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  1. Il cristianesimo è un avvenimento, un incontro d'amore. E' una esigenza irrinunciabile dell'Incarnazione il continuo scambio tra l'istituzione o autorità e il carisma, tra grazia e libertà. Chi ha incontrato questa compagnia, sa che essa è la modalità con cui il mistero di Gesù ha bussato alla sua porta e lo ha portato nella Chiesa: una "compagnia guidata al destino", diceva Giussani. Il carisma perché sia pienamente vissuto e realizzato, non può essere gestito in modo intimistico, e l'autorità contribuisce ad assicurare la strada giusta. Senza autorità si rischia di andare fuori strada, in una direzione sbagliata. Il carisma della compagnia è mantenuto sulla via giusta dal servizio dell'autorità, per la presenza missionaria della Chiesa, per promuovere il cammino cristiano e la formazione umana e spirituale. Questi giudizi, in qualche modo, traspaiono anche da alcune delle parole del papa nel discorso a CL il 15 ottobre scorso. Peraltro, il discorso nel suo insieme sembra prevedibile nella lode a don Giussani, politico nei riferimenti a Don J. Carròn, deludente dove loda il carisma per normalizzarlo. Come altrimenti intendere le affermazioni sull'impoverimento della missione e della presenza? Oppure sulle diverse sensibilità da rispettare perché da esse è fatta l'unità? Se, come dice il papa, "i giovani hanno un grande fiuto", bisogna riconoscere, ad esempio, che tanti, provenienti da CL, hanno recuperato il magistero dei grandi padri della Chiesa, stanno riscoprendo il valore della tradizione, frequentano la Messa tradizionale, tutti atteggiamenti figli dell’intuizione del fondatore del movimento. Giussani, in controtendenza, amava e formava alla tradizione, per esempio del canto sacro, il gregoriano, la lauda medievale, la polifonia. Il papa della Traditionis custodes o l'ha dimenticato o, come in molte occasioni rilevato, si esprime in modo ambiguo. Eppure Francesco ha dichiarato di aver letto i libri di Giussani. Lo stesso rapporto tra carisma e autorità, che non può essere separato anzi quasi istituzionalizzato, richiama la dottrina del rapporto tra lex credendi e lex orandi, che è alla base della restitutio ad integrum compiuta da Benedetto XVI col motu proprio Summorum Pontificum: «Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso». Nella storia della Chiesa c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Giussani infatti, non sarebbe ‘servo di Dio’ se non avesse tenuto insieme tradizione e innovazione. Dunque, o si riconosce che chiunque faccia questa esperienza rivive l’esperienza di CL (e consente che questa sia ancora oggi sperimentabile) – ne sono sorte diverse in Italia e nel mondo – oppure, diversamente da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ci si adegua alla normalizzazione dei movimenti ecclesiali ai quali in realtà non si crede più, nonostante il gran parlare di sinodalità e di "inediti" dello Spirito Santo.
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