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  2. Dio premia i buoni e castiga i cattivi perché é giustizia infinita. A me la vendetta; io farò giustizia, dice il Signore (Rm 12, 19). Il Signore prova il giusto e il malvagio; ma chi ama la prepotenza Egli lo odia di cuore. Pioverà sui malvagi brace di fuoco; zolfo e vento avvampante è la parte della loro coppa. Poiché giusto è il Signore, e ama le giuste azioni. I retti vedranno il volto di Lui (Sal 10, 6-8). Nostro Signore ci ha descritto diffusamente come sarà fatto da Lui il Giudizio universale, che segnerà il trionfo della divina giustizia, non lascerà nessun peccato impunito e nessuna opera buona senza premio (v. Mt 25, 31-46). La giustizia è la virtù che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto, assegnando il castigo proporzionato alla colpa e il premio corrispondente al merito. La giustizia di Dio, come tutte le altre sue perfezioni, è infinita e s'identifica con Lui. Come giustizia infinita, Dio non potrebbe assegnare la stessa sorte ai buoni che Lo amano e Lo servono fedelmente, e ai cattivi, che col peccato calpestano i suoi comandamenti e disprezzano la sua volontà. Riflessione. - Se a trattenerci dal male e a spronarci al bene non basta l'amore di carità, servano almeno il timore del castigo e il desiderio del premio! Esempi: 1. Al primo peccato, commesso dai nostri progenitori nel Paradiso terrestre, seguì subito il castigo divino con l'esclusione dal luogo delle delizie, l'esilio, la perdita della divina amicizia, la condanna alla morte, all'ignoranza, al lavoro e a tutte le malattie e miserie della vita (v. Gn 3, 14-24). 2. La misericordia divina sopportò a lungo i peccati dei discendenti di Adamo, che diventavano sempre peggiori; ma alla fine la giustizia intervenne e punì l'umanità col diluvio universale. Tutti gli uomini perirono, eccetto Noè con la sua famiglia, che fu salvato perché era un uomo giusto (v. Gn cc. 6-7).
  3. L'inferno è il patimento eterno della privazione di Dio, nostra felicità, e del fuoco, con ogni altro male senza alcun bene. Per i paurosi e per gli increduli e gli esecrandi e gli omicidi e i fornicatori e i venefici e gl'idolatri e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la seconda morte (Ap 21, 8). Dio ci ha creati per contemplarlo, possederlo e goderlo in cielo. Egli solo, come Verità prima, Sommo Bene e Vita beata, ci può rendere pienamente felici appagando tutte le nostre brame. Dopo la morte, nessuna cosa creata può attirare l'anima, che tende irresistibilmente a Dio, unico e infinito bene. Nell'inferno, invece, l'anima non può avere Dio, la sua visione, il suo possesso, e quindi la beatitudine che viene da Lui. L'anima ha bisogno di Dio, una necessità vitale, ma nell'inferno si sa privata di Lui per l'eternità e questa è la pena più grande ed ineffabile. I cattivi dopo la morte saranno gettati nel fuoco, come l'erbaccia della parabola evangelica (Lc 16, 19-26). Il fuoco dell'inferno, per volontà divina, tormenta i demoni, le anime e anche i corpi dei dannati dopo la risurrezione finale. Il dannato è immerso nel fuoco, permeato e quasi immedesimato col fuoco, come noi con l'aria che respiriamo. I reprobi dell'inferno sono anche tormentati da tutti gli altri mali possibili. Privi di Dio sono privi di ogni bene e afflitti da tutti i mali, che sono la mancanza del bene dovuto. Tra i massimi tormenti vi sono, oltre il fuoco, la disperazione, l'odio vicendevole, le pene, le umiliazioni inflitte dai demoni, l'immobilità, le tenebre. Il fumo dei loro tormenti si alzerà nei secoli dei secoli; e non hanno riposo né giorno, né notte (Ap 14, 11); saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli (ivi, 20, 10), nel fuoco inestinguibile, dove il loro verme non muore, e il fuoco non si estingue (Mr 9, 43). Che cosa sono i piccoli ed effimeri piaceri della colpa, in confronto della pena eterna, che ne è la punizione? ESEMPIO: Si racconta che, nell'XI secolo, mentre si cantava l'Ufficio dei defunti per il dottor Diocres, dell'Università di Parigi, alle parole: "Responde mihi: rispondimi!", dal feretro uscì una voce lugubre, che diceva: "Per giusto giudizio di Dio, sono stato accusato". Dopo una sospensione piena di paura, fu ripreso da capo il canto dell'Ufficio. Giunti nuovamente alle parole: "Responde mihi!" si ripeté la voce: "Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato!". Parve che il cadavere si muovesse, ma dopo un attento esame se ne costatò la rigidità. L'Ufficio fu sospeso e ripreso l'indomani. Alle parole: "Responde mihi!" il cadavere si agitò, si pose a sedere e disse con voce straziante: "Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato all'inferno!". Poi ricadde e non si mosse più. Tutti furono vivamente impressionati, ma specialmente Brunone, professore dell'Università, che abbandonò la brillante carriera, si ritirò nella solitudine, fondò l'ordine religioso dei Certosini e divenne santo, canonizzato dalla Chiesa. E' fondamentale pregare molto per la conversione dei peccatori, perché non vadano all'inferno. Molti, infatti, come ha affermato la Madonna a Fatima, vanno all'inferno perché non c'è nessuno che preghi per loro, per la loro conversione e salvezza.
  4. Il beato Carlo d'Asburgo è stato l'ultimo imperatore d'Austria e governante dell'Impero Austro-Ungarico, ma è stato anche ed in particolare un padre di famiglia ed un marito amorevole e leale per sua moglie Zita. Sono stati sposati per undici anni prima della morte prematura di lui nel 1922, e hanno avuto otto figli. Nonostante le difficoltà del governo durante la Prima guerra mondiale, Carlo non ha mai dimenticato l’importanza del suo matrimonio, offrendo ai figli e ai suoi sottomessi un modello da seguire e imitare. Il giorno prima del loro matrimonio, Carlo disse a Zita: “Ora aiutiamoci l’un l’altra ad arrivare in Paradiso”. Il matrimonio, infatti, è prima di tutto un sacramento che unisce le anime dei coniugi, santificando il loro amore e rivolgendolo al destino ultimo del Paradiso nell'aiuto e nel sostegno reciproco. La coppia si fece incidere una frase speciale all’interno delle fedi nuziali. L’iscrizione recitava in latino Sub tuum praesidium confugimus, sancta Dei Genitrix (Ricorriamo alla tua protezione, o Santa Madre di Dio), per porre la loro unione sotto la protezione della Beata Vergine Maria. Prima di andare in viaggio di nozze, inoltre, la coppia compì un pellegrinaggio al santuario mariano di Mariazell, dedicato a Nostra Signora Magna Mater Austriae (Grande Madre dell’Austria). I due erano intimamente legati ed oltre a lavorare insieme come coppia reale, insegnavano ai propri figli le verità della fede. Non era semplicemente compito di Zita insegnare ai bambini come pregare, perché anche Carlo instillò nei suoi figli l’amore per Dio e insegnò loro personalmente le preghiere. Prendevano sul serio l’ideale biblico di diventare “una sola carne” in tutto. Carlo e Zita non hanno smesso di amarsi neanche quando sono sorte le difficoltà. Dopo aver affrontato l’umiliazione di essere esiliati dal proprio Paese, il loro rapporto è diventato più forte che mai. Poco dopo hanno affrontato una prova ancora più grande quando Carlo ha contratto la polmonite, che lo ha portato alla morte a neanche 35 anni. Le ultime parole di Carlo alla moglie sono state “Ti amo infinitamente”. Nei 67 anni successivi, Zita ha indossato abiti neri a indicare il suo lutto. Non ha mai smesso di amare Carlo fino alla propria morte, quando si è riunita con lui in cielo. Il loro amore non è stato un semplice sentimento, ma una scelta di amarsi “finché morte non ci separi” e oltre.
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  6. I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale meritano l'Inferno. Il ricco epulone, di cui parla il Vangelo, non serviva Dio osservando la sua Legge, ma le proprie passioni. Quando morì andò nell'Inferno (v. Lc 16, 19-26) I cattivi sono coloro che peccano disobbedendo ai comandamenti di Dio, così servono le loro passioni, il mondo, il demonio. Anche se compiono qualche opera buona, questa, non essendo essi in amicizia con Dio, non li rende meritevoli del premio eterno, che il Signore ha preparato per quelli che Lo amano. Chi muore in peccato mortale, senza prima essersi riconciliato con Dio, non ha la grazia, cioè l'amicizia con Lui e quindi non può essere ammesso alla beatitudine eterna del Paradiso, dove non entra nulla che sia macchiato. Questa verità Gesù ce la mostra con la parabola delle nozze. Colui che si era introdotto nella sala del banchetto (immagine del Paradiso) senza la veste nuziale, per ordine del padrone fu preso, legato mani e piedi e gettato fuori nel buio della notte e nel freddo dell'inverno (v. Mt 22, 1-14). La grazia divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo, è un tesoro inestimabile, da custodire con ogni cura.
