puro e santo, che fu il Suo qui sulla terra ed ora arde perenne sull’altare d’oro del Cielo. La Tradizione è dunque intrinseca alla liturgia cattolica, al punto che, fuori di questa, si esce dal contatto vivo col flusso soprannaturale della Grazia, che pervade unicamente il culto del Figlio di Dio, incarnato e glorificato. Come non è possibile aggiungere alcunché alla divina Rivelazione dopo la sua chiusura con la morte dell’ultimo Apostolo, così non è possibile ricreare o modificare oggi la liturgia su basi umane ed effimere. Il dogma della fede e la sostanza della liturgia sono perenni e si attingono unicamente con la recezione fedele della loro forma nella continuità della Tradizione apostolica. Il rigetto della Tradizione è dunque il rigetto di Cristo, che dalla Tradizione ci è consegnato e nella Tradizione opera nel tempo la sua azione santificante. Lo Spirito Santo stesso interviene soltanto lì dove è annunziato ed opera il Logos ed agisce sempre in conformità a quel depositum fidei et gratiae, che il Signore Gesù Cristo ci ha consegnato una volta e per sempre nella pienezza del tempo della sua vita sulla terra. In tale senso si deve intendere il carattere tradizionale della liturgia. Ogni sviluppo liturgico è legittimo se nella fedeltà al depositum apostolico e ogni apporto nei secoli deve esibire la sua conformità ad esso. Effettivamente grande fu lo sviluppo della liturgia cattolica, ma soltanto nella linea di quella verità più piena e di quella esplicitazione coerente suscitate dallo Spirito Santo nel cammino della Chiesa verso il compimento definitivo. Tali apporti, vagliati dal Magistero autentico della Chiesa, rappresentano tappe imprescindibili nell’organismo vivo della liturgia e, nella loro più intima sostanza (SC 21), non possono regredire, ma solo ricevere una maggior purificazione in vista di una più splendida maturazione. Ed ecco che il monumentum secolare della disciplina liturgica, nella complessità e nell’ordine dei suoi ingredienti, definisce con rigore, conserva con cura e difende con ardore la presenza, il pensiero e il culto del Kyrios, immolato e glorioso. Fatte queste tre considerazioni previe vi invitiamo alla lettura e alla riflessione sul tema della disciplina liturgica, offerto nella rivista Liturgia culmen et fons (n. 3 del 2022 qui in allegato). La disciplina liturgica.docx
  2. I “nostri vecchi” – tra i quali anche i nostri genitori, se erano come si diceva una volta persone “religiose”, che non perdevano mai una Messa alla domenica e magari neanche in giorno feriale – avevano una grande fiducia in quella che chiamavano “la Provvidenza”. E questa arrivava puntualmente, quasi cronometricamente, sempre al momento giusto, per aiutarli a risolvere una situazione delicata, materiale o di coscienza che fosse. Loro non avevano la pretesa di pilotarla; semplicemente si fidavano, perché sapevano che il Signore c’è e “provvede”; anche quando fa in modo diverso da quello che a noi sembrava dovesse fare. Alla fine si vedeva che aveva avuto ragione Lui. Non c’erano dubbi. La loro fede, come ogni fede cristiana seria, insegnava loro che non esistiamo solo noi “di qua”, come se il mondo fosse solo una faccenda di materia. O di energia cosmica (oggi fin troppo di moda), che è una “roba pagana”, che identifica Dio con il cosmo, mentre Dio è spirito trascendente, infinitamente superiore all’universo, che è opera della Sua creazione e gli è inferiore e sottoposto, non potendo neppure esistere se Dio non lo volesse e non lo “tenesse su”. Per i “nostri vecchi” era normale tenere sempre presente che noi, qui sulla terra, siamo “quattro gatti”, e la maggior parte dell’umanità è quella che vive “al di là”, ed è stata “di qua” solo negli anni, nei secoli passati della storia. E poi si ricordavano sempre, in ogni momento, e non solo qualche volta (magari quando pregavano), ma sempre che ci sono gli Angeli, che per ognuno di noi c’è l’Angelo Custode che ti sta vicino sempre, senza distrarsi, per proteggerti. Capita anche a noi di essere acciuffati per i capelli e risparmiati da un incidente che stava per succederci, o di venir fuori da una malattia seria che poteva portarci via. O di essere stati guidati, diciamo pure illuminati, a prendere la decisione giusta al momento giusto. Magari non ci pensiamo e non ce ne accorgiamo e tutto ci sembra essere avvenuto per caso o per un ignoto “meccanismo”. Loro, invece, i “nostri vecchi” sapevano bene che dietro tutto c’è “la Provvidenza”; e ne ringraziavano il Signore. E poi con gli esseri umani che sono “di là” e con gli Angeli, ci sono Dio, Padre, Figlio (Gesù Cristo, il Verbo fatto carne) e lo Spirito Santo, e la Madonna, la Madre di Gesù Cristo, la Madre di Dio. Per loro era normale avere presente che la “realtà” comprende tutti questi – che ci sono per davvero e ci fanno compagnia anche quando siamo soli in casa – e non c’è appena quello che vediamo, tocchiamo, ascoltiamo, mangiamo, respiriamo, in quei pochi anni della nostra esistenza terrena. Quello che c’è qui non è che la punta dell’iceberg; il “grosso” è “di là” ed è su quello che occorre imparare a contare. Per cui non sarà poi così tragico se un giorno ci andremo anche noi: basta essere ben consapevoli e preparati, per non perdere “il treno giusto” che ci porta alla beatitudine eterna. Se qui ragioni e vivi come se Dio non ci fosse, dopo un po’ finisci per stare male, perché ti manca il Fondamento di tutto, il senso delle cose; e se non te ne accorgi per tempo sarà così per l’eternità e ti mangerai per sempre le mani per avere voluto prendere la strada delle sole apparenze. Per te sarà per sempre come se Dio non ci fosse, perché saprai che c’è, ma non l’hai voluto e hai diritto, anzi l’obbligo, di continuare a non averlo… ma è l’Inferno! Allora i “nostri vecchi” avevano ragione e conviene imparare a ragionare e a vivere con la stessa visione delle cose che hanno avuto loro, che è più cristiana e più umana. Provare per credere!
  3. Ettore Gotti Tedeschi interviene circa il libro di Stefano Fontana "Ateismo cattolico?". Parte da un testo di Marcello Pera che legge S. Agostino e Kant, ritenendo che quest'ultimo volesse unire Ragione e Scrittura. Kant era un uomo religiosissimo ma non cattolico. Un utile stimolo alla riflessione. Mi riferisco all’articolo di Nicola Barile, con cui commenta il libro di S.Fontana, (non ancora letto : "Ateismo cattolico?"). Barile riprende opportunamente una considerazione di Fontana su Kant (“l’esaltazione della religione in Kant non è veramente tale essendo essa non altro che un nome diverso per una morale pienamente autonoma , una esigenza o una condizione della morale . ”) lasciando intendere ( se son riuscito a ben capire ), che questa affermazione avrebbe fatto inorridire Kant, che credeva in una morale oggettiva ,non in una morale autoprodotta dall’individuo . Appunto. Non entro nella valutazione per "incompetenza filosofica" e senza volere minimamente offrire una mia alternativa di pensiero, ma, al fine di capire meglio e approfondire il rapporto tra Kant e cristianesimo, propongo al lettore de Il Pensiero Cattolico , la lettura dell’ultimo libro scritto dal prof. Marcello Pera , filosofo e amico ( già Presidente del Senato, autore del libro “Senza Radici” , scritto nel 2005 con J.Ratzinger e del libro “Perché dobbiamo dirci cristiani “ del 2008 , con prefazione di Papa Benedetto XVI ) , che è parcheggiato nel “Cortile dei Gentili “ da qualche tempo , aspettando di esser invitato ad entrare… ,ma non trova più neppure il custode del cosiddetto Cortile. Cortile che forse è stato chiuso definitivamente da qualche anno … Marcello Pera ha pubblicato nel settembre 2022 (con Morcelliana ) il saggio “Lo sguardo della Caduta . Agostino e la superbia del secolarismo”, dove affronta anche l’influenza di S.Agostino su Kant ( i commenti che seguono son frutto solo del mio tentativo di comprensione dello scritto di MarcelloPera). Ciò esplorando il rapporto che Kant aveva con il cristianesimo, che non pretendeva di correggere, bensì di presentarlo alla ragione, di spiegarlo e comunicarlo, perché (secondo Kant) se il cristianesimo venisse ricondotto nei limiti della ragione, la fede cristiana potrebbe trovare la capacità di esser universalmente condivisa in modo convincente. Kant riconosceva che il cristianesimo era la miglior religione e più adeguata, poiché la morale della -ragion pratica- è deontologica e si fonda sul dovere di essere santo, in un regime di libertà personale . Poiché per Agostino lo “Sguardo sulla Caduta “ è l’essenza del Cristianesimo, la strategia di Kant si direbbe esser stata quella di portare il peccato originale a esser inteso per mezzo della ragione , con aiuto della grazia . Kant intendeva razionalizzare il Cristianesimo, sinergizzandosi con il progetto di Agostino di cristianizzare la Ragione. L’intenzione di Kant appare essere quella di provare l’unità tra Ragione e Scrittura . Marcello Pera ricorda al lettore che le diffidenze verso Kant son spesso state diffidenze anche verso Agostino . Kant è troppo ottimista e confida troppo nella ragione , mentre Agostino è troppo pessimista e confida “troppo” nella fede . Ma Agostino vinse la battaglia fondando (grazie alla sua fede ) una dottrina e cultura cristiana (“ La Carta dell’Occidente “), Kant invece non riuscì nel suo progetto di unire Ragione e Scrittura . EttoreGottiTedeschi
