25 Aprile 2024

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Augustinus Hipponensis

Joseph Ratzinger, il gesuitismo e S. Pietro: questioni di coerenza

Sed si subtiliter veritas ipsa requiratur,

hoc quod inter se contrarium sonuit,

quomodo contrarium non sit, invenitur

(S. Gregorio Magno, Homilia 7 in Evang., n. 1)

Secondo alcune prospettazioni, Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, con il suo atto volontario di rinuncia, si sarebbe posto volontariamente in una condizione di auto-impedimento della sede e ciò allo scopo di “scismare” – si adopera proprio questo termine – gli eretici e gli oppositori al suo governo.

L’interrogativo che sorge è se questo piano, così congeniato, possa definirsi cattolico. Ne dubitiamo. Per coloro, che sostengono, invece, questa linea interpretativa, ciò sarebbe avvenuto, in quanto Benedetto XVI avrebbe agito nell’ambito di una restrizione mentale larga, modalità di azione, la quale – si afferma – sarebbe ammessa dalla teologia morale.
Andiamo con ordine.
Ad onor del vero, non ci sembra possibile applicare al defunto papa Benedetto le categorie moralistiche della restrizione mentale larga.
Per comprendere di cosa si tratta, dobbiamo ricordare che la restrizione mentale si verifica allorché, quando si comunica qualcosa, si restringe il significato delle parole che si proferiscono ad un altro senso, che non sarebbe così ovvio. In tale evenienza, se non vi sono circostanze esterne che aiutino l’ascoltatore o lettore a capire il diverso senso delle parole che si ascoltano o si leggono, si cadrebbe in un fenomeno di restrizione mentale stretta detta anche restrizione puramente mentale. Se, per es., si dicesse di aver visto una persona e non ci sarebbe alcuna circostanza esterna (ad es., un ritratto), che permettesse di poter intendere che si è vista quella persona solo in ritratto e non fisicamente, quell’affermazione sarebbe semplicemente menzognera e, quindi, immorale.

Tuttavia, v’è anche un altro tipo di restrizione mentale: quella larga. Il suo scopo intrinseco non sarebbe quello indurre in errore, ossia far credere il falso, ma nascondere la verità in casi nei quali questa verità non debba essere manifestata, per es. per salvare delle vite umane.

La restrictio late mentalis con l’intenzione di nascondere la verità non è però lecita senz’altro e senza limiti: certamente si può tacere, a certe condizioni, una parte della verità, facendo appello al principio che non sempre è obbligatorio dirla positivamente, contemperando in tal modo le esigenze di giustizia con quelle della verità, ma altrettanto certamente mai la si può negare. I moralisti seri – i probati auctores – avevano però già messo le cose in chiaro, spiegando che, se il tacere la verità stravolga il senso di quello che si dice e induce in grave errore, non sarebbe più omissione di verità ma commissione di falsità … Questo va tenuto ben chiaro.

Quali sarebbero, dunque, le condizioni per una restrizione mentale larga? Si richiede che il nascondere la verità sia doveroso, o almeno molto utile, e non ci siano altri mezzi disponibili che questo. Queste sono le condizioni perché questa modalità di azione possa ritenersi lecita moralmente, che, in ogni caso, deve ritenersi non mezzo ordinario, ma eccezionale, in vista di un fine superiore, considerato doveroso o, almeno, utile.

Sulla casistica e sulla liceità morale di questa modalità di azione si è più volte interrogata la teologia morale, praticamente dai tempi di S. Agostino, e segnatamente sul quesito se sia lecito sempre e comunque dire la verità, anche allorché da questa possa derivare un grave danno per sé, ma soprattutto per gli altri (ad es., in tempi di persecuzione).

In epoca moderna, essa è stata una metodica particolarmente cara ai gesuiti, i quali pensavano di trovare un antecedente di questo trucco addirittura nel Vangelo di Giovanni, laddove Gesù dichiarava che non sarebbe andato in Giudea, quando invece vi andò “non pubblicamente, ma di nascosto”. Altro esempio lo si rinvenirebbe nel libro della Genesi allorché Abramo suggerì a sua moglie Sara, che era molto bella, che dicesse a tutti di essere sua sorella, in quanto temeva che, se avesse detto che egli fosse il marito e che l’aveva sposata ad Ur (Gen 11, 28-29), l’avrebbero ucciso pur di prenderla con sé (Gen 12, 13). Così Sara disse di essere sorella del Patriarca tanto al faraone d’Egitto (cfr. Gen 12, 11-13) quanto ad Abimelech (Gen 20,12). In seguito, Abramo spiegò ad Abimelech che Sara era davvero sua sorella, poiché condividevano lo stesso padre, Terach, sebbene avessero madri diverse.