  7. 3. Il martirio dell'anima Questo martirio è il più doloroso di tutti. Viene direttamente da Dio e, apparentemente, senza un motivo e senza preavviso. Santa Teresina, durante tutta la sua vita religiosa si nutrì del pane amaro dell'aridità spirituale e della mancanza di consolazione nella preghiera quotidiana. "Per me è sempre notte, sempre tenebre, notte oscura. Nelle mie relazioni con Gesù, niente: Aridità! Sonno! Ma se Gesù vuole dormire, perché dovrei impedirglielo?". Santa Teresina trovava particolarmente ostici i ritiri: "Lungi dal portarmi consolazioni, mi ha recato l'aridità più assoluta e quasi l'abbandono. Gesù dormiva, come sempre, nella mia navicella. Ah! vedo bene che di rado le anime Lo lasciano dormire tranquillamente in loro stesse. Gesù è così stanco di sollecitarle sempre con favori che si affretta ad approfittare del riposo che io Gli offro. Non si sveglierà certamente prima del mio grande ritiro dell'eternità, ma, invece di addolorarmi, ciò mi fa un piacere immenso". Il momento in cui Santa Teresina riceveva meno consolazioni era proprio quello della Santa Comunione, ma, tuttavia, non vi rinunciava, né per questo abbreviava le sue preghiere ed i suoi ringraziamenti. "Quando non sento nulla, quando sono incapace di pregare, di praticare le virtù, è quello il momento di cercare delle piccole occasioni, dei nonnulla che piacciono a Gesù. Un sorriso, una parola amabile quando avrei voglia solo di tacere. Quando non mi capita nessuna occasione, Gli voglio almeno dire tante volte che L'amo". Col tempo l'oscurità spirituale diventava sempre più fitta, e si rafforzavano le tentazioni contro la fede. "Ero estremamente provata, quasi triste, in una notte tale che non sapevo più se ero amata da Dio". E ancora: "Quando voglio riposare il cuore, stanco delle tenebre che lo circondano, ricordando il paese luminoso al quale aspiro, il mio tormento raddoppia; mi pare che le tenebre, assumendo la voce dei peccatori, mi dicano facendosi beffe di me: 'Tu sogni la luce, una patria dai profumi soavi. Tu sogni di possedere eternamente il Creatore di tutte queste meraviglie... Rallegrati della morte, che ti darà non già ciò che speri, ma una notte più profonda: la notte del niente'". Una prova orribile per chi ama Dio con tutto se stesso. E prosegue: "Non è più un velo (tra me e Dio, ndt), è un muro che si alza fino ai Cieli". Il demonio, per di più, la teneva "con una mano che pareva di ferro", per portarla alla disperazione. La Santa, però, correva da Gesù e gli assicurava che era pronta a dare il sangue per testimoniare la sua fede nella vita beata; ringraziava il buon Dio e i Santi per quella prova, convinta che che essi volessero vedere, dice: "fin dove saprò spingere la mia speranza". "Allora - scrive in una poesia - Gli dico che Egli è tutto per me, Lo copro di carezze; e le raddoppio se si nasconde alla mia fede". Il Piccolo Fiore di Lisieux soffrì questo doloroso, indescrivibile, triplice martirio simultaneo, del corpo, del cuore e dell'anima, che proseguì fino alla sua morte, fino alla sua chiamata in Paradiso. Alla fine della sua vita disse: " Non avrei mai creduto possibile soffrire tanto!", ma nonostante ciò, era sempre calma e serena, contenta e sorridente. Disse: "Tra le acque delle tribolazioni di cui ero così assetata, ero la più felice dei mortali". Saremo capaci di capire questa "austera dolcezza" solo se saremo disposti a farne l'esperienza. Ma quanto è forte il nostro amore per Dio?
  8. Merita il Paradiso chi è buono, ossia chi ama e serve fedelmente Dio, e muore nella sua grazia. Nella parabola dei talenti Nostro Signore ci dice che i servi fedeli che avranno curato gli interessi del padrone, nel giorno del rendiconto saranno premiati e resi partecipi della sua gioia (v. Mt 25, 14-24). Il merito è il diritto alla ricompensa per il lavoratore che compie bene la sua opera. Il merito è detto "de condigno" quando c'è parità tra esso e l'opera compiuta, e dà un diritto di giustizia alla ricompensa. Gesù con la Passione e Morte meritò "ex justitia", cioè "de condigno", la nostra salvezza. Il merito è "de congruo", o di convenienza, quando non vi è parità tra il servizio reso e la ricompensa, che in questo caso è dovuta non per giustizia, ma per convenienza. Ad esempio, se un bambino povero offrisse un mazzo di fiori a una regina, egli non avrebbe diritto ad una ricompensa, ma sarebbe conveniente per la generosità, dignità e ricchezza della sovrana, che ella gli donasse un premio importante, come un vestito nuovo. Noi meritiamo il Paradiso "de condigno", perché Dio ha promesso di ricompensare così le nostre buone opere. Merita il Paradiso chi è buono, cioè chi ama e serve fedelmente Dio, facendo la sua volontà, chi osserva i suoi comandamenti. Bisogna poi, anche morire in stato di grazia, perché Dio non potrebbe ammettere in Paradiso chi morisse in peccato mortale, cioè privato della sua amicizia. Dice Gesù: "Se qualcuno non resterà in me, sarà gettato via, come un tralcio che si dissecca, si raccoglie e si butta nel fuoco, dove brucia (Gv 15, 6). Per conservare la grazia di Dio e vivere nella sua volontà è fondamentale accostarsi ai sacramenti e pregare spesso e regolarmente.
  9. La preghiera Aufer a nobis Oremus. Aufer a nobis, quaesumus, Dòmine, iniquitàtes nostras: ut ad Sancta sanctòrum puris mereàmur méntibus introìre. Per Christum Dòminum nostrum. Amen. Preghiamo. Togli da noi, o Signore, le nostre iniquità: affinché con animo puro possiamo entrare nel Santo dei Santi. Per Cristo nostro Signore. È in un profondo sentimento d'umiltà e con un grande desiderio di santità che conviene salire all'altare. Durante la Messa il sacerdote è invitato ad rivestirsi di umiltà, come vediamo nelle preghiere che egli recita, a voce bassa, salendo all'altare: "Aufer a nobis...", "Liberaci da ogni iniquità...", "Oramus te, Domine", "Noi ti preghiamo, o Signore [...] degnati di perdonare tutti i nostri peccati". L'umiltà è la base di tutte le virtù, perché ci porta all'adorazione ed è la conseguenza di essa. È umile colui che si trova alla presenza di Dio, perché è la presenza di Dio che lo rende umile e gli fa prendere continuamente coscienza del suo nulla: che egli è niente mentre Dio è tutto. La virtù dell'umiltà corrisponde perfettamente all'adorazione che dobbiamo a Dio. Ci illudiamo se crediamo di essere qualcosa quando, invece, siamo nulla. Se Dio volesse, se ci abbandonasse, ritorneremmo nel nulla, non esisteremmo più. Se, dunque, viviamo per noi stessi, senza riferirci a Nostro Signore, viviamo nell'illusione, come se crediamo di essere qualche cosa grazie a noi stessi. Nessuno di noi può darsi da sé l'esistenza, per cui essa non ci appartiene, ma ci è donata da Dio. Ogni creatura deve essere umile, anche Nostro Signore lo era: "Imparate da me - Egli dice - che sono mite e umile di cuore" (Mt. 11, 29). L'umiltà non è una virtù rivolta banalmente ad abbassarci, sminuirci e piegarci, ma essa, come afferma San Tommaso d'Aquino: "È una virtù morale che ci inclina per riverenza verso Dio, ad abbassarci, rimanendo nel posto che vediamo a noi essere dovuto". Dobbiamo, dunque, abbassarci nel senso che dobbiamo mettere la nostra vita al suo giusto posto, cioè quello della vita di una creatura, riscattata dal Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Il nostro legame profondo con Dio deve essere quello delle creature e precisamente delle creature riscattate, perché siamo peccatori. Se approfondiamo la nozione di creatura, possiamo metterci nel nostro giusto posto davanti a Dio. Allo stesso modo è importante approfondire la grazia immensa che Lui ci ha fatto nel riscattarci e renderci suoi figli nel Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, dobbiamo meditare sul nostro stato di peccatori e sull'infinita misericordia di Dio verso di noi. L'umiltà, inoltre, va di pari passo con la carità, poiché la carità costituisce l'espressione più alta dell'umiltà. Cerchiamo l'umiltà per raggiungere la carità, per essere nella carità. Lottiamo contro il peccato per arrivare alla vera carità verso Dio e verso il prossimo. Il nostro scopo deve essere la carità, l'unione con Dio, l'unione con Nostro Signore.
  10. Il Paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità e, in Lui, di ogni altro bene, senza alcun male. San Pietro, avendo contemplato per alcuni istanti, sul monte Tabor, la Gloria del Cristo trasfigurato, ne fu inebriato ed uscì di sé per la gioia, desiderando di rimanere per sempre in quella beatitudine. Cosa sarà allora il Paradiso, dove si contemplerà eternamente Dio nello splendore della sua Gloria? Sulla terra le creature non possono farci felici e appagare il nostro bisogno della beatitudine senza fine. Sono piccole, limitate nel tempo e nello spazio per saziare la nostra fame di Verità e del Bene infinito, e con la morte lasceremo ogni cosa. Solo in Paradiso tutti noi potremo essere totalmente felici. Le creature sono strumenti, vie, ma solo Dio è la destinazione, il vero obiettivo. Sulla terra vediamo le opere di Dio e l'impronta della sua perfezione impressa in esse; con la fede crediamo in Dio, ma c'è sempre come un velo di oscurità a separarci da Lui; in Paradiso, invece, vedremo Dio direttamente, senza ostacoli, come Egli è per se stesso. Allora lo ameremo e lo possederemo perfettamente, così saremo pienamente felici. Dio, sommo bene, è la sorgente di ogni bene, per cui chi lo contempla, lo ama e lo possiede, gode anche di tutti i beni. Allora l'intelligenza vede tutta la Verità, grazie alla luce della Gloria, la volontà possiede tutti i beni e così tutti i desideri del cuore possono essere esauditi e il cuore riposare definitivamente. Sant'Agostino, infatti, diceva che il cuore dell'uomo non potrà mai trovare veramente la pace fino a quando non riposerà in Dio. In Lui si potranno conoscere tutti i misteri della creazione ed anche il corpo, dopo la risurrezione, parteciperà della felicità dell'anima e diventerà immortale, impassibile, luminoso e agilissimo. Se nei momenti bui della vita riusciremo a pensare alla felicità preparata per noi in Cielo, niente ci sembrerà troppo duro o penoso pur di meritarla e raggiungerla.