  4. Quando san Tommaso entrava in classe (ci viene riferito da una accreditata diceria) poneva una mela sul tavolo dicendo: “Questa è una mela, chi non è d’accordo può uscire”. In pratica: se tu non riconosci l’oggettività del reale, come possiamo costruire una grammatica comune? Quando il serpente con una mela* tentò Eva, le disse che sarebbe diventata come Dio. Cosa significava per Eva diventare ed essere come Dio? Lei e Adamo avevano il dominio su cose e animali esistenti, al punto da poter dar loro il nome; tuttavia questo potere era stato concesso loro da Dio che, essendo Il Creatore, era il garante della veridicità della loro conoscenza e del loro linguaggio, in quanto garante dell’oggettività del reale, nel senso che esso non dipende dalla conoscenza umana.Diventare come Dio significava quindi avocare a sé la capacità di garantire la veridicità della conoscenza, ricostituendola in una grammatica soggettiva che, immediatamente, si sarebbe rivelata arbitraria. Ma a che pro essere come Dio se già da subito essi potevano dare il nome alle bestie ed alle cose? Lo scopo era non accontentarsi più di dare il nome alla realtà oggettiva, ma iniziare a ricostituirla ex novo su una grammatica che fosse soggettiva ed arbitraria. Infatti Eva si scopre nuda, e nudo scopre il suo uomo; perciò dovranno coprirsi, difendersi: poiché il loro intendersi è stato alterato, non è più possibile condividere o comprendersi in modo immediato. Nelle mani di un soggettivismo che è il nuovo dio degli uomini non ci si capisce più. Quando (per servirmi di un ultimo esempio) Nietzsche cercava il metodo per demolire il cristianesimo, secondo McLuhan, lo trovò nella distruzione della grammatica e del suo senso logico: il cristianesimo (questo strano platonismo per il popolo) si regge sul linguaggio corretto, oserei dire sulla coerenza della parola; si distrugga il senso di questa e verrà meno la forza del pensiero cristiano, ed anche del pensiero stesso. Verrà meno l’umano. La mela del primo peccato ha diverse sfaccettature, ed ogni epoca è stata tentata con un morso diverso. Credo che lo specifico della nostra epoca sia proprio il rilassamento, se non il venir meno, del senso logico del linguaggio, della sua capacità di comunicare una realtà oggettiva, chiara ai sensi ed allo spirito. Il vero, secondo i dettami del postmoderno spinto, non esiste più. Ma così viene meno la coscienza che guida il mio vivere, e la veglia si risolve in un ascolto esasperato del proprio intimo dove si colgono necessità primarie ipertrofiche che abbiamo imparato a chiamare diritti; trascorriamo le nostre vite sperando nel “sol dell’avvenir”, pur sapendo che non esiste.Chiamiamo il nostro obiettivo utopia ed andiamo avanti tra forza d’inerzia e disperazione. Sembriamo giunti al capolinea delle conseguenze negative della soggettivizzazione della conoscenza, ribaltatasi e concretizzatasi nella appropriazione di quel che sul momento ci pare. Tutto questo lo chiamiamo laicità o, con una correzione da parte cattolica, laicismo. Può il laicismo-laicità un giorno “incontrare” e dialogare col cattolicesimo? Questa è stata la speranza (o sarebbe meglio chiamarla utopia?) di molti , in nome di una volontà d’incontro, eppure anche questa appare compromessa se già all’interno del cristianesimo sono presenti problemi grammaticali. Ricordo ancora la commozione e l’appagamento dello spirito quando scoprii il motto episcopale del patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora I: “Fermiamoci e guardiamoci”. Bellissimo!Il tentativo d’incontro era una realtà morale, spirituale e, quasi, una necessità di ricomposizione della nostra psiche, scissa per essere stata alimentata per troppo tempo da due civiltà parallele: abbiamo praticamente due personalità, la cui convivenza ci causa parecchi problemi. Si vede bene allora che non si tratta di un incontro fra due realtà o antropologie distinte, ma della necessità di una scelta dell’una o dell’altra. Tuttavia, per confrontarsi serve un linguaggio comune, che non esiste, perché non esiste più una logica o una morale o una spiritualità comuni.Prendiamo ad esempio il verbo amare, che non ha più riferimenti ad un sentire comune, ma è fortemente condizionato dalla soggettività dell’io che lo coniuga a seconda del proprio sentire più ermetico: la parola rimane sacra come forza e valore, ma diventa relativa nel suo coniugarsi soggettivista, diventando in pratica un amuleto, una parola chiave, uno slogan più o meno efficace da tirare fuori nei momenti di difficoltà dialettica durante il tanto sospirato confronto. Confronto che, proprio a causa di queste parole-idolo, viene definitivamente esorcizzato.Perdendo di significato la parola diventa un assoluto inarrivabile e non raggiungibile, una utopia. Così avviene delle altre parole amatissime nella nostra contemporaneità come libertà, coscienza, dovere, diritto, ascolto, rispetto, tolleranza ecc. Benché si debba riconoscere lo sforzo della contemporaneità di cercare una armonia sponsale fra individuo e collettività, mi pare che a livello pratico si sia di fronte ad un fallimento. Il mondo laico non riesce a proporre dei minimi comuni denominatori d’incontro tra i vari soggetti che lo compongono e la società che lo esprime. Esso risulta incompleto e per poter essere qualcosa di definito, e soprattutto nell’incontro e nelle relazioni della quotidianità commette un latrocinio subdolo nei confronti del cristianesimo. L’insufficienza della laicità è colmata dalla spiritualità cristiana, la quale però è deformata ed amputata di sue sostanziali peculiarità, come l’integrità del pensiero logico che ne è un elemento fondante e l’oggettività dell’atto morale. Tolti questi due elementi il cristiano non è più tale: ha forma cristiana, ma non sostanza; non siamo più cristiani, ma cristianoidi. O anche trans-cristiani, in una trasformazione di cui l’esito è difficile da stabilire.*Si usa il termine mela per via della tradizione risalente alla Vulgata di San Gerolamo
  5. Il nuovo libro di S. Fontana, Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede (Fede & Cultura, Verona 2022), propone la nozione di «ateismo cattolico» per spiegare una certa deriva della fede cattolica: lo fa attraverso nove capitoli, più o meno della stessa lunghezza, anche se non di uguale importanza. Il lettore può leggere il cuore della proposta di Fontana nell’introduzione e, soprattutto, nei primi due capitoli, che definiscono cosa sia appunto l’«ateismo cattolico» (pp. 5-48). I capitoli successivi sono più che altro una applicazione del concetto di «ateismo cattolico» a una serie eterogenea di vicende e protagonisti del mondo cattolico (dal magistero sociale postconciliare alla scuola parentale, da Dante a Chesterton), non selezionati secondo un criterio evidente (per esempio, quello cronologico), né sempre chiaramente connessi con l’argomento principale dell’«ateismo cattolico» (si veda, ad esempio, il capitolo sul magistero sociale postconciliare, pp. 125-143), sicché si ha piuttosto l’impressione di scritti ripubblicati per l’occasione di questo volume. Ma cos’è l’«ateismo cattolico», secondo Fontana? E perché è seguito nel titolo da un punto interrogativo? In effetti, il punto interrogativo si rende necessario per la contraddizione della nozione proposta, che mette insieme due elementi apparentemente in contrasto fra loro (la fede e la sua negazione, ovvero l’ateismo). Questo accade, secondo Fontana, quando la fede, per costruire la sua teologia, si avvale di uno strumento filosofico inadeguato o addirittura fuorviante, che deforma dall’interno la comprensione delle verità di fede, svuotandola dei suoi contenuti e mantenendola così solo nel suo aspetto soggettivo, senza che ci sia la possibilità di recedere da tale tentativo, perché si tratta di gesto condiviso, in quanto ritenuto in conformità con lo spirito del tempo. Viene immediatamente da pensare al filosofo ed economista Karl Marx, ritenuto ancora in pieno XX secolo «uno degli ultimi pensatori scolastici», per la sofisticata articolazione del suo metodo dialettico, in realtà incompatibile con la fede cristiana. Fontana, invece, si sofferma su autori già da lui considerati, come l’illuminista Immanuel Kant, perché «l’esaltazione della religione in Kant non è veramente tale, essendo essa non altro che un nome diverso per una morale pienamente autonoma, una esigenza o una condizione della morale» (p. 56). È un’affermazione che sconta ancora una interpretazione dell’illuminismo come età ostile al cattolicesimo, non del tutto supportata, tuttavia, dalla storiografia. Fontana, mettendo praticamente sullo stesso piano la morale elaborata da Kant e l’autonomia proclamata dal liberalismo contemporaneo, avrebbe semplicemente fatto inorridire il filosofo illuminista, che credeva pur sempre in una morale oggettiva («ragione pratica») che l’autonomia ci dà i mezzi e l’opportunità di seguire, non già in una morale autoprodotta dalle scelte private dell’individuo. La più sofisticata analisi delle tracce di ateismo cattolico, se l’ho intesa rettamente, si trova forse nel capitolo su Dante (pp. 108-124) o, meglio, su come lo storico della filosofia cattolico Étienne Gilson ha interpretato un passo della Monarchia del grande poeta medievale (III, 16), là dove si legge che l’uomo possiede due fini ultimi, uno da conseguire in questa vita, prima della morte, l’altro nella vita futura, dopo la morte. Gilson nota giustamente che, secondo il De regimine principum di San Tommaso d’Aquino, l’uomo ha invece un solo fine ultimo: la beatitudine eterna, cui è chiamato da Dio e che può attingere solo per mezzo della Chiesa, fuori della quale non c’è salvezza. Questa è, appunto, la ragione per cui i prìncipi di questo mondo sono sottomessi al papa, come a Gesù stesso, di cui questi è il vicario. Dante rifiuta questa conclusione; per questo motivo, eleva anche il fine della vita politica alla dignità di fine ultimo, facendo così del potere imperiale una autorità senza appello nel proprio ordine, come lo è il pontefice romano. Ha dunque Dante anticipato la laicità e l’autonomia della politica, emancipando l’imperatore dal papa? Credo che la contraddizione rilevata da Gilson, e sottolineata da Fontana, tra San Tommaso e Dante si possa risolvere se si pensa che, nel medioevo, era generalmente ammessa l’origine del potere imperiale dai bisogni umani e dall’umana convivenza, come insegnato dal diritto romano; per San Tommaso era però pericoloso ammettere l’esclusione dell’origine immediatamente divina del potere ecclesiastico per quel che riguardava il papato. Non la pensa così Dante, la cui Monarchia, invece, di tomistico conserva le distinzioni del diritto in divino, naturale ed umano, i concetti di beatitudine terrena ed eterna come finalità dello stato celeste e di quello terreno, l’ideale monarchico, l’idea cattolica della dominazione universale e, soprattutto, l’intero apparato della dimostrazione teologica e deduttiva, ma non la fede politica. Ma questo è, evidentemente, un altro discorso, che riguarda l’interpretazione della Monarchia. A parte questi rilievi, suggeriti dalla stimolante lettura dell’Ateismo cattolico?, per i numerosi spunti di riflessione e le occasioni di approfondimento offerti, il lettore, pertanto, può ben rendersi conto della fecondità del libro di Fontana, che racchiude, in definitiva, il senso della stessa fecondità della risposta positiva della filosofia di San Tommaso alla domanda se esista qualcosa; rispondendo negativamente, l’ateismo cattolico nasce invece già morto.