Anche nella vita di Santi potrebbe ricercarsi comportamenti simili.
Un esempio spesso citato è un noto episodio della vita di S. Atanasio di Alessandria. Quando l’imperatore Giuliano l’Apostata stava cercando la morte di Atanasio, questi fuggì da Alessandria e fu inseguito lungo il Nilo. Vedendo che gli ufficiali imperiali stavano guadagnando terreno su di lui, Atanasio approfittò di un’ansa del fiume, che nascondeva la sua barca agli inseguitori, e ordinò a coloro che guidavano la sua barca, che tornassero indietro. Quando le due barche si incrociarono, gli ufficiali romani gridarono, chiedendo se qualcuno avesse visto Atanasio. Secondo le istruzioni del Santo, i suoi seguaci gridarono in risposta: «Sì, non è molto lontano». La barca, che inseguiva Atanasio, risalì allora frettolosamente il fiume, mentre Atanasio tornava ad Alessandria, dove rimase nascosto fino alla fine della persecuzione.

Un altro aneddoto spesso utilizzato riguardava S. Francesco d’Assisi. Una volta egli vide un uomo fuggire da un assassino. Quando poi l’assassino si imbatté nel Santo, questi gli chiese se la sua preda fosse passata di lì. Francesco rispose: «Non è passato di qui», infilando l’indice nella manica della tonaca, ingannando così l’assassino e salvando una vita. Una variante di questo aneddoto è citata dal canonista Martin de Azpilcueta per illustrare la sua dottrina di una parola mista (oratoria mixta), che unisce la parola e la comunicazione gestuale.

I gesuiti – e non solo loro – poi, adoperando di continuo questa categoria di restrizione mentale unitamente all’anfibologia, finirono per cadere nella casistica e nel probabilismo, tanto care a Bergoglio. Non desta meraviglia, quindi, se da ciò si siano accusati i gesuiti del c.d. gesuitismo, ovverosia di ipocrisia e doppiezza, messi anche in ridicolo dai commediografi come Molière, che nella commedia Il Tartufo (Tartuffe ou l’Imposteur), in cui Tartufo sarebbe il prototipo della perversità e della corruzione dissimulate ipocritamente e considerate come personificazione del gesuitismo.

Non a caso, specie nel ‘700, i domenicani criticarono aspramente queste metodologie.
Blaise Pascal, d’altronde, in un celebre passo di una sua opera, metteva in bocca ad un gesuita questa celebre frase: «Una delle cose più imbarazzanti che esistono è quella di evitare la menzogna, soprattutto quando si vorrebbe dare ad intendere una cosa falsa. A ciò serve meravigliosamente la nostra dottrina degli equivoci, grazie alla quale è permesso usare termini ambigui, facendoli intendere in un senso diverso da quello in cui li si intendiamo noi stessi, come dice [Tomas] Sanchez […]»; concludeva che quando non si trovassero parole equivoche, si doveva ricorrere a «la dottrina delle riserve mentali». Aggiungeva, infine, «Sanchez la espone al medesimo luogo: “Si può giurare, dice, di non aver commesso una cosa, sebbene la si sia effettivamente commessa, intendendo dentro di sé di non averla commessa un certo giorno, o prima d’esser nati, oppure sottintendendo qualche altra circostanza simile, senza che le parole di cui ci si serve abbiano senso alcuno che possa farlo capire; e questo è assai comodo in molti casi, ed è sempre giustissimo, quando è necessario o utile per la salute, per l’onore o per i propri beni”» (Blaise Pascal, Lettera IX).

Per Pascal – la cui presentazione della pratica appare più caricaturale che esatta – la riserva consisterebbe dunque nel “dire una piccola verità e una grande menzogna”.

Il papa Innocenzo XI, inoltre, nel condannare il lassismo, aveva anche stigmatizzato, nel 1679, la seguente proposizione ispirata dal Sanchez: «Se uno, da solo o davanti ad altri, interrogato o di sua spontanea volontà, per divertimento o per qualsiasi altro scopo, giura di non aver fatto qualcosa che in realtà ha fatto, intendendo però dentro di se un’altra cosa che non ha fatto, o una via diversa da quella nella quale ha fatto, o una qualsiasi cosa vera aggiunta, in realtà non mente e non è spergiuro» (Denzinger, 2126).