  11. L'ultima settimana di Quaresima si dice santa, perché in essa si celebra la memoria dei più grandi misteri operati da Gesù Cristo per la nostra redenzione. Nel giovedì santo si celebra l'istituzione del SS. Sacramento dell'Eucarestia; nel venerdì santo si ricorda la passione e morte del Salvatore; nel sabato santo si onorano la sepoltura di Gesù Cristo e la sua discesa al Limbo e dopo il segno del Gloria si comincia ad onorare la sua gloriosa risurrezione. Per passare la settimana santa secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare tre cose: 1. unire al digiuno un maggior raccoglimento interno, e un maggior fervore di orazione; 2. meditare di continuo con ispirito di compunzione i patimenti di Gesù Cristo; 3. assistere, se si può, ai divini uffici con questo medesimo spirito. Dal giovedì sino al sabato santo non si suonano le campane in segno di grande afflizione per la passione e morte del Salvatore. Nel giovedì santo si conserva un'ostia grande consacrata: 1. affinché si tributino speciali adorazioni al sacramento dell'Eucaristia nel giorno in cui venne istituito; 2. perché si possa compiere la liturgia nel venerdì santo, in cui non si fa dal sacerdote la consacrazione. Nel giovedì, dopo la Santa Messa, si spogliano gli altari per rappresentarci Gesù Cristo spogliato delle sue vesti per essere flagellato e affisso alla Croce; e per insegnarci che per celebrare degnamente la sua Passione dobbiamo spogliarci dell'uomo vecchio, cioè d'ogni affetto mondano. Nel giovedì santo si fa la lavanda dei piedi: 1. per rinnovare la memoria di quell'atto di umiliazione con cui Gesù Cristo si abbassò a lavarli ai suoi Apostoli; 2. perché Egli medesimo esortò gli Apostoli e, in persona di essi, i fedeli ad imitare il suo esempio; 3. per insegnarci che dobbiamo purificare il nostro cuore da ogni macchia, ed esercitare gli uni verso gli altri i doveri della carità ed umiltà cristiana. Nel giovedì santo i fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese in memoria de' dolori sofferti da Gesù Cristo in più luoghi, come nell'orto, nelle case di Caifa, di Pilato e di Erode, e sul Calvario. Nel giovedì santo si devono fare le visite non per curiosità, per abitudine o divertimento, ma per sincera contrizione dei nostri peccati, che sono la vera cagione della passione e morte del nostro Redentore, e con vero spirito di compassione delle sue pene, meditandone i vari patimenti; per esempio nella prima visita quel che soffrì nell'orto; nella seconda quel che soffrì nel pretorio di Pilato; e così dicasi delle altre. La Chiesa nel venerdì santo, in modo particolare, prega il Signore per ogni sorta di persone per dimostrare che Cristo è morto per tutti gli uomini e per implorare a beneficio di tutti il frutto di sua Passione. Nel venerdì santo si adora solennemente la Croce, perché essendovi Gesù Cristo stato inchiodato ed essendovi morto in quel giorno, la santificò col Suo Sangue. Si deve adorazione al solo Dio, e però quando si adora la Croce, la nostra adorazione si riferisce a Gesù Cristo morto su di essa. Nei riti del sabato santo è da considerarsi specialmente la benedizione del cero pasquale e del fonte battesimale.
  12. La portata dell’essere umano assume una valenza che giunge ai limiti di una conoscenza profonda ed esauriente per cogliere in maniera esaustiva gli aspetti della persona umana oggetto di studio di varie discipline. Pur restando complessa e quasi inesplicabile la ricerca di un nesso comune tra le diverse discipline, è evidente che l’oggetto di studio assume in se una vasta complessità tale da riconoscere nell’uomo stesso un essere complesso. La proprietà riconosciuta dalle varie discipline è il carattere relazionale intrinseco ed essenziale per la sua vitalità. Negare questo aspetto equivale a non rendere compatibile la natura stessa dell’uomo con l’oggetto della relazione fino ad affermare una asfittica autosufficienza non potendo essere in sé stesso esauriente da considerarsi tale e poter prescindere da qualsiasi relazione. Pertanto l’uomo non può essere riconosciuto come essere autosufficiente. Secondo Pascal “L’uomo non è un essere autosufficiente. È essere che si leva al disopra di se stesso. La sua natura si realizza appunto non nel dispiegamento di una disposizione chiusa in se stessa, ma in quanto essa sia portata al di sopra di sé nella comunione di vita con Dio.” Nel tempo attuale è diffusa la consapevolezza che l’uomo è una persona razionale e relazionale. Un’antropologia della relazione e dell’incontro si rende così necessaria, per ripensare l’individuo come persona e i rapporti umani alla luce dell’esodo dell’io verso il tu, in dialogica reciprocità. Il movimento verso il tu non può esaurirsi nella finitezza della materia per non lasciare inascoltata l’esuberanza di questa inclinazione da esaudire nella esperienza di infinito conosciuta come pienezza dell’essere. Sollecitato da questo profondo bisogno l’uomo deve cogliere il coraggio di interrogarsi sul vuoto opprimente dell’esistenza mondana orientata nei rivoli del godimento effimero … rivolti alla ricerca di falsi idoli. A tal punto è necessario “indagare” la dimensione relazionale umana a partire dalla individualità. L’idolatria dell’io espressa nell’individualismo lascia l’uomo nella solitudine e nell’insoddisfazione indotto da un’edonismo che la massificazione e la pubblicità invadente in un tempo di incertezza e di frammentazione sociale provocano il rischio della disumanizzazione dominante in una società globalizzata e postmoderna. Resta quindi la sfida di un essere umano che vive la sua umanità nella famiglia umana partecipe della convivenza comunitaria in un processo di crescita e di formazione della persona. Nel Tempo attuale è urgente proporre un cristianesimo autentico, credibile e adulto ricorrendo alle Scritture fonte di sapienza universale dalla quale attingere per rivelare una visione profonda dell’essere umano. Resta necessario ricorrere all’antropologia filosofica col fine di indagare sull’essere umano nella sua unità e globalità oltre le visioni particolari delle scienze umane. L’uomo è quindi un essere in relazione essendo innata questa prerogativa sia come organismo biologico che come essere spirituale. La propria vitalità dipende dal contesto relazionale nel mondo. Per la sua dipendenza da una Causa suprema ne deriva quindi l’essere come creatura. La sua dipendenza relazionale assume soprattutto un carattere spirituale. L’uomo realizza la sua umanità nel suo essere in relazione costante col Tu infinito nella dinamica di una crescita fino ad una perfezione di somiglianza col Creatore. Questa dinamica è l’espressione di un rapporto di comunione che trova caratteri salienti nella preghiera e nella contemplazione. I Il significato della preghiera per il cristiano. La preghiera valorizza la vita della Chiesa nella sua unità e nella sua missione salvifica. Nella sua condizione comunitaria il fedele come individuo è chiamato a trovare lo spazio e il tempo propizio nella meditazione per entrare in rapporto con Dio e rendere speciale la sua vita da cristiano. Per la chiesa la preghiera diventa una funzione naturale e una esigenza nella vita cristiana. La preghiera assunta come segno di mediazione tra L’uomo e Dio presenta l’espressione di un bisogno innato di Infinito. Quel bisogno esprimibile nel ricercare uno spazio interiore in cui Dio segna nel cuore del fedele le parole di amore, speranza, pace, comunione. Il clima del silenzio è la condizione propizia per instaurare una comunione feconda nella meditazione. Nella comunione il fedele giunge a scoprire un rapporto di fiducia per essere chiamato da Dio a portare la Sua Croce per salvare il mondo. La ricchezza dei Salmi La forma e la sostanza della preghiera è espressa nella scuola dei Salmi. La loro origine risale alla liturgia di Israele tramandata secondo la tradizione giudaica da David composti in forma poetica. La chiesa dalle sue origini ha recitato i salmi essendo stati preghiera di Cristo che li ha proclamati nell’assemblea del suo popolo, li ha meditati nel colloquio personale col Padre e li ha citati più volte nelle scritture. Gesù risorto così ha spiegato ai discepoli. “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” ? (Lc 24,44) I salmi sono una preghiera della chiesa adottata come esempio di preghiera quotidiana degli apostoli che vi hanno riconosciuto la profezia degli avvenimenti della passione, morte e resurrezione di Gesù. I testi dei salmi furono adottati nelle liturgie cristiane come profezia del mistero di Cristo. Nel corso dei secoli i salmi sono entrati nella liturgia fino ai nostri tempi. I salmi parte integrante nella tradizione della vita liturgica sono scuola di preghiera come edificazione personale e comunitaria. Mario Mascia
  13. Nella festa dell'Annunciazione di Maria Vergine, si celebra l'annuncio che le fece l'angelo Gabriele di essere stata eletta Madre di Dio, rivolgendole le parole con le quali anche noi la salutiamo ogni giorno: "Io ti saluto, o piena di grazia: il Signore è con te". Allora Maria si turbò, sentendosi salutare con titoli nuovi ed eccellenti, dei quali si considerava indegna. Dimostrò così una purezza ammirabile, una profonda umiltà, una fede ed un'ubbidienza perfetta. All'annuncio dell'angelo Gabriele, la Madonna fece conoscere il suo grande amore per la purezza con la sua preoccupazione di conservare la verginità, sollecitudine dimostrata nello stesso momento in cui si sentì chiamata alla dignità di madre di Dio. Fece conoscere la sua profonda umiltà con le parole: "Ecco l'ancella del Signore", pronunciate mentre diveniva madre di Dio, e la sua fede ed obbedienza col dire: "Si faccia di me secondo la tua parola". Nel momento stesso in cui Maria diede il suo consenso ad esser madre di Dio, la seconda Persona della santissima Trinità s'incarnò nel seno di lei, prendendo corpo ed anima, come abbiamo noi, per opera dello Spirito Santo. La Santissima Vergine nella sua Annunciazione: 1. insegna in particolare alle vergini a fare altissima stima del tesoro della verginità; 2. insegna a noi tutti a disporci con grande purezza ed umiltà a ricevere dentro di noi Gesù Cristo nella santa Comunione; 3. c'insegna a sottometterci prontamente al divino volere. Nella solennità dell'Annunciazione di Maria Vergine dobbiamo fare tre cose: 1. adorare profondamente il Verbo incarnato per la nostra salute, e ringraziarlo d'un sì grande benefizio; 2. congratularci colla Santissima Vergine della dignità conferitale di madre di Dio, e onorarla come nostra signora ed avvocata; 3. risolvere di recitare sempre, con grande rispetto e divozione, la salutazione angelica, detta comunemente Ave Maria.
