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  1. In una intervista concessa a CNA Deutsch (https://de.catholicnewsagency.com/article/bischof-voderholzer-im-gespraech-evangelisierung-muss-mit-apologetik-einhergehen-1892) il 1° settembre 2022, il vescovo Rudolf Voderholzer ha sollecitato “una sana apologetica”. E’ un testo che, secondo me, merita una attenta valutazione e riflessione; ne riassumerò, pertanto, i passi più significativi. Ricordo che Voderholzer è stato ordinato vescovo nel 2013 e da allora è responsabile della diocesi di Ratisbona. Dal 2008 è direttore dell’Istituto Papa Benedetto XVI, che pubblica la raccolta di scritti del Papa emerito. Dal 2005 al 2013 ha insegnato dogmatica e storia dei dogmi presso la Facoltà di Teologia di Treviri. Ma cosa intende il vescovo Voderholzer per “sana apologetica”? “Si tratta di dimostrare la ragionevolezza della fede e la speranza che essa dà di fronte a questioni critiche”, spiega Sua Eccellenza. “Apologetica significa letteralmente ‘difesa della fede e della speranza’. Il più famoso discorso di questo tipo, già in ambito pagano, è l’Apologia di Socrate di Platone. La parola è stata poi introdotta nell’uso cristiano dalla prima epistola di Pietro, dove si legge: ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1 Pt 3, 15). I pensatori cristiani del II secolo d. C. si trovarono particolarmente interpellati dalla nascente fede cristiana, che giustificarono su basi storiche e filosofiche. Sono raggruppati sotto il termine generico di ‘apologisti paleocristiani’, il più importante dei quali è Giustino martire. In ogni momento, è stata una questione vicina al cuore dei cristiani non solo affermare semplicemente gli elementi fondamentali della fede di fronte alle contraddizioni e alle ostilità, ma anche giustificarli in modo trasparente e comprensibile. Quando lo studio della teologia ha cominciato a differenziarsi in singole discipline nei tempi moderni, l’apologetica è diventata una materia a sé stante. Oggi l'apologetica è - nel migliore dei casi - una dimensione di tutte le materie teologiche, in quanto anche tutte le discipline hanno a che fare con la messa in discussione di qualcosa. Può essere ‘sana’ se è oggettiva e comprensibile, aperta alle domande e ai problemi attuali che le persone hanno con la fede in Cristo e, soprattutto, autocriticamente e umanamente nel miglior senso della parola”. Continua Sua Eccellenza: “La ‘difesa della fede e della speranza’ diventa invece malsana quando è l’unico motore del dibattito intellettuale o quando si utilizzano costantemente solo argomenti negativi per rafforzare la propria posizione. Un detto molto saggio di Henri de Lubac dice: ‘È una disgrazia aver imparato il catechismo contro qualcuno’. C'è il pericolo di affermare una ‘identità negativa’ quando la sola ‘protesta’ mi sostiene, per così dire. L'evangelizzazione, invece, deve attingere al contenuto positivo, alla bellezza e allo splendore della fede. A mio avviso, però, può e deve andare di pari passo con una ‘sana’ apologetica, in quanto l’annuncio della fede non è mai, e certamente non è oggi, avvenuto in un clima puramente benevolo e positivo, nel corso della storia. Anche di fronte a me stesso devo rassicurarmi ancora e ancora della mia fede. Un fideismo provocatorio, cioè un'insistenza sulla credenza senza chiederne la ragionevolezza e la giustificazione, non può durare a lungo”, secondo il presule. Quali i modelli? Al vescovo-professore vengono in mente S. Ireneo di Lione, S. Tommaso d’Aquino, Blaise Pascal, S. John Herny Newman, Henri de Lubac e, naturalmente, Joseph Ratzinger / Papa Benedetto XVI, di cui mons. Voderholzer ricorda una frase che lo accompagna da quando l’ha letta per la prima volta, da studente di teologia, nel Rapporto sulla fede: ‘L'unica vera apologia del cristianesimo si può limitare a due argomenti: i santi che la Chiesa ha prodotto e l’arte che è cresciuta nel suo grembo’. Conclude il vescovo Voderholzer: “L’esperienza ha dimostrato, pertanto, che gli argomenti nelle conversazioni con persone che sono critiche nei confronti della Chiesa si concentrano solitamente su un certo modello di scandali: crociate, processi alle streghe, processo Galileo, colonialismo, seguaci nei sistemi totalitari, corruzione della tradizione di Gesù e, recentemente, soprattutto abusi sessuali. Ciò che è importante è che apologetica non significa negazione provocatoria del lato oscuro della chiesa, o dogmatismo ad ogni costo. Determinante è la conoscenza storica, la capacità di discernimento e l’intuizione che per santità della Chiesa non s’intende l’integrità morale di tutti i suoi membri, ma il dono del Signore di trasmettere la Sua presenza, la Sua salvezza, proprio in fragili vascelli”. Oggi, purtroppo, “non pochi teologi stessi hanno una cattiva cultura del risentimento, che non rispetta quasi più la tradizione della Chiesa. Penso qui ad alcuni testi del ‘Cammino sinodale’ in Germania. In alcune facoltà si è affermato un ‘liberalismo’, soprattutto nella teologia fondamentale. Non si accetta altro che ciò che può essere costituito, compreso e giustificato da una libertà autonoma. Qualsiasi specificazione di una rivelazione storica, che è attestata in modo vincolante nei dogmi, è respinta in quanto premoderna e irragionevole. Questa situazione è sfortunata e insostenibile. Abbiamo bisogno” - questo è il succo dell’intervista al vescovo Voderholzer – “di una teologia che dimostri che non è la libertà che rende vero qualcosa, ma piuttosto è la verità che rende liberi. È proprio per quest'ultima posizione, che a mio avviso sola corrisponde alla fede, che Joseph Ratzinger/Benedetto XVI sta come nessun altro. Egli invoca una ‘liberazione’ della ragione, che è capace di verità e che si eleva ancora una volta al di là di sé stessa nella fede”.
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