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  1. Premessa Una approfondita riflessione di p. Cassian Folsom osb: Il Grande Divorzio: una diagnosi delle nostre malattie liturgiche, accompagnata dall' appendice per seguire il discorso tecnico della seconda parte. E' importante soffermarsi sul tema e approfondirlo, al fine di comprendere meglio la questione della partecipazione alla liturgia . Conviene, per esempio, soffermarsi sul punto dell' "adattamento alle esigenze dei tempi moderni", postulato dalla Costituzione Liturgica del Vaticano II: in sostanza, se esso abbia inteso adeguare la sacra liturgia all'uomo, invece di chiedere all'uomo di elevarsi al livello della liturgia, per questo definita sacra. Influsso dell'Illuminismo e del Modernismo? Emblematico in tal senso è stato il fenomeno frequente di spostare l'altare in mezzo ai fedeli e non di favorire il movimento dei fedeli verso l'altare, come invece avveniva alle origini, e in epoca medievale e moderna. In verità, solo con la conversione, l'uomo è capace di "atto liturgico". Pertanto, fondamentale è l'approccio proposto dall'Autore mediante san Tommaso, per sanare il divorzio tra la parte razionale dell'anima e la parte sensibile: come conosciamo e cosa conosciamo; perchè l'uomo conosce la realtà in due modi: con i sensi interni e i sensi esterni. La riforma liturgica ha accentuato la comprensione intellettuale, rispetto a quella sensibile; invece bisogna farle funzionare entrambe. Insomma, alla liturgia serve la filosofia. Infine, p.Cassian chiede di usare il metodo paolino: vagliate ogni cosa e trattenete ciò che vale. E' cosciente dei limiti, perciò chiede di studiare. In tal modo, contribuiremo alla "riforma della riforma" auspicata da Benedetto XVI nel discorso sull'ermeneutica della continuità (22 dicembre 2005). Don Nicola Bux Una sintesi dello studio di P. Cassian a cura del Prof. Nicola Barile La relazione di p. Cassian parte da una constatazione: l’uomo moderno ha difficoltà ad accettare la liturgia così come ci è stata tramandata dall’antichità e dal medioevo. Forse perché l’uomo moderno è diverso? O piuttosto perché si è cambiato il suo modo di assistere all’atto liturgico? Secondo p. Cassian, è quest’ultima la giusta diagnosi dei mali liturgici attuali, ovvero è stato il progressivo spazio dato alla spiegazione intellettuale del rito, dall’illuminismo fino alle riforme più recenti, ad aver soffocato la partecipazione al gesto intuitivo/simbolico caratteristico del rito antico. La soluzione prospettata da p. Cassian è filosofica: egli invita a riscoprire la filosofia di S. Tommaso d’Aquino per comporre il grande divorzio tra la parte razionale e la parte sensibile dell'anima, unendo i due modi di conoscere dell’uomo: solo così si può entrare nel cuore della liturgia, e con tutte le facoltà dell’essere umano, adorare Dio. Di seguito le parti salienti dello studio (Per la relazione completa scaricare i files allegati a piè di pagina): L'uomo moderno ha difficoltà con la liturgia (Guardini). Perché? Perché l'età moderna, influenzata com'è dal pensiero illuminista (Robinson) ha prodotto un uomo moderno la cui capacità di compiere l'atto liturgico si è atrofizzata? O, perché l'uomo moderno è sostanzialmente diverso dall’uomo medievale o dall’uomo dell’età classica ed ha quindi bisogno di una nuova liturgia adattata alle realtà moderne? Vorrei far presente che la prima risposta è molto più appropriata rispetto alla seconda, vale a dire che la capacità dell'uomo moderno di compiere l’atto liturgico è stata in qualche modo troncata. Come? La risposta, a mio avviso, si trova nel campo dell'epistemologia, e cioè, lo studio di come arriviamo alla conoscenza delle cose. La mia intuizione è che questa atrofia nella nostra capacità di compiere il Kultakt, per usare l'espressione di Guardini, sia il risultato di una visione restrittiva dell'uomo e del suo modo di conoscere. La grande intuizione del cristianesimo, infatti, è che riusciamo a conoscere Dio proprio attraverso l’ordine naturale. Infatti, tutto il nostro sistema sacramentale si basa sull'analogia. Nei sacramenti, gli elementi materiali indicano realtà divine. Dovrebbe quindi essere logico che la liturgia sia un posto, per eccellenza, dove si possa incontrare Dio per analogia. Se questo è il caso, come facciamo a conoscere Dio nella liturgia? E cosa sappiamo di Dio nella liturgia? Come conosciamo la persona umana è una, ma il processo di conoscenza è molteplice e complesso. Una stessa persona può capire con la sua mente e intuire con i suoi sensi. (Naturalmente è molto semplificato, ma sarà sufficiente per i nostri scopi). Cosa conosciamo della liturgia Dal punto di vista dell’anima sensibile, gli oggetti della conoscenza nella liturgia sono i segni sacramentali concreti, la gestualità, i simboli. Infatti, i sacramenti sono radicati nei cinque sensi. La musica, l’arte e l’architettura sono tutti, in primo luogo, oggetti della potenza sensibile dell'anima (anche se l’intelletto, poi, può e deve capirne il significato). Negli ultimi cinquant’anni, nonostante ci sia stato un interesse accademico per i segni e i simboli della liturgia, nella pratica, la maggior parte delle celebrazioni eucaristiche sono state prese dalla "messa bassa", dando come risultato una predominanza delle parole. In effetti, questo riduce la liturgia a un esercizio della parte razionale dell'anima, lasciando la parte sensibile dell'anima poco sviluppata. Ma cosa succede se separiamo le potenze sensibili dell'anima dalle potenze razionali e agiamo come se avessero poco o nulla a che fare l’una con l'altra? Cercherò qui di spiegare la mia tesi. Ho il sospetto che alla radice dei nostri mali liturgici vi sia un grande divorzio tra la parte razionale e la parte sensibile dell'anima. La tendenza delle riforme post conciliari è quella di accentuare la comprensione intellettuale. La Forma Straordinaria, d’altra parte, soprattutto nella Messa Cantata o nella Messa Solenne, dà molto più spazio all’immaginazione simbolica. Ma i due modi di conoscere sembrano completamente separati. Questo divorzio non ci rimanda forse all'illuminismo? L'obiettivo a cui aspiriamo, naturalmente, è l'unità di ragione e immaginazione, la sinergia tra le parti razionali e le parti sensibili dell'anima. Quando questo accade (e lo sperimento spesso, come anche voi, ne sono certo), la persona che prega è sollevata da sé e portata - almeno per un periodo di tempo - nella liturgia celeste. Se la mia intuizione è corretta, ovverosia che il Grande Divorzio possa essere fatto risalire al periodo dell'Illuminismo, allora dovremmo essere in grado di trovarne traccia nella storia liturgica del tempo. I manuali di storia liturgica tendono a non trattare affatto quest’argomento, riunendo insieme i secoli dopo il Concilio di Trento e passando dalle riforme liturgiche post tridentine al movimento liturgico del ventesimo secolo. Un’eccezione a questa tendenza è il lavoro di Enrico Cattaneo, contenente un capitolo abbastanza dettagliato dal titolo “La disciplina della Liturgia Pastorale nel 1700” (di cui solo alcune parti sono pertinenti alla nostra questione specifica); un altro lavoro sul tema è la Storia della Liturgia di Burkhard Neunheuser, piuttosto densa, in cui è presente un breve capitolo (con alcune note bibliografiche) dal titolo “L'Illuminismo del XVIII secolo”. Neunheuser distingue quattro gruppi di persone in questo periodo: a) i sostenitori di un radicale scetticismo anticristiano; b) i promotori di un’opposizione tra cristianesimo positivo (con le leggi e le norme imposte dalla Chiesa) e una religione naturale; il loro intento, tuttavia, non era quello di distruggere la fede cristiana; c) i teologi collocabili in una via di mezzo, che pur non toccando il sistema dogmatico della Chiesa in quanto tale, spiegano i dogmi individuali lungo le linee di una cosiddetta religione morale: questi teologi erano numerosi, soprattutto tra i cattolici; d) le persone sincere, teologi e laici, che, avendo compreso i reali difetti dell’epoca, erano pronte per essere aggiornate, ma in senso autenticamente cristiano. Tra i rappresentanti più illustri si annovera il grande vescovo Johannes M. Sailer di Ratisbona. La mia tesi su “Il Grande Divorzio” tra le parti razionali e sensibili dell'anima deve essere vagliata. Qui vi è ampio spazio per la ricerca. Alcune aree di studio ulteriore sono le seguenti: a) il pensiero di Romano Guardini sull'uomo moderno e sulla sua capacità verso l'atto di culto. b) L’epistemologia di San Tommaso applicata alla liturgia. c) L’epistemologia illuminista applicata alla liturgia. d) Gli studi della storia liturgica nel diciottesimo secolo (Francia, Germania, Austria, Italia). e) Gli studi di liturgia medievale, in particolare la nozione di partecipazione dei fedeli per mezzo del simbolo e dell’allegoria. Di seguito gli allegati con la relazione completa e l'appendice C.Folsom-Il Grande Divorzio.docx C.Folsom-Allegato.docx
  2. Da almeno 50anni chi ha occupato le leve del potere in Occidente , secondo i principi illustrati da Robert H. Benson ne “Il padrone de mondo” , prende e impone decisioni talmente errate e talmente fondate su premesse errate, ma con conseguenze talmente drammatiche , che ci si meraviglia che non si sia avviato una specie di “Processo di Norimberga” per crimini verso l’umanità. All’inizio qualcuno aveva intuito o percepito il pericolo e rischio di queste decisioni , aveva dissentito , ma è stato presto messo da parte. Quello che viene definito “pensiero politicamente corretto” si è rivelato esser più violento del previsto . Ogni valutazione contraria ed ogni richiesta di spiegazione ,pur ben argomentata , ha fatto la fine dei Dubia dei Cardinali su Amoris Laetitia . E conseguentemente chi ha insistito nel dubitare ha fatto la fine dei dubitatori citati. Nei primi anni ’70 in Occidente , si sviluppò e si impose un pensiero forte e radicale che fu accolto in seno al pensiero delle leadership occidentali senza praticamente esser messo in discussione . Questo pensiero riuscì ad imporre che la crescita della popolazione mondiale era insostenibile per il pianeta grazie al consumo di risorse naturali scarse. ( soprattutto energia ) . Vennero imposte, grazie ad un modello di convincimento straordinariamente ben gestito, che si dovevano ridurre immediatamente le nascite per evitare la distruzione del pianeta (grazie al riscaldamento globale soprattutto) . Con questa imposizione si sancì definitivamente che il vero grande nemico dell’uomo era l’uomo stesso ( cancro della natura , incidente nel processo di evoluzione) . I dissidenti scienziati ed economisti che osarono negare la tesi e spiegare i rischi e conseguenze , non furono mandati in Siberia ,ma furono umiliati e disprezzati da un mix di spiegazioni vagamente impregnate di darwinismo, malthusianesimo, nichilismo gnostico, e pure un evidente cinismo. Lo spegnimento progressivo delle nascite ( solo in Occidente ,naturalmente ) mise a rischio la crescita del Pil , compensata da duplicazioni nei consumi individuali a prezzi bassi grazie alla delocalizzazione produttiva in Asia ( a low cost )che permise la crescita del potere asiatico ,ma creò il vero fenomeno dell’inquinamento atmosferico . ( sempre più eccessivi consumi in occidente e produzioni a basso costo senza protezione ambientale in oriente hanno generato il problema climatico ). l’Occidente reagì inventando la “transizione energetica” , una strategia per riprendere in mano le redini dell’economia mondiale , destinata però a metter fuori gioco i produttori di energia ( gas, petrolio, carbone ) che in dieci anni sarebbero pertanto entrati in difficoltà e avrebbero necessitato soluzioni strategiche fatte di nuovi accordi commerciali . Ma nuovi accordi commerciali significa transizione geopolitica del potere . Da accordi CinoAmericani e EuropeiRussi , si è provocato il nuovo grande accordo CinoRusso che provocherà altre alleanze . Mentre a noi occidentali resterà carenza di materie prime, inflazione , debito e popolazione vecchia e stanca , che forse domani ( 25 settembre ) vivrà la sua forse ultima illusione con il voto alle elezioni democratiche. I due Dubia che vorrei esprimere sono : Ma siamo certi che le premesse delle decisioni prese in Occidente negli ultimi 50anni siano corrette e non invece correggibili? Visto che son state l’origine di tutte le crisi successive ? Ma perché ,invece di cercare e studiare le cause dei problemi si continua a intervenire solo sugli effetti , con reset utopistici ? Sarei grato per le due risposte a questi due Dubia.
