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E' lecito "criticare" il Papa ed i Vescovi? Qual è la maniera corretta?


Claudio C.

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Riportiamo di seguito le riflessioni di Padre Marcelo Bravo Pereira, docente presso Ateneo Pontificio Regina Apostolorum sulle modalità in cui si possa "criticare" il Papa o i Vescovi, nel senso inteso cattolicamente parlando, di giudizio legato al discernimento, alla giusta comprensione con retta ragione. Egli ci dice che,  prima di rapportarci a Vescovi o Sacerdoti, dobbiamo chiederci con quale atteggiamento ci stiamo ponendo: di superiorità, di rancore o per il bene della Chiesa e della Verità? Per un miglior discernimento o per "spirito del mondo"? E poi, in quello che noi stiamo criticando, si stanno valutando delle interviste o atti di Magistero? Il fedele si pone nell'atteggiamento di comprendere qual è il contesto in cui viene riportata una affermazione?

Tali riflessioni nascono spontanee rilevando il numero oramai endemico di fedeli che in questi tempi sono confusi, smarriti, e che sono alla ricerca di punti di riferimento forti, invece che fluidi, solidamente ancorati alla Tradizione, e non in continuo movimento. Molti sono impauriti, e cercano nella Chiesa un supporto, spirituale e morale, solido e fermo, in un periodo in cui le forze mondane portano a prevaricare sui più deboli in maniera sempre più pressante. 

Questa confusione e questo smarrimento sfociano a volte in giudizi, prima che critiche, attacchi frontali ai propri pastori che, anche qualora possano essere giustificabili, devono essere correttamente motivati ed indirizzati, fatti pesare, anche come macigni, ma sempre per amore della Verità.

E' il Santo Padre Francesco stesso a invitarci più volte alla parresìa, alla franchezza. Qui in una sua omelia I capi, gli anziani, gli scribi, vedendo questi uomini e la franchezza con la quale parlavano, e sapendo che era gente senza istruzione, forse non sapevano scrivere, rimanevano stupiti. Non capivano: “Ma è una cosa che non possiamo capire, come questa gente sia così coraggiosa, abbia questa franchezza” (cfr At 4,13). Questa parola è una parola molto importante che diviene lo stile proprio dei predicatori cristiani, anche nel Libro degli Atti degli Apostoli: franchezza. Coraggio. Vuol dire tutto quello. Dire chiaramente. Viene dalla radice greca di dire tutto, e anche noi usiamo tante volte questa parola, proprio la parola greca, per indicare questo: parresìa, franchezza, coraggio. E vedevano questa franchezza, questo coraggio, questa parresìa in loro e non capivano. Franchezza. Il coraggio e la franchezza con i quali i primi apostoli predicavano … Per esempio, il Libro degli Atti è pieno di questo: dice che Paolo e Barnaba cercavano di spiegare agli ebrei con franchezza il mistero di Gesù e predicavano il Vangelo con franchezza (cfr At 13,46)."

Dobbiamo quindi, con atteggiamento umile, costruttivo e per il bene della Verità, portare i nostri dubbi, le affermazioni che possono sembrare distanti dal Magistero perenne della Chiesa ai nostri Vescovi, ai nostri Sacerdoti, ai Preti e chiederne ragione. Come battezzati è un diritto di chiunque portare le nostre critiche. Ma bisogna essere sempre rispettosi di coloro che, per diretta volontà divina, sono i nostri Pastori e guide, dall'"ultimo" dei Sacerdoti, fino al Papa.

Fatelo oggi, fatelo subito!

In Jesu et Maria, Claudio

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Dal libero canale Youtube di Padre Marcelo: Si possono criticare il Papa e i Vescovi? di seguito testualmente il trascritto e poi il video.

Una domanda che molti cristiani si fanno e se è lecito criticare il Papa, ma vediamo che ci sono tanti che si scandalizzano quando uno critica il Papa; ho sentito qualcuno che diceva che chi criticava il Papa [sarebbe] meglio uscisse dalla Chiesa, mentre ci sono altri che costantemente sembrano prendere di mira il Papa e criticare ogni cosa che fa, ogni cosa che dice in virtù di una cosiddetta fedeltà al Vangelo o fedeltà alla Tradizione.

Papa Francesco aveva recentemente pensato[al]la Chiesa come un fiume [dove] si può stare più a sinistra si può stare più a destra ma ciò che conta è stare dentro quel fiume, [ma] non uscire dal fiume perché dal momento in cui si esce dal fiume, sia da destra sia da sinistra, si perde questo flusso [ovvero] si esce da questo flusso benefico che è quello della Chiesa; allora possiamo [o] non possiamo criticare il Papa?