  14. Il martirio del cuore E' un martirio ancor più doloroso di quello del corpo. Anche quando era bambina, Teresina aveva un immenso desiderio di amore e di affetto nel cuore: "Non ho un cuore insensibile - scrisse -; ma appunto perché lo so capace di soffrire molto, io bramo offrire a Gesù tutti i generi di patimenti che al mio cuore sia possibile sopportare". Quello che normalmente porta le persone a lamentarsi, per lei era, invece, fonte di gioia, perché, attraverso la sofferenza, aveva modo di dar prova del suo amore al buon Dio. Provava un'avversione tanto forte verso una consorella che spesso l'unica soluzione era la fuga; ma comunque era dolcissima verso di lei, al punto che si sospettava ci fosse tra loro un'amicizia particolare. Si dedicava volontariamente all'assistenza di una monaca malata, benché sapesse che "non era facile contentarla", e lo fece "con tanto amore che - scrisse - mi sarebbe stato impossibile far meglio se avessi dovuto condurre Gesù stesso". Aiutava la suora rotara, che metteva a dura prova la sua pazienza, per la sua grande lentezza, ma l'amorevolezza di Santa Teresina non faceva immaginare a nessuno la forte lotta interiore che doveva affrontare. Vivendo nello stesso convento con tre delle sue sorelle, soffrì molto nel dominare il suo naturale carattere affettivo: disse che, per mezzo loro, Dio le offriva più di un calice amaro. Fra tutti i membri della comunità, la Santa era quella che meno di tutte si univa alle sue sorelle durante la ricreazione; per molti mesi lavorò a fianco della sorella Paolina, ma senza dirle una parola. "Mammina mia - le dirà più tardi -, quanto soffrii allora! Non potevo aprirle il mio cuore, e pensavo che ella non mi conoscesse più". Questo martirio del cuore fu amarissimo specialmente nei riguardi del suo amato padre durante la sua dura malattia. Le mancavano le parole per esprimere il suo dolore, né tentava di descriverlo. Le sue lacrime erano tanto copiose da non riuscire a mantenere la penna per scrivere, tuttavia disse: "I tre anni del martirio di papà mi sembrano i più amabili, i più fruttuosi della nostra vita, né io li cambierei con le estasi più sublimi. Il mio cuore, dinanzi a siffatti tesori inestimabili, esclama con riconoscenza: Siate benedetto, o mio Dio, per questi anni di grazie che abbiamo trascorso nei mali. Come fu preziosa e dolce quella croce così amara". Parole misteriose! Amara, eppure dolce! Se siamo pronti ad offrire a Gesù tutte le sofferenze che il nostro cuore può sopportare, allora capiremo. Ma lo siamo per davvero?
  15. Dio ci ha creati per conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita, e per goderLo poi nell'altra in Paradiso A uno scriba che gli chiedeva quale fosse il primo comandamento, Gesù rispose essere quello che impone di amare Dio con tutto noi stessi (v. Mr 12, 28-32). Per amare bisogna prima conoscere. L'amore nasce dalla conoscenza dell'oggetto amato e porta a servire la persona amata. L'uomo è superiore a tutti gli esseri visibili per la sua intelligenza, che gli è data prima di tutto perché possa conoscere Dio, le sue opere e la sua volontà e lo glorifichi a nome di tutto il creato. A noi battezzati, oltre l'intelligenza, Dio ha dato anche il dono immensamente superiore della fede, che ce Lo fa conoscere come si è rivelato e ci fa credere ai divini misteri. Noi siamo quindi creati prima di tutto perché conosciamo Dio con il lume di ragione nelle sue opere e con il lume di fede nella rivelazione soprannaturale, andando a Lui per via della conoscenza di ragione e di fede. Dalla conoscenza naturale e soprannaturale di Dio, delle sue opere e delle sue perfezioni, nasce in noi l'amore verso Dio, via che ci guida nell'osservare liberamente la legge divina. L'amore porta a servire la persona amata. L'amore divino ci porta a servire Dio nel modo che ci è indicato dalla sua volontà espressa nei divini comandamenti, via e guida oggettiva della nostra condotta. Dio non ci costringe a fare la sua volontà. A chi lo ama e serve fedelmente in questa vita, Egli darà il premio della felicità eterna in cielo, la meta preparata da Lui a chi cammina nella fede, nell'amore e nel servizio divino. Il buon cristiano agisce sempre conformemente al fine per il quale è stato creato. Esempio Il figlio dodicenne di un milionario newyorkese, esaminando ritagli di giornali vecchi, lesse che il padre dodici anni prima aveva adottato un trovatello. Nella speranza di scoprire un fratello domandò al babbo: "Papà, che ne è del bambino che ha adottato dodici anni fa e che ora dovrebbe avere la mia età?". Stringendo a sé il ragazzo, il ricco milionario gli disse: "E' una storia che ti riguarda da vicino, figlio mio! Non avrei voluto dirtelo e pensavo di non svelarti questo segreto. Tu sei l'orfanello di un giorno, che io adottai per impedire che fossi portato al ricovero dei trovatelli. Ma ora sei mio figlio e tutte le mie ricchezze, tutti i miei beni, tutto il mio amore sono per te! Mi basta che tu sia un figlio affezionato, degno dell'amore di tuo padre!" - "Papà, te lo prometto, sarò sempre degno del tuo amore!". Noi siamo i figli adottivi di Dio, fatti eredi del suo amore e delle sue ricchezze. Viviamo in modo da essere figli degni di tale Padre!