  3. L'ha indicato don D’Ambrosio sul “Corriere del Mezzogiorno” del 22 Settembre. Sbaglia, completamente, almeno su due questioni da me toccate: 1. La questione dei principi non negoziabili, che sta alla base del bene comune (rispetto della vita dal concepimento alla fine naturale, famiglia naturale, educazione, libertà religiosa, ecc.), è incomparabile con altre questioni, che sono soggette a discernimento della prudenza (accoglienza di profughi, di migranti, ecc.). Negli States degli anni ’90 ci fu il noto Card. Bernardin che, in velata polemica con Giovanni Paolo II e la sua insistenza sui valori non negoziabili della cultura della vita, propose la discutibile teoria del “seamless garment" (tunica inconsutile) per dire che tutti i valori sono sullo stesso piano e formano un unicum… Ora purtroppo questa teoria è fatta propria da Paglia, dalla Pontificia Accademia della Vita, e in maniera implicita anche da papa Francesco. 2. La questione della coerenza dei politici. Si potrebbe osservare che la coerenza è la virtù dei testardi. Essa è virtù se i principi sono buoni, ma è vizio se sono cattivi. Saulo di Tarso era molto coerente coi suoi principi di rigido fariseo, ma per salvarsi si convertì, quando gli apparve il Signore. Certo in politica si deve guardare anche all’affidabilità dei candidati che si votano, non principalmente a quella di morale personale però (altrimenti non si troverebbe quasi nessuno da votare, o forse qualcuno buono, ma incompetente…), ma a quella tra promesse e programmi (giusti) e effettivo compimento degli stessi. Nessuno può affermare di essere stato coerente, a motivo del peccato. Gesù ha detto: Chi è senza peccato scagli per primo la pietra. E a proposito dei partiti del suo tempo(scribi, farisei...): Fate quello che dicono,, non fate quello che fanno. Altrimenti egli sarebbe venuto a salvare i giusti, non per i peccatori. Se la coerenza fosse la condizione per appartenere alla Chiesa, chi potrebbe farne parte? Infatti,l'incoerenza degli uomini di Chiesa, non intacca la verità di Cristo. Avevo sentito un intervento alla TV Sat2000 di D’Ambrosio in cui si scagliava contro la corruzione in politica con toni accesi in favore della “legalità”, tipici del mondo di “Libera” o del sinistrismo antimafia, adottato molto anche dai gesuiti. Col principio di coerenza si favorisce l'astensione. D'Ambrosio propone una dottrina morale relativista e non cattolica.
  4. Nel celebre discorso tenuto a Colonia il 15 novembre 1980, rivolto a scienziati e studenti, in occasione del settimo anniversario della morte di sant’Alberto Magno, presentando la sua visione della scienza (“epistemologia”), san Giovanni Paolo II, prospettò due strade alternative per il cammino delle nostre scienze. – L’una senza riferimento ad una verità oggettiva e metafisica, vedeva la scienza inevitabilmente schiava del potere che finanzia le ricerche e indirizza le sue applicazioni tecnologiche e la divulgazione mediatica. – L’altra che vede la scienza “libera”, orientata alla ricerca di una “teoria dei fondamenti”, condotta con il suo linguaggio e i suoi metodi logico-matematici e osservativo/sperimentali («Una scienza libera è asservita unicamente alla verità non si lascia ridurre al modello del funzionalismo o ad altro del genere, che limiti l’ambito conoscitivo della razionalità scientifica», n. 5). Questa seconda pista aveva come prospettiva – più o meno consapevole nella mente degli scienziati – la scoperta (o la riscoperta) di verità fondamentali non convenzionali, ma oggettive («proposizioni così fatte devono esistere, altrimenti non esisterebbero nemmeno i teoremi ipotetici», Gödel 1951). La metafisica, così poteva/doveva essere trovata/ritrovata per una esigenza interna, come necessaria “teoria dei fondamenti” delle scienze. Queste due vie, però, non rappresentano due alternative equivalenti, che possono essere scelte a piacimento da ciascuno scienziato, a partire dalle sue previe opzioni ideologiche, politiche, religiose, come ancora molti si illudono di poter ritenere. Se il potere del mondo riesce ad imporsi anche per lunghi periodi di tempo, ricattando, di fatto, i ricercatori, sia dal punto di vista economico finanziando solo studi orientati ideologicamente, sia condizionando il loro modo di pensare l’essere umano, la società e la scienza stessa, rimane pur sempre il dato di fatto inevitabile che i risultati sia teorici (i teoremi) che pratici (gli esperimenti) impongono alla logica e all’osservazione, qualcosa di non aggirabile per una mente intelligente abituata a ragionare e ad interpretare i fatti con razionalità. Nell’enciclica Fides et ratio, e non solo, Giovanni Paolo II riprende la necessità di indagare sui fondamenti logici e ontologici della scienza («Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento», n. 83). Questa è una necessità per una ricerca scientifica che non voglia finire per bloccarsi, esaurendosi in una sempre più presuntamente “onnipotente” tecnologia, manipolatrice dell’uomo e alla fine, nemica dell’uomo. Oggi l’estremo tentativo di manipolazione dell’uomo lo si vede, ormai, nell’inizio di una sua robotizzazione condizionante. Se non si riesce a produrre un uomo artificiale, con un’intelligenza artificiale che sia veramente intelligente, allora si cerca di assorbire l’uomo “naturale” rendendolo sempre più bionico e elettronicamente integrato e controllabile centralmente da remoto (come i Borg della famosa serie Star Trek). L’esigenza di una “teoria dei fondamenti” emerse già nella matematica della fine del XIX secolo (Hilbert, Cantor) e l’inizio del XX, dall’interno delle teorie scientifiche stesse e non come una sovrapposizione filosofica e teologica ad esse estranea. E il risultato fu che il linguaggio scientifico (logico-matematico) può dire “più cose vere” di quelle che è capace di dimostrare al suo interno (Teoremi di Gödel, 1931). Il fondamento non poteva essere parte della teoria stessa, ma doveva essere di natura diversa da essa, in certo modo trascendendola (è, in fondo, un primo accenno alla riscoperta dell’analogia dell’ente di tomistica memoria, che Russell (1903/1910) chiamò opportunamente ambiguità sistematica). Nasceva così l’esigenza di ampliare qualitativamente la scienza, prima da una teoria dei numeri e delle relazioni/funzioni ad una teoria degli insiemi di oggetti, e poi ad una “teoria degli enti” di natura qualunque (ontologia formale). Si veniva così ad aprire la strada verso una riscoperta della metafisica con metodi logici e scientifici. Del resto anche la metafisica antica nacque dalla crisi della matematica dei Pitagorici (“crisi degli irrazionali”), imponendo di ampliare l’orizzonte della razionalità verso principi fondamentali della realtà di natura non numerica, quali furono la “materia” e la “forma” aristotelica. Curiosamente, ma non troppo, ai nostri giorni, la “teoria dell’informazione”, sopratutto in ambito biologico e cognitivo sembra avvicinarsi proprio alla nozione di “forma” aristotelica. Oggi ci sono ancora due scuole di pensiero che dibattono su quale principio debba essere primario: per alcuni è la materia e l’informazione emergerebbe da quest’ultima più o meno spontaneamente; altri ritengono che l’informazione debba precedere la materia come principio capace di strutturarla e organizzarla. Non siamo ancora arrivati a concepire la possibilità di una qualche “forma/informazione” capace di sussistere anche indipendentemente dalla materia (“spirito”) in quanto in grado di compiere attività che sono indipendenti da quest’ultima (quali la formazioni degli universali e la coscienza), come sosteneva san Tommaso d’Aquino, ma la via scientifica verso questo risultato è più aperta oggi che in passato. Occorrerà onestà intellettuale e scientifica per poterci arrivare. Ai nostri giorni abbiamo un’ampia e quotidiana documentazione di come la scienza possa essere appetibile presso i poteri del mondo (finanziari, economici, politici, mediatici, globali, massonici, ecc.) per giustificare e rendere plausibili, con la paura, con i vantaggi che può offrire, con le tecniche di manipolazione del consenso, ecc., operazioni di potere che ricattano immobilizzandola la libertà delle persone, fino a sospendere la democrazia, distorcere fino alla distruzione la famiglia e un vivere civile libero che sia degno di questo nome. Ma questa strada è un’operazione di potere che non nasce da esigenze proprie della ricerca scientifica, ma solo dai deliri di potere e onnipotenza di uomini, che possono sedurre anche gli scienziati, quando non si comportano da veri scienziati, lasciandosi dominare da un’ambizione narcisistica. Solo l’assistenza divina, insieme alla sana ragione, potrà illuminare le loro menti e i loro cuori verso una lucida onestà intellettuale e una giusta condotta, degna di veri scienziati. (per approfondire; articolo La percezione dei fondamenti nel pensiero logico e matematico; libro: A. Strumia, L’uomo e la scienza nel Magistero di Giovanni Paolo II, Pemme 1987, Amazon 2019)
  5. In una intervista concessa a CNA Deutsch (https://de.catholicnewsagency.com/article/bischof-voderholzer-im-gespraech-evangelisierung-muss-mit-apologetik-einhergehen-1892) il 1° settembre 2022, il vescovo Rudolf Voderholzer ha sollecitato “una sana apologetica”. E’ un testo che, secondo me, merita una attenta valutazione e riflessione; ne riassumerò, pertanto, i passi più significativi. Ricordo che Voderholzer è stato ordinato vescovo nel 2013 e da allora è responsabile della diocesi di Ratisbona. Dal 2008 è direttore dell’Istituto Papa Benedetto XVI, che pubblica la raccolta di scritti del Papa emerito. Dal 2005 al 2013 ha insegnato dogmatica e storia dei dogmi presso la Facoltà di Teologia di Treviri. Ma cosa intende il vescovo Voderholzer per “sana apologetica”? “Si tratta di dimostrare la ragionevolezza della fede e la speranza che essa dà di fronte a questioni critiche”, spiega Sua Eccellenza. “Apologetica significa letteralmente ‘difesa della fede e della speranza’. Il più famoso discorso di questo tipo, già in ambito pagano, è l’Apologia di Socrate di Platone. La parola è stata poi introdotta nell’uso cristiano dalla prima epistola di Pietro, dove si legge: ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1 Pt 3, 15). I pensatori cristiani del II secolo d. C. si trovarono particolarmente interpellati dalla nascente fede cristiana, che giustificarono su basi storiche e filosofiche. Sono raggruppati sotto il termine generico di ‘apologisti paleocristiani’, il più importante dei quali è Giustino martire. In ogni momento, è stata una questione vicina al cuore dei cristiani non solo affermare semplicemente gli elementi fondamentali della fede di fronte alle contraddizioni e alle ostilità, ma anche giustificarli in modo trasparente e