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  1. Dopo il contributo di d.Nicola Bux sulla preghiera multireligiosa, eccone un altro, in occasione del Centenario della nascita di san Giovanni Paolo II. Il prof. Nunzio Lozito ha discusso la tesi sul Beato Raimondo Lullo, che ebbe a che fare con i musulmani tra XIII e XIV secolo. Un estratto è stato pubblicato dal Centro di Studi Cristiani Orientali del Cairo (qui un approfondimento nel Europe Near East Centre ). E' desiderio degli autori, che quanti volessero entrare in dibattito, lo facciano indicando i punti a loro avviso critici, nonché le ragioni per cui lo sarebbero. Potete scrivere nei commenti o inviare una email a segreteria@ilpensierocattolico.it . Varcare la soglia della speranza “Ma se il Dio che è nei cieli – e che ha salvato e salva il mondo – è Uno solo, ed è Quello che si è rivelato in Gesù Cristo, perché ha permesso tante religioni? Perché renderci così ardua la ricerca della verità, in mezzo alla foresta dei culti, delle credenze, delle rivelazioni, delle fedi che sempre- e oggi ancora- vigoreggiano tra ogni popolo?”[1]. È la domanda che lo scrittore Vittorio Messori, pone a Giovanni Paolo II all’inizio del 13° capitolo del libro Varcare la soglia della speranza. Il libro-intervista, passa in rassegna una serie di domande su vari temi: da quelli più strettamente dottrinali a quelli a carattere sociale. La domanda riguarda il rapporto tra Cristianesimo e le altre religioni. Un tema sempre attuale, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Ma che ha tuttavia interessato la Chiesa sin dalle origini. Da quando cioè l’annuncio cristiano è venuto a contatto con le diverse culture, religioni, filosofie. È un tema delicato, di fronte al quale la prudenza, delle parole e soprattutto degli atteggiamenti, è un obbligo. Lo è ancor di più oggi, in un’epoca in cui i media, nel bene e nel male ne amplificano la portata dei gesti e delle dichiarazioni ufficiali. Soprattutto quando riguardano questioni di questo tipo. A ciò si aggiunga il clima culturale, sempre più superficiale e alla ricerca di semplificazioni, poco incline alla riflessione razionale. Un clima che esalta l’emotività, che tende a far proprio l’assioma hegeliano secondo il quale “la notte tutte le vacche sono nere”. Nella risposta alla domanda del giornalista-scrittore Messori, citata sopra, il Pontefice ribalta la questione: “Lei parla di tante religioni. Io invece tenterò di mostrare che cosa costituisce per queste religioni il comune elemento fondamentale e la comune radice”[2]. Giovanni Paolo II nel prosieguo della risposta, piuttosto articolata, si mantiene nel solco del Concilio Vaticano II, in particolare da quello tracciato dalla breve Dichiarazione Nostra Aetate[3]. Sappiamo, e ne stiamo ricevendo sempre più prova in questo frangente storico, che i testi conciliari sono passati e continuano a passare attraverso la lente interpretativa, talvolta piuttosto deformata, del cosiddetto “spirito del concilio”. Tra coloro che invocano questo, è spesso evidente una censura della lettera stessa del Concilio. Per cui si finisce, andando di interpretazione in interpretazione per deformare il dettato conciliare. Probabilmente, proprio per questa ragione il pontefice polacco, nel fornire la risposta allo scrittore, cita quasi integralmente Nostra Aetate. Evitando in tal modo che il metodo comunicativo, basato su slogan, allora come ora, fosse neutralizzato. Qual è questo comune elemento fondamentale, questa comune radice che accomuna le religioni, o meglio gli uomini che appartengono alle varie religioni di cui parla il Pontefice echeggiando Nostra Aetate? Primo fra tutti l’appartenenza al genere umano: la natura umana, il senso profondo della vita, il bene, il male, la vera felicità, la morte, l’aldilà. Il Concilio avrebbe potuto affermare: “essendo queste le comuni aspettative degli uomini, i comuni enigmi che inquietano il cuore degli uomini, costruiamo una sorta di super-religione, che prenda