La discussione, intorno, dunque alla restrizione mentale non è stato così pacifico, visto che si è riproposto, come abbiamo detto, in diverse epoche. Per es., nei manuali inquisitoriali erano fornite indicazioni su come ci si dovesse comportare in presenza di imputati che ricorressero a questa metodologia, soprattutto per non rivelare eventuali correi.

Fin dall’inizio del XIII sec., nella Summa poenitentialis, composta tra il 1222 e il 1229, il domenicano S. Raimondo di Peñafort, penitenziere del papa, propose un caso reso classico da sant’Agostino (De mendacio, V, 5; V, 9 e XIII, 22-23) nella seguente forma: come dovesse agire colui al quale si domandasse dove si trovasse, in previsione di ucciderlo, un uomo ch’egli sapesse essere nascosto in casa sua. Per cavarsi d’impiccio, S. Raimondo suggeriva, cosa che Agostino non avrebbe fatto, l’impiego di una locuzione equivoca, “non mangia qui”, in latino non est hic, che però l’interlocutore avrebbe intenso nel senso più ovvio di “non è qui” (est può essere terza persona singolare del presente indicativo di edere, mangiare, come di esse, essere). E ciò per un’evidente buona ragione.

Il problema della restrizione mentale è, quindi, tuttora dibattuto in teologia morale. Certo è che, se tutti la usassero senza limiti ai casi più o meno urgenti, si dovrebbe continuamente temere di essere in errore circa il senso delle parole degli altri, cosa che renderebbe molto difficile la vita sociale e qualsiasi relazione.

Con riferimento a Benedetto XVI, da parte la circostanza che non sono emerse evidenze documentali, che dimostrino che il papa adoperasse questa metodologia e, d’altronde, non si comprenderebbe l’urgenza e la necessità di usarla. Per giunta, se fosse vera la prospettiva di coloro che sostengono che Benedetto avrebbe voluto, così facendo, “scismare” una parte della Chiesa, provocando l’espulsione di una parte, più o meno consapevole, di fedeli dell’intero orbe cattolico, vi sarebbe più di un dubbio sull’utilizzo lecito – da un punto di vista morale – di una siffatta modalità di azione.

Per cui, la figura del defunto papa Ratzinger ne uscirebbe seriamente compromessa, dal punto di vista dell’etica cattolica, dal momento che giammai la Chiesa ha inteso provocare – nella storia – una sorta di espulsione di massa, per giunta inconsapevolmente da parte di molti fedeli. Neppure all’epoca dell’eresia ariana, che pure era la maggioranza ai tempi di S. Atanasio, la Chiesa fece ricorso a siffatto metodo per espellere “senza che se ne accorgessero” gli eretici.
L’erroneità di attribuire a Ratzinger un pensiero quasi di stampo gesuitico si fonda, in realtà, sul convincimento che l’ufficio papale fosse di “proprietà” del papa, che, di volta in volta, lo ricopre; in verità, non è così, giacché esso – come qualsiasi altro ministero nella Chiesa – è di Dio ed è per il bene del gregge e per la gloria di Dio. Gesù stesso, durante la sua vita pubblica, ha indicato che gli uffici nella Chiesa sono a beneficio ed a servizio dei fratelli: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. […] Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato».

Se è così, quindi, e se Ratzinger non è proprietario dell’ufficio papale, va dimostrato che abbia concepito il disegno “gesuitico” per il servizio dei fratelli. E che beneficio, di grazia, avrebbe apportato questo progetto alle pecore del gregge, che sono disorientate, confuse e perplesse? Soprattutto se è vero, come sostenuto, che il linguaggio adoperato da Benedetto XVI fosse “anfibologico” e quindi non facilmente intellegibile se non ad una cerchia ristretta di “eletti”, che l’avrebbero decodificato? Se fosse stato a beneficio dei fratelli, avrebbe dovuto parlare chiaro, con il limpido “sì, sì, no, no” evangelici, senza ricorrere ad un linguaggio equivoco, o se vogliamo “politico” o ricorrendo ad una riserva mentale larga.