  6. Il libro di K. La vera obbedienza nella Chiesa come gli altri suoi scritti su OnePeterFive, è un testo battagliero, scritto con piglio polemico e vivace, di sicuro ambito tradizionalista (anche se riflette un certo tradizionalismo), ma non privo dei consueti difetti dell'autore. Ovvero una certa superficialità e la tendenza a semplificare. Un premessa è d'obbligo. K. dice che l'obbedienza ai propri superiori nella Chiesa deve essere subordinata alla 1) fiducia riposta o meno in essi e 2) alla legittima subordinazione ovvero al riconoscimento dei costumi e delle tradizioni (sic! vedi pp. 8-9). Dove ricavi questi due criteri molto personali, non lo spiega chiaramente: certamente, non appartengono al Magistero, che dice altro a tal proposito, ma, piuttosto, sembrano due principii molto arbitrari o, meglio, scelti per tirare certe conclusioni. Sorvolando quindi sui temi della liturgia, dove il rito nuovo è interpretato in termini esclusivamente negativi in chiave lefebvriana (p. 26), bisogna soffermarsi sul luogo comune del "bene comune" (si scusi il bisticcio) contrapposto all'autorità che scientemente vìola tale bene, così come esposto da S. Tommaso (pp. 16-17). E', a sua volta, un luogo comune ricorrere a questo argomento ma, se si legge con attenzione il filosofo medievale, senza estrapolare frasi dal ricco contesto, si vede bene come il bene comune (in senso politico, va aggiunto, ovvero la famiglia e l'individuo) ha bisogno dell'autorità e della responsabilità della legge umana e del governo per prosperare, che ne assicurino cioè la protezione. Dunque non si possono contrapporre tout court bene comune e autorità. Anche perché ai tempi di S. Tommaso, contrapporsi all'autorità significava ribellarsi ai potenti baroni feudali. Lo stesso vale per un altro esempio portato dall'autore e cioè quello del rapporto fra l'autorità e il fedele e la subordinazione del figlio nei confronti del padre (pp. 7-8, 11-12). Secondo K. il modello è il medesimo. Il fedele/figlio può disobbedire all'autorità/genitore se il comando ricevuto va contro la legge divina o naturale. Ma questa interpretazione di Ef 6, 1, a ben vedere, non ha nulla di rivoluzionario: il comando di obbedire non è mai assoluto ma, diversamente da quanto la gente pensa di solito, condizionato: va cioè sempre confrontato con il contenuto della legge divina e/o quella naturale: perché «dobbiamo ubbidire a Dio, piuttosto che agli uomini», come dice san Pietro (At 5,29). Allo stesso modo, allora, siamo obbligati ad accettare l'insegnamento non infallibile del romano pontefice (perché è di questo che si vuol parlare, sostanzialmente) solo a condizione che agisca nell'ambito della sua autorità secondo la legge divina. Se insegnasse qualcosa di contrario a una legge superiore in cui credere, allora l'obbligo di dare il consenso religioso a questo insegnamento cederebbe all'obbligo più severo che obbliga i fedeli a credere alla parola di Dio e - punto assai cruciale, trascurato da K. - ad attenersi all'insegnamento infallibile della Chiesa. Questo è il punto. Non ribellarsi tout court e basta. Se no veramente l'obbedienza non è più una virtù, per parafrasare un altro testo d'altri tempi. A queste puntualizzazioni vanno aggiunte queste altre di tipo canonistico. K. sembra distaccarsi dalla nozione di comunione ecclesiale, concependo il rapporto tra fedeli e Pastori in termini puramente dialettici e di contrapposizione. Il can. 212 del Codice di Diritto Canonico offre norme di sapiente equilibrio. Il primo paragrafo ricorda che i fedeli, in modo responsabile, ossia "consapevoli della propria responsabilità" sono tenuti ad osservare "con cristiana obbedienza" ciò che i sacri Pastori, in quanto (e nella misura in cui) "rappresentano Cristo", dichiarano "come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa". D'altra parte il secondo paragrafo sancisce che i fedeli sono liberi di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri. Il terzo paragrafo poi addirittura prevede che i fedeli, in rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di ciascuno, abbiano non solo il diritto, ma addirittura il dovere di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli, fatti salvi l'integrità della fede, dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo presente l'utilità comune e la dignità delle persone. Come si vede, la stessa normativa è piuttosto larga nel riconoscere ai fedeli non solo il diritto ma addirittura il dovere di intervenire nelle discussioni relative al bene della Chiesa, avendo però come presupposti "scienza, competenza e prestigio" (evitando le chiacchiere da bar), ed usando modalità che siano rispettose non solo per i Pastori, ma per la dignità di ogni persona, e naturalmente nei limiti di una fede e di costumi integri. L'obbedienza non si oppone quindi alla coscienza e alla responsabilità, che incombe a ciascuno, che sia però dotato di una adeguata scienza e competenza e che sappia mantenersi nell'ambito di uno stile di autentica comunione. Questa norma deve esser poi letta con quelle successive, relative ai diritti e ai doveri dei fedeli, ossia fino al can. 223 compreso. Atti di ribellione, di disprezzo delle norme e dei provvedimenti, al di fuori dei legittimi canali di impugnazione, non solo non appartengono ad una logica di comunione, ma si distaccano anche dal principio di realtà, perché portano inevitabilmente all'applicazione di sanzioni, anche gravi e gravissime, che è utopico pensare possano essere superate in un fantasioso prossimo futuro. Purtroppo molti tendono a farsi una Chiesa immaginaria, contrapposta a quella reale, fatta di santi e peccatori, come noi tutti siamo. Insomma: K. va letto perché ha sovente buoni spunti di riflessione, ma non andrebbe consigliato, soprattutto a chi non dispone delle chiavi di lettura adeguate per affrontare un autore che è un sincero cristiano, indubbiamente coinvolgente, in quanto schiettamente militante, ma non sempre edificante per il suo piglio rivoluzionario, soprattutto per i tanti perplessi di oggi.