comprensibile. Quando lo studio della teologia ha cominciato a differenziarsi in singole discipline nei tempi moderni, l’apologetica è diventata una materia a sé stante. Oggi l'apologetica è - nel migliore dei casi - una dimensione di tutte le materie teologiche, in quanto anche tutte le discipline hanno a che fare con la messa in discussione di qualcosa. Può essere ‘sana’ se è oggettiva e comprensibile, aperta alle domande e ai problemi attuali che le persone hanno con la fede in Cristo e, soprattutto, autocriticamente e umanamente nel miglior senso della parola”. Continua Sua Eccellenza: “La ‘difesa della fede e della speranza’ diventa invece malsana quando è l’unico motore del dibattito intellettuale o quando si utilizzano costantemente solo argomenti negativi per rafforzare la propria posizione. Un detto molto saggio di Henri de Lubac dice: ‘È una disgrazia aver imparato il catechismo contro qualcuno’. C'è il pericolo di affermare una ‘identità negativa’ quando la sola ‘protesta’ mi sostiene, per così dire. L'evangelizzazione, invece, deve attingere al contenuto positivo, alla bellezza e allo splendore della fede. A mio avviso, però, può e deve andare di pari passo con una ‘sana’ apologetica, in quanto l’annuncio della fede non è mai, e certamente non è oggi, avvenuto in un clima puramente benevolo e positivo, nel corso della storia. Anche di fronte a me stesso devo rassicurarmi ancora e ancora della mia fede. Un fideismo provocatorio, cioè un'insistenza sulla credenza senza chiederne la ragionevolezza e la giustificazione, non può durare a lungo”, secondo il presule. Quali i modelli? Al vescovo-professore vengono in mente S. Ireneo di Lione, S. Tommaso d’Aquino, Blaise Pascal, S. John Herny Newman, Henri de Lubac e, naturalmente, Joseph Ratzinger / Papa Benedetto XVI, di cui mons. Voderholzer ricorda una frase che lo accompagna da quando l’ha letta per la prima volta, da studente di teologia, nel Rapporto sulla fede: ‘L'unica vera apologia del cristianesimo si può limitare a due argomenti: i santi che la Chiesa ha prodotto e l’arte che è cresciuta nel suo grembo’. Conclude il vescovo Voderholzer: “L’esperienza ha dimostrato, pertanto, che gli argomenti nelle conversazioni con persone che sono critiche nei confronti della Chiesa si concentrano solitamente su un certo modello di scandali: crociate, processi alle streghe, processo Galileo, colonialismo, seguaci nei sistemi totalitari, corruzione della tradizione di Gesù e, recentemente, soprattutto abusi sessuali. Ciò che è importante è che apologetica non significa negazione provocatoria del lato oscuro della chiesa, o dogmatismo ad ogni costo. Determinante è la conoscenza storica, la capacità di discernimento e l’intuizione che per santità della Chiesa non s’intende l’integrità morale di tutti i suoi membri, ma il dono del Signore di trasmettere la Sua presenza, la Sua salvezza, proprio in fragili vascelli”. Oggi, purtroppo, “non pochi teologi stessi hanno una cattiva cultura del risentimento, che non rispetta quasi più la tradizione della Chiesa. Penso qui ad alcuni testi del ‘Cammino sinodale’ in Germania. In alcune facoltà si è affermato un ‘liberalismo’, soprattutto nella teologia fondamentale. Non si accetta altro che ciò che può essere costituito, compreso e giustificato da una libertà autonoma. Qualsiasi specificazione di una rivelazione storica, che è attestata in modo vincolante nei dogmi, è respinta in quanto premoderna e irragionevole. Questa situazione è sfortunata e insostenibile. Abbiamo bisogno” - questo è il succo dell’intervista al vescovo Voderholzer – “di una teologia che dimostri che non è la libertà che rende vero qualcosa, ma piuttosto è la verità che rende liberi. È proprio per quest'ultima posizione, che a mio avviso sola corrisponde alla fede, che Joseph Ratzinger/Benedetto XVI sta come nessun altro. Egli invoca una ‘liberazione’ della ragione, che è capace di verità e che si eleva ancora una volta al di là di sé stessa nella fede”.
  6. Il 6 settembre, V anniversario della nascita al Cielo di S. Eminenza il Cardinal Carlo Caffarra, i sacerdoti,i fedeli e gli amici che lo hanno conosciuto e amato,uniti ai cardinali Brandmueller e Burke, invitano a offrire il Sacrificio Eucaristico in suo suffragio e ad unirsi alla preghiera - ad uso privato - per la sua beatificazione: O Dio Padre, che hai chiamato il tuo vescovo, cardinale Carlo Caffarra, come successore degli Apostoli, ad estendere il Regno inaugurato da tuo Figlio, con la sua dottrina,il suo esempio e la sua ardente carità per la Chiesa e la famiglia, concedi, per la tua maggior gloria e per il bene delle nostre anime, di glorificare il tuo servo, concedendoci per sua intercessione la grazia che ti chiediamo....Per Cristo nostro Signore.Amen Per informazioni:www.caffarra.it
  7. Ho letto con attenzione l’articolo di Galli della Loggia sul Corsera del 29 agosto. Mi son chiesto cosa si fosse proposto scrivendolo. Non son certo di averlo capito. Però essendo Galli della Loggia un intellettuale di altissimo livello e con grande credibilità, propongo di rileggerlo insieme con il metodo del sillogismo aristotelico . ANALISI: la premessa principale (che lui mette nella Conclusione) è: I cattolici sono importanti (anche in politica) perché hanno energie, volontà, capacità e sarebbe pertanto un peccato perderli (si noti che non dice che i cattolici hanno ancora, o no, fede… hanno energie…). Poi passa a rilevare che il mondo cattolico è assente nel discorso pubblico (ma il cattolico è “lievito”, non necessariamente parte del discorso pubblico. In più non è “assente“ per scelta, è stato escluso dal discorso pubblico). – dice che è solo il papa che riesce a farsi sentire (mi pare si faccia sentire anche troppo, in più la CEI oggi non è in mano a un Ruini). – dice che politicamente i cattolici dopo la catastrofe del 1992-94, contano zero (non spiega cosa intende per catastrofe del 1992-94: Tangentopoli?; fine della DC?; fine dei partiti ideologici? sostituiti da lobby? – dice che ha ragione Andrea Riccardi che il silenzio dei cattolici non è positivo e che devono riacquistare voce. (Ma Riccardi è già stato persino ministro, nel governo Monti. Si è fatto ascoltare ?). Poi non ci dice per cosa dovrebbero riacquistare voce, forse per riconfermare le tesi ecologiste e immigrazioniste ? O quelle sulla legge 194? – si domanda ancora una volta il perché dell’Eclissi cattolica in Italia e della irrilevanza pubblica, ma non si risponde. (Forse proprio perché in Italia c’è la sede della Chiesa?, forse perché si deve tacitare chi parla di “morale” comportamentale? forse perché i partiti politici oggi sono “globali e lobbystici “ ?). Spiega invece che l’identità cattolica è divenuta fluida, senza connotati, identità, incapace perciò di avere ruoli di protagonista, ha candidati a destra, sinistra, centro, senza risultati nei temi più importanti (aborto…). Dice “per esistere bisogna coesistere”. Sono d’accordo . CONSIDERAZIONI principali reinterpretate nell’articolo: 1-nel processo di secolarizzazione tecno-scientifica i cattolici non hanno saputo reagire e son passati da opposizione rassegnata a compromesso. 2- hanno disconosciuto i principi di Autorità del Magistero. 3- dal punto di vista politico, dopo la fine della DC, si son schierati con il PC sperando di dargli un’anima. Senza riuscirci, e son falliti …. CONCLUSIONE reinterpretata dell’articolo: Il cattolicesimo è finito, è divenuto tutt’al più una etica socialmente (in)utile, senza più identità. Meglio si riconverta, politicamente, emancipandosi dalla CEI e Santa Sede smettendo di essere integralista (politicamente). In pratica (secondo la mia interpretazione) Galli della Loggia suggerisce di abbandonare l’illusione del cattolicesimo e cimentarsi in qualcosa di utile: la politica. Espressione della trasformazione del cattolicesimo in qualcosa di utile . Ed ora vorrei concludere con una proposta : PROPOSTA: Ho partecipato quest’estate a una "scuola" di cattolici desiderosi di formarsi al pensiero cattolico. A mio intendimento è emersa una più forte esigenza ad ascoltare proposte operative su “che fare” per difenderci in una situazione che ormai appare irreversibile in un contesto in cui le azioni sembrano esserci “sfuggite di mano” (Sollicitudo rei socialis di San Giovanni Paolo II) e gli strumenti hanno ormai preso “autonomia morale“(Caritas in veritate di Benedetto XVI). Durante e dopo le mie discussioni alla “scuola” mi sono chiesto, sempre più preoccupato, come un cattolico consapevole e di criterio, possa agire e reagire in un mondo dove si impongono e si accettano, rassegnati, verità storiche che descrivono solo gli “ effetti “ senza mai indicarne le vere cause o le origini. E se qualcuno prova a farlo viene escluso dai dibattiti. Appare sempre più evidente in questo XXI secolo la prospettiva di far emergere e risaltare l’azione umana, artefice di ogni progresso (naturalmente ignorando o negando Dio) e nel contempo attribuendo - al libero arbitrio - la responsabilità di ogni errore fatto, di ogni crisi generata, di ogni problema creato. Ciò perché il libero arbitrio è soggettivo, intuitivo, irrazionale. Pertanto va subito cancellato e sostituito con determinismo scientifico razionale onde evitare ulteriori problemi in futuro. Ma, cattolici consapevoli e responsabili non possono omettere di reagire, anche fortificando gli altri cattolici (anzitutto) ed il prossimo, al fine di proteggere e accrescere la loro fede. Ho percepito nella “scuola” quest’anno che c’è molto da fare per riuscirci. Questo mondo fa di tutto per confondere e non permettere di capire. E chi dovrebbe occuparsene istituzionalmente, non sembra interessato a farlo. E lo smarrimento percepito relativamente a ciò che sta accadendo e ciò che andrebbe fatto, è stato alto, ma più alta è stata la assoluta percezione della provvidenziale ansia di intendere per agire manifestata dai presenti. Mi si conceda pertanto un paradosso. Oggi un cattolico dovrebbe saper “scandalizzare” proclamando ciò a cui crede con senso soprannaturale, e dovrebbe saper promuovere una “crociata” (che parola complessa da intendere!) contro i cattolici “IBRIDI”, cioè quelli catto-mondani, paurosi di scontrarsi con il mondo al fine di non esser considerati contro il progresso e la scienza ed esser considerati incapaci di capire la Realtà e divenire pertanto divisivi e non apparire "uomini di questi tempi". Oggi un cattolico dovrebbe saper scandalizzare spiegando le cause verso gli effetti e spiegando i fini da dare ai mezzi. Oggi, che lo si voglia riconoscere o meno, si sta preparando una nuova "rivelazione", per capirlo e reagire si deve smettere di esser catto-ibridi. Si deve tornare al pensiero tomista-aristotelico. ( amen)
