p. Corrado Sedda C.O.
La riforma della riforma
Oggigiorno la riforma liturgica è un dato acquisito, è il modo in cui si trova celebrata ordinariamente la liturgia nelle chiese. Volendo ricostruire il corso storico che portò alla riforma liturgica oggi in uso, bisognerebbe risalire al movimento liturgico del XIX secolo, ma ultimamente si riconosce nel post-Concilio la realizzazione odierna. Trascorsi sessant’anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, al giorno d’oggi nella Chiesa la questione liturgica non si presenta del tutto pacifica e, per comprenderne le ragioni, occorre considerare come siamo arrivati al presente. Il primo documento approvato dall’assise conciliare fu proprio la Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia, che indicava principi e orientamenti. Durante i lavori della commissione che doveva attuare concretamente il documento, Papa Paolo VI si rivolgeva in questi termini (10 aprile 1967) al Consilium ad esequendam reformam lithurgicam:
Più grave causa di afflizione è per noi la diffusione di una tendenza a dessacralizzare la “liturgia” – se ancora essa merita questo nome – e con essa, fatalmente, il cristianesimo. La nuova mentalità, di cui non sarebbe difficile rintracciare le torbide sorgenti, e su cui tenta di fondarsi questa demolizione dell’autentico culto cattolico, implica tali sovvertimenti dottrinali, disciplinari e pastorali, che noi non esitiamo a considerarla aberrante; e lo diciamo con pena, non solo per lo spirito anticanonico e radicale che gratuitamente professa, ma ben più per la disintegrazione religiosa che essa fatalmente reca con sé.
(PAPA PAOLO VI, Allocuzione in occasione della chiusura della adunanza della VII sessione plenaria del «Consilium de Sacra Liturgia», in “L’Osservatore Romano”, 20/04/1967, n.1)
Parole espresse in modo inequivocabile e di sorprendente durezza. Al termine di una sessione che riuniva tutti i membri della commissione, il Papa si rivolge loro con tono fortemente critico rispetto alle tendenze in atto. Due anni più tardi lo stesso Montini si esplica ancora sulla stessa linea:
L’interesse per il rinnovamento è stato da molti rivolto alla trasformazione esteriore e impersonale dell’edificio ecclesiastico, e all’accettazione delle forme e dello spirito della Riforma protestante, piuttosto che a quel rinnovamento primo e principale che il Concilio voleva, quello personale, quello interiore: quello che deve ringiovanire la Chiesa nella coscienza del suo mistero, della sua adesione a Cristo.
(Paolo VI, 15 gennaio 1969)
Lasciando parlare i protagonisti della storia, continuiamo a leggere come un decennio più tardi, il successore Papa Giovanni Paolo II commentava le differenti inclinazioni rispetto al rinnovamento conciliare, indirizzando al card. Ratzinger le seguenti parole:
Nel periodo post conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo “novum” (il “nuovo”) costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di “progressismo”. Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero. La tendenza opposta, che di solito viene definita come “conservatorismo” oppure “integrismo”, si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestato proprio nell’opera del Vaticano II.
(Giovanni Paolo II, “Lettera al carinale J. Ratzinger”, 8 aprile 1988)
Il tema della ricezione del Concilio Vaticano II è stato particolarmente caro al successore di Wojtila. Basti solo leggere L’Introduzione allo spirito della liturgia (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001) per convincersi del suo desiderio di intraprendere un’ulteriore riforma della riforma, che egli sembra proporre in quasi tutti gli argomenti trattati. Difatti nella premessa a questo libro, l’allora Cardinal Ratzinger parla della necessità di prendere rapidamente le misure necessarie per porre fine agli influssi dannosi dei diversi errati tentativi di restauro o di ricostruzione della Liturgia (cfr. p. 6). Nel senso che essa deve essere liberata da quei cambiamenti introdotti dai riformatori sotto l’influsso di un certo tipo di liberalismo, o meglio da una mentalità condizionata da quell’anti-spirito del Concilio, di cui parlò nella sua intervista con il giornalista italiano Vittorio Messori (Rapporto sulla Fede, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 2005, p. 33).