  16. LA PREGHIERA DEL CONFITEOR S - Confíteor Deo Omnipoténti, Beátae Maríae semper Vírgini, Beáto Michaëli Archángelo, Beáto Ioánni Baptístæ, Sanctis Apostόlis Petro et Paulo, όmnibus Sanctis et tibi, pater, quia peccávi nimis cogitatiόne, verbo et όpere (Percutit sibi pectus ter, dicens:) Mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa; Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, Beátum Michaélem Archángelum, Beátum Ioánnem Baptístam, Sanctos Apόstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et te, pater, oráre pro me ad Dόminum Deum Nostrum. C - Misereátur vestri Omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis vestris, perdúcat vos ad vitam ætérnam. S - Amen. C - Indulgéntiam, † absolutiόnem et remissiόnem peccatόrum nostrόrum tríbuat nobis Omnípotens et Miséricors Dόminus. S - Amen. C - Deus, tu convérsus vivificábis nos. S - Et plebs tua lætábitur in te. C - Osténde nobis, Dόmine, misericόrdiam tuam. S - Et salutáre tuum da nobis. C - Dόmine, exáudi oratiόnem meam. S - Et clámor meus ad te véniat. C - Dόminus vobíscum. S - Et cum spíritu tuo. S - Confesso a Dio Onnipotente, alla Beata sempre Vergine Maria, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, a tutti i Santi e a te padre, che ho peccato molto in pensieri, parole ed opere, (si percuote il petto tre volte, dicendo:) per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. E supplico la Beata sempre Vergine Maria, San Michele Arcangelo, San Giovanni Battista i Santi Apostoli Pietro e Paolo, tutti i Santi e a te padre, di pregare per me il Signore Dio nostro. C - Dio Onnipotente abbia misericordia di voi, perdoni i vostri peccati e vi conduca alla vita eterna. S - Amen. C - Il Signore, Onnipotente e Misericordioso, ci conceda l’indulgenza, l’assoluzione e il perdono dei nostri peccati. S - Amen. C - Volgendoti a noi, o Dio, ci farai vivere. S - E il tuo popolo si allieterà in te. C - Mostraci, o Signore, la tua misericordia. S - E donaci la tua salvezza. C - Signore, ascolta la mia preghiera. S - E il mio grido giunga fino a te. C - Il Signore sia con voi. S - E con il tuo spirito. Ogni uomo è peccatore e deve riconoscerlo. La liturgia tradizionale, quella che la Chiesa ci ha trasmesso da secoli e secoli, è un'ammirabile scuola di umiltà. Lo si vede chiaramente nei gesti e nelle azioni: le prostrazioni, le genuflessioni, gli inchini, sono altrettante manifestazioni della nostra umiltà, della nostra riverenza prima di tutto nei riguardi di Dio. Il sacerdote, all'inizio della Messa, durante la preghiera del Confiteor si inchina, come il pubblicano, con gli occhi bassi verso terra, dicendo: "Signore, abbi pietà di me, che sono un povero peccatore" (Lc. 18,13). Anche noi siamo peccatori. La prima lettera di san Giovanni è molto chiara su questo punto: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto e ci perdona e ci purifica da ogni iniquità. Se diciamo che siamo senza peccato, facciamo di lui un mentitore e la sua parola non è in noi. Figlioli miei, vi scrivo queste cose affinché non pecchiate. E se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo, il Giusto. Egli stesso è vittima di propiziazione per i nostri peccati, non solamente per i nostri, ma per quelli di tutto il mondo" (1 Gv. 1,8-22). Dobbiamo ricordarci del nostro stato di peccatori, anche le anime più perfette se ne sono sempre ricordate, perché avvertivano nella loro natura tutte le conseguenze del peccato, ne soffrivano e se ne sentivano stimolate ad essere più fervorose, a contemplare maggiormente la Passione di Nostro Signore, a essere più legate alla Croce di Nostro Signore per essere più perfette. I Santi si sono sempre considerati peccatori e proprio per questo si sono avvicinati tanto a Dio che, al ricordo dei loro peccati, anche dei più piccoli, ne hanno visto la gravità, pentendosi e ritenendo la loro vita insufficiente a rimpiangere le colpe commesse davanti alla bontà di Dio, al suo Amore. Come quando ci si avvicina a un quadro se ne notano i difetti che non si vedono da lontano, così più la nostra anima si avvicina a Dio più grandi appaiono i nostri difetti. Nella Messa alcune preghiere ci ricordano proprio che siamo peccatori, per farci invocare la misericordia di Dio. Una virtù da ricercare e che ci è tanto consigliata dalle preghiere della Santa Messa, è la contrizione interiore, che gli antichi chiamavano compunzione. Essa consiste nell'aver sempre davanti a noi il ricordo del nostro peccato. Questo non ci umilia. Non crediamo che sia per umiliarci che la Chiesa ci chiede questa virtù, ma per la nostra santificazione e per metterci nella realtà della vita spirituale. Chi vivesse questo stato di compunzione abituale eviterebbe molti peccati, perché questo dolore, questa disposizione interiore rispetto al nostro stato di peccatori, ci allontana dal peccato. Se ci dispiacciamo del peccato, se ne abbiamo orrore, allora nasce in noi questo sentimento, questo istinto di disprezzo e rifiuto del peccato. Sono disposizioni molto favorevoli alla vita spirituale e propizie all'esercizio della carità, perché la penitenza è richiesta da Dio e dalla Chiesa per farci praticare la carità, per distruggere in noi l'egoismo, l'orgoglio, tutto ciò che è vizio, che in qualche maniera imprigiona il nostro cuore, che lo chiude in una piccola torre d'avorio.
  17. Il martirio del corpo Santa Teresina, nella preghiera, aveva chiesto di soffrire le pene del martirio, e fu esaudita. Le sue sofferenze fisiche furono, anzi, più di un martirio. Soffrì molto anche durante la sua infanzia, ma fu soprattutto verso la fine della sua vita terrena che le sue pene si moltiplicarono. Le sue forze diminuirono; si trascinava, nel vero senso della parola, ai vari esercizi della Comunità, compiendo ogni dovere, anche il più faticoso ufficio liturgico della sera, sebbene dovesse combattere contro lo stordimento e le vertigini per mantenersi in piedi. Quando tutto era finito, si trascinava sulle scale aggrappandosi al corrimano, e si fermava ad ogni scalino, per riprendere fiato, tanto che impiegava almeno mezz'ora per attraversare il corridoio ghiacciato che la conduceva nella sua fredda cella. Una volta arrivataci, era così spossata che le ci voleva almeno un'ora per spogliarsi. Allora provava a riposare sul duro pagliericcio ma, avendo solo due coperte sottili, trascorreva l'intera notte tremando dal freddo. La sua malattia, avendo indebolito il sangue, la rese molto più sensibile al freddo, tanto che ella stessa confessò sul letto di morte: "Ciò per cui soffersi di più fisicamente, durante la mia vita religiosa, fu il freddo; ne soffersi da morire". Ma continuò a combattere, perché uno dei suoi principi era: "Bisogna essere all'estremo delle forze, prima di muover lamento". Infine, non riuscendo più a stare in piedi, fu costretta a mettersi a letto. Le sue pene aumentavano; tossiva gran parte della notte, di giorno era consumata da una febbre ardente e spossata da un copioso sudore; era colpita da violente emorragie ed attacchi di soffocamento; il suo estremo deperimento le causava tante piaghe dolorose. Quando l'infermiera provava a darle un po' di sollievo mettendola seduta, santa Teresina diceva di sentirsi sedere sugli arpioni. "Se solo sapesse - le disse - quello che soffro. Bisognerebbe farne l'esperienza per sapere cosa significa. Posso facilmente capire perché le persone senza fede, quando soffrono in questo modo, sono tentate di togliersi la vita... Vi dico che, quando si soffre così, manca solo un passo per impazzire". Osiamo ancora chiedere se la piccola Teresa soffrì tanto? Eppure, c'era sempre un dolce sorriso sulle sue labbra. E noi non possiamo sopportare con un sorriso delle pene insignificanti per amor di Dio?
  18. L’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina sociale della Chiesa (https://www.vanthuanobservatory.org/), istituzione culturale fondata dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi e diretta dal professor Stefano Fontana, ha tra le proprie finalità l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa (DSC). Sono così nate le Scuole di DSC “Mater et Magistra” (Area Scuole DSC : News dell'Osservatorio (vanthuanobservatory.org) organizzate dall’Osservatorio in diverse regioni d’Italia (Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, etc.) con un ricco insegnamento articolato in moduli di base e moduli specialistici. Queste Scuole hanno contribuito negli anni alla formazione di un laicato consapevole e socialmente attivo, sono nate esperienze associative locali e diversi partecipanti alle Scuole “Mater et Magistra” si sono poi impegnati in politica a livello locale. Purtroppo da un anno ormai è tutto bloccato a causa delle norme governative anti-covid. Ci siamo interrogati a lungo sul da farsi, se aspettare o se optare per soluzioni alternative alla tradizionale lezione in presenza. Considerato che è passato più d’un anno e che non si vede la fine di questo stato di cose, l’Osservatorio ha ritenuto di non poter più attendere perché oggi c’è assoluto bisogno di un solido insegnamento della DSC per formare un laicato cattolico consapevole e intellettualmente attrezzato alla battaglia culturale. Con queste ragioni, auspicando il crescere della militanza cattolica impegnata socialmente, politicamente e culturalmente, l’Osservatorio ha dato vita alla SCUOLA NAZIONALE DI DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA on-line. Vedi il Programma qui https://www.vanthuanobservatory.org/wp-content/uploads/2021/02/VAN-THU%C3%82N-2021-scuola-programma.pdf ]. Dieci lezioni, arricchite dalla possibilità di interloquire con i docenti, sui fondamenti del pensiero socio-politico cattolico, sulla grande tradizione sociale della Dottrina Cattolica. Chiarezza, rigore razionale, nessuna autocensura politicamente corretta. La Scuola vuole essere una palestra di verità dove pensare cattolicamente l’economia, il diritto, la politica, la vita sociale. Questa Scuola Nazionale on-line vuole essere l’inizio d’un progetto più grande, una rete nazionale di Scuole di DSC presenti su tutto il territorio italiano dove si possa formare stabilmente il laicato cattolico alla plurisecolare Dottrina sociale. La Scuola è aperta a tutti quanti siano interessati a conoscere la Dottrina sociale della Chiesa nella sua integralità. E’ importante che vi siano iscritti di ogni regione e provincia d’Italia e che vi aderiscano realtà cattoliche locali con i propri associati così da costituire il naturale punto di partenza per un futuro locale della DSC. I dieci docenti, tutti altamente qualificati ed esperti nella materia, tratteranno alla luce della DSC molti temi di natura filosofico-teologica, giuridica, economica, politica: dal bene comune alla sussidiarietà, dal lavoro alla famiglia, dal rapporto politica/religione al concetto di popolo e nazione. Per informazioni e iscrizioni inviare una e-mail alla Segreteria dell’Osservatorio (info@vanthuanobservatory.org ) . Don Samuele Cecotti Vice-Presidente Osservatorio Van Thuân
  19. Dio ha cura e provvidenza delle cose create, e le conserva e dirige tutte al proprio fine, con sapienza, bontà e giustizia infinita. Il Salvatore ci raccomanda: Non angustiatevi per la vostra vita, di quello che mangerete, né per il vostro corpo, di quello che vestirete. La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. E voi non valete di più? (Mt 6, 25-26; cfr. ivi, 26-34). La cura che Dio ha per le sue creature è immensamente più grande di quella della mamma per i figli. Dio è sapienza infinita e conosce ciò che ha creato; è onnipotente e può averne cura; è infinitamente buono, ama le sue creature, e non può fare a meno di averne cura e di provvedere ad esse quanto occorre. Come un fiume per scorrere deve essere alimentato dalla sorgente, così le creature, per continuare ad esistere e ad agire, devono essere conservate da Dio, sorgente del loro essere e del loro potere, altrimenti scomparirebbero istantaneamente nel nulla da cui furono tratte. Dio ha creato ogni essere per un fine specifico e dirige ogni cosa al fine generale che è la sua gloria. Il Signore, infatti, ha fatto tutte le cose per se stesso (Pr 16, 4). Con le leggi fisiche dirige le cose prive di libertà; con la legge morale governa gli esseri liberi, come la via guida il viandante alla meta. La provvidenza divina si manifesta specialmente nel dare alle cose le vie e i mezzi necessari per raggiungere il fine voluto per esse, e nel dirigerle con la sua potenza perché ognuna lo consegua e tutte insieme gli diano la gloria di cui ha diritto. Gli attributi divini che più rifulgono nella divina provvidenza sono: 1) la sapienza. - Nel creato esiste un ordine meraviglioso, dall'attività degli esseri liberi al movimento degli astri, alla composizione dell'atomo invisibile. In tale ordine perfetto ogni cosa tende al suo fine particolare e tutti gli esseri uniti cantano la sapienza e la grandezza di Dio. Solo l'uomo che usa male della sua libertà può andare contro l'ordine della sapienza divina. Tutto è regolato da leggi e condotto per vie che sono l'impronta dell'infinita sapienza divina; 2) la bontà. - Nell'ordine della provvidenza rifulge sovrana la divina bontà, che crea, conserva, dirige per amore ogni cosa alla perfezione e tutto ha posto al servizio dell'uomo, perché riconosca l'amore di Dio e canti, a nome di tutti gli esseri, la gloria divina; 3) la giustizia. - La giustizia di Dio si manifesta nel dare a ogni cosa ciò che le è necessario per conseguire il fine particolare (all'occhio perché possa vedere, al cibo perché nutra, all'intelligenza perché conosca la verità...) e il fine generale della gloria di Dio. La giustizia divina, inoltre, si manifesta nel premiare gli esseri liberi che osservano la legge morale e nel castigare quelli che la trasgrediscono. In Dio le vie della sapienza, bontà e giustizia sono infinite, come tutte le altre perfezioni. Nel creato non si manifesta tutta l'infinità delle divine perfezioni, ma la loro impronta è così manifesta, grande, fulgida, che ci riempie di stupore, ancorché non comprendiamo l'opera divina che in minima parte. Dall'umile filo d'erba agli astri smisurati, tutto canta la sapienza, la bontà, la giustizia di Dio, ed è via che ci conduce a Lui nostro principio, modello e fine.