  8. LA “FORMA D’INSEGNAMENTO” DELLA SCUOLA ECCLESIA MATER(SEM) 1. L'idea La Scuola Ecclesia Mater nasce nel 2005, all’inizio del pontificato di Benedetto XVI per seguirne il pensiero e il metodo, che possiamo ritenere racchiusi in questa affermazione: "All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva"(Benedetto XVI, Enciclica Deus caritas est, 1). Questa è la “forma d’insegnamento” a cui ci siamo affidati, in specie per comprendere e vivere la Chiesa e la Liturgia, che include “l’ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa” (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). Questa è la “linea” della nostra Scuola, che riteniamo sia espressa in modo visibile dal cardinale Raymond Leo Burke: perciò, con la sua guida, promuoviamo dal 2016 gli Esercizi Spirituali (7 ed.) e dal 2017 la Summer School (6 ed.). Con lui, si sono raccolti altri maestri coi quali studiamo e facciamo esperienza di fede, riconoscendoci in quella forma d’insegnamento a cui ci siamo affidati. Tutti, maestri e alunni, formiamo insieme la Scuola. 2. La scuola nella storia della Chiesa Siamo Scuola, cioè seguiamo una forma di insegnamento, una “linea” in cui si riconosce chi ne fa parte. Gesù ha formato così i discepoli fino a diventare apostoli, con il fine di diffondere la luce della verità del Vangelo, per fugare le tenebre dal cuore degli uomini. La necessità di fare scuola è raccomandata da San Paolo ai cristiani di Roma: “Siano rese grazie a Dio, perché eravate schiavi del peccato, ma avete, poi obbedito di cuore a quella forma di insegnamento alla quale siete stati affidati” (Rm 6,17). In tal modo, si può crescere alla statura di Cristo. Per questo, nella Chiesa vi sono state varie scuole o forme di insegnamento singolari: san Giustino, istituì una scuola a Roma nel II secolo, sant’Efrem a Nisibi nel IV secolo, per non dire delle celebri scuole di Antiochia e di Alessandria sorte attorno a Clemente e Origene, in funzione apologetica (nei confronti dello Stato persecutore, dei filosofi pagani, del giudaismo, dello gnosticismo spurio), oltre che missionaria. San Benedetto pensò il monastero come una scuola per il servizio divino. La scuola francescana s’ispira a san Bonaventura e quella domenicana a san Tommaso, che la Chiesa ha proclamato doctor communis; a lui. si ispirò la “Scolastica”. Dal secolo scorso, anche il pensiero di Benedetto XVI fa scuola. 3. Il metodo In questo tempo di grave crisi nella Chiesa, vi sono forme di insegnamento confuse che producono allontanamento dalla sana dottrina(apostasia)e divisione(scisma); quindi bisogna saper distinguere ciò che è chiaro da ciò che è spurio. Ce lo facciamo suggerire e riassumere da una “formula”, ben nota, che troviamo nell’apostolo Paolo, maestro sicuro di dottrina e di vita (personale e comunitaria: oggi si direbbe con un’altra parola abusata e spesso avvilita strumentalmente, “pastorale”). E la “formula” è: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (Panta dokimàzete to kalòn katèchete)» (1Ts 5,21). Letteralmente: “il bello” (to kalòn). C’è anche una “bellezza” nel “metodo di giudizio cristiano”!– Il “bene” (bonum) è “bello” (pulchrum)– perché è “vero” (verum)– e costruisce l’“uno” (unum), l’unità interiore ed esteriore della persona– e dell’“ente” (ens) come tale. Sono i “trascendentali” che ci portano subito con il pensiero a san Tommaso d’Aquino (cfr A.Strumia, Introduzione-Metodo: Summer School 2020). Affermazioni sintetiche di metodo le troviamo in sant’Agostino: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. In san Bernardo: Omnia videre, multa tolerare, pauca corrigere. Noi ci soffermeremo su san Tommaso, al quale la nostra Scuola si è affidata e che desideriamo seguire, proprio perché siamo in tempi di crisi della fede e della ragione. San Tommaso è il dottore dell’armonia, dell’unione, et et e non aut aut: è cattolico, non privilegia un aspetto della dottrina (p.es. o la contemplazione o l’azione). Essere cattolico vuol dire anche non amare le contrapposizioni, ma valorizzare le differenze in modo da far emergere le verità ancora nascoste. 4. L’attualità di S.Tommaso Il metodo di Tommaso, basato su quello aristotelico, si può riassumere in 4 d: dividere, distinguere, definire, dimostrare; è utile non solo per la filosofia e la teologia, ma per ogni altra scienza e per la realtà quotidiana (oggi, è stato sostituito erroneamente dal cosiddetto discernimento). Dottore in umanità, ci insegna che bisogna insegnare, insegnare, insegnare (= introdurre nel segno) a tutti: alla filosofia, san Tommaso dice che è smarrita, perché non cerca la verità che è il suo oggetto; alla scienza, l’Aquinate ricorda che vorrebbe essere una conoscenza certa mediante le cause; invece, il suo limite è di essere circoscritta a quella parte di realtà che esamina; perciò san Tommaso suggerisce di cercare le cause che vengono prima e la finalità che viene dopo (per es. il medico dovrebbe considerare: donde viene il corpo e dove va, il suo destino); alla psicologia, san Tommaso dice che essa ha un nucleo di conoscenze circa la corporeità sensibile, ma non ha certezze definite. Invece, ogni verità anche se parziale, se è verità, è valida per tutti e per sempre. La moderna psicologia queste verità non le possiede; è importante tenerne conto, perché la mente umana funziona in un corpo sensibile, ma l’essere umano è molto più della materia corporea; alla morale, san Tommaso dice che è una scienza che dimostra i principi che non possono essere ignorati per realizzarsi e vivere soddisfatti. Essa è la fonte che indirizza a vivere seguendo le regole della retta ragione. Noi credenti affianchiamo la fede, che è uno stile di vita sulla traccia dell’amore divino. La morale è un campo da riconquistare completamente. Infatti si è diffuso massivamente un relativismo pratico, che ha generato una mentalità indifferente a ogni limite etico: così la società si corrompe. Il rimedio è il sale del cristianesimo. A quanti hanno perso la retta ragione, san Tommaso dice: “Il ben vivere consiste nel bene operare”. Quindi, se vuoi essere contento, devi agire bene. Così avrai il centuplo quaggiù, oltre che la vita eterna; alla politica, san Tommaso dice che è l’arte più perfetta che esiste, in quanto è chiamata a guidare il bene comune. Su codesto si dovrebbero concentrare i politici e non piacere ai governati, badare all’interesse personale ecc. Non si deve, d’altra parte, dimenticare, contro ogni totalitarismo, che “homo non reducitur ad communitatem politicam secundum se totum et secundum omnia sua” (Summa Theologiae I-II, q. 21, a. 4, ad 3um; cfr. Caritas in veritate, n. 53); alla Chiesa, san Tommaso ricorda che non basta mettersi in ascolto, ma insegnare, insegnare, insegnare, le verità soprannaturali: la fede, così si parlerà all’umanità che è in noi. La fede non mortifica la ragione, ma la presuppone e la risana da errori e imperfezioni con l’aiuto della grazia divina (v.Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et ratio). Dunque, insegnare, insegnare, insegnare. Perché è importante anche oggi seguire San Tommaso? Perché egli afferma: “La verità è forte in se stessa e non può essere vinta da nessuna obiezione”. E l’uomo cerca soprattutto la verità. Il linguaggio del Vangelo non è appena linguaggio dell’amore ma della verità. Evangelizzare vuol comunicare la verità e l’amore. “Il tentativo di ridare, in questa crisi dell’umanità, un senso comprensibile alla nozione di cristianesimo come religio vera deve, per così dire, puntare ugualmente sull’ortoprassi e sull’ortodossia. Al livello più profondo il suo contenuto dovrà consistere, oggi – come sempre, in ultima analisi –, nel fatto che l’amore e la ragione coincidono in quanto veri e propri pilastri fondamentali del reale: la ragione vera è l’amore e l’amore è la ragione vera. Nella loro unità essi sono il vero fondamento e il fine di tutto il reale” (J.Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p 192). Finalmente, il richiamo al principio di realtà. Il metodo è necessario per saper difendere la fede e poterla diffondere. In greco: apologetica. Strumenti utili per acquisire il metodo apologetico sono, per es., il Dizionario elementare di apologetica e il Dizionario elementare del pensiero pericoloso (ed.Il Timone). 5. Rimanere nella Chiesa La Scuola “rimane” in Gesù Cristo per essere uno con Lui e tra noi, e cercando l’unità con quanti nella Chiesa hanno il giudizio della fede (Gv 9,39). Bisogna rimanere nell’unità del tutto, cioè nella Chiesa cattolica. Commentando Chesterton, così diceva D.Giussani: “Dobbiamo dissentire, opporci, resistere giustamente alle forme dispotiche, in sostanza a una vita non ecclesiale nella Chiesa. Non dobbiamo però fare l’errore di collocarci fuori di essa, psicologicamente e metodologicamente. Il grande insegnamento di Cristo in croce è che ‘morendo dentro la Chiesa’ si possono cambiare le cose, non al di fuori”. Scrive il papa San Gregorio Magno: “Gli uomini santi, pur se torchiati dalle prove, sanno sopportare chi li percuote e, nello stesso tempo, tener fronte a chi li vuole trascinare nell'errore. Contro quelli alzano lo scudo della pazienza, contro questi impugnano le armi della verità. Abbinano così i due metodi di lotta ricorrendo all'arte veramente insuperabile della fortezza. All'interno raddrizzano le distorsioni della sana dottrina con l'insegnamento illuminato, all'esterno sanno sostenere virilmente ogni persecuzione. Correggono gli uni ammaestrandoli, sconfiggono gli altri sopportandoli. Con la pazienza si sentono più forti contro i nemici, con la carità sono più idonei a curare le anime ferite dal male. A quelli oppongono resistenza perché non facciano deviare anche gli altri. Seguono questi con timore e preoccupazione perché non abbandonino del tutto la via della rettitudine”(Dal Commento sul Libro di Giobbe). Dobbiamo essere un movimento di persistenza e resistenza basato sulla formazione, che rifiuta il relativismo etico, ma sa distinguere tra Chiesa e uomini di Chiesa (cfr N.Bux con V.Palmiotti, Salute o salvezza? La Chiesa al bivio, Fede &Cultura, Verona 2021, p.94). La B.V.Maria è il rimedio più efficace di tutti, all’attuale crisi della Chiesa e deve essere particolarmente invocata perché riaffermi la divinità di Cristo e la Chiesa sacramento universale di salvezza. Così, la Scuola Ecclesia Mater diventa un gioco di squadra, previo allenamento, per sfidare il mondo. Alle primitive comunità cristiane, circondate da costumi non certo sobri, non importava scendere a patti con la mentalità corrente. Non cedevano al complottismo ma si fidavano della Provvidenza. Ai Padri stava a cuore differenziarsi in modo netto dagli atteggiamenti propri del paganesimo (i Cristiani, secondo lo scritto A Diogneto 5, 8-9, “si trovano nella carne ma non vivono secondo la carne. Sulla terra trascorrono la vita, ma in cielo sono cittadini”). Quel mondo, così lontano dagli ideali evangelici, non è destinatario di comprensione e non va blandito, ma sfidato. I documenti “pastorali” della Chiesa odierna parlano di sfide, ma in realtà nascondono i cedimenti al mondo, né fanno un bilancio del loro esito. 