Il pensiero di Benedetto XVI circa il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio, condiviso dalla maggior parte dei vescovi, è che contenga ricchezze non pienamente esplorate (cfr. Sacramentum caritatis n.3). Quindi la riforma liturgica non è affatto perfetta e conclusa: c’è bisogno di correzioni e integrazioni, procedendo però in modo differente dal tempo postconciliare, non imponendo obblighi se non quelli necessari, illustrando le possibilità e promuovendo il dibattito. Per riprendere il movimento liturgico vanno conosciuti i fondamenti teologici della liturgia descritti in modo sistematico nel Catechismo della Chiesa Cattolica (artt. 1077-1112), in base alla costituzione Sacrosanctum Concilium: aiuteranno ad individuare gli aspetti testuali e rituali bisognosi di restauro.
(Nicola Bux, “La riforma di Benedetto XVI”, Ed. Il Giglio, Napoli 2022, p.121)
Tali parole del liturgista – stretto collaboratore di Papa Benedetto XVI – si comprendono alla luce del concetto di “riforma” non intesa come rottura di un cammino storico per dar luogo a una rifondazione; in tal caso si tratterebbe di “rivoluzione” che archivia il passato e inizia un nuovo corso senza fondamenta pregresse. La Tradizione della Chiesa è aliena a simile concezione. Ma quale fu l’atteggiamento che veramente animò molti riformatori conciliari? Il Cardinale Ratzinger risponde che «in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti» (Joseph Ratzinger, La mia vita, Ed. San Paolo, 1997, p. 114). La demolizione dell’”edificio antico” è ben più che una ristrutturazione. La riforma conciliare subì quindi alcuni influssi: a) filosofico-teologici dell’Illuminismo e dei suoi corollari che accentuavano un certo tipo di antropocentrismo, il quale strada facendo influì anche sullo stesso movimento liturgico del XIX e XX secolo; b) un certo romanticismo accentuato che sottolineò alcuni elementi liturgici cosiddetti dei primi cristiani; c) un diffuso spirito di innovazione, per cui si volle fare tutto in un modo nuovo, libero ed ecumenicamente aperto. Il magistero pontificio di Benedetto XVI in materia liturgica culmina a luglio 2007 col motu proprio Summorum Pontificum che riabilita il tesoro del rito preconciliare. Il suo segretario particolare così spiega il senso del documento:
[Benedetto XVI aveva voluto] rendere più facilmente accessibile la forma antica soprattutto per preservare il profondo e ininterrotto legame che sussiste nella storia della Chiesa. Non possiamo dire: prima era tutto sbagliato, ora invece è tutto giusto. In una comunità, infatti, nella quale la preghiera e l’Eucaristia sono le cose più importanti, non può considerarsi del tutto errata quella che prima era ritenuta la cosa più sacra. Si è trattato della riconciliazione con il proprio passato, della continuità interna della fede e della preghiera nella Chiesa.
(Georg Gänswein, “Nient’altro che la verità”, Piemme 2023, p.291)
Il pontificato seguente ha visto prolungarsi il confronto/scontro fra le due “ermeneutiche del Concilio” descritte da Papa Ratzinger, di modo che oggi spetti al regnante Leone XIV trovare la quadra per ristabilire un equilibrio alla questione liturgica.
E’ in atto una battaglia sulla liturgia: diversamente da quella che agli inizi del secolo scorso diede origine al movimento liturgico, la materia del contendere non è appena il rito romano antico. Tuttavia Joseph Ratzinger rassicura: «la lotta per la corretta interpretazione e la degna celebrazione della sacra liturgia è necessaria in ogni generazione». Pertanto, come per il motu proprio che ripristina l’uso della messa antica, l’intenzione di «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa» implica non solo la piena ricomposizione dello scisma formale dei lefebvriani, ma anche il superamento della cesura nel processo di riforma della liturgia contrapponendo il nuovo rito all’antico. Lasceremo cadere questa opportunità, se amiamo veramente la Chiesa e la sacra liturgia?
(Nicola Bux, “La riforma di Benedetto XVI”, Ed. Il Giglio, Napoli 2022, p.49)