Né può paragonarsi Ratzinger a Gesù, il quale parlava in parabole con gli avversari (gli scribi ed i settari farisei), ma non con i discepoli, cioè con i suoi seguaci perché, diceva il Signore, «a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato». Al contrario, Ratzinger, stando alle mentovate chiavi di lettura, avrebbe usato il linguaggio “anfibolitico” con chiunque, sia amici sia avversari, senza lasciare alcuna spiegazione (come invece avrebbe fatto Gesù, il quale non mancava di decodificare il suo linguaggio ai discepoli), neppure scritta e post mortem. Almeno, ad oggi, non è noto nulla di tutto ciò.

In ogni caso, Gesù usava un linguaggio anfibolico, che comunque attingeva dalla realtà che aveva dinanzi e che lo stesso adoperava non tanto per celare certe verità agli avversari, quanto piuttosto per venire incontro ai semplici, facendo esemplificazioni tratte dalla vita quotidiana di tutti i giorni.

Comunque, a prescindere dal linguaggio ratzingeriano, assuntamente anfibolico, dicevo Ratzinger avrebbe commesso un gravissimo peccato. In effetti, egli portandosi presuntamente e volontariamente con sé l’asserito munus, certamente non sarebbe stato coerente con quanto Cristo avrebbe chiesto sempre ai suoi Vicari: cioè di patire e di soffrire con il proprio gregge.

L’esempio del Quo Vadis, evocato da taluno, appare illuminante. S. Pietro, come si sa, era in fuga da Roma, funestata dalla prima persecuzione, quella di Nerone. Per la verità, egli accettò la fuga su sollecitazione della comunità cristiana, che lo invitava a mettersi in salvo. Mentre era per strada, poco fuori le mura di Roma, sulla via Appia, si presentò il Signore, al quale l’Apostolo chiese dove stesse andando (Quo vadis Domine?). Gesù gli rispose che, se lui avesse disertato il suo popolo, sarebbe andato a Roma a farsi crocifiggere di nuovo (Venio Romam iterum crucifigi). Parole, il cui significato era quello di ammonire l’Apostolo per la scelta di darsi alla fuga e di indicargli quale fosse la via corretta da seguire. Pietro comprese il messaggio del Signore, tornò a Roma e accettò il martirio.

Benedetto XVI, quindi, assuntamente auto-impedito e prigioniero in Vaticano, avrebbe dovuto accettare sino in fondo il martirio e di morire, persino, piuttosto che fuggire dinanzi ai lupi (ricordiamo le parole del giorno di elezione di Ratzinger: «pregate perché non fugga dinanzi ai lupi»).

Cosa sarebbe successo?
Beh, se avesse accettato il martirio e quindi la sua suprema testimonianza, avremmo avuto un papa legittimo e pienamente legittimato.
Ma sarebbe salito al trono un Bergoglio, che è ritenuto un eretico?

Beh, questo a Ratzinger non interessava, perché – come detto – il papato non è del papa, che ricopre in un certo momento storico quell’ufficio, ma è di Cristo e Cristo avrebbe provveduto alla sua Chiesa, tenendo fede alla sua promessa «le porte degli inferi non prevarranno». O forse Ratzinger – dobbiamo supporre – non credeva a questa verità? O forse concepiva il papato come un ufficio secolare, non dissimile da quello di un qualsiasi Presidente della Repubblica?

Alcuni autori evocano a questo proposito – e direi giustamente – l’esempio di Enea Silvio Piccolomini, che, benché – non dico – eretico, ma che aveva certe idee non proprio ortodosse (era conciliarista! Ed i suoi libri erano all’Indice), eletto papa, col nome di Pio II, le abiurò formalmente, uscendo con la celebre frase “rifiutate Enea, accogliete Pio”.

Qualcosa di analoga fece anche Paolo VI, ricordando che Montini era morto e che c’era appunto Paolo.

Proprio per la garanzia soprannaturale che assiste l’ufficio papale, se Ratzinger avesse accettato il martirio ed avesse perciò pienamente rinunciato, sarebbe stato eletto un Bergoglio o chiunque altro, che, benché fossero stati grandi peccatori, c’era la garanzia che non avrebbero potuto deflettere dal depositum fidei. Se invece, oggi, Bergoglio deflette, gettando la comunità cattolica in confusione, ciò è da ascrivere alla grave responsabilità di Ratzinger che – stando menzionata chiave interpretativa – si sarebbe trattenuto volontariamente il munus, ritenendosene padrone e concependo erroneamente il papato come un ufficio politico con cui fare giochini di varia natura.

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