gli elementi essenziali di ciascuna di esse per favorire una fratellanza umana universale”. Tentazione sempre presente nell’uomo, dalla Torre di Babele in poi. Nel buio della ragione che stiamo attraversando, è facile cadere nella trappola di un progetto del genere: sembrerebbe altamente auspicabile, condivisibile, ridurrebbe i conflitti. Invece no, Nostra Aetate, sulla scia della Tradizione, delude quanti auspicherebbero tutto ciò. Anche coloro che, invocano il Concilio Vaticano II ad ogni piè sospinto. Allora, cosa afferma Nostra Aetate? “La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni…” (Nostra Aetate 2). Questo approccio valorizzatore che la Chiesa mostra nei confronti delle religioni non cristiane, richiede uno sforzo missionario ancora più intenso così come la Dichiarazione afferma appena dopo: “Essa- riferendosi alla Chiesa- però annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è <<via, verita e vita>> (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con Sé tutte le cose” (Nostra Aetate, 2). “Le parole del Concilio - commenta il Papa polacco- si richiamano alla convinzione da tanto tempo radicata nella tradizione, dell’esistenza dei cosiddetti semina Verbi, presenti in tutte le religioni”. Solo, una cronica superficialità, può sorvolare sulla necessità della missione di annunciare. Solo questo, può arrivare al punto da paragonare il vitale anelito missionario della Chiesa ad un’azione proselitistica da stigmatizzare. Certo, continua, Giovanni Paolo II, l’azione missionaria della Chiesa, soprattutto nell’estremo oriente, non è stata efficace perché la società occidentale ha dato un’antitestimonianza, mostrando un cristianesimo incapace di incidere “nella vita politica e sociale delle nazioni”. È in questa traccia del Concilio che il santo Pontefice si è mosso nei suoi viaggi “interreligiosi”, mai dimentico che, in qualità di successore di Pietro, il cui mandato, per esplicito comando del divin Maestro è: “ ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo” (Mt 28,19). C’è l’eco di quest’ansia missionaria nei discorsi tenuti nei vari paesi, compresi quelli a maggioranza islamica. Convinto com’era che Cristo è l’unico redentore dell’uomo, capace di valorizzare in modo compiuto le profonde aspirazioni dell’uomo. Continuando a ripercorrere le pagine del libro intervista succitato ci si imbatte nei capitoli relativi ai fondatori di alcune delle più importanti religioni. Al capitolo 15° troviamo quella riferita a Maometto e all’Islam. Afferma il Papa: “Chiunque conoscendo l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso si è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Sé stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti, e poi in modo definitivo nel Nuovo per mezzo di Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo Testamento, nell’Islamismo è stato di fatto accantonata”[4]. Dopo quanto scritto diventa assai arduo, come da più parti avviene, affermare “in fondo crediamo tutti nello stesso Dio” come pure l’espressione “siamo tutti fratelli”. Tutto questo, che per amore di verità va affermato, non toglie nulla alla serietà e alla convinzione con cui milioni di musulmani (così come i tanti fedeli delle religioni presenti nel mondo), vivono la loro fede. Quindi, continua il Papa “la religiosità dei musulmani merita rispetto” a motivo della “loro fedeltà alla preghiera” e, indipendentemente dal luogo nel quale si trovano, si prostrano in ginocchio. Anzi, “rimane un modello per i confessori del vero Dio, in particolare per quei cristiani che, disertando le loro meravigliose cattedrali, pregano poco o non pregano per niente”[5]. [1] Giovanni Paolo II intervistato da Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza, A. Mondadori, Milano, 1994, pag. 86 [2] Ibidem, pag. 87 [3] È il titolo della Dichiarazione conciliare su “le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” [4] Ibidem pagg. 103, 104 [5] Ibidem pag 104
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