Il Pensiero Cattolico

13 Maggio 2026

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p. Corrado Sedda C.O.

La lingua della Chiesa universale

La comprensione del mistero non è quella che discerne la presenza di Cristo sull’altare e fa cadere in ginocchio annichiliti come Pietro esclamando: «allontanati da me che sono un peccatore»? Malgrado la Messa in lingua parlata, il numero dei fedeli nelle chiese è molto diminuito: forse anche perché, dicono alcuni, ciò che hanno compreso non è affatto piaciuto. Divo Barsotti diceva: «Crede di capire qualcosa di più dell’essenza e del mistero eucaristico se si parla solo e sempre in italiano? Il problema non è di capire solo sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo». In molte parti del mondo si torna al latino: da Oxford a Cambridge, a Seattle… perché considerarlo un’arretratezza? Per un europeo che deve imparare l’inglese per comunicare col mondo, perché non può essere utile conoscere il latino nostra madre lingua, per comunicare nella liturgia cattolica con i fratelli di fede ed anche saper decifrare il patrimonio musicale e artistico della Chiesa a cui apparteniamo senza far la figura degli ignoranti? Tutte le religioni usano una lingua sacra: l’arabo antico per i musulmani, il sanscrito per gli indù. Dunque non si deve aver paura del latino: i giovani lo capiscono e affollano le messe in latino.

(Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione, ed. il Giglio, Napoli 2022, pp.134-135)

Se è vero che tra gli idiomi del mondo non esista una “lingua sacra” in sé stessa, esistono certamente lingue ad uso liturgico. Abbiamo mutuato questa categoria proprio dagli ebrei che in sinagoga proclamavano la Sacra Scrittura con l’idioma ebraico originario, non più di uso corrente, privilegiando la fedeltà più che l’immediata comprensione; in altri momenti non cultuali, a scopo didattico, era letta nella lingua del volgo, l’aramaico. Lo stesso ossequio vi è nel rito romano per la lingua latina; le letture proclamate o cantate secondo la versione biblica della vulgata di San Girolamo, si possono ancora oggi proclamare in lingua vernacola prima dell’omelia.
Una lingua non più correntemente parlata non è più soggetta a mutamenti. È importante precisare che una lingua “antica” non si può definire “morta” finché non scompare definitivamente dalla cultura di un popolo. Dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuto nel V secolo in concomitanza con l’irruzione di nuovi popoli (“barbari”), la lingua latina diventò immortale, mai più destinata a perire. A partire dal V secolo comunità civili e politiche scelsero il latino per le conversazioni quotidiane, per l’allacciamento di relazioni, per la stesura degli atti burocratici, per la composizione di opere di letteratura, per la celebrazione della preghiera. In tal modo i popoli europei poterono comunicare tra loro in una medesima lingua. Il latino divenne garanzia di universalità, ravvivando nello stesso tempo l’unione con le radici della nostra Tradizione liturgica, teologica e spirituale. Tuttavia vi è chi sottolinea la non comprensione del latino da parte dell’uomo contemporaneo. Questa osservazione ha bisogno di un distinguo. Cosa si intende per “non capire”? La questione non è meramente linguistica. Il mistero della Rivelazione è in prima istanza un fatto e non un oggetto: il Dio biblico, lungi da essere una monade chiusa in sé stessa, si dona gratuitamente all’uomo. Il fatto divino, la Sua azione, diventa pertanto “comprensibile” nella misura in cui si aderisce e partecipa. Coltivare il senso della presenza del Signore è la vocazione principale della liturgia. Il vocabolo mistero (dal verbo greco mýo, chiudo le labbra) rievoca quindi l’idea di chiusura e di limite. Spesso è collegato ad aggettivi che ne qualificano il rapporto con il divino: meraviglia, riverenza, fascino. Esso abita la delicata tensione tra nascondimento e rivelazione; tra caligine e luce. Può soccorrerci la sola ragione umana oppure bisogna inevitabilmente abbandonarsi ad un cieco sentimentalismo? Entrambe le soluzioni sono inadeguate e sproporzionate. Fede e ragione sono figlie dell’unico Padre. Dinnanzi allo splendore di Dio, alla Luce che abbaglia il nostro intelletto e lo eccede, non rimane che la partecipazione silenziosa ed adorante. L’oratio (preghiera, colloquio), prima che le azioni esteriori, è l’anima centrale di una partecipazione attiva.

Relativamente alla lingua sacra, nella nostra epoca contemporanea si è assistito a ciò che Don Giuseppe Virgilio (Anima Christi, Fede&Cultura 2010, pp.20-21) ha definito un “dissolvimento pratico” dal momento che, né i documenti conciliari né il successivo magistero pontificio – che pure aprivano con afflato eminente pastorale all’impiego della lingua volgare –, decretavano la proscrizione del latino: anzi, ne sottolineavano l’importanza e la necessità di una viva conservazione. Indubbiamente in questo processo di dissolvimento del latino ha giocato un ruolo decisivo anche il mutato contesto socioculturale, che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, fu caratterizzato da una forte e ideologica contestazione della cultura classica, di cui il latino era l’emblema e il veicolo. Si è accusato il latino di esser stato la causa di quella deplorevole separazione tra clero e popolo nel culto pubblico come ricorda Rosmini in “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa” (ed. Morcellania 1966, pp.72-74):

Quantunque noi abbiamo esposto lo svantaggio provenuto dall’esser cessata nel popolo l’intelligenza della lingua latina, tuttavia è alieno dall’animo nostro il pensiero che la sacra liturgia si convenga tradurre nelle lingue volgari […] noi riconosciamo che lo svantaggio d’una lingua non intesa nelle sacre funzioni è compensato da alcuni vantaggi, e che volendo ridurre i sacri riti nelle lingue volgari si andrebbe incontro a maggiori incomodi, e si opporrebbe un rimedio peggiore del male. I vantaggi che si hanno conservando le lingue antiche sono principalmente: il rappresentare che fanno le antiche liturgie l’immutabilità della fede; l’unire molti popoli cristiani in un solo rito, con un medesimo sacro linguaggio, facendo così sentire viammeglio l’unità e la grandezza della Chiesa e la comune loro fratellanza; l’avere qualche cosa di venerabile e di misterioso una lingua antica e sacra quasi linguaggio sovrumano e celeste […]; l’infondersi un cotal sentimento in chi sa di pregare Dio colle stesse parole, colle quali il pregarono per tanti secoli innumerevoli uomini santi e padri nostri in Cristo; l’essere le antiche lingua oggimai conformate per opera dei santi ad esprimere convenientemente tutti i misteri divini. Gli incomodi poi che si incontrerebbero in riducendo la liturgia e le preghiere della Chiesa nelle lingue moderne, oltre la perdita dei vantaggi sovraccenati, principalmente sono: innumerevoli lingue moderne vi hanno, quindi oltre tentarsi un’opera immensa, s’introdurrebbe grandissima divisione nel popolo, diminuendo quell’unità e concordia che noi tanto desideriamo, e intendiamo inculcare con questo libretto. Le lingue moderne sono variabili e instabili perciò si presenterebbe in appresso un perpetuo cambiamento nelle cose sacre, il cui carattere è stabilità. Non potendosi tanti cangiamenti continuamente ed a sufficienza ponderare, essi metterebbero in pericolo la stessa fede. Il popolo, gelosissimo dell’uniformità e stabilità del culto sacro a cui fu avezzo da fanciullo, s’adombrerebbe del cangiamento, e gli parrebbe col cangiar della lingua gli fosse cangiata la religione […]

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