  7. L’uomo come componente del sistema naturale e sociale esprime il bisogno di benessere e libertà nel proprio mondo di appartenenza. L’ambiente sarà capace di rispondere a tali bisogni fintanto che le risorse messe a disposizione sono impiegate fruttuosamente con gli strumenti offerti dalla conoscenza scientifica. Sarà possibile superare i vincoli dello spazio e del tempo con i vettori di locomozione e con le comunicazioni on-line, inoltre lo stato di salute è sempre stato oggetto di interesse da una medicina in continua evoluzione. Dai risultati finora ottenuti è necessario chiedersi se il progresso della scienza ha dato delle risposte confacenti ai bisogni umani e quali certezze occorre trovare per dare fiducia alla scienza. L’esperienza mette in gioco la ragione per giudicare quanto i risultati della scienza siano limitati. L’uomo non può sottrarsi agli interrogativi sulla vivibilità in rapporto con la realtà. Per la sua stessa natura è portato a orientare il pensiero come determinato alla vita consona ai bisogni dell’esistenza. Il confronto con la realtà circoscritta all’ambiente circostante ha reso l’essere umano capace di percepire e individuare gli elementi che determinano tale realtà come componenti di un sistema vitale. Quanto più il sistema ambiente viene investito da una conoscenza profonda tanto più si evolve la percezione di un sistema dinamico rivolto a trasformare le stesse condizioni di vita dell’uomo. In termini espliciti l’ambiente è riconosciuto come un sistema in quanto è composto da un insieme di elementi tra essi collegati e in continua interazione quali le specie viventi, il clima e le risorse naturali che influenzano il ciclo della vita. Il termine ambiente viene inoltre utilizzato in senso ampio: l’ambiente viene definito non solo in riferimento a un singolo organismo, bensì a tutti gli organismi che vivono sul pianeta Terra, pertanto non è inteso solo ad una zona circoscritta bensì all'intero pianeta e alle sue particolari caratteristiche che permettono l'esistenza della vita. L’essere umano, parte integrante dell’ambiente, esprime il relativo rapporto con diverse modalità tra i quali assume una notevole rilevanza il lavoro. Il lavoro, artefice di mutamenti ambientali, ha subìto nel tempo una evoluzione così da assumere una funzione determinante in termini di efficienza nella realizzazione dei programmi della produzione di beni e servizi. Questa evoluzione si è manifestata prevalentemente sul piano tecnologico attraverso l’automazione. A questo punto il confronto con l’ambiente naturale ha subìto un notevole cambiamento nel tempo passando sul piano operativo da una attività prettamente artigianale ad una attività tecnologicamente avanzata al punto da configurare un proprio ambiente tecnologico ampiamente digitalizzato. Attraverso il lavoro quale posizione può assumere l’uomo in rapporto con l’ambiente? Sembra definito un rapporto di dominio rimarcando un ambiente naturale percepito come una realtà esterna da cui ricavare quanto necessario per il nutrimento, il vestito, la costruzione di abitazioni, di quanto ci si sente padroni sfruttandone materiali ed energia. Questo rapporto con l’ambiente, inteso in senso ampio col mondo circostante, viene espresso in termini di opportunità per stabilire un equilibrio che collochi l’essere umano in una posizione di vantaggio in termini di potere e di dominio sulle risorse che il mondo può riservare. Occorre comunque riscoprire il valore dell’aforisma attribuito a Charles Darwin “ il lavoro nobilita l’uomo”. Letteralmente significa “elevare al rango di nobile, conferendo o trasmettendo un titolo di nobiltà”, in senso figurativo indica “sollevare spiritualmente, conferire dignità morale”. A tal proposito, riguardo al lavoro, occorre citare la sacra scrittura: Genesi 2,1-4 “Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro”. Dio si rivela all’uomo per mezzo del suo lavoro. Tramite la rivelazione naturale, l’esistenza di Dio viene resa nota ad ogni uomo sulla Terra. Dio creò l’uomo a sua immagine e gli affidò il compito di lavorare responsabilmente il giardino di Eden. Osserviamo che le due cose, creazione a immagine di Dio e lavoro, sono strettamente collegate. Infatti, a nessuno degli animali il Creatore affidò un compito così importante, solo all’uomo, dal momento che questi soltanto è stato creato a sua immagine e somiglianza. Il lavoro, dunque, rivela qualcosa della persona che lo svolge: ne espone il carattere, le motivazioni, i talenti, le capacità e i tratti della personalità. La giusta dimensione del faticare dell’uomo viene ristabilita nella riflessione biblica. Il lavoro viene presentato come una necessità per l’uomo e va interpretato alla luce di un corretto rapporto con Dio: non deve diventare un idolo, il solo scopo della vita, un valore assoluto. Sorge l’interrogativo: quale significato può assumere il lavoro quando viene orientato esclusivamente al profitto e al progresso scientifico? In questo orientamento quale ruolo può assumere il lavoro nel contenuto manuale e intellettuale? Non va sottaciuto che il lavoro manuale ma prevalentemente intellettuale è interessato, per diversi gradi, dagli effetti della innovazione tecnologica o dalla scienza applicata. Le innovazioni tecnologiche vanno ricercate nelle cause delle incalzanti applicazioni scientifiche responsabili di attribuire un nuovo rapporto tra l’uomo e la realtà in cui vive. La pervasività degli effetti scientifici nell’attività umana ha raggiunto limiti inimmaginabili al secolo scorso nell’ambito biologico e, in termini ampi, in quello sanitario e delle comunicazioni sociali interessando gli aspetti essenziali della vita umana e della libertà. Pertanto è necessario citare i ritrovati della genetica giunta alla clonazione di una pecora, il trapianto di tessuti degli organi di feti abortiti, senza ignorare la diffusione delle comunicazioni via social che ha reso possibile una intrusione nella vita privata degli individui, quale esempio la comparsa degli strumenti digitali sempre più sofisticati che finiranno ad assumere una configurazione estesa inglobata nel così detto Metaverso Restano pesanti dubbi sulla liceità dei processi scientifici rivolti a perseguire orientamenti in contrasto con l’inviolabilità dei principi etici. Questo scenario rispecchia l’attuale conoscenza scientifica: prefigurando lo sguardo sulla natura e sulla realtà sociale come un atteggiamento da spettatore con cui vengono studiate le leggi sul piano qualitativo e quantitativo, relegando l’aspetto morale dell’esperienza umana come un fatto privato e personale, del tutto avulso dalla ricerca scientifica. Cosa ne deriva da questa impostazione? La risposta viene evidenziata da Erich Fromm: “ la scienza attuale ha un carattere necrofilo, cioè distruttivo nei confronti della natura. Il dramma ecologico ne è la più evidente espressione. Il principio analitico ha in sé un processo di divisione, un insieme viene fatto a pezzi e poi mi restano in mano le parti. Se tento di ricomporle ottengo una macchina, una sintesi artificiale, ma non una realtà vivente.” A tal punto la ragione può rivelare quale criterio può determinare la vivibilità nella società quando la scienza è al servizio dell’uomo? Per una risposta occorre chiarire quali siano gli orientamenti della scienza rispetto alle attese della società. Secondo Pierluigi Barrotta, nel libro “Scienza e democrazia: verità, fatti e valori in una prospettiva pragmatista”, in una società coesa e ordinata scienziati e cittadini partecipi della stessa comunità hanno lo scopo della ricerca della verità e la condivisione degli stessi valori. La scienza orientata a indagare la realtà secondo leggi universali (del sistema ambientale) non è l’unico strumento di conoscenza della verità al fine di garante una vivibilità sociale. La scienza, pertanto, non ha garantito questo scopo. Quante congetture non paiono funzionare, quante teorie sono state rielaborate, quante sono tutt’oggi incomplete? Occorre tenere presente che Il termine SCIENZA: dal latino “scire” (conoscere), comprende un insieme delle discipline che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, tuttavia non è l’unico strumento di verità. Se cresciamo nella conoscenza del mondo in cui viviamo ci aspettiamo che la scienza raggiunge la meta della verità per rendere più confacente l’ambiente e la società ai principi della legge naturale. In che senso la scienza persegue la verità o deve esserne al servizio? Secondo gli assertori di una verità scientifica La Scienza è composta da tre elementi: Un particolare modo di lavorare, basato sul più acceso scetticismo, il cosi detto “metodo galileiano”. Un insieme di modelli teorici del mondo e dei suoi fenomeni, le cosiddette “teorie”. Un insieme di esperimenti o di osservazioni che servono per convalidare i modelli ed ancorarli alla realtà. La verità scientifica funziona in un certo modo: - se dall’osservazione di un problema si coglie un aspetto interessante di solito si tratta di qualcosa già conosciuto e l’osservazione riguarda qualche incongruenza in un modello già esistente. - L’osservazione forma un modello del fenomeno e tenta di spiegarlo mettendo a punto una teoria. Questa teoria deve fare previsioni sul comportamento del sistema in esame. Le previsione devono esporre la teoria ad una confutazione. - Se l’esperimento confuta la teoria questa viene annullata, in caso contrario viene sottoposta ad altre verifiche. - Il team di ricercatori originali descrive l’esperimento e la teoria nei dettagli e chiede ad altri ricercatori di eseguire di nuovo l’esperimento e di confrontarlo con la teoria. Se l’esperimento viene replicato da altre persone, e continua a verificare la teoria, la teoria viene considerata scientificamente vera. In breve la scienza è una conoscenza di tipo dimostrativo ed esplicativo Cfr “Scienza e teologia a confronto”. Alberto Strumia pag. 82 La verità scientifica resta al centro dell’analisi filosofica e teologica. Quando la scienza è incline a spiegare i fenomeni della realtà le spiegazioni sono valide se riguardano un principio che non richiede alcuna spiegazione che richiude in se la propria verità pertanto è un principio assoluto, in questo caso la spiegazione è inutile. Se il principio è al di fuori della scienza è evidente che deve trarre la conoscenza di questo principio da un’altra scienza cioè la metafisica. La scienza è quindi una disciplina che spiega una verità relativa. Secondo quanto evidenziato da Alberto Strumia nel Capitolo terzo in “Scienza e teologia a confronto” Così enunciata, incontra un diniego nel pensiero filosofico e teologico. Dalla pubblicazione “Fede e scienza” di Benedetto XVI si evince che … «La scienza, tuttavia, pur donando generosamente, dà solo ciò che deve donare. L’uomo non può riporre nella scienza e nella tecnologia una fiducia talmente radicale e incondizionata da credere che il progresso scientifico e tecnologico possa spiegare qualsiasi cosa e rispondere pienamente a tutti i suoi bisogni esistenziali e spirituali. La scienza non può sostituire la filosofia e la rivelazione rispondendo in modo esaustivo alle domande più radicali dell’uomo: domande sul significato della vita e della morte, sui valori ultimi, e sulla stessa natura del progresso. In conclusione La prevedibilità scientifica solleva anche la questione delle responsabilità etiche dello scienziato. Le sue conclusioni devono essere guidate dal rispetto della verità e dall’onesto riconoscimento sia dell’accuratezza sia degli inevitabili limiti del metodo scientifico»