Partiamo con una definizione di tipo etimologico, che cosa significa giudicare e può significare due cose; [criticare] viene dal verbo κρίνω, “crino” e il primo significato di criticare [corrisponde a] quello di giudicare, [ovvero] condannare; il secondo significato è quello di discernere

Allora la prima domanda è: io posso giudicare il Papa? Chi giudica è un giudice ed il giudice deve stabilire se la persona che è giudicata è reo di una pena o si deve fare con lui (applicare a lui ndr) un certo tipo di giustizia, [quindi] se io giudico il papa mi sto collocando in un certo senso come un giudice; non dimentichiamo anche quello che dice Gesù: con la stessa misura con cui giudicherete sarete giudicati quindi io personalmente starei ben lontano da mettermi nella posizione di uno che giudica i Vescovi o giudica il Papa, perché le mie competenze sono si sono competenze teologiche, ma io non sono un Vescovo ed io non sono un Papa; [inoltr]e sappiamo benissimo che la Chiesa ha ricevuto un dono, che [è] il dono della infallibilità che si esprime in due forme a livello magisteriale con il dogma dell'infallibilità con il quale sono rivestiti i nostri pastori quando insegnano in temi di morale e di fede e poi c'è l'altro carisma che riceve tutta la Chiesa che il sensus fidei, il senso della fede, il senso soprannaturale della fede .

Il secondo significato di κρίνω, “crino” è quello di discernere e, a questo punto, ogni volta che io ricevo un insegnamento, ma anche il Vangelo stesso, io lo ricevo secondo quello che io sono: io sono una persona quindi devo utilizzare la mia intelligenza, la mia capacità di comprensione per penetrare il mistero che mi viene presentato non per tentar di spiegarlo ,non per tentare di esaurire il significato del mistero perché altrimenti non sarebbe un mistero, ma affinché io possa aderire alla fede, possa aderire a una verità o possa aderire a una indicazione o a un un'enciclica una disposizione del papa o dei vescovi io la devo comprendere con la mia intelligenza proprio perché questo è ciò che mi fa essere umano che mi fa essere persona; la fede trascende la ragione, però la fede non va contro la ragione quindi anche le disposizioni che riceviamo dai nostri Vescovi, da Papa la dobbiamo ricevere con la capacità di riflettere su di essa e, in questa capacità di discernimento, di separare quello che appartiene alla fede e quello che potrebbe essere una proiezione piuttosto culturale del papa o dei vescovi che in questo momento guidano la Chiesa io potrei essere in disaccordo e a questo punto io devo discernere ciò che appartiene all'essenza della fede e ciò che potrebbe essere circostanziale e che potrebbe essere perfino dovuto a un errore di percezione da parte dei nostri Vescovi, da parte del Papa.

Non dimentichiamo che anche negli Atti degli Apostoli noi vediamo questi momenti in cui per esempio Paolo se la prende contro Pietro perché Pietro che prima mangiava con i con i pagani con i cristiani che venivano da mezzo ai pagani, poi si si ritira e non mangia più con loro. Paolo si mette di fronte a lui e gli rimprovera il fatto di non vivere secondo il messaggio che abbiamo ricevuto

Ma la stessa cosa capita con Paolo dopo che il Concilio di Gerusalemme aveva stabilito che non c'era bisogno di costringere i pagani che venivano la fede di essere circoncisi, Paolo in qualche modo cedendo alla pressione dei cristiani di origine ebraica fa circoncidere Timoteo.

Ci può servire a questo punto fare questa riflessione partendo da un documento molto importante della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1990 che si chiama Donum Veritatis e che è riferito al rapporto tra magistero e i teologi e soprattutto affronta il tema del dissenso quando un teologo si rende conto di non essere in accordo con l'insegnamento del Papa o con l’insegnamento dei Vescovi; come si deve comportare questo teologo quando, nella sua riflessione, nel suo approfondire la fede, si rende conto di non essere in accordo con il Papa?

Prend[endo] alcuni spunti da questo documento, li applichiamo alla situazione che stiamo affrontando [e che è]  appunto il tema del dissenso, [ovvero] posso [o] non posso criticare il Papa? Posso o non posso criticare i Vescovi?