  20. L'inchino al Gloria Patri C - Glòria Patri et Fìlio et Spirìtui Sancto. S - Sicut erat in princìpio et nunc et semper, et in saecula saeculòrum. Amen. C - Introìbo ad altàre Dei. S - Ad Deum Qui laetìficat iuventùtem mèam. C - Adjutòrium nostrum in nòmine Dòmini. S - Qui fècit caelum et terram. C - Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. S - Come era nel principio, e ora, e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen. C - Mi accosterò all'altare di Dio. S - A Dio che allieta la mia giovinezza. C - Il nostro aiuto è nel nome del Signore. S - Egli ha fatto cielo e terra. Voi dite alla fine del salmo: Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto... et in saecula saeculorum. Amen. E' la più bella preghiera che fate, non dimenticatelo! E' la conclusione della preghiera dei salmi. La Chiesa ha voluto mettere questa preghiera alla fine dei salmi perché é come la conclusione, il risplendere di tutta la preghiera. Non potremmo pregare meglio che dicendo: Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto... et in saecula saeculorum. Amen. E' la più bella preghiera che noi possiamo fare. E se, dicendo questa preghiera vi inchinate davanti alla Santissima Trinità, è per adorarla, perché non c'è niente di più grande, di più sublime, di più bello che adorare la Santissima Trinità. La fede ci rivela che Dio Padre genera il Verbo. Scoprire questo è meraviglioso, straordinario! Dio Padre non è solo. Genera nel suo amore il Verbo di Dio, una persona assolutamente uguale a Lui. E il Verbo ama suo Padre di un amore uguale a lui stesso. E l'amore, col quale il Padre e il Figlio si amano mutuamente, genera una terza Persona che è lo Spirito Santo. E' una scoperta che ci fa comprendere la vita intima di Dio nell'eternità prima dell'inizio del mondo e che ci fa cogliere come Dio abbia comunicato il suo amore alle creature. Il Buon Dio ha sempre avuto questa vita intensa d'amore, che oltrepassa tutto ciò che noi possiamo concepire e immaginare. Se il Verbo è assolutamente uguale al Padre è perché il Padre non tiene nulla per sé del suo amore: dà tutto al Verbo, la sua propria vita e tutto il suo Essere, restando comunque se stesso, certamente! La sola differenza tra il Padre e il Figlio è che uno genera e l'altro è generato. Fuori da questa relazione di paternità e figliolanza, sono esattamente uguali. Non vi sono più qualità, più potere, più intelligenza nel Padre che nel Figlio. Ed è così da tutta l'eternità. Da tutta l'eternità, Dio Padre genera suo Figlio e l'amore del Padre e del Figlio genera quella terza Persona che è lo Spirito Santo. Il Padre e il Figlio sono co-principio dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l'amore con il quale si amano. E' il grande mistero! Il mistero dell'Incarnazione e il mistero della Redenzione sono certamente dei grandi misteri che mostrano l'amore del Buon Dio nei nostri confronti. Ma non esistono che a causa della Santissima Trinità. Se non ci fosse stata la Santissima Trinità, non ci sarebbe stata né l'Incarnazione né la Redenzione. Così il grande mistero che ci rallegrerà per tutta l'eternità sarà soprattutto il mistero della Trinità.
  21. Dio non può fare il male, perché non può volerlo; ma lo tollera per lasciar libere le sue creature, sapendo poi ricavare il bene anche dal male. Dopo che Gesù ebbe digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, gli si accostò satana per distoglierlo dalla missione messianica e magisteriale, inducendolo a peccare di gola, di presunzione e d'idolatria (v. Mt 4, 1-10). Le tentazioni diaboliche riuscirono vane, perché Cristo era Dio, non poteva fare il male e neppure volerlo. Il male è la mancanza del bene dovuto a chi ne è privo. Se manca un bene fisico, come la vista al cieco e l'udito al sordo, allora il male è fisico; se, invece, manca una perfezione o bene morale, come la giustizia o la purezza, allora il male è morale. Il vero male, però, è solo quello morale, non il male fisico. Dio può volere il male fisico per un bene superiore, Gesù Cristo, infatti, volle la passione e la morte, con tutte le sofferenze, per il bene della nostra salvezza. Dio, invece, non può volere il male morale, perché è bontà infinita. Se potesse volerlo e farlo, offenderebbe se stesso, non sarebbe più Dio, ma appunto come potrebbe Dio non voler essere più Dio? Il più grande dono naturale datoci da Dio è la libera volontà, per cui possiamo volere o no, scegliere una cosa o un'altra, senza essere costretti né dall'esterno né dall'interno. Dio ci ha dato la libertà perché scegliamo senza costrizioni il bene da Lui voluto. Noi, però, possiamo usare male la libertà scegliendo il male, commettendo il peccato col fare ciò che Dio ha proibito, o non facendo quello che ha comandato. Il Creatore potrebbe toglierci la libertà e ridurci allo stato di bruti che agiscono per istinto, e impedirci di volere e scegliere il male. Ma Egli rispetta il dono che ci ha fatto, e si limita a proibirci, senza impedircelo, di volere il male morale o peccato. Dio permette il male per fini che conosciamo solo in minima parte, ma sappiamo che lo fa per ricavarne sempre qualche bene. Egli permette le persecuzioni contro la Chiesa per purificare i suoi eletti, rendendoli più simili a Cristo e maggiormente meritevoli della gloria celeste. Dai mali spaventosi delle guerre sa trarre il bene dell'eroismo e della manifestazione della vera carità. Permise il tradimento di Giuda usandolo per il compimento del sommo bene della Redenzione. Chi abusa della sua libertà per commettere il peccato opera per la sua rovina.