  8. Domenica XXVIII del Tempo Ordinario (Anno C) (2 Re 5,14-17; Sal 97; 2 Tm 2,8-13; Lc 17.11-19) Le letture di questa domenica parlano di alcuni personaggi “stranieri”, Naaman il siro e il samaritano, uno dei dieci lebbrosi guariti da Gesù. All’epoca del profeta Eliseo (prima lettura) come al tempo di Gesù (Vangelo) questo appellativo – “stranieri” – indicava coloro che non appartenevano al popolo di Israele. Oggi, da parecchi anni, con questo termine ci si riferisce, ormai abitualmente ed esclusivamente ai cosiddetti “migranti”, provenienti da diverse etnie, culture e religioni, aree geografiche. E per ragioni che, solo in pochi casi, sono l’effettiva necessità di fuggire da situazioni di guerra oggettivamente pericolose. Ma non è questo il momento né il luogo per addentrarsi in questo aspetto del problema. Qui, quanto è importante sottolineare – in riferimento alle letture della liturgia di questa domenica – è il fatto che, a differenza di quanto si fa strumentalmente oggi, non è il titolo di “stranieri” a rendere automaticamente meritevoli di lode e di apprezzamento Naaman, il siro, da parte del profeta Eliseo (nella prima lettura) o il lebbroso samaritano che ritorna per ringraziare, da parte del Signore (nel Vangelo), ma è la fede in Dio dimostrata dal primo e la fede in Gesù dimostrata dal secondo. Non dovrebbe, allora, anche il popolo cristiano dei nostri giorni, con i suoi pastori per primi, adottare lo stesso criterio? Perché, allora, si usano criteri ben diversi? Ti apprezzo non tanto perché il titolo di “straniero” ti dà una sorta di “patente di innocenza”, in quanto membro di uno strano, immaginario nuovo “popolo eletto”, o nuovo “proletariato” che sia, facendo di te un privilegiato, quasi tu fossi esente dal peccato originale. E questo semplicemente perché non lo sei, esattamente come non lo sono io! È certamente doverosa l’accoglienza, in proporzione alle disponibilità di chi accoglie, ed è altrettanto doveroso, però, procedere razionalmente. La Scrittura dice, in proposito: «Se, mietendo il tuo campo, vi avrai dimenticato qualche covone, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l’orfano e per la vedova» (Deut 24,19). Non sarà però, per il solo “straniero”, a spese di chi è bisognoso in casa tua (l’orfano, la vedova, il disabile con chi lo assiste, e altri ancora!). Attenzione all’ideologia dell’accoglienza forzata dello “straniero”, internazionalemente imposta! Anche perché, chi si comporta con lo “straniero” in questo modo, ben di rado lo fa senza secondi fini, politici, culturali, ideologici, anticristiani ed economici… Il Signore ha mostrato grande apprezzamento per coloro che hanno avuto fede in Lui, a qualunque popolo ed etnia appartenessero, al suo popolo come ad altri popoli. Ed ha dimostrato umana meraviglia di fronte a coloro i quali, davanti alla straordinarietà del Suo insegnamento e di ciò che Egli faceva, si sono convertiti a Lui, abbandonando le loro religioni di appartenenza, ormai dimostratesi del tutto inadeguate e per molti aspetti addirittura false. La dichiarazione di Naaman, il siro, che troviamo nella prima lettura, lo documenta: «Il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore». Una chiara testimonianza di “conversione”. Nel Vangelo, il lebbroso Samaritano, guarito, diede un’altrettanto esplicita testimonianza di conversione: «Si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo». Mentre gli altri nove, pur appartenenti al popolo di Israele, come si può desumere dalle parole stesse di Gesù («Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?»), si sono comportati come titolari del diritto alla guarigione, senza dare un minimo di segno di fede in Dio che miracolosamente li ha guariti per le parole del Signore. Tornare a Cristo serve a tutti: stranieri convertiti e cristiani distratti dall’impegno sociologico! Nella seconda lettura, san Paolo rivolge a Timoteo una raccomandazione che vale ancor più per noi oggi, per chi deve istruire e guidare come per chi deve imparare ad essere cristiano: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, […] come io annuncio nel mio vangelo». Quasi ingiungesse di non azzardarsi a sostituire il culto verso di Lui, unico e vero Dio, con il mito pagano dello “straniero”, o dell’ambiente, o della natura adorati al posto Suo. Perché non funzionerà, né per ingraziarsi lo “straniero”, se non si converte alla vera religione, né per l’ambiente e la natura se non si riconosce Dio che li ha creati. Ma per condurre anche lo “straniero” alla fede, si deve parlargli di Cristo, insegnargli chi è veramente e non ritirarsi in un relativismo pseudoreligioso, come è divenuto di moda fare, oggi, anche nelle chiese che dovrebbero essere cristiane. I santi hanno annunciato e testimoniato Cristo con la loro parola e la loro vita, e non si sono mai accontentati di un sincretismo pagano in cui si mescolano elementi presi da tutte le parti confondendo le idee, già poco chiare, di coloro che ancora vorrebbero essere cristiani. In una situazione tanto confusa e pasticciata occorre, più di sempre, chiedere soccorso alla Madre di Dio, Maria Santissima, soprattutto in questo mese di ottobre a lei particolarmente dedicato, perché mostri a tutti gli uomini della terra il suo Figlio, l’unico Salvatore, in grado di guarire l’umanità di oggi dalla quella lebbra dello spirito, di origine satanica, che è peggiore di qualsiasi pandemia del corpo. Con le parole dell’antica preghiera dalla Salve Regina, anche ora la invochiamo: «Mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo Seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!».
  9. Francesco, il giullare di Dio! L'appellativo ideato da Roberto Rossellini nel 1950 racchiude perfettamente le caratteristiche dell'animo di San Francesco: il servizio, innanzitutto. Come tutti i giullari, servi di un sovrano, lui sceglie un sovrano-Padre, il sommo tra i sovrani. Opera un servizio totalizzante e vive la sua fede per tutta l'esistenza. Ma ha il grande pregio dell'umiltà, di chi si sente sempre servo inutile, cioè quel servo che sa che Dio non ha bisogno di lui, ma trova in Dio la propria pienezza e gode di tutto, ogni istante, perchè riceve il 'nulla' (1) di Dio e ne fa tesoro. Dal momento della chiamata ribalta la sua esistenza, totalmente, si spoglia di tutto e comincia a vedere con il punto di vista di Dio. La felicità che sente dentro di sè dopo questa scelta la trasmette ad altri, Chiara in primis, con una forza che smuove le montagne. Un giullare deve divertire il re e lui impasta di gaiezza la sua santità, fino a ricevere le stimmate. E' una santità 'bambina', quella di Francesco, che non riconosce il linguaggio ieratico della Chiesa e scandalizza per la sua autenticità. Lo porta a parlare con tutti gli elementi del creato che considera tutti egualmente degni di rispetto perché sono creati da Dio. E allora sgorga come acqua di ruscello di montagna dal suo animo Il Cantico delle creature, oggi ancora uno dei testi poetici più toccanti, perché veri, che siano mai stati scritti. Bellezza e verità coincidono sempre, nell'arte sacra più che mai. E allora voglio proporre quest'opera(2) del pittore barese Toni Bux (compianto fratello del nostro amato don Nicola ndr),(3) come emblematica della gaiezza del giullare di Dio, Francesco, dal nostro autore colta appieno ed espressa con epifanica maestria e modernità. Con la sua inconfondibile pennellata fluida, avvalorata dall'uso della tempera e dalle scelte cromatiche vivaci, Bux qui mette in campo il soffio vitale di un anima, come quella di Francesco, in simbiosi con Dio e quindi col creato. E allora predilige la linea curva che da sempre rimanda al divino, all'unione, al cielo. Tutto è ricurvo: prato, cielo, edicola, foglio del frate che scrive, raggi del sole, luna, ali degli uccelli, postura del corpo, dita e piedi di Francesco con lo sguardo rivolto al cielo. Le braccia aperte in posizione dell'orante ma rivisitate in chiave mistico-visionaria, a tracciare la sagoma di un gabbiano in volo, leggiadro e leggero, perché è vuoto di mondo e pieno di Dio. Ha lo sguardo del cane di Goya (4), che tira fuori il capo dalla rena, e solleva il suo canto di speranza mirando l'infinito. Quanta leggerezza ci trasmette questo dipinto, proprio quella che sospinge Francesco in questa lirica di lode. Con la speditezza del tratto dei paesaggi veneziani di Monet ma con la pennellata essenziale di Velazquez e la discrezione della sue figure Toni Bux si esprime attraverso un realismo che voglio definire trasfigurato. Trasfigurato perchè è oltre lo sguardo reale, approda già ad un oltre che è quello cristiano, quello di chi ha 'confidenza' con Dio e sa trasmettere una esperienza estetica che, se si tratta di arte sacra, come in questo caso, è anche estatica. (1) Nello Zibaldone Leopardi scrive:" Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti e che l'infinito venga in sostanza ad essere lo stesso che il nulla" (2 Maggio 1826) (2) L'opera fa parte di una serie di 8 tutte su San Francesco custodite nella Badia Benedettina a Settimo(FI) premiate e vincitrici al concorso d'Arte sacra di Firenze del 1998. (3) Bari, 1936-2016. (4) Francisco de Goya y Lucientes,Il cane, olio su muro trasportato su tela,1819-23, Madrid, Museo del Prado.