6. Sistema integrato La SEM vuole essere un sistema integrato: singoli e gruppi di base che studiano il Catechismo periodicamente, fanno scuola di dottrina cristiana – possibilmente si raccordano a livello regionale –. A livello nazionale ci riuniamo in febbraio a Roma e in agosto a Bassano R.— Continuiamo a riunirci in 4 Gruppi di Studio on line durante l’anno: Fede e ragione - Interpretazione del Vaticano II - Economia e Morale - Cultura e Politica – Siamo in rete col blog Il Pensiero Cattolico (=IPC), mediante il quale diamo espressione e visibilità (anche all’estero) alla SEM, che finora è rimasta in posizione riservata. Da qualche tempo si sta sviluppando un ampio progetto per dare alla nostra Scuola maggiore forza, stabilità e soprattutto capacità di formazione e di attrazione, in particolare nei confronti dei giovani. Sempre comunque siamo memori delle parole del misterioso vegliardo, incontrato dal filosofo Giustino e che, come racconta egli stesso nel Dialogo con l’Ebreo Trifone, furono lo stimolo alla sua conversione: “Tu prega anzitutto che le porte della luce ti siano aperte, perché nessuno può vedere e comprendere, se Dio e il Suo Cristo non gli concedono di capire” (Dial. 7,3). 7. Conclusione Cari amici, fino a 50 anni fa il maggior pericolo al mondo era visto nel regime autoritario, nelle dittature. Ciò perché assoggettano l’intelligenza a principi e sistemi gestiti da una autorità che impone tutto con il timore al fine di distruggere la libertà. Avremmo mai immaginato di poter arrivare ad una epoca, come la presente, dove si arriva non solo a negare libertà e verità, ma voler anche escludere il libero arbitrio, facendolo considerare l’origine di tutti i mali e di tutti i problemi che oggi l’intera umanità soffre? Accusandolo di esser soggettivo, egoistico ed irrazionale? E pertanto origine dei problemi di diseguaglianza, sfruttamento, degrado ambientale, esclusione, ecc. Avremmo mai immaginato di arrivare ad una fase della storia in cui venisse preparata ed annunciata una nuova Rivelazione (transumanista) e persino una nuova Incarnazione? (il metaverso). Ecco, noi siamo qui per discuterne.
  9. Premessa Il problema essenziale del mondo occidentale è la perdita della realtà: nulla è ciò che è, una cosa diventa ciò che è solo quando la determiniamo. Per questa ragione, svolgerò il tema affidatomi seguendo una visione filosofica detta “del realismo metafisico”: una visione del mondo essenzialmente aristotelica che, combinata con la mentalità giuridica romana, ha prodotto la civiltà occidentale nel periodo precristiano. Il cristianesimo ha poi aggiunto la conoscenza del soprannaturale che deve guidare correttamente la percezione dei sensi. Il problema “Francesco” Non è una novità che papa Francesco, nel corso degli anni, abbia fatto una serie di affermazioni e gesti teologicamente problematici, come la comunione ai divorziati, per esempio e il capovolgimento del motu proprio sulla Messa in latino, ispirando un movimento detto dei “benevacantisti”, secondo il quale il problema posto dalle discutibili dichiarazioni e azioni di Francesco può essere sciolto solo se si scopre che Benedetto è ancora papa. Perché in quel caso, le affermazioni problematiche non sarebbero state fatte da un vero papa e, quindi, non ci sarebbe bisogno di spiegare come un papa abbia potuto commettere tali errori. Ora, la soluzione del benevacantismo è semplicemente superflua. La Chiesa ha sempre riconosciuto che i papi possono sbagliare quando non parlano ex cathedra, e qualunque altra cosa si pensi delle controverse dichiarazioni e azioni di Francesco, tutte, se errate, rientrano nella categoria dei possibili errori che un papa può commettere. Francesco può aver detto e fatto cose teologicamente più dubbie rispetto ai più noti papi del passato (come, ad esempio, Giovanni XXII), ma sono affermazioni e azioni dubbie di base dello stesso genere. Il problema è gravissimo, ma, ancora una volta, rientra nei limiti di ciò che la Chiesa e i suoi fedeli teologi hanno sempre riconosciuto potesse accadere, compatibilmente con l'infallibilità delle condizioni chiaramente definite per l'insegnamento pontificio. È molto importante che i cattolici imparino la loro fede e conoscano la loro tradizione in modo da poter valutare ragionevolmente il valore delle dichiarazioni e delle azioni del papa. Per fare questo, devono (tra le altre cose) capire cos’è l’autorità dell’insegnamento della Chiesa e cosa non lo è. Chi ha l'autorità di insegnare? Da dove deriva l'autorità? Cosa si può giustamente insegnare? Quali sono i gradi di autorevolezza? Che tipo di assenso richiedono i diversi gradi da parte dei fedeli? E devo assecondare le problematiche affermazioni del papa o dei vescovi e dei teologi? La dottrina cattolica sull'autorità di insegnamento del papa è abbastanza chiara, ma molte persone la fraintendono gravemente. Alcune persone pensano che l'insegnamento cattolico sia che un papa sia infallibile non solo quando fa dichiarazioni ex cathedra, ma in tutto ciò che fa e dice. Alcuni pensano che un cattolico sia obbligato ad accettare l'insegnamento di un papa solo quando tale insegnamento è da lui proposto come infallibile. Altri pensano che un cattolico sia obbligato a concordare più o meno con ogni punto di vista o decisione di un papa in materia di teologia, filosofia, politica, ecc. anche quando non viene presentato come infallibile. Come sempre, la dottrina cattolica è equilibrata, una via di mezzo tra gli estremi – in questo caso, tra questi estremi minimalisti e massimalisti. Ma è anche ricca di sfumature, e per capirle dobbiamo fare alcune distinzioni che troppo spesso vengono ignorate. Per prima cosa chiariamo cosa s’intende per infallibilità papale. Quello che il Concilio Vaticano I descrisse è l'esercizio da parte del papa di quello che viene chiamato il suo “magistero straordinario”, in contrapposizione al suo “magistero ordinario” o attività didattica quotidiana sotto forma di omelie, encicliche, ecc., individuando diverse condizioni per l'esercizio di questo straordinario Magistero. In primo luogo, il papa deve fare appello alla sua suprema autorità di insegnamento come successore di Pietro, invece di parlare semplicemente come un teologo privato, o fare osservazioni a braccio o cose simili. Un esercizio del Magistero straordinario dovrebbe comportare, pertanto, tipicamente una dichiarazione formale e solenne. In secondo luogo, deve affrontare qualche questione di dottrina riguardante la fede o la morale. Il Magistero straordinario non riguarda questioni puramente scientifiche (come quanti elementi ci siano nella tavola periodica), questioni politiche (come se un determinato atto legislativo proposto sia una buona idea, ecc.). Terzo, deve "definire" qualche dottrina nel senso di proporlo come insegnamento ufficiale vincolante per tutta la Chiesa. Il Magistero straordinario non riguarda un insegnamento che riguarda circostanze meramente locali o contingenti. Ma c'è un'ulteriore, cruciale condizione su tali dichiarazioni ex cathedra. Il Concilio Vaticano I lo ha sottolineato in un passaggio: Infatti lo Spirito Santo fu promesso ai successori di Pietro non perché, mediante la sua rivelazione, facessero conoscere qualche nuova dottrina, ma perché, mediante il suo aiuto, custodissero religiosamente ed esponessero fedelmente la rivelazione o deposito di fede trasmesso dagli apostoli. Ora sappiamo che i papi fanno affermazioni diverse dagli atti di insegnamento formale su questioni di fede e morale, ad esempio durante le interviste sugli aeroplani, le cerimonie con non cattolici o i discorsi davanti all'ONU. Ma poiché questi non sono atti di insegnamento, non hanno autorità e non comandano obbedienza ai fedeli. Come mai? Perché solo quando insegna formalmente gode dell'assistenza dello Spirito Santo. Naturalmente, se ciò che dice è già una dottrina cattolica stabile, allora i cattolici sono tenuti ad accettare la dottrina. Ma - e questo è importante – ciò non è richiesto per quanto detto in quegli atti di insegnamento extramagisteriale, ma in quanto ciò che è detto in quegli atti è già stato autorevolmente insegnato dalla Chiesa. Inoltre, ogni volta che i papi offrono le loro opinioni su questioni diverse dalla fede e dalla morale, ad esempio su questioni scientifiche come quelle se la terra sia rotonda o se il comportamento umano sia la causa principale del cambiamento climatico, le loro affermazioni, anche se si trovano in documenti ecclesiastici ufficiali, non hanno autorità e non comandano obbedienza. Come mai? Perché anche se quello che dicono è vero, la Chiesa e quindi il papa non hanno autorità per insegnare su questioni scientifiche. Dio non ha promesso alla Chiesa protezione per risolvere i dilemmi del mondo naturale, ma solo per comprendere le sue comunicazioni divine per compiere la sua volontà, vivere vite sante e raggiungere il cielo. Infine, se i papi affermano qualcosa di contrario alla rivelazione divina o alla legge morale, anche con l'intenzione di insegnarlo formalmente o affermarlo implicitamente come vero, l'affermazione non gode della guida dello Spirito Santo e, quindi, non possiede autorità sulla coscienza dei cattolici. Pertanto, i cattolici sono obbligati quando scoprono l'errore a rifiutare tale insegnamento. Papa Benedetto XVI ha espresso il punto come segue: Il Papa non è un monarca assoluto i cui pensieri e desideri sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia di obbedienza a Cristo e alla sua Parola. Non deve proclamare le proprie idee, ma vincolare costantemente sé stesso e la Chiesa all'obbedienza alla Parola di Dio, di fronte a ogni tentativo di adattarla o annacquarla, e ad ogni forma di opportunismo... Sebbene l'esercizio del suo magistero ordinario da parte del papa non sia sempre infallibile, può esserlo in determinate circostanze. In particolare, è infallibile quando il papa riafferma ufficialmente qualcosa che già faceva parte dell'insegnamento infallibile della Chiesa sulla base della Scrittura e della Tradizione. Ad esempio, nell'Ordinatio Sacerdotalis (1994), Papa San Giovanni Paolo II ha riaffermato l'insegnamento tradizionale secondo cui la Chiesa non ha autorità di ordinare le donne al sacerdozio, e la Congregazione per la Dottrina della Fede ha poi confermato che questo insegnamento deve essere considerato come infallibile. Il motivo per cui è da considerarsi infallibile non è che il documento pontificio in questione