  22. "Strappate i vostri cuori, non le vostre vesti, e tornate al Signore, vostro Dio". [1] Queste parole dell'odierna epistola esprimono il programma della nostra osservanza quaresimale annuale. È un programma per rivolgere i nostri cuori in modo più completo e perfetto al glorioso Cuore trafitto di Gesù. Nelle parole delle Sacre Scritture, siamo chiamati a guardare a Colui il cui Cuore amorevole abbiamo trafitto dai nostri peccati. [2] Contemplando il Cuore trafitto di Gesù, siamo pieni di stupore davanti all'incommensurabile amore di Dio per noi. Innalzando i nostri cuori, appesantiti da tante cure e distrazioni e affetti disordinati, al Cuore di Gesù, riceviamo la grazia di amare come Dio ama, di essere purificati dai nostri peccati e rafforzati dalla grazia divina per l'amore di Dio e del nostro vicino. Nostro Signore attira i nostri cuori al Suo Cuore trafitto, affinché conosciamo il Suo amore, lo amiamo a nostra volta e portiamo il Suo amore ai nostri fratelli e sorelle. Possa la nostra osservanza quaresimale riempirci di gioia per l'amore di Dio, riversato su di noi ogni giorno dal glorioso Cuore trafitto di Gesù, e di zelo per portare il dono dell'amore di Dio al mondo. Quando iniziamo il Tempo di Quaresima, riflettiamo sui mezzi con cui squarciamo i nostri cuori, aprendoli al dono dell'amore divino, elevandoli al Signore, affinché riposino nel Suo Sacro Cuore. Il vangelo di oggi, tratto dal Discorso della Montagna di nostro Signore, ci ricorda i tradizionali e comprovati mezzi di conversione del cuore: la preghiera, il digiuno e l'elemosina. I nostri giorni quaresimali sono segnati da una nuova attenzione alla preghiera, da una limitazione intenzionale nell'uso dei beni materiali e dal dono dei beni della nostra sostanza per aiutare i nostri fratelli e sorelle bisognosi. Grazie a queste pratiche quaresimali tradizionali, arriviamo a conoscere il nostro peccato e rispondiamo, non con scoraggiamento, ma con la fiducia nell'immancabile settuplo dono dello Spirito Santo effuso nei nostri cuori dal Sacro Cuore di Gesù. Dom Prosper Guéranger, nel suo commento al Mercoledì delle Ceneri, ci istruisce: All'inizio di ogni giorno di Quaresima, ricordiamo le parole di san Paolo nella sua seconda lettera ai Corinzi , esortando i primi cristiani a Corinto e esortandoci a "non ricevere invano la grazia di Dio". [4] Prendiamoci un po 'di tempo oggi per riflettere sui modi pratici in cui ognuno di noi sarà più devoto nella nostra preghiera quotidiana e nella partecipazione alla vita sacramentale della Chiesa, più rispettoso e contenuto nel nostro uso dei beni materiali e più altruista nel il nostro amore per il prossimo, specialmente per i nostri fratelli e sorelle che hanno più bisogno. In modo speciale, la nostra osservanza quaresimale si concentri sulla Santa Eucaristia, sulla partecipazione alla Santa Messa e sulla preghiera e devozione eucaristica. Come ci insegna san Tommaso d'Aquino, "il bene spirituale comune di tutta la Chiesa è contenuto sostanzialmente nel sacramento stesso dell'Eucaristia". [5]Nella Santa Eucaristia, incontriamo la presenza reale di nostro Signore per la nostra guarigione e forza. Innalzando i nostri cuori al Cuore di Gesù nel Sacrificio eucaristico, riceviamo in abbondanza il dono dell'amore di Dio per la cura di ogni fratello e sorella e del nostro mondo. Possano le ceneri che ora verranno imposte sulle nostre teste essere il segno della conversione dei nostri cuori al Sacro Cuore di Gesù, che intraprendiamo durante il tempo di Quaresima. Possano essere il segno della nostra comunione con il nostro Signore Gesù Cristo nel suo sacrificio eucaristico, con il quale giustamente iniziamo la nostra osservanza quaresimale. Possano essere il segno del dono della nostra vita, in Cristo e con Cristo, nell'amore puro e disinteressato di Dio e del prossimo. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Raymond Leo Cardinal Burke [1] Gioele 2, 13. [2] Zacc 12, 10. [3] "Ces soddisfazioni, si adoucies aujourd'hui per l'indulgence de l'Église, étant offertes à Dieu avec celles du Rédempteur lui-même, et fécondées par cette communauté qui réunit en un faisceau de propitiation les saintes œuvres de tous les membres de l'Église militante, purifieront nos âmes et les rendront dignes de participer aux joies si pures de la Pâque. Ne soyons donc pas tristes de ce que nous jeûnons; soyons-le seulement d'avoir, par le péché, rendu notre jeûne nécessaire. " Prosper Guéranger, L'Année liturgique , Le Temps de la Septuagésime, 17 ème éd. (Tour: Maison Alfred Mame et Fils, 1924), p. 254. Traduzione inglese: Prosper Guéranger, The Liturgical Year, Septuagesima, tr. Laurence Shepherd (Fitzwilliam, NH: Loreto Publications, 2000), p. 215. [4] 2 Cor 6, 1. [5] "… bonum commune spirituale totius Ecclesiae continetur substantiter in ipso Eucharistiae sacramento." Summa Theologiae , III, q. 65, art. 3, ad 1. Traduzione inglese: San Tommaso d'Aquino, Summa Theologica , vol. 4, Tr. Padri della provincia dominicana inglese (Westminster, MD: Christian Classics, 1981), p. 2372.
  23. Forse il termine migliore per descrivere lo stato attuale della Chiesa è confusione, confusione che spesso rasenta l’errore, confusione che sembra voler mettere alla prova il limite tra il vero e il falso in quanto attiene alla fede e alla morale. La confusione non è limitata all’una o all’altra dottrina o disciplina o aspetto della vita della Chiesa, ma, piuttosto, è pervasiva. In fondo, sembra esserci una confusione sull’identità stessa della Chiesa. Perché è importante studiare la confusione che segna così profondamente lo stato attuale della Chiesa? La confusione ha la sua origine in un mancato rispetto della Verità, o nella negazione della Verità o nella finzione di non conoscere la Verità o nell’incapacità di dichiarare la Verità che si conosce. Nel suo confronto con gli scribi e i farisei in occasione della Festa dei Tabernacoli, Nostro Signore ha parlato chiaramente di coloro che promuovono la confusione, rifiutando di riconoscere la verità e di dire la verità. La confusione è opera del Maligno, come insegnò Nostro Signore stesso, quando pronunciò queste parole agli scribi e ai farisei: Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio[1]. La cultura delle bugie e la confusione che esse generano non ha assolutamente nulla a che fare con Cristo e con la Sua Sposa, la Chiesa. Ricordate l’ammonimento di Nostro Signore nel Discorso della Montagna: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”[2]. Perché è importante per noi riflettere sullo stato attuale della Chiesa, segnato com’è da tanta confusione? Ciascuno di noi, in quanto membri viventi del Corpo Mistico di Cristo, è chiamato a combattere la buona battaglia contro il Male e il Maligno, e a seguire la strada del Bene, la strada di Dio, con Cristo. Ciascuno di noi, secondo la nostra vocazione di vita e i nostri doni particolari, ha l’obbligo di dissipare la confusione e di manifestare la luce che viene solo da Cristo, vivo per noi nella Tradizione vivente della Chiesa. Non dovrebbe sorprendere che, nello stato attuale della Chiesa, coloro che si attengono alla verità, che sono fedeli alla Tradizione, siano etichettati come rigidi e tradizionalisti perché si oppongono all’agenda prevalente della confusione. Sono descritti dagli autori della cultura della menzogna e della confusione come persone povere e carenti, malate bisognose di cure. In realtà, se tali etichette significano che aderiamo alla Sacra Tradizione e siamo pronti a lottare per essa, allora dovremmo essere orgogliosi di essere così etichettati, anche se il fatto delle divisioni che manifestano ci rende profondamente tristi. Alla fine, vogliamo solo una cosa, cioè poter dichiarare, come dichiarò San Paolo alla fine dei suoi giorni terreni: Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione[3]. Non resistiamo alle bugie e alla confusione perché siamo agguerriti. È per l’amore di Nostro Signore e della Sua presenza viva con noi nella Chiesa che combattiamo per la verità e per la luce che porta sempre nella nostra vita. Oltre al dovere di combattere le bugie e la confusione nella nostra vita quotidiana, come membra vive del Corpo di Cristo, abbiamo il dovere di far conoscere le nostre preoccupazioni per la Chiesa ai nostri pastori: il Romano Pontefice, i Vescovi e i sacerdoti che sono i principali collaboratori dei Vescovi nel pascere il gregge di Dio. Uno dei primi canoni del Titolo I, “Gli obblighi e i diritti di tutti i fedeli”, del Libro II, “Il popolo di Dio”, del Codice di diritto canonico recita: CAN. 212 §1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa. §2. I fedeli sono liberi di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri. §3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone[4]. Le fonti del can. 212, novità del Codice di Diritto Canonico, sono gli insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, in particolare il n. 37 della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, e il n. 6 del Decreto sull’apostolato dei laici, Apostolicam Actuositatem. L’efficace comunicazione tra coloro che esercitano l’ufficio pastorale ed i fedeli laici che svolgono l’apostolato della santificazione del mondo in tutte le sue dimensioni mira sia alla cura spirituale dei fedeli laici, affinché possano fronteggiare le sfide dell’apostolato, sia al bene della Chiesa stessa, a cui i fedeli laici sono giustamente chiamati a dare il loro contributo. Come sottolinea la legislazione canonica, in fedeltà all’insegnamento della Chiesa nei documenti appena citati, i fedeli laici sono chiamati a far conoscere le loro preoccupazioni per il bene della Chiesa, anche rendendo pubbliche queste preoccupazioni, sempre nel rispetto dell’ufficio pastorale così come costituito da Cristo nel fondare la Chiesa durante tutto il suo ministero pubblico, soprattutto attraverso la sua Passione, Morte, Risurrezione, Ascensione e invio dello Spirito Santo a Pentecoste. In effetti, gli interventi dei fedeli laici con i loro pastori per la crescita della Chiesa non solo non sminuiscono il rispetto per l’ufficio pastorale ma, di fatto, lo confermano. Il numero 37 di Lumen Gentium conclude: Da questi familiari rapporti tra laici e pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti è fortificato nei laici il senso della loro responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all’opera dei pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e più giustamente sia in materia spirituale che temporale; così che tutta la chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, possa compiere con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo[5]. Purtroppo, oggi, tra alcuni nella Chiesa, la legittima espressione di preoccupazione per la missione della Chiesa nel mondo, da parte dei fedeli laici, è giudicata priva di rispetto per l’ufficio pastorale. Ciò che occorre è l’accettazione rispettosa