  10. Tra guerra e pace, il Fatto su cui dobbiamo fissare lo sguardo è: il Verbo si è Fatto carne. Fatto! Per cosa? Salvare il popolo dai peccati. Questa è la conditio sine qua non, per la salvezza del mondo e dell'intero universo, e la fede in queste parole, dice Dostoevskij. Uomini come Matteo lo capirono, hanno lasciato tutto e seguirono quell'Uomo in cui abita la pienezza di Dio, Gesù. E dedicarono la vita ad annunziare quel Fatto. La Chiesa non ha altra ragion d'essere se non questa. Se parla d'altro, se va dietro guerra o pace o giustizia o qualsiasi altra urgenza del mondo, perde il tempo. Troppo perde il tempo chi non ama quel Fatto ma il mondo. Perciò, chi vuol seguire Cristo viene sommerso, battezzato, rivestito di Lui, avendo rinunciato al mondo e al suo principe e creduto a Lui. Tutto questo chiede di riecheggiare costantemente nelle orecchie e nel cuore e nella mente: la catechesi. Ecco come cresciamo nella dottrina. Non basta fare bene il tuo lavoro, se vuoi essere discepolo di Cristo. Devi seguirlo dentro la comunione della Chiesa che da due millenni porta la croce del mondo. Così i sinodali tedeschi, i preti, i vescovi, il papa e i fedeli laici di ogni latitudine, s'accorgano che non abbiamo da costruire un'altra Chiesa, perchè chi l'ha fatto è fallito, dice Benedetto XVI. Il problema degli ecclesiastici di rango, quando intervengono sui media, è di parlare come politici se non come ideologi, invece che come pastori e maestri. Come dovrebbero qualificarsi? Giudicando, definendo, distinguendo il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto. In una parola, comunicando il pensiero di Gesù Cristo, dicendo la verità sull'uomo e sul mondo. Non è una verità, ma quella di Gesù Cristo, l'espressione dell'amore di Dio affinché l'uomo e il mondo si salvino. Invece stiamo assistendo al lento e progressivo divampare di un incendio, appiccato dai vescovi tedeschi che si sono ribellati alla Rivelazione, alla Parola di Dio conclamata nel post-Concilio al punto da sostituire quasi i Sacramenti, ma ora calpestata con l'avallo alla pseudo-benedizione dei gay-moni: pseudo ovvero falsa, in quanto un sacramentale, qual è la benedizione, non può discostarsi dal sacramento, in specie quello del matrimonio tra uomo e donna, per la contraddizione che non consente. Certo, si può comprendere il tentativo del card. Ruini di salvare il salvabile, chiedendo l'attuazione della prima parte della legge 194 circa la tutela della vita umana nel suo inizio, e la differenziazione delle unioni civili gay dal matrimonio, cosa già affermata in teoria dalla legge apposita. Ma, il benemerito Cardinale avrebbe dovuto premettere e aggiungere che il pensiero cattolico non può che essere negativo sulle due leggi, perché contrarie alla Rivelazione. Nell'economia dell'intervista, non vi ha badato, perchè, conoscendo il suo pensiero, sappiamo che ne è convinto. Si aggiunga però, che le interviste dell'alto clero, in primis del papa, contribuiscono a far scadere il Magistero della Chiesa al livello di un'opinione come tante, mentre esso possiede uno statuto veritativo, quindi oggettivo. Il giudizio cattolico deve essere fermo nell'affermare la verità e indulgente nelle applicazioni, guardando al principio omnia videre, multa tolerare, pauca corrigere. Torniamo all'incendio che rischia di divampare in tutta la Chiesa, se la Sede Apostolica non interverrà a ristabilire il confine su "ciò che sempre, dovunque e da tutti deve essere creduto". Se continuerà nell'ambiguità, accogliendo i gruppi Lgbt e non ammonendo che tali unioni sono contrarie alla Rivelazione, ci sarà la riedizione del comportamento di Leone X e della sua corte, che sottovalutò la protesta di Lutero, liquidandola come chiacchiere di frati. E l'incendio si propagò dappertutto nella Chiesa, perché non pochi preti e vescovi sono inclini ad assecondare le mode, a causa della precaria formazione ricevuta. E tornerà la dolorosa divisione come tra gli ortodossi e gli ariani. Intanto, una parte cospicua del popolo italiano ha scelto nella direzione di Dio, patria e famiglia, nonostante la timidezza e la codardia dei pastori della Chiesa, che non smentiscono quei politici che si dichiarano cattolici è sostengono idee di uomo e di famiglia contrarie alla Rivelazione. Si apre una sfida culturale, una partita nuova sul terreno pre-politico, alla quale stiamo contribuendo, nel nostro piccolo.Bisogna operare in modo che i politici che hanno vinto, si confrontino con questo soggetto dalla chiara identità cattolica. La sottovalutazione dell'identità, è costata la sconfitta alle elezioni del partito democratico, perché in esso, come i big del partito riconoscono, convivono varie anime, quindi grande confusione sotto il cielo. Infatti, fa specie sentir parlare Enrico Letta che, da cattolico, sostiene i cosiddetti "diritti civili" propri del partito radicale. Strano modo di essere cattolico ed amorale, col piede in due scarpe. Invece, semper idem, essere "sempre lo stesso", è una massima decisiva per esistere; il contrario è il trasformismo e la liquefazione. Tutti siamo avvertiti. Si avvicina una sciagura polimorfa se non una meritata catastrofe, se continueremo ad essere "in piena sintonia con l'Europa" come vuole il card. Zuppi. Non stanchiamoci perciò di pregare.
  11. Premessa Una approfondita riflessione di p. Cassian Folsom osb: Il Grande Divorzio: una diagnosi delle nostre malattie liturgiche, accompagnata dall' appendice per seguire il discorso tecnico della seconda parte. E' importante soffermarsi sul tema e approfondirlo, al fine di comprendere meglio la questione della partecipazione alla liturgia . Conviene, per esempio, soffermarsi sul punto dell' "adattamento alle esigenze dei tempi moderni", postulato dalla Costituzione Liturgica del Vaticano II: in sostanza, se esso abbia inteso adeguare la sacra liturgia all'uomo, invece di chiedere all'uomo di elevarsi al livello della liturgia, per questo definita sacra. Influsso dell'Illuminismo e del Modernismo? Emblematico in tal senso è stato il fenomeno frequente di spostare l'altare in mezzo ai fedeli e non di favorire il movimento dei fedeli verso l'altare, come invece avveniva alle origini, e in epoca medievale e moderna. In verità, solo con la conversione, l'uomo è capace di "atto liturgico". Pertanto, fondamentale è l'approccio proposto dall'Autore mediante san Tommaso, per sanare il divorzio tra la parte razionale dell'anima e la parte sensibile: come conosciamo e cosa conosciamo; perchè l'uomo conosce la realtà in due modi: con i sensi interni e i sensi esterni. La riforma liturgica ha accentuato la comprensione intellettuale, rispetto a quella sensibile; invece bisogna farle funzionare entrambe. Insomma, alla liturgia serve la filosofia. Infine, p.Cassian chiede di usare il metodo paolino: vagliate ogni cosa e trattenete ciò che vale. E' cosciente dei limiti, perciò chiede di studiare. In tal modo, contribuiremo alla "riforma della riforma" auspicata da Benedetto XVI nel discorso sull'ermeneutica della continuità (22 dicembre 2005). Don Nicola Bux Una sintesi dello studio di P. Cassian a cura del Prof. Nicola Barile La relazione di p. Cassian parte da una constatazione: l’uomo moderno ha difficoltà ad accettare la liturgia così come ci è stata tramandata dall’antichità e dal medioevo. Forse perché l’uomo moderno è diverso? O piuttosto perché si è cambiato il suo modo di assistere all’atto liturgico? Secondo p. Cassian, è quest’ultima la giusta diagnosi dei mali liturgici attuali, ovvero è stato il progressivo spazio dato alla spiegazione intellettuale del rito, dall’illuminismo fino alle riforme più recenti, ad aver soffocato la partecipazione al gesto intuitivo/simbolico caratteristico del rito antico. La soluzione prospettata da p. Cassian è filosofica: egli invita a riscoprire la filosofia di S. Tommaso d’Aquino per comporre il grande divorzio tra la parte razionale e la parte sensibile dell'anima, unendo i due modi di conoscere dell’uomo: solo così si può entrare nel cuore della liturgia, e con tutte le facoltà dell’essere umano, adorare Dio. Di seguito le parti salienti dello studio (Per la relazione completa scaricare i files allegati a piè di pagina): L'uomo moderno ha difficoltà con la liturgia (Guardini). Perché? Perché l'età moderna, influenzata com'è dal pensiero illuminista (Robinson) ha prodotto un uomo moderno la cui capacità di compiere l'atto liturgico si è atrofizzata? O, perché l'uomo moderno è sostanzialmente diverso dall’uomo medievale o dall’uomo dell’età classica ed ha quindi bisogno di una nuova liturgia adattata alle realtà moderne? Vorrei far presente che la prima risposta è molto più appropriata rispetto alla seconda, vale a dire che la capacità dell'uomo moderno di compiere l’atto liturgico è stata in qualche modo troncata. Come? La risposta, a mio avviso, si trova nel campo dell'epistemologia, e cioè, lo studio di come arriviamo