costituisse un esercizio del Magistero straordinario, ma piuttosto per lo statuto dell’insegnamento, facente parte della dottrina costante e universale della Chiesa. Proprio perché gli esercizi del Magistero ordinario del papa sono infallibili quando si limitano a riaffermare l'insegnamento costante e universale della Chiesa, essi non comportano né il capovolgimento dell'insegnamento passato né l'aggiunta di qualche novità. L'infallibilità papale, quindi, non è un potere magico con cui un papa può trasformare qualsiasi cosa antica che desidera in una verità che tutti sono tenuti ad accettare. È un'estensione dell'infallibilità del corpo dottrinale preesistente che è suo compito salvaguardare, e quindi deve essere sempre esercitato in continuità con quel corpo dottrinale. I papi sanno che il loro compito è preservare e applicare l'insegnamento cattolico, e quindi quando dicono qualcosa che non è solo una semplice reiterazione di una dottrina preesistente, in genere cercano di tirare fuori le implicazioni della dottrina esistente, di risolvere alcune ambiguità in essa, per applicare la dottrina a nuove circostanze, o cose simili. C'è, quindi, nella dottrina cattolica una presunzione a favore di quanto dice un papa anche nel suo ordinario magistero non infallibile, anche se si tratta di una presunzione che può essere superata. Quindi, la posizione predefinita per ogni cattolico deve essere quella di assenso a tale insegnamento non infallibile. O almeno questa è la posizione predefinita quando tale insegnamento riguardi questioni di principio nei confronti della fede e della morale - in opposizione all'applicazione del principio a circostanze concrete contingenti, dove i giudizi su tali circostanze sono per loro natura al di là della competenza speciale del Papa. Cinque categorie di dichiarazioni magisteriali Allora, quando un cattolico deve assentire a qualche dichiarazione papale non infallibile? Quando un cattolico potrebbe non essere d'accordo con una simile affermazione? Questo argomento è stato chiarito dall’allora cardinale Joseph Ratzinger durante il suo periodo come Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede. Forse il documento più importante a questo proposito è l'istruzione del 1990 Donum Veritatis: Sulla vocazione ecclesiale del teologo, sebbene vi siano anche altri testi rilevanti. Il cardinale Avery Dulles (1918-2008) ha suggerito che nella Donum veritatis si possono identificare quattro categorie generali di enunciati magisteriali. Tuttavia, come indicano altre affermazioni di Ratzinger, la quarta categoria di Dulles sembra raggruppare insieme affermazioni con due diversi gradi di autorità. Quando queste vengono distinte, è chiaro che ci sono in realtà cinque categorie generali di dichiarazioni magistrali. Ecco quali sono: 1. Affermazioni che propongono definitivamente verità divinamente rivelate, o dogmi in senso stretto. Esempi: i dogmi cristologici, la dottrina del peccato originale, la grave immoralità di uccidere direttamente e volontariamente un essere umano innocente, e così via. Come osserva Dulles, secondo l'insegnamento cattolico, affermazioni in questa categoria devono essere considerate da ogni cattolico con “fede divina e cattolica”. Nessun legittimo disaccordo è possibile. 2. Affermazioni che propongono definitivamente verità non rivelate, ma strettamente connesse con verità rivelate. Esempi: l’insegnamento sull'immoralità dell’eutanasia e l'insegnamento secondo il quale l'ordinazione sacerdotale è riservata solo agli uomini. Secondo Donum Veritatis, le affermazioni in questa categoria devono essere “fermamente accettate e sostenute” da tutti i cattolici. Anche qui, non è possibile un legittimo disaccordo. 3. Dichiarazioni che in modo non definitivo ma obbligatorio chiariscono verità rivelate. Dulles suggerisce che «l’insegnamento del Vaticano II, che si asteneva da nuove definizioni dottrinali, rientra prevalentemente in questa categoria». Secondo Donum Veritatis, le affermazioni contenute in questa categoria devono essere accettate dai cattolici con la “sottomissione religiosa di volontà e d'intelletto”. Dato il loro carattere non definitivo, tuttavia, l'assenso dovuto a tali affermazioni non è assoluto come quello dovuto alle affermazioni contenuto nelle categorie 1 e 2. 4. Dichiarazioni di tipo prudenziale che richiedono obbedienza esterna ma non assenso interiore. Dulles suggerisce che la cautela della Chiesa nell’accettare l'eliocentrismo nel XVII secolo sarebbe un esempio. Questo tipo di affermazioni sono “prudenziali” nella misura in cui sono tentativi di applicare prudentemente i principi generali della fede e della morale a circostanze concrete contingenti, come lo stato delle conoscenze scientifiche in un particolare momento della storia. E non vi è alcuna garanzia che gli ecclesiastici, inclusi i papi, esprimano giudizi corretti su queste circostanze o sul modo migliore per applicarvi i principi generali. Qui è richiesta l'obbedienza esterna alle decisioni della Chiesa, ma non necessariamente l'assenso. Un “silenzio riverente” potrebbe essere il massimo che si può richiedere. Gli esempi di giudizi “prudenziali” cui fa riferimento la Donum Veritatis e che Dulles discute nei suoi commenti a quel documento sono tutti giudizi molto strettamente connessi a questioni di principio nei confronti della fede e della morale, anche se le affermazioni sono di minore entità autorità rispetto alle dichiarazioni delle categorie 1-3. Le dichiarazioni di papi e altri ecclesiastici che mancano di tali importanti implicazioni dottrinali, ma riguardano invece questioni di politica, economia e simili, sono spesso chiamate anche “giudizi prudenziali”, perché anch’esse implicano il tentativo di applicare prudentemente principi di fede e di morale a circostanze concrete contingenti. Donum Veritatis non affronta questo tipo di giudizio e nemmeno Dulles nella sua discussione sul documento, ma è chiaro da altre affermazioni del cardinale Ratzinger che esso costituisce una quinta categoria di magistero: 5. Dichiarazioni di tipo prudenziale su questioni su cui può esistere una legittima diversità di opinione tra i cattolici. Esempi sarebbero molte delle dichiarazioni fatte da papi e altri ecclesiastici su questioni di controversia politica, come la guerra e la pena capitale. Il cardinale Ratzinger ha fornito questi come esempi specifici in un memorandum del 2004 sul tema La dignità di ricevere la santa comunione: principi generali, in cui affermava: Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell'aborto e dell'eutanasia. Ad esempio, se un cattolico fosse in contrasto con il Santo Padre sull'applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare la guerra, non sarebbe per questo considerato indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Sebbene la Chiesa esorti le autorità civili a cercare la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell'imporre punizioni ai criminali, può ancora essere consentito impugnare le armi per respingere un aggressore o ricorrere alla pena capitale. Può esserci una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull'applicazione della pena di morte, ma non per quanto riguarda l'aborto e l'eutanasia. Si noti che il cardinale Ratzinger si spinge a dire che un cattolico potrebbe essere “in disaccordo con” il papa sull'applicazione della pena capitale e sulla decisione di fare la guerra ed essere comunque degno di ricevere la comunione - cosa che non avrebbe potuto dire se fosse peccato mortale essere in disaccordo con il papa su tali questioni. Ne consegue che non vi è alcun grave dovere di assenso alle dichiarazioni del papa su tali questioni. Il cardinale afferma inoltre che “potrebbe esserci una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull’applicazione della pena di morte”, nonostante il fatto che papa Giovanni Paolo II, sotto il quale il cardinale all'epoca prestava servizio, abbia espresso dichiarazioni molto forti contro la pena capitale e la guerra in Iraq. Ne consegue che le dichiarazioni del papa su tali questioni non erano vincolanti per i cattolici nemmeno a pena di peccato veniale. Nel memorandum, il cardinale Ratzinger afferma anche esplicitamente che gli elettori e i politici cattolici devono opporsi alle leggi che consentono l'aborto e l'eutanasia, nonché astenersi dalla Santa Comunione se collaborano formalmente a questi mali. Al contrario, non richiede requisiti sul comportamento (come votare) dei cattolici che non sono d'accordo con il papa sulla pena capitale o sulla decisione di fare la guerra. Quindi, le dichiarazioni papali su tali argomenti, a differenza delle dichiarazioni di categoria 4, evidentemente non richiedono alcun tipo di obbedienza esterna e tanto meno il consenso. I cattolici devono quindi a tali affermazioni una seria e rispettosa considerazione, ma niente di più. Il motivo per cui questo è degno di nota, e il motivo per cui vale anche la pena sottolineare il significato del memorandum del cardinale Ratzinger, è che alcuni scrittori cattolici hanno la tendenza ad accusare altri cattolici che non sono d'accordo con le dichiarazioni del papa su questioni di controversia politica di essere “dissidenti”. Ad esempio, a volte viene affermato che qualsiasi cattolico che sia costantemente “pro-vita”, non solo sarà d’accordo con le dichiarazioni papali che condannano l’aborto e l’eutanasia, ma sarà anche d’accordo con le dichiarazioni papali che criticano la pena capitale o la guerra in Iraq, o avallando alcune dichiarazioni economiche politiche. Il suggerimento è che i cattolici che rifiutano l’insegnamento della Chiesa su aborto ed eutanasia sono “dissidenti di sinistra” e i cattolici che non sono d’accordo con le recenti dichiarazioni papali sulla pena capitale, la guerra in Iraq o specifiche politiche economiche sono “dissidenti di destra”, come se entrambe le parti fossero impegnate nella disobbedienza alla Chiesa. Nella migliore delle ipotesi questo riflette una grave ignoranza teologica. Nel peggiore dei casi è intellettualmente disonesto e demagogico. Un cattolico che non è d'accordo con l’insegnamento della Chiesa sull'aborto o l'eutanasia sta rifiutando una dichiarazione del magistero di categoria 1 o di categoria 2 - qualcosa che non è mai consentito. Ma un cattolico che non è d'accordo con ciò che hanno detto i papi recenti sulla pena capitale, sulla guerra o su specifiche politiche economiche è in disaccordo con le affermazioni di categoria 5, cosa che la Chiesa stessa ritiene ammissibile. Errori papali Poiché la Chiesa consente che i cattolici in determinate circostanze possano essere legittimamente in disaccordo con le affermazioni della categoria 3, per non parlare delle affermazioni delle categorie 4 e 5, l'insegnamento cattolico implica