Ho separato alcuni paragrafi che leggo è commento con voi; all'inizio del documento firmato dal Cardinal Ratzinger che allora era il prefetto per la dottrina della fede si legge: “il teologo deve discernere in sé stesso l'origine e le motivazioni del suo atteggiamento critico e lasciare che il suo sguardo sia purificato dalla fede” ; l'impegno teologico esige uno sforzo spirituale di rettitudine e di santificazione molto bello, come sta espresso qui: quando il teologo si trova in una situazione di dissenso la prima cosa che deve fare [è] discernere, appunto quello che dicevamo giudicare, ma prima di giudicare riguardo a ciò che dice il Papa [egli] deve giudicare sulle proprie intenzioni, su ciò che ha nel suo cuore [chiedendomi]: per quale motivo io non riesco ad aderire a quello che dice il Papa? Qual è l'origine? Quali sono le motivazioni dell'atteggiamento critico? Perché il motivo può essere giusto e lo dice anche il documento: in ciò che corrisponde non temi di fede o di morale il magistero nell'insegnamento quando non sta insegnando temi di fede e di morale potrebbe commettere degli errori; questo è umano: la Chiesa è stata fondata su Dio in Cristo però è stata data agli uomini che sono perfettibili che hanno errori di percezione e può darsi che in un momento, in alcune atteggiamenti soprattutto pratici, i nostri Vescovi o il Papa commettono degli errori quindi potrebbe essere giustificato [e] comprensibile

Ma la mia domanda è: cosa mi muove a criticare? Ed io ho visto nella mia esperienza come teologo che alle volte ci sono alcune persone che sono d'accordo con il Papa perché il Papa è in accordo con loro; nel momento [invece] in cui il Papa insegna una dottrina che non corrisponde a ciò che io penso che dovrebbe essere la dottrina della fede o [ne] insegno una nel mio insegnamento non ufficiale o non solenne, [io] insegno qualcosa che corrisponde piuttosto a una corrente di tipo di pensiero più che al alla dottrina della fede: immediatamente scatta qualcosa dentro di me, come se non si non fossi o preoccupato tanto dalla correttezza della dottrina ma piuttosto del fatto che mi sta contraddicendo e allora è importante fare un discernimento per vedere cosa c'e nel mio cuore quando io non riesco ad aderire a quello che insegna il Papa cosa c'è nel mio cuore. Ho aderito alla fede o ho aderito alla mia versione di fede, alla mia [personale] posizione di fede; questa è la prima cosa che bisogna fare [e] che molti non fanno.

Un altro passo di questo documento dice: “la volontà di ossequio leale a questo insegnamento del magistero in materia per sé non irreformabile deve essere la regola” ; qui sta parlando di tutti quegli insegnamenti che non sono insegnamenti di fede [ma] che sono insegnamenti di tipo prudenziale; noi abbiamo sentito tante cose ultimamente riguardo per esempio come affrontare dal punto di vista ecclesiale il problema della pandemia [che] quindi non sono temi di per sé irriformabili o definitivi o fondamentali per la fede, [ma] riguardano piuttosto scelte prudenziali; però il documento sta dicendo che io devo avere la volontà di ossequio leale, come fedele cristiano, come teologo, come sacerdote nei confronti dei nostri vescovi devo avere un atteggiamento di ossequio leale cioè di apertura di benevolenza ; non è possibile che un fedele ogni volta che un Vescovo parli, immediatamente andiamo a trovare dove sbaglia perché non partire [invece] da quello che positivo, da quello che è costruttivo? E poi in un secondo momento forse se io trovo delle cose da migliorare. “L'uomo buono vede tutto con occhi di bontà”, continua la lettura; qui si sta parlando del momento in cui sorgono le tensioni e dice il documento, se le tensione non nascono da un sentimento di ostilità e di opposizione possono rappresentare un fattore di dinamismo e uno stimolo che sospinge il magistero e di teologi ad adempiere le loro rispettive funzioni praticando il dialogo.

Questo si riferisce al [rapporto] tra magistero e i teologi, ma potrebbe essere riferito a qualunque cristiano. I fedeli nei confronti dei propri vescovi sono persone attive, sono persone intelligenti. Magari tutti i cristiani avessero la formazione sufficiente per poter proporre anche ai nostri vescovi dei miglioramenti, delle osservazioni di approfondimento; magari potesse essere così, perché questo spinge i pastori a un dialogo proficuo. Ogni cristiano potrebbe essere un profeta e parlare in nome di Dio, sempre d'accordo con la fede [che] è sempre in virtù di quel dono che ha ricevuto ogni cristiano nel sensus fidei; quando tu veramente vivi la tua fede, il Signore ti d[ona] questa [capacità] spirituale di poter capire la fede e qui si crea un rapporto di dialogo abbastanza interessante, che arricchisce la Chiesa, ma sempre in atteggiamento costruttivo; se io [mi pongo] con un atteggiamento di superiorità, [avendo magari] fatto semplicemente degli studi del catechismo, e ho seguito qualche sacerdote, ho letto qualche libro [e] già mi sento il maestro di teologia e comincio a giudicare quello che si deve fare o non si deve fare senza conoscere in profondità la teologia, senza conoscere neanche la storia della Chiesa, la storia della teologia, la storia dei dogmi, che conosce dei momenti di andare in avanti ed andare indietro*, quindi mettermi in una posizione di superiorità non funziona; però una posizione di dialogo costruttivo è sempre utile, sempre importante.