alla conoscenza delle cose. La mia intuizione è che questa atrofia nella nostra capacità di compiere il Kultakt, per usare l'espressione di Guardini, sia il risultato di una visione restrittiva dell'uomo e del suo modo di conoscere. La grande intuizione del cristianesimo, infatti, è che riusciamo a conoscere Dio proprio attraverso l’ordine naturale. Infatti, tutto il nostro sistema sacramentale si basa sull'analogia. Nei sacramenti, gli elementi materiali indicano realtà divine. Dovrebbe quindi essere logico che la liturgia sia un posto, per eccellenza, dove si possa incontrare Dio per analogia. Se questo è il caso, come facciamo a conoscere Dio nella liturgia? E cosa sappiamo di Dio nella liturgia? Come conosciamo la persona umana è una, ma il processo di conoscenza è molteplice e complesso. Una stessa persona può capire con la sua mente e intuire con i suoi sensi. (Naturalmente è molto semplificato, ma sarà sufficiente per i nostri scopi). Cosa conosciamo della liturgia Dal punto di vista dell’anima sensibile, gli oggetti della conoscenza nella liturgia sono i segni sacramentali concreti, la gestualità, i simboli. Infatti, i sacramenti sono radicati nei cinque sensi. La musica, l’arte e l’architettura sono tutti, in primo luogo, oggetti della potenza sensibile dell'anima (anche se l’intelletto, poi, può e deve capirne il significato). Negli ultimi cinquant’anni, nonostante ci sia stato un interesse accademico per i segni e i simboli della liturgia, nella pratica, la maggior parte delle celebrazioni eucaristiche sono state prese dalla "messa bassa", dando come risultato una predominanza delle parole. In effetti, questo riduce la liturgia a un esercizio della parte razionale dell'anima, lasciando la parte sensibile dell'anima poco sviluppata. Ma cosa succede se separiamo le potenze sensibili dell'anima dalle potenze razionali e agiamo come se avessero poco o nulla a che fare l’una con l'altra? Cercherò qui di spiegare la mia tesi. Ho il sospetto che alla radice dei nostri mali liturgici vi sia un grande divorzio tra la parte razionale e la parte sensibile dell'anima. La tendenza delle riforme post conciliari è quella di accentuare la comprensione intellettuale. La Forma Straordinaria, d’altra parte, soprattutto nella Messa Cantata o nella Messa Solenne, dà molto più spazio all’immaginazione simbolica. Ma i due modi di conoscere sembrano completamente separati. Questo divorzio non ci rimanda forse all'illuminismo? L'obiettivo a cui aspiriamo, naturalmente, è l'unità di ragione e immaginazione, la sinergia tra le parti razionali e le parti sensibili dell'anima. Quando questo accade (e lo sperimento spesso, come anche voi, ne sono certo), la persona che prega è sollevata da sé e portata - almeno per un periodo di tempo - nella liturgia celeste. Se la mia intuizione è corretta, ovverosia che il Grande Divorzio possa essere fatto risalire al periodo dell'Illuminismo, allora dovremmo essere in grado di trovarne traccia nella storia liturgica del tempo. I manuali di storia liturgica tendono a non trattare affatto quest’argomento, riunendo insieme i secoli dopo il Concilio di Trento e passando dalle riforme liturgiche post tridentine al movimento liturgico del ventesimo secolo. Un’eccezione a questa tendenza è il lavoro di Enrico Cattaneo, contenente un capitolo abbastanza dettagliato dal titolo “La disciplina della Liturgia Pastorale nel 1700” (di cui solo alcune parti sono pertinenti alla nostra questione specifica); un altro lavoro sul tema è la Storia della Liturgia di Burkhard Neunheuser, piuttosto densa, in cui è presente un breve capitolo (con alcune note bibliografiche) dal titolo “L'Illuminismo del XVIII secolo”. Neunheuser distingue quattro gruppi di persone in questo periodo: a) i sostenitori di un radicale scetticismo anticristiano; b) i promotori di un’opposizione tra cristianesimo positivo (con le leggi e le norme imposte dalla Chiesa) e una religione naturale; il loro intento, tuttavia, non era quello di distruggere la fede cristiana; c) i teologi collocabili in una via di mezzo, che pur non toccando il sistema dogmatico della Chiesa in quanto tale, spiegano i dogmi individuali lungo le linee di una cosiddetta religione morale: questi teologi erano numerosi, soprattutto tra i cattolici; d) le persone sincere, teologi e laici, che, avendo compreso i reali difetti dell’epoca, erano pronte per essere aggiornate, ma in senso autenticamente cristiano. Tra i rappresentanti più illustri si annovera il grande vescovo Johannes M. Sailer di Ratisbona. La mia tesi su “Il Grande Divorzio” tra le parti razionali e sensibili dell'anima deve essere vagliata. Qui vi è ampio spazio per la ricerca. Alcune aree di studio ulteriore sono le seguenti: a) il pensiero di Romano Guardini sull'uomo moderno e sulla sua capacità verso l'atto di culto. b) L’epistemologia di San Tommaso applicata alla liturgia. c) L’epistemologia illuminista applicata alla liturgia. d) Gli studi della storia liturgica nel diciottesimo secolo (Francia, Germania, Austria, Italia). e) Gli studi di liturgia medievale, in particolare la nozione di partecipazione dei fedeli per mezzo del simbolo e dell’allegoria. Di seguito gli allegati con la relazione completa e l'appendice C.Folsom-Il Grande Divorzio.docx C.Folsom-Allegato.docx
  12. Da almeno 50anni chi ha occupato le leve del potere in Occidente , secondo i principi illustrati da Robert H. Benson ne “Il padrone de mondo” , prende e impone decisioni talmente errate e talmente fondate su premesse errate, ma con conseguenze talmente drammatiche , che ci si meraviglia che non si sia avviato una specie di “Processo di Norimberga” per crimini verso l’umanità. All’inizio qualcuno aveva intuito o percepito il pericolo e rischio di queste decisioni , aveva dissentito , ma è stato presto messo da parte. Quello che viene definito “pensiero politicamente corretto” si è rivelato esser più violento del previsto . Ogni valutazione contraria ed ogni richiesta di spiegazione ,pur ben argomentata , ha fatto la fine dei Dubia dei Cardinali su Amoris Laetitia . E conseguentemente chi ha insistito nel dubitare ha fatto la fine dei dubitatori citati. Nei primi anni ’70 in Occidente , si sviluppò e si impose un pensiero forte e radicale che fu accolto in seno al pensiero delle leadership occidentali senza praticamente esser messo in discussione . Questo pensiero riuscì ad imporre che la crescita della popolazione mondiale era insostenibile per il pianeta grazie al consumo di risorse naturali scarse. ( soprattutto energia ) . Vennero imposte, grazie ad un modello di convincimento straordinariamente ben gestito, che si dovevano ridurre immediatamente le nascite per evitare la distruzione del pianeta (grazie al riscaldamento globale soprattutto) . Con questa imposizione si sancì definitivamente che il vero grande nemico dell’uomo era l’uomo stesso ( cancro della natura , incidente nel processo di evoluzione) . I dissidenti scienziati ed economisti che osarono negare la tesi e spiegare i rischi e conseguenze , non furono mandati in Siberia ,ma furono umiliati e disprezzati da un mix di spiegazioni vagamente impregnate di darwinismo, malthusianesimo, nichilismo gnostico, e pure un evidente cinismo. Lo spegnimento progressivo delle nascite ( solo in Occidente ,naturalmente ) mise a rischio la crescita del Pil , compensata da duplicazioni nei consumi individuali a prezzi bassi grazie alla delocalizzazione produttiva in Asia ( a low cost )che permise la crescita del potere asiatico ,ma creò il vero fenomeno dell’inquinamento atmosferico . ( sempre più eccessivi consumi in occidente e produzioni a basso costo senza protezione ambientale in oriente hanno generato il problema climatico ). l’Occidente reagì inventando la “transizione energetica” , una strategia per riprendere in mano le redini dell’economia mondiale , destinata però a metter fuori gioco i produttori di energia ( gas, petrolio, carbone ) che in dieci anni sarebbero pertanto entrati in difficoltà e avrebbero necessitato soluzioni strategiche fatte di nuovi accordi commerciali . Ma nuovi accordi commerciali significa transizione geopolitica del potere . Da accordi CinoAmericani e EuropeiRussi , si è provocato il nuovo grande accordo CinoRusso che provocherà altre alleanze . Mentre a noi occidentali resterà carenza di materie prime, inflazione , debito e popolazione vecchia e stanca , che forse domani ( 25 settembre ) vivrà la sua forse ultima illusione con il voto alle elezioni democratiche. I due Dubia che vorrei esprimere sono : Ma siamo certi che le premesse delle decisioni prese in Occidente negli ultimi 50anni siano corrette e non invece correggibili? Visto che son state l’origine di tutte le crisi successive ? Ma perché ,invece di cercare e studiare le cause dei problemi si continua a intervenire solo sugli effetti , con reset utopistici ? Sarei grato per le due risposte a questi due Dubia.