quindi che è possibile che i papi si sbaglino quando fanno affermazioni che rientrano in una di queste categorie. È anche possibile che un papa si sbagli in modo più radicale se, fuori dal contesto del suo magistero straordinario, dice qualcosa di incoerente con un’affermazione di categoria 1 o di categoria 2. Ed è possibile che un papa cada in errore in altri modi, come attuando politiche poco sagge o esibendo immoralità nella sua vita personale. Infatti, oltre a vincolare la Chiesa all’eresia, è possibile che un papa arrechi grave danno alla Chiesa. Come ha detto una volta il cardinale Ratzinger, quando gli fu chiesto se lo Spirito Santo abbia un ruolo nell'elezione dei papi: Non lo direi nel senso che lo Spirito Santo sceglie il Papa, perché ci sono troppi esempi contrari di papi che lo Spirito Santo ovviamente non avrebbe scelto. Direi che lo Spirito non prende esattamente il controllo della faccenda, ma piuttosto come un buon educatore, per così dire, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza abbandonarci del tutto. Quindi il ruolo dello Spirito va inteso in un senso molto più elastico, non che sia lui a dettare il candidato per il quale si deve votare. Probabilmente l'unica assicurazione che offre è che la cosa non può essere completamente rovinata. Si potrebbero fare esempi di errori papali, ma non basterebbero a mostrare quanto gravemente possano sbagliare i papi quando non esercitano il loro magistero straordinario. E se i papi possono sbagliare gravemente anche su questioni che riguardano la dottrina e il governo della Chiesa, va da sé che possono sbagliare gravemente rispetto a questioni di politica, scienza, economia e simili. Che i papi siano fallibili nel modo in cui sono è importante da tenere a mente per i cattolici quanto il fatto che i papi sono infallibili quando parlano ex cathedra. Molti cattolici ben intenzionati hanno dimenticato questa verità, o sembrano volerla sopprimere. Quando i papi recenti hanno detto o fatto cose strane o anche manifestamente poco sagge, questi apologeti si rifiutano di ammetterlo. Si soffocano con ragionamenti con cui cercano di mostrare che l'affermazione o l'azione discutibile è perfettamente innocente, o addirittura trasmette una profonda intuizione, se solo fossimo disposti a vederla. Se bloggers cattolici e apologeti pop fossero vissuti in epoche precedenti, alcuni di loro avrebbero senza dubbio assicurato ai loro lettori che papa Stefano VI (896-897) stava cercando di insegnarci una profonda verità spirituale convocando il cosiddetto sinodo del cadavere (in cui il suo predecessore Formoso fu riesumato e processato) se solo avessimo saputo ascoltarlo; o che Giovanni XXII (1316-1334), insegnando la visione eterodossa secondo cui le anime dei beati non vedono Dio subito dopo la morte, ma solo alla risurrezione, stava davvero approfondendo la nostra comprensione della dottrina piuttosto che confondere i fedeli. Conclusione: Il benevacantismo non offre alcuna soluzione ai problemi posti dalle parole e dalle azioni controverse di papa Francesco, e anzi rischia di peggiora le cose. E per di più conduce i cattolici nel grave peccato dello scisma. Ora Benedetto ha ripetutamente affermato che ha rassegnato pubblicamente e liberamente le dimissioni dal suo incarico, in risposta a coloro che ipotizzano il contrario. Ha scritto, ad esempio, in una lettera ad A. Tornielli: Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde. (La Stampa, 27 febbraio 2014). E in un’intervista a Massimo Franco: È stata una decisione difficile. Ma l’ho presa in piena coscienza. (…) Alcuni miei amici un po’ fanatici sono ancora arrabbiati, non hanno voluto accettare la mia scelta. Penso alle teorie cospirative che l’hanno seguita (Il Corriere della sera, 1° marzo 2021). Le sue dimissioni soddisfano dunque chiaramente i criteri di validità stabiliti dal diritto canonico: Nel caso che il romano pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede che qualcuno la accetti (CIC, c. 332, § 2) Alcuni hanno suggerito che le dimissioni non possano essere state date liberamente. Ma questo è un non sequitur, poiché ogni cattolico che ha familiarità con le condizioni della gravità di un peccato dovrebbe sapere che occorrono materia grave, piena conoscenza e consenso deliberato. Con ciò non voglio dire che le dimissioni di Benedetto siano peccaminose, ma piuttosto che queste condizioni fanno capire che la Chiesa distingue l’agire con piena consapevolezza (“la conoscenza del carattere peccaminoso dell'atto, della sua opposizione alla Legge di Dio”) e l’agire con deliberato consenso o liberamente (“un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L'ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono”: CCC, §§ 1857-9). E il diritto canonico pone solo quest’ultima, e non la prima, condizione per la validità delle dimissioni pontificie. Quindi, anche se le dimissioni di Benedetto fossero state fatte sotto un’influenza esterna [di un'errata teoria teologica sul papato], ciò sarebbe irrilevante per il suo essere stato fatto liberamente e quindi validamente. La verità è che Cristo a volte lascia che il suo Vicario erri, solo entro determinati limiti, ma a volte gravemente. Come mai? In parte perché i papi, come tutti noi, hanno il libero arbitrio. Ma in parte, proprio per dimostrare che (come ha detto il cardinale Ratzinger) “la cosa non può essere totalmente rovinata” – nemmeno da un papa. Nel suo giudizio sul Grande Scisma d’Occidente (quando cioè i cardinali tentarono di sostituire Urbano VI (1378-89) con un altro papa, Clemente VII (1378-1394), dando inizio appunto al Grande Scisma d'Occidente, durato quarant’anni, in cui prima questi due uomini, e poi un terzo uomo, reclamarono tutti il soglio pontificio. I teologi, e anche i santi, erano divisi sulla controversia. Santa Caterina da Siena fu tra i santi che sostenevano Urbano, mentre San Vincenzo Ferrer tra quelli che sostenevano invece Clemente), lo storico protestante Ferdinand Gregorovius (1821-1891), che nessuno può sospettare di esagerare nel rispetto per il papato, scrive: “Un regno temporale vi avrebbe ceduto; ma l'organizzazione del regno spirituale era così meravigliosa, l'ideale del papato così indistruttibile, che questo, il più grave degli scismi, servì solo a dimostrarne l'indivisibilità”…
  10. 1) Cos’è la carità. Poiché desideriamo comprendere in che modo viva la carità in un’anima tanto santa, come quella di San Domenico, tentiamo di darne una definizione, per capire bene dall’inizio cos’è la carità. E lo facciamo con l’aiuto di San Tommaso d’Aquino[1]. «La carità è l’amore di Dio con cui lo si ama come oggetto di beatitudine»[2] e mediante cui «ci uniamo»[3] a lui «come a ultimo fine»[4]. Tutte le creature hanno un proprio fine, una certa natura, una specie di Dna, per il quale esse sono come un progetto che giungerà al pieno sviluppo di questa loro natura. Ed è questo il fine e il bene al quale ciascuna cosa si dirige e che in qualche modo desidera: c’è in tutte le cose un appetito del bene, cioè del loro proprio e pieno sviluppo. Infatti si dice che «il bene è “ciò che tutte le cose appetiscono”[5]»[6]. 2) Come può l’uomo conoscere e amare il proprio fine e il proprio bene. Nell’uomo, però, c’è una particolare luce che gli indica il bene ultimo da raggiungere: cioè il fine migliore ma anche specifico e proprio dell’uomo, quello della beatitudine, della felicità senza fine. Per questo la carità è un amare Dio come oggetto della nostra beatitudine o felicità di uomini in quanto uomini, cioè in quanto creature dotate di ragione, cioè creature in cui Dio ha posto una luce davvero unica per farci vedere il bene: l’intelletto, cioè l’anima razionale. Questo significa che in noi non c’è una natura che si sviluppa automaticamente verso il proprio fine ultimo, come nelle piante che nascono, crescono e si distruggono. Il bene nostro proprio e specifico non è solo quello di nascere, crescere e finire nella corruzione del terreno, al fine di fertilizzare altre piante. Dentro di noi c’è una luce che ci fa vedere un bene più grande al quale siamo destinati in modo specifico, un fine beato, felice e immortale. «Perciò in Sal., 4, 6-7, si dice: “Molti dicono: Chi ci fa vedere cose buone?”. A questa domanda il salmista risponde: “È impresso su di noi, o Signore, il lume del tuo volto»[7]. E questa luce del volto di Dio che è impressa dentro di noi, per farci vedere il bene, è «il lume intellettuale»[8], dice San Tommaso, o «la ragione»[9], che è lo stesso. Il ben vivere di un uomo, cioè la bontà dell’intera vita di un uomo, allora, dipende dall’aver capito che la verità di Dio, scritta nelle cose, nella legge che Dio ha impresso nella natura di tutte le cose, è una verità che le altre creature eseguono, ma che solo l’uomo può leggere e rispettare in modo pienamente consapevole, mediante il lume creato dell’intelletto che egli riceve da Dio come facoltà propria della sua stessa natura. Ma l’uomo non rispetta la legge scritta nelle cose create come se fosse una cosa indifferente per lui, una cosa della quale all’uomo non dovrebbe importare nulla. Questa legge scritta da Dio nel creato – così come anche quella rivelata dal Verbo di Dio incarnato e fatto uomo per noi e poi insegnata dagli Apostoli e dalla Santa Chiesa – va seguita perché essa guida verso le cose buone di cui parlava il salmista, cioè verso il bene dell’uomo in quanto uomo: la vita e la beatitudine eterna, che è il fine buono e felice più di qualsiasi altro bene. Ecco perché Dio non può davvero essere amato dall’uomo se non quando questi lo ama al di sopra di tutto, anche della propria stessa vita. Tuttavia, tutto ciò si può ricavare dal creato o impararlo dall’insegnamento di Gesù Signore e degli Apostoli, mediante l’osservazione delle creature e mediante l’ascolto della predicazione apostolica, giunta fino a noi. Ma non bastano la vista e l’udito. Infatti, anche gli animali sono dotati di vista e di udito in abbondanza, ma per conoscere i beni eccelsi destinati all’uomo bisogna sì vedere con gli occhi o udire, ma poi bisogna anche poter leggervi dentro quelle verità e quegli insegnamenti che ci guidano verso Dio. Quindi, c’è bisogno dell’intelletto. E infine, per poter seguire la legge che scopriamo nel creato e anche quella che ci viene rivelata dalla predicazione del Signore, è necessaria la volontà. Ed è così che l’intelletto e la volontà dell’uomo diventano buoni, cioè adatti a guidarci verso la beatitudine, inquanto sono facoltà ricevute da Dio per scoprirlo, amarlo come oggetto della nostra beatitudine e per ottenere la quale osserviamo le sue leggi. Quando, dunque, il Salmista, alla domanda chi ci farà vedere il bene, risponde che Dio ha impresso in noi la luce del suo volto, è «come se dicesse: “Il lume della ragione, che è in noi, intanto può mostrarci le cose buone e regolare la nostra volontà, in quanto tale lume è la luce del Tuo volto, cioè derivata dal Tuo volto”»[10]. 