Giannicola D'Amico
In memoria del maestro Fulvio Rampi
Nei giorni scorsi è scomparso prematuramente, dopo una dolorosa malattia, affrontata sempre con ammirevole disposizione cristiana, il maestro Fulvio Rampi, gregorianista di fama internazionale, musicista di livello eletto, una delle voci più autorevoli, acute e, al contempo, equilibrate del panorama liturgico-musicale italiano. Lo conobbi personalmente a Torino molti anni fa, dopo che, durante i miei ormai antichi studi, mi ero imbattuto nei suoi testi, nei suoi articoli, nel prodotto del suo magistero.
Incontrandolo per la prima volta, ebbi subito l’impressione di una personalità dotata di una singolare grazia e gentilezza, oltre che la conferma di quella preparazione non comune che dai suoi testi traspariva con evidenza e ancor più veniva in luce nelle esecuzioni del “mitico” ensemble maschile “I cantori gregoriani”, da lui fondato nel 1985 e da allora diretto ininterrottamente.
Ma l’occasione per stringere una amicizia che consentì di bandire il “Lei” tra noi due, avvenne qualche anno dopo, ai tempi – colmi di speranza e fiducia – dei primi anni del pontificato di Benedetto XVI, quando mi toccò organizzare un convegno sulla musica sacra e liturgica, nel profondo Sud, e volli fermamente invitarlo, vista la comune vicinanza ideale e pratica al magistero ratzingeriano in materia liturgica.
In quella occasione si consolidò un rapporto che è stato fra quelli più spiritualmente ricchi della mia vita, di cui devo rendere grazie al Signore.
Per tanti anni ci siamo sentiti con frequenza, ci siamo più raramente visti data la lontananza di vita, ci siamo confrontati su tante questioni inerenti la musica liturgica, gli abusi in materia, i destini del canto gregoriano e della polifonia sacra.
Tutto egli trattava con una padronanza rara, con accenti sempre garbati e signorili – anche quando si trattava di cose spiacevoli, come era stata la sua rimozione da Maestro di cappella della cattedrale della sua città -, con una buona dose di umorismo e soprattutto con una evidente umanità.
Il suo amore per la famiglia mi fece vedere in lui, al di là dell’insegnante competente, del direttore valente, del suscitatore di vocazioni musicali, quello che nei miei antichi studi di diritto era identificato come il “bonus pater familias” e questo per me – scapolo meridionale old style legato alla casa e agli affetti domestici, non single – fu una scoperta piacevole e fonte di ulteriore ammirazione per lui.
Nel 2015, per il trentennale dei Cantori gregoriani, mi fece l’onore di richiedermi il primo capitolo del monumentale testo “Alla scuola del canto gregoriano” da lui curato, con i contributi di alcuni valenti studiosi in mezzo ai quali io ero il nano, capitato sulla spalla di un gigante come lui.
Dopo molti anni venne la malattia.
Conoscendo che già combattevo una difficile situazione domestica, me lo comunicò per iscritto, con il suo consueto garbo, chiedendomi solo una preghiera per poter affrontare le difficili cure che si prospettavano.
Ci siamo tenuti in contatto regolarmente, mentre lui lottava contro il male.
Manifestava sempre una verace speranza, sebbene – leggendo tra le righe della sua riservatezza – si notasse la sua sofferenza che non gli ha impedito tuttavia di continuare ammirevolmente l’attività musicale, fino a pochi giorni prima della morte, nell’esecuzione della sua ultima composizione, la cantata “Pascha nostrum”, eseguita il 19 aprile nella chiesa di S. Abbondio a Cremona.
Negli ultimi tempi c’è l’abitudine (impropria e a volte cattiva) di invocare, in morte di una persona cara, “Insegna agli angeli (a fare qualcosa di cui il defunto era pratico)”.
Ebbene, nel caso di Fulvio Rampi essa può invece trovare forse l’unica applicazione appropriata e veritiera: sicuramente sta insegnando agli angeli a cantare al Signore “digne et competenter”.
A Dio, Maestro!