  13. L'ha indicato don D’Ambrosio sul “Corriere del Mezzogiorno” del 22 Settembre. Sbaglia, completamente, almeno su due questioni da me toccate: 1. La questione dei principi non negoziabili, che sta alla base del bene comune (rispetto della vita dal concepimento alla fine naturale, famiglia naturale, educazione, libertà religiosa, ecc.), è incomparabile con altre questioni, che sono soggette a discernimento della prudenza (accoglienza di profughi, di migranti, ecc.). Negli States degli anni ’90 ci fu il noto Card. Bernardin che, in velata polemica con Giovanni Paolo II e la sua insistenza sui valori non negoziabili della cultura della vita, propose la discutibile teoria del “seamless garment" (tunica inconsutile) per dire che tutti i valori sono sullo stesso piano e formano un unicum… Ora purtroppo questa teoria è fatta propria da Paglia, dalla Pontificia Accademia della Vita, e in maniera implicita anche da papa Francesco. 2. La questione della coerenza dei politici. Si potrebbe osservare che la coerenza è la virtù dei testardi. Essa è virtù se i principi sono buoni, ma è vizio se sono cattivi. Saulo di Tarso era molto coerente coi suoi principi di rigido fariseo, ma per salvarsi si convertì, quando gli apparve il Signore. Certo in politica si deve guardare anche all’affidabilità dei candidati che si votano, non principalmente a quella di morale personale però (altrimenti non si troverebbe quasi nessuno da votare, o forse qualcuno buono, ma incompetente…), ma a quella tra promesse e programmi (giusti) e effettivo compimento degli stessi. Nessuno può affermare di essere stato coerente, a motivo del peccato. Gesù ha detto: Chi è senza peccato scagli per primo la pietra. E a proposito dei partiti del suo tempo(scribi, farisei...): Fate quello che dicono,, non fate quello che fanno. Altrimenti egli sarebbe venuto a salvare i giusti, non per i peccatori. Se la coerenza fosse la condizione per appartenere alla Chiesa, chi potrebbe farne parte? Infatti,l'incoerenza degli uomini di Chiesa, non intacca la verità di Cristo. Avevo sentito un intervento alla TV Sat2000 di D’Ambrosio in cui si scagliava contro la corruzione in politica con toni accesi in favore della “legalità”, tipici del mondo di “Libera” o del sinistrismo antimafia, adottato molto anche dai gesuiti. Col principio di coerenza si favorisce l'astensione. D'Ambrosio propone una dottrina morale relativista e non cattolica.
  14. Nel celebre discorso tenuto a Colonia il 15 novembre 1980, rivolto a scienziati e studenti, in occasione del settimo anniversario della morte di sant’Alberto Magno, presentando la sua visione della scienza (“epistemologia”), san Giovanni Paolo II, prospettò due strade alternative per il cammino delle nostre scienze. – L’una senza riferimento ad una verità oggettiva e metafisica, vedeva la scienza inevitabilmente schiava del potere che finanzia le ricerche e indirizza le sue applicazioni tecnologiche e la divulgazione mediatica. – L’altra che vede la scienza “libera”, orientata alla ricerca di una “teoria dei fondamenti”, condotta con il suo linguaggio e i suoi metodi logico-matematici e osservativo/sperimentali («Una scienza libera è asservita unicamente alla verità non si lascia ridurre al modello del funzionalismo o ad altro del genere, che limiti l’ambito conoscitivo della razionalità scientifica», n. 5). Questa seconda pista aveva come prospettiva – più o meno consapevole nella mente degli scienziati – la scoperta (o la riscoperta) di verità fondamentali non convenzionali, ma oggettive («proposizioni così fatte devono esistere, altrimenti non esisterebbero nemmeno i teoremi ipotetici», Gödel 1951). La metafisica, così poteva/doveva essere trovata/ritrovata per una esigenza interna, come necessaria “teoria dei fondamenti” delle scienze. Queste due vie, però, non rappresentano due alternative equivalenti, che possono essere scelte a piacimento da ciascuno scienziato, a partire dalle sue previe opzioni ideologiche, politiche, religiose, come ancora molti si illudono di poter ritenere. Se il potere del mondo riesce ad imporsi anche per lunghi periodi di tempo, ricattando, di fatto, i ricercatori, sia dal punto di vista economico finanziando solo studi orientati ideologicamente, sia condizionando il loro modo di pensare l’essere umano, la società e la scienza stessa, rimane pur sempre il dato di fatto inevitabile che i risultati sia teorici (i teoremi) che pratici (gli esperimenti) impongono alla logica e all’osservazione, qualcosa di non aggirabile per una mente intelligente abituata a ragionare e ad interpretare i fatti con razionalità. Nell’enciclica Fides et ratio, e non solo, Giovanni Paolo II riprende la necessità di indagare sui fondamenti logici e ontologici della scienza («Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento», n. 83). Questa è una necessità per una ricerca scientifica che non voglia finire per bloccarsi, esaurendosi in una sempre più presuntamente “onnipotente” tecnologia, manipolatrice dell’uomo e alla fine, nemica dell’uomo. Oggi l’estremo tentativo di manipolazione dell’uomo lo si vede, ormai, nell’inizio di una sua robotizzazione condizionante. Se non si riesce a produrre un uomo artificiale, con un’intelligenza artificiale che sia veramente intelligente, allora si cerca di assorbire l’uomo “naturale” rendendolo sempre più bionico e elettronicamente integrato e controllabile centralmente da remoto (come i Borg della famosa serie Star Trek). L’esigenza di una “teoria dei fondamenti” emerse già nella matematica della fine del XIX secolo (Hilbert, Cantor) e l’inizio del XX, dall’interno delle teorie scientifiche stesse e non come una sovrapposizione filosofica e teologica ad esse estranea. E il risultato fu che il linguaggio scientifico (logico-matematico) può dire “più cose vere” di quelle che è capace di dimostrare al suo interno (Teoremi di Gödel, 1931). Il fondamento non poteva essere parte della teoria stessa, ma doveva essere di natura diversa da essa, in certo modo trascendendola (è, in fondo, un primo accenno alla riscoperta dell’analogia dell’ente di tomistica memoria, che Russell (1903/1910) chiamò opportunamente ambiguità sistematica). Nasceva così l’esigenza di ampliare qualitativamente la scienza, prima da una teoria dei numeri e delle relazioni/funzioni ad una teoria degli insiemi di oggetti, e poi ad una “teoria degli enti” di natura qualunque (ontologia formale). Si veniva così ad aprire la strada verso una riscoperta della metafisica con metodi logici e scientifici. Del resto anche la metafisica antica nacque dalla crisi della matematica dei Pitagorici (“crisi degli irrazionali”), imponendo di ampliare l’orizzonte della razionalità verso principi fondamentali della realtà di natura non numerica, quali furono la “materia” e la “forma” aristotelica. Curiosamente, ma non troppo, ai nostri giorni, la “teoria dell’informazione”, sopratutto in ambito biologico e cognitivo sembra avvicinarsi proprio alla nozione di “forma” aristotelica. Oggi ci sono ancora due scuole di pensiero che dibattono su quale principio debba essere primario: per alcuni è la materia e l’informazione emergerebbe da quest’ultima più o meno spontaneamente; altri ritengono che l’informazione debba precedere la materia come principio capace di strutturarla e organizzarla. Non siamo ancora arrivati a concepire la possibilità di una qualche “forma/informazione” capace di sussistere anche indipendentemente dalla materia (“spirito”) in quanto in grado di compiere attività che sono indipendenti da quest’ultima (quali la formazioni degli universali e la coscienza), come sosteneva san Tommaso d’Aquino, ma la via scientifica verso questo risultato è più aperta oggi che in passato. Occorrerà onestà intellettuale e scientifica per poterci arrivare. Ai nostri giorni abbiamo un’ampia e quotidiana documentazione di come la scienza possa essere appetibile presso i poteri del mondo (finanziari, economici, politici, mediatici, globali, massonici, ecc.) per giustificare e rendere plausibili, con la paura, con i vantaggi che può offrire, con le tecniche di manipolazione del consenso, ecc., operazioni di potere che ricattano immobilizzandola la libertà delle persone, fino a sospendere la democrazia, distorcere fino alla distruzione la famiglia e un vivere civile libero che sia degno di questo nome. Ma questa strada è un’operazione di potere che non nasce da esigenze proprie della ricerca scientifica, ma solo dai deliri di potere e onnipotenza di uomini, che possono sedurre anche gli scienziati, quando non si comportano da veri scienziati, lasciandosi dominare da un’ambizione narcisistica. Solo l’assistenza divina, insieme alla sana ragione, potrà illuminare le loro menti e i loro cuori verso una lucida onestà intellettuale e una giusta condotta, degna di veri scienziati. (per approfondire; articolo La percezione dei fondamenti nel pensiero logico e matematico; libro: A. Strumia, L’uomo e la scienza nel Magistero di Giovanni Paolo II, Pemme 1987, Amazon 2019)
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