3) La verità e la carità che San Domenico ha amato e insegnato Tuttavia, affinché gli uomini possano imparare più facilmente a conoscere le verità su Dio, quelle che tutti noi amiamo non appena comprendiamo che esse ci guidano al nostro Sommo Bene, bisogna che qualcuno ci aiuti e ci faciliti un compito tanto importante e che, quindi ci insegni le verità di Dio, sia quelle scritte nella natura sia, poi, quelle rivelate. Questo aiuto nei confronti di chi vuol conoscere e credere in Dio è un’opera di carità. Ed è questo che accadde nell’anima e nella vita operosa di San Domenico. San Domenico, dice Dante, fu «tutto»[11] di Dio fin dalla nascita. Già gli occhi «de la sua nutrice»[12], si accorsero di un fanciullo capace di sacrifici generosissimi, in testimonianza dell’amore di carità che accendeva San Domenico di amore per il nostro Sommo Bene, qual è Dio. Fu naturale, dunque, per San Domenico, non solo amare Dio, ma amare il suo prossimo, affinché anche coloro che egli incontrava potessero conoscere la Verità di Dio. Ogni uomo ha, per natura, come abbiamo detto, una luce che gli mostra la suprema importanza, per la sua vita, di onorare e amare Dio e adempierne la volontà; ma ci sono molte strade sbagliate, sette, errori, che portano le anime lontano dalla meta vera e piena di cose buone di cui parlava prima il salmista. Ecco, dunque, quale fu il desiderio di carità di San Domenico. Poiché gli uomini, in quanto uomini, giungono ad amare Dio più facilmente e come si deve solo mediante un buono ragionamento, egli volle spendere tutta la sua vita affinché tutti gli affamati della verità di Dio potessero cibarsi in modo sano e imparare ad amare Dio così come lui stesso, San Domenico, fin da piccino lo aveva amato e servito. Questo è, dunque, il senso profondo con cui talvolta si riassume l’anima e, quindi, la missione specifica di San Domenico e del suo Ordine: Fate la carità della verità! [1] San Tommaso è certamente il più grande tra i figli di San Domenico e che meglio ha saputo illustrare con profondità e robustezza di spiritualità e ragionamento sia tutta la teologia cattolica (è detto Norma dei teologi) sia anche l’intuizione di San Domenico e della prima generazione di frati dell’Ordine domenicano. E poiché citeremo spesso la sua opera principale (la celebre Summa), consigliamo l’edizione più recente, frutto di nove anni di lavoro di un assai rinomato studioso: San Tommaso d’Aquino, Somma di Teologia, a cura di Fernando Fiorentino, 5 voll., Roma, Città Nuova, 2018-2019. È un’edizione ricca di apparati, tra i quali anche gli indici analitici e gli elenchi curati dal sottoscritto. [2] San Tommaso d’Aquino, Somma di Teologia, I-II, q. 65, a. 5, 1um. D’ora innanzi, per brevità, non menzioneremo più né autore, né titolo, secondo una ben nota maniera di citare la Summa. [3] I-II, q. 72, a. 5. [4] I-II, q. 89, a. 1, 3um. [5] Aristotele, Et. nic., I, 1. [6] I, q. 5, a. 1. [7] I, q. 85, a. 5. [8] Ib. [9] I-II, q. 19, a. 4. [10] Ib. [11] Dante Alighieri, Paradiso, c. XII, v. 69. [12] Ib., v. 77.
  11. Da alcuni studiosi è stato fatto notare che il n.5 della Lettera Desiderio desideravi , affermi che per accostarsi alla S. Comunione sia sufficiente la fede nell'Eucaristia. Senonché, l'enciclica Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Paolo II precisa che L'Eucaristia deve essere celebrata nella comunione ecclesiale e nell'integrità dei Suoi vincoli: "Non basta la fede, ma occorre perseverare nella grazia santificante e nella carità, rimanendo in seno alla Chiesa col "corpo" e col "cuore"; occorre cioè, per dirla con le parole di San Paolo," La fede che opera per mezzo della carità"(36). "Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione"(CCC 1385). Per dirla con la teologia classica, la necessità della grazia è dovuta al fatto che L'Eucaristia è un sacramento che ricevono i "vivi", cioè coloro che con il sacramento del battesimo o della penitenza, da "morti" per il peccato, sono rinati appunto alla grazia. Dunque, non basta la fede per accostarsi alla Comunione. Si pone quindi un dubium: chi ha redatto il testo ignora tutto questo o ha voluto modificare la dottrina cattolica? Il papa se n'è accorto?
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  14. Filosofo: Caro economista, le propongo di riflettere su cosa è oggi antropologia, cioè la scienza che studia l’uomo fisicamente, moralmente , socialmente, culturalmente. Mi domando cosa sia o cosa stia diventando e cosà sarà domani , considerando che ormai mi pare stia dimostrando di essere “antimetafisica “ visto che analizza l’uomo e persino la sua coscienza prescindendo dal fatto che abbia o no un anima. Oggi antropologia potrebbe esser ridefinita “post-antropologia” seguendo il post-umanesimo , pertanto. E che fa l’economista per soddisfare i bisogni di un’uomo che non ha un anima ? Economista: Caro filosofo, fino a ieri pensavo effettivamente che per fare buona economia fosse sufficiente conoscere come soddisfare i bisogni dell’uomo, supponendo di sapere cosa è l’uomo. Ma effettivamente oggi mi chiedo quali siano o stiano diventando i bisogni dell’uomo e chi lo decida .Ovviamente decidendo anche come soddisfarli. Ma lei pone un tema che mi mette in difficoltà, perché prima dei bisogni lei chiede chi sia oggi l’uomo . Ed implicitamente si chiede quale sia la sua libertà che gli viene concessa , se gli si riconosce o no libero arbitrio, se gli si concede di esprimere la sua volontà. Io speravo che questa risposta potesse darla il filosofo, ma riconosco che i filosofi son troppo impegnati a mettere la religione contro la scienza per aver tempo per pensarci. Io temo che, nel contesto transumanista, all’uomo sia negato il libero arbitrio perché soggettivo e non razionalizzabile secondo i nuovi imperativi “scientifici”. Pertanto non gli si riconosce ( più ) libertà , perché con la libertà che gli è stato concesso di esercitare negli ultimi tempi , ha provocato disastri, crisi irreparabili. In sintesi, per la gnosi filosofica dominante oggi, è il libero arbitrio che è responsabile dei problemi che stiam cercando di risolvere . Perciò il libero arbitrio, soggettivo e irrazionale, va sostituito con una adeguata forma di determinismo scientifico-tecnologico, che è invece razionale, farà il bene dell’uomo e della intera umanità e dell’ambiente, riequilibrando così i disastri fatti dall’uomo, influenzato ancora oggi dal concetto di “sacro”, da religioni- superstizioni , non scientifiche . Filosofo: si direbbe curiosamente che l’uomo di oggi si ama e si odia, rifiuta il trascendente, ma neppure intende l’immanente. Si relativizza confrontandosi con l’animale, de-gerarchizza il suo ruolo nella natura, nel Creato, e si sente responsabile degli effetti dei cicli naturali ambientali, si considera scienziato ma non sa analizzare le cause limitandosi agli effetti. E per gestirli inventa utopie e gli economisti diventano utopisti. Dovrebbe esser pertanto compito dell’economista spiegare la differenza, oggi, tra scienza, scientismo e tecnologia . Invece lasciate che lo si intenda grazie a qualche trasmissione televisiva tipo quella di Piero Angela . Questa è la fine del pensiero umano voluto dal Creatore. O no ? Economista: è estremamente difficile oggi per una creatura umana saper esercitare la propria volontà e libertà, i mezzi per condizionarla sono infiniti e l’economia è certo la prima, perché fa prendere paura , paura di perdere ciò che sia ha, se non si obbedisce. Oggi viviamo in una “infrastruttura” da cui non si può uscire, è una infrastruttura tecnologica ( digitale ), economica (lavoro), sanitaria e sociale, dove l’esercizio della libertà umana è limitato, ma ancora non totalmente cancellato. E’ limitato perché non abbiam coraggio, non siamo consapevoli, abbiam paura e soprattutto manchiamo di guida, di maestri. Faccio un esempio, questa tecnologia che sembra condizionarci così tanto l’abbiamo inventata noi, il nostro genio, come possiamo pensare che non possa esser gestita da qualcuno e di non poterla pertanto noi stessi contro-gestire? La tecnologia non è altro che la nostra applicazione pratica ( secondo convenienza e capacità) di criteri scientifici che son spiegati dalla logica della Creazione . E’ assolutamente vero che l’idea di questo nuovo capitalismo inclusivo e sostenibile , che non è altro che l’ultimo Reset, è un modo per aggirare la soluzione vera ai problemi ed è certo orientato a decostruire l’essere umano al fine di imporre una forma di post-antropologia cancellando così il valore dell’uomo. E’ l’eterno “non serviam” … stavolta condito con Intelligenza Artificiale. Ma scusi, filosofo, ma l’Autorità Morale perché non si sente più intervenire? Come mai si occupa solo di economia, confondendo però cause con effetti ? Sacerdote . Scusate se intervengo. Vedete caro filosofo e caro economista, l’uomo di questo secolo ha una solo vero bisogno da soddisfare ed è ciò che da senso alla vita, ma non sa come soddisfarlo perché nessuno più glielo insegna o lo stimola a cercarlo. E ciò è anche colpa di noi sacerdoti, mia, ma non della Santa Chiesa di Cristo. E’ vero che la metafisica è ignorata, è vero che il libero arbitrio è negato e la libertà limitata, è vero che viviamo in una “infrastruttura” che ci impone comportamenti. Ma riflettete, la supposta razionalità tecnico-scientifica del post e transumanesimo porta di fatto solo a non contar su Dio . Ma come si fa a fare i conti se non si sa contare su chi realmente ”conta” ? Cerchiamo di esser realisti, ma soprannaturalmente realisti . Nessun umano ci può togliere quello che è divino, solo chi ha creato una creatura può modificarla perché solo lui la conosce. Però è vero, dobbiamo reagire. Dobbiamo smettere la scelta del silenzio vile e colpevole di fronte a ciò che avviene. Questa è l‘ora del fare, dell’agire, dell’insegnare che l’utopia transumanista, che ha più di 400 anni di storia, oggi crede di poter affermarsi solo grazie alla Intelligenza Artificiale. Appunto, “artificiale”, cioè contrapposta a ciò che è naturale. L’artificiale è realizzato dalla creatura, il naturale è realizzato dal Creatore. Amici , torniamo a fare ed insegnare .Secondo l’esempio e insegnamento di Cristo. Ciò che è l’artificiale e algoritmico nel transumanesimo deve farci ridere, è solo l’ultima utopia, da non sottovalutare naturalmente, ma è solo una utopia. Concepite piuttosto una scuola per insegnare cosa sono le utopie che possono diventare eresie ed insegnare le straordinarie e affascinanti Verità che si vuole sembrino esser scientisticamente impossibili .
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