delle espressioni di preoccupazione e una risposta tempestiva, in accordo con la fede e con la ragione. Il Decreto sull’Apostolato dei Laici, infatti, ci ricorda l’importanza cruciale di tali scambi tra pastori e fedeli laici in un momento in cui la cultura è totalmente secolarizzata e spesso ostile alla Chiesa e alla sua missione. Dichiara: Siccome in questo nostro tempo sorgono nuovi problemi e si diffondono gravissimi errori che cercano di distruggere dalle fondamenta la religione, l’ordine morale e la stessa società umana, questo Sacro Concilio esorta vivamente i laici, perché, secondo le doti di ingegno e la dottrina di ciascuno, seguendo il pensiero della Chiesa, adempiano con più diligenza la parte loro spettante nell’enucleare, difendere e rettamente applicare i principi cristiani ai problemi attuali[6]. La già formidabile sfida presentata da una secolarizzazione sempre crescente e più aggressiva è resa ancora più formidabile da diversi decenni di mancanza di una sana catechesi nella Chiesa. Soprattutto, nel nostro tempo, i fedeli laici guardano ai loro pastori affinché espongano chiaramente i principi cristiani e la loro fondazione nella tradizione della fede così come è stata tramandata nella Chiesa in una linea ininterrotta. Vediamo ora due delle manifestazioni più allarmanti dell’attuale cultura della menzogna e della confusione nella Chiesa, che tutti siamo chiamati ad affrontare. La prima manifestazione che tratto è la confusione sulla natura stessa della Chiesa e sul suo rapporto con il mondo. Oggi sentiamo sempre di più che tutti gli uomini sono figli di Dio e che i cattolici dovrebbero relazionarsi con persone di altre religioni e di nessuna religione come figli di Dio. Questa è una menzogna fondamentale e fonte della più grave confusione. Tutti gli uomini sono creati a immagine e somiglianza di Dio, ma, dalla caduta dei nostri Progenitori, con la conseguente eredità del peccato originale, gli uomini possono solo diventare figli di Dio in Gesù Cristo, Dio Figlio, che Dio Padre ha mandato nel mondo, affinché gli uomini potessero tornare a diventare suoi figli e figlie attraverso la fede e il Battesimo. È solo attraverso il Sacramento del Battesimo che diventiamo figli di Dio, figli e figlie adottivi di Dio nel Suo unigenito Figlio. Nei nostri rapporti con persone di altre religioni e di nessuna religione, dobbiamo mostrare loro il rispetto dovuto a coloro che sono creati ad immagine e somiglianza di Dio ma, allo stesso tempo, dobbiamo dare testimonianza della verità del peccato originale e della giustificazione attraverso il Battesimo. Altrimenti, la missione di Cristo, la Sua Incarnazione redentrice e la continuazione della Sua missione nella Chiesa non hanno senso. Non è vero che Dio vuole una pluralità di religioni. Ha mandato il Suo unigenito Figlio nel mondo per salvare il mondo. Gesù Cristo, Dio Figlio Incarnato, è l’unico Salvatore del mondo. Nelle nostre interazioni con gli altri, dobbiamo sempre dare testimonianza della verità su Cristo e sulla Chiesa, affinché coloro che seguono un’altra religione o non hanno religione possano ricevere il dono della fede e cercare il Sacramento del Battesimo. Una seconda area della cultura delle bugie e della confusione ha a che fare con la Regalità di Cristo. Dio Padre ha costituito Cristo come Re del Cielo e della terra. Dal suo glorioso Cuore trafitto, Cristo riversa la grazia della verità e dell’amore divini, affinché i nostri cuori siano purificati e infiammati per portare la sua verità e il suo amore al mondo. È Cristo, vivo nella sua Chiesa, che ci permette di vivere nel mondo in modo giusto e amorevole. Oggi si sente spesso affermare che la Chiesa deve seguire ciò che dichiara lo Stato o ciò che dichiara la scienza, come se non avesse nulla da dire sulle situazioni in cui si trova l’uomo. Stiamo assistendo tragicamente agli effetti di questa menzogna e di questa confusione nella risposta della Chiesa al virus di Wuhan, che ha lasciato molti fedeli senza il ministero dei suoi sacerdoti e la grazia dei Sacramenti in un momento di intensa sofferenza e di fronte alla morte stessa. Ne siamo testimoni anche nella risposta alle questioni ambientali e alle questioni di giustizia sociale, come ad esempio l’accoglienza degli immigrati, senza riferimento al costante insegnamento della Chiesa. Oggi, alcuni nella Chiesa danno l’impressione che la dottrina e la disciplina perenne della Chiesa non abbiano nulla a che fare con una risposta cristiana alle sfide del tempo. Di conseguenza, il pensiero politico e il pensiero scientifico non sono inseriti nel pieno contesto della verità e dell’amore divini, che corregge ed eleva tale pensiero, in modo che possa veramente servire il bene dell’uomo e della società. Papa Benedetto XVI ha affrontato il giusto rapporto tra fede e politica nel suo discorso ai rappresentanti della società britannica alla Westminster Hall il 17 settembre 2010. Ha dichiarato: La questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. Questo ruolo “correttivo” della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non è sempre bene accolto, in parte poiché delle forme distorte di religione, come il settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni della religione emergono quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo purificatore e strutturante della ragione all’interno della religione. È un processo che funziona nel doppio senso. Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà[7]. Ciò che è centrale nell’incontro effettivo della Chiesa con il mondo è la fedeltà a Cristo Re, che solo può garantire l’integrità della ragione e della fede. A volte, oggi, l’approccio della Chiesa è avvicinarsi al mondo, anche molto vicino al mondo, senza rendere chiara la propria missione salvifica in Cristo. In una tale situazione, la verità sia della ragione sia della fede viene tradita perché la grazia purificatrice ed elevante che Cristo porta sempre in ogni situazione è assente nelle parti che dialogano. Va sempre ricordato che l’ispirazione e il fine del dialogo è l’arrivo alla verità, che sola può servire al bene della Chiesa e del mondo. Per chiarire le falsità e la confusione riguardo alla Regalità di Cristo, sarà utile rivolgersi all’insegnamento di Papa Pio XI sulla Regalità di Cristo. Papa Pio XI, nell’Enciclica Quas Primas, nel fissare “La festa di nostro Signore Gesù Cristo re, stabilendo che sia celebrata [ogni anno] in tutte le parti della terra”[8] constatò: E non occorre, venerabili fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica è perché non solo il clero con la celebrazione della messa e la recita del divino Ufficio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione…Pertanto questo sia il vostro ufficio, venerabili fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia un corso di predicazione, in modo che i fedeli, ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino[9]. L’osservanza liturgica della Festa della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo dà la grazia di un’obbedienza più perfetta a Lui, che è il solo nostro Salvatore, a Lui che solo è “la via, la verità e la vita”[10]. Papa Pio XI ha espresso la grande realtà della Regalità di Cristo così come è sempre stata intesa nella Chiesa. Ha dichiarato: Da gran tempo si è usato comunemente chiamare Cristo con l’appellativo di re per il sommo grado di eccellenza che ha in modo sovraeminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che egli regna “nelle menti degli uomini” non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché egli è Verità, ed à necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da lui la verità; similmente “nelle volontà degli uomini”, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto “re dei cuori” per quella sua “carità che sorpassa ogni comprensione umana” (Ef 3,19) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo-uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di re; infatti soltanto in quanto è uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre “la potestà e l’onore e il regno” (Dn 7,13-14), perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero[11]. La comprensione della Regalità di Cristo è intimamente legata alla comprensione del Suo Sacratissimo Cuore. Il tempo non consente una trattazione più lunga del rapporto tra la Regalità di Cristo e il suo Sacro Cuore. Basti pensare che, in virtù dell’unione consustanziale del Cuore di Gesù – umano e divino – con il Cuore divino del Padre, Egli regna su tutti i cuori. Purifica e santifica tutti i cuori con l’effusione dello Spirito Santo dal Suo glorioso Cuore trafitto. La Regalità di Cristo è, per natura, universale, cioè si estende a tutti gli uomini, al mondo intero. Non è una regalità solo sui fedeli o solo sulle cose della Chiesa, ma su tutti gli uomini e su tutti i loro affari. La regalità è esercitata dal Cuore di Cristo nei cuori umani. Non pretende di governare direttamente il mondo, ma di governarlo attraverso l’uomo, l’amministratore del mondo. Papa Pio XI, citando Papa Leone XIII, dichiarò: D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo-uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto sottostà al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: “Non toglie il trono terreno colui che dona il regno eterno dei cieli”. Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro predecessore di immortale memoria Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: “L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla chiesa, sebbene le errate opinioni li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi de fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”. Ne v’è differenza fra gli individui e la società domestica e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quanto lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salvezza privata e pubblica: “In nessun altro c’è salvezza, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale possiamo essere salvati” (At 4,12), è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli cittadini sia per gli stati: “Poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, in quanto la società non è altro che una concorde moltitudine di uomini”[12]. I cristiani, che non pretendono di governare lo stato civile per mezzo della Chiesa, sono, allo stesso tempo, chiamati a dare un’eroica testimonianza pubblica della verità della legge morale, della legge di Dio. Così, la Regalità di Cristo è esercitata dai cuori insieme con il suo Cuore Reale. Papa Pio XI fa riferimento alla Lettera Enciclica Annum Sacrum di Papa Leone XIII con la quale Papa Leone consacrò tutta l’umanità al Sacro Cuore di Gesù. Nell’Annum Sacrum, Papa Leone, riferendosi al potere sovrano e assoluto di Cristo, ha dichiarato: Di fatto egli esercitò questo suo proprio e individuale diritto quando ordinò agli apostoli di predicare la sua dottrina, di radunare, per mