Don Giuseppe Agnello
LATINORUM O LÍNGUA ETERNA?
Esiste un pregiudízio diabòlico da abbàttere, quando parliamo del latino. Questo pregiudízio contraddice tutta la stòria della Chiesa e spiega male anche quella piaga ecclesiale della mano sinistra (divisione nel culto tra clero e fedeli) che il beato Antònio Rosmini Serbati proponeva di sanare con accorgimenti molto pràtici. Questo pregiudízio è che il latino sia una língua morta, divisiva, elitària, e quindi da usare il meno possíbile, per mantenere il Vangelo “popolare” e il culto comprensíbile a tutti. Sappiamo dalla stòria che anche il greco bíblico è stato una língua comune non letterària, la cui sacralità è crollata appena si è spiegato che l’ispirazione dei libri sacri non è affatto meccànica. Quando però il greco divenne língua elitària, colta e dei ricchi, anche la liturgia cattòlica, che lo conservò fino agli inizî del III sècolo, nonostante in greco fosse scritto il Nuovo Testamento, cessò di usarlo e volle “parlare” il latino, come testimòniano le due traduzioni latine che precèdono la Vulgata di san Giròlamo e sono dette “prische versioni”: l’Ítala e l’Afra, che risàlgono al II sècolo. Dunque il latino cristiano spunta presto, ma la latinizzazione della liturgia romana è un processo lentíssimo che sappiamo compiuto alla fine del III sècolo. Dalla Chiesa africana e dal pòpolo romano di úmili doveva dunque arrivare quella novità che per l’Impero era un “sermo cotidianus”, ma per la Chiesa diventerà strumento único di espressione e modo di onorare il Fíglio di Dio con un “proprium” linguístico comune, provvidenziale, sovranazionale, non imposto per decreto, ma divenuto importante perché si predicava in latino, si rifletteva sulle verità di fede in latino, si componèvano Inni e canti in latino, e tutta la vita ecclesiàstica nel III sècolo era vissuta in latino. A ciò si aggiunga che d’ora innanzi il latino ecclesiàstico avrà una potenza simbòlica che gli resterà per sempre: è la língua dei vinti che sono diventati vincitori, dei martirizzati che hanno dato la loro bella testimonianza a Cristo (Cfr Acta martyrum Scillitanorum); dell’Eterna che diventa Cristiana. Quindi le accuse mosse al latino, piuttosto che ad esso si potrèbbero muòvere ad ogni língua sconosciuta che si impone come veícolo di trasmissione non richiesta, non necessària, non insegnata e svelata, ma onnipresente (penso a tutti i foresterismi ed esotismi che sovrabbòndano senza motivo nell’italiano di alcune discipline e anche dell’uomo comune). Il latino, però, se da língua popolare è diventato via via sconosciuto, non ha mai perso la sua vocazione ad èssere necessàrio per unire, illuminare, ed elevare il pòpolo di Dio oltre ogni differenza nazionale, e fare accèdere in modo sicuro all’antichità e alla Tradizione, non come vi accede uno snob, ma come vi accede l’erede che ha diritti incontestàbili sull’eredità. Si pensa che sia retòrico l’adàgio “Língua latina, língua aeterna”, ma è pròprio l’eternità del dogma che spiega il latino nella Chiesa non come relitto museale, ma come freschezza intatta della fede. La Chiesa sa bene che la Sacra Scrittura non le è stata dettata in latino da Dio in persona o da un suo àngelo, come pènsano dei proprî testi sacri altre religioni; sa che può tradurre i testi sacri in perfetta sintonia con l’agire di Dio che si è incarnato ed è entrato nella stòria di un ben preciso pòpolo; ma sa altresí che il depòsito della fede è stato meditato, sviscerato e pregato in una língua che da popolare è divenuta ecclesiale, litúrgica e condivisa senza fare torto a nessuno, ma arricchendo tutti. Bisogna però istruire i fedeli, perché è sempre “l’ignoranza” della pròpria fede il problema di tutte le derive moderniste e neomoderniste. Istruire per fare quindi gustare, capire, e difèndere una língua ufficiale e litúrgica, che, pròprio perché “della Chiesa” e non di chi ad essa non appartiene, è sacra e pregnante di significati altrimenti traditi o annacquati. Tradurre costantemente, com’è necessàrio nelle língue volgari, se da una parte favorisce un appròccio immediato al comprendònio, dall’altra allontana le nuove generazione dallo stesso senso che alle parole hanno dato le precedenti generazioni. Se màncano l’annúncio, le catechesi, la mistagogia, anche le parole piú comuni del rito pòssono restare un mistero o un fatto intuitivo in una cerimònia ripetitiva. Chi sa che “osanna” vuol dire “rendi salvo”; “allelúia” vuol dire “Lodate Dio”; “amen” corrisponde ad “è vero”; e “Kyrie eleison” a “Signore, pietà”, non dice queste parole come il pappagallo ripete ciò che ha sentito, ma prega con la consapevolezza dei contenuti della preghiera. Lo stesso lo si può dire per “Dominus vobicum” (= Il Signore sia con voi), “Sursum corda” (= in alto i cuori), e per una messa intera celebrata in latino. Basta avere i messalini bilíngue (in latino e nelle língue volgari) o traduzioni interlineari, se non si è studiato il latino e non lo si conosce. Anche in questo caso, come vale per ogni cosa, è l’amore che muove verso il concreto superamento degli ostàcoli reali o supposti. Ma è pròprio questo che manca! E non dirò che manca l’amore al latino, perché questo riporterebbe il latino a una delle tante língue che si pòssono imparare o non imparare “secondo gusto e utilità”; ma manca l’amore alla Sposa di Cristo, che per mezzo di papi e di santi ha costantemente raccomandato di impararlo. L’amore a sé stessi e l’individualismo feroci, entrati pure nei seminarî, condúcono infatti a rèndere léttera morta ogni raccomandazione ed esortazione, ogni precetto e indicazione del Diritto canònico, sicché la pigrízia si giustífica con il superamento richiesto dal tempo presente. Non elencherò tutti i documenti magisteriali che pàrlano con chiarezza del latino, della sua importanza, dei suoi mèriti e vantaggî. Vòglio ricordare anzitutto una contraddizione evidente di tutti coloro che invòcano il Concílio Vaticano II per i proprî fini di rottura, ma lo tradíscono allegramente quando è chiaro su ciò che loro non garba, in questo caso il latino. Cito per questo un passàggio del libro-intervista di Vittòrio Messori a Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede (Ediz. Paoline, Alba 1985): «Per lui, pròprio nel campo litúrgico ̶ sia negli studî degli specialisti che in certe applicazioni concrete ̶ si constaterebbe «uno degli esempî piú vistosi di contrasto tra ciò che dice il testo autèntico del Vaticano II e il modo con cui è stato poi recepito e applicato».
Esèmpio fin troppo famoso, si sa (ed esposto al ríschio di strumentalizzazioni), è quello dell’impiego del latino, sul quale il testo conciliare è esplícito: «L’uso della língua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini» (Sacrosanctum Concilium n.36). Piú avanti i Padri raccomàndano: «Si àbbia cura che i fedeli sàppiano recitare e cantare insieme, anche in língua latina, le parti dell’Ordinàrio della messa che spèttano ad essi» (n.54). Piú avanti ancora, nello stesso documento: «Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chièrici sia conservata nell’Uffício divino la língua latina» (n.101).
Scopo del collòquio col cardinale Ratzinger, dicevamo all’inízio, non era certo méttere in rilievo il nostro punto di vista, bensí riferire quello dell’intervistato.
…È un fatto oggettivo che, anche solo limitàndosi all’uso della língua litúrgica, balza agli occhî il contrasto tra i testi del Vaticano II e le successive applicazioni concrete.
Non si tratta di recriminare ma di sapere, da una voce autorévole, come mai questo gap si sia verificato.
Lo vedo scuòtere il capo: «Che vuole, anche questo è tra i casi di una sfasatura ̶ purtroppo frequente in questi anni ̶ tra il dettato del Concílio, la struttura autèntica della Chiesa e del suo culto, le vere esigenze pastorali del momento e le risposte concrete di certi settori clericali. Eppure la língua litúrgica non era affatto un aspetto secondàrio.
All’orígine della frattura tra l’Occidente latino e l’Oriente greco c’è anche una questione di incomprensione linguística. È probàbile che la scomparsa della língua litúrgica comune possa rafforzare le spinte centrífughe tra le vàrie àree cattòliche». Aggiunge però súbito: «Per spiegare il ràpido e quasi totale abbandono dell’antica língua litúrgica comune bisogna in verità anche rifarsi a un mutamento culturale dell’istruzione púbblica in Occidente. Come professore, ancora agli inízio degli anni Sessanta potevo perméttermi di lèggere un testo in latino a gióvani provenienti dalle scuole secondàrie tedesche. Oggi questo non è piú possíbile»» (p 125-127). ¿Ci rassegniamo al tramonto o alla fine? La Chiesa non lo fa, il cardinale intervistato e poi divenuto papa nel 2005 non lo fa; e nemmeno noi lo facciamo. Papa Benedetto XVI, nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis1, dice: «… Piú in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminàrio, síano preparati a comprèndere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli síano educati a conóscere le piú comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia» (n.62).
Concludo con una conferma sui frutti di questa raccomandazione laddove sia accolta. Nella conversione del comunista Giovanni Lindo Ferretti, che di recente si è raccontato nella sua biografia “Ora et labora. Difendi, conserva, prega” (Ediz. Compagnia editoriale Aliberti, pp 32-33), il latino emerge come língua della preghiera memorizzata e capita, benché non nella língua madre, che per lui e i suoi era il dialetto, né nella língua dell’Itàlia unificata che per tutti è l’italiano. Scrive: «Nella mia vita, prima del perché si prega, c’è stato il come si prega, l’ho imparato secondo un cànone, appartengo ad una tradizione religiosa. Ne ringràzio Dio» (p.14). «Si prega in latino, bisogna memorizzarlo, imparare cosa vuol dire, impararlo in italiano» (p.24). «La rècita del Rosàrio è stato, negli anni della vecchiàia e malattia di mia madre, la nostra àncora di salvezza. Quando ha cominciato a pèrdere pezzi di sé, i mèdici parlàvano di Alzheimer, consigliàvano psicofàrmaci, sedativi; era sul finire del giorno che tutto precipitava ed è stato sul finire del giorno che io e lei, rifacèndoci alla nostra tradizione, abbiamo ripreso in mano le corone: lei la sua che non usava da tempo; io quella di mia nonna che avevo conservato. Abbiamo riscoperto la potenza del Rosàrio e fino all’último giorno ne abbiamo usufruito.
̶ Mamma, si fa búio: è ora di dire il Rosàrio.
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[1] Esortazione apostòlica post-sinodale del 2007.