C'è un ultimo paragrafo di questo documento Donum Veritatis, che vi leggo per intero (numero 30), e che mi sembra molto importante proprio in queste circostanze, quando il teologo ma anche quando il fedele si trova nella situazione in cui non capisce e pensa che non riesce a conciliare la propria visione della Chiesa o la visione tradizionale della chiesa con quello che è l'insegnamento Magisteriale: “se malgrado un leale sforzo le difficoltà persistono, è dovere del teologo”, e io direi di ogni cristiano “far conoscere alle autorità magisteriale i problemi suscitati dall'insegnamento in sé stesso nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato, egli lo farà in uno spirito evangelico con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà; le sue obiezioni potranno allora contribuire a un reale progresso stimolando il Magistero a proporre l'insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato, in questi casi il teologo eviterà di ricordi ricorrere ai mass media invece di rivolgersi alle autorità responsabile perché non è esercitando in tal modo una pressione sull'opinione pubblica che si può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità”.

Quindi secondo me dobbiamo bandire articoli video, commenti, lettere aperte che l'unica cosa che riescono a fare è gettare fango sul ministero episcopale, sul ministero del Papa se io devo presentare la verità lo dovrò presentare nel modo giusto, offrire delle soluzioni, parlare senz'altro, parlare.

Ma nel momento in cui io comincio a mettere in dubbio la fede dei Vescovi, a mettere in dubbio la loro competenza teologica, la loro competenza pastorale, a pensare che il Papa ormai e non è più il Papa gettare fango sulla persona dei nostri Vescovi non è un servizio che si fa alla Chiesa.

Torno al primo punto che ho commentato di questa lettera: non c'è lo Spirito di Dio lì dove c'è una critica non cristiana, una critica insultante, una critica dove io mi metto al di sopra dell'altro e divento giudice del Papa, divento il giudice dei Vescovi. Lì non c'è lo Spirito di Dio e non c'è verso perché lo Spirito Santo è lo spirito che costruisce e lo spirito che porta alla pace e lo spirito di unione, non lo spirito di divisione.

Io posso avere tutte le giustificazioni possibili e pensare che sto facendo un servizio alla Chiesa, ma invece sto aiutando alla decomposizione della stessa e soprattutto se questi sono Sacerdoti devono rispondere a Dio di questo, di lasciarsi guidare non dallo spirito di Dio ma dallo spirito di questo mondo, dallo spirito di divisione.

Quindi il soggetto, le parole che utilizza, il contesto in cui lo dice, non è la stessa cosa a dirlo nel Concilio o dirlo in un'Enciclica che dirlo in un'intervista mentre si sta andando in aereo o un incontro puramente casuale

L'oggetto di Magistero, la Verità che viene pronunciata ha un valore diverso a seconda del contesto in cui viene detto quindi a questo punto noi possiamo vivere che anche con serenità questo momento un'ultima cosa quando noi dobbiamo discernere sul valore di fede o l'obbligatorietà dell'adesione al Magistero dobbiamo prendere in considerazione alcuni punti:

In primo luogo: chi lo dice? Il soggetto del magistero: lo dice il Papa, lo dicono i Vescovi, con quali parole parla. Per esempio Amoris Laetitia** al numero 8: all'inizio di questa esortazione apostolica il Papa ha detto: io non intendo cambiare la dottrina e questo è molto importante perché getta luce su tutto il documento.

 

NOTE.

* Probabilmente trattasi di un problema linguistico che ha causato un errore nel parlato; come ben noto a qualunque fedele cattolico questa è la definizione di  dògma (raro dòmma) s. m. [dal lat. dogma -ătis, gr. δόγμα -ατος «decreto, decisione», der. di δοκέω «mi sembra»] (pl. -i). – Principio fondamentale, verità universale e indiscutibile o affermata come tale: d. filosofici, politici; i d. della scienza; d. giuridico, principio teorico di un istituto giuridico, del quale costituisce il sostrato fondamentale. In partic., nella teologia cattolica, dogma di fede, o assol. dogma, verità soprannaturale contenuta, in modo implicito e esplicito, nella Rivelazione, e proposta dalla Chiesa come verità di fede, oggettiva e immutabile: d. della Trinità; d. dell’Immacolata Concezione; sancire, proclamare un dogma. Per estens.: questo per me è un d., è un d. di fede, ritenere un d., accettare come un d., e sim., di cosa a cui si crede ciecamente e che non si pone in discussion

** A riguardo della esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, alcuni cardinali hanno richiesto chiarimenti sulle ritenute incongruenze della esortazione con Spirito di Verità ed umiltà, con parresìa. Testo completo qui -->  http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2016/08/testo-integrale-in-lingua-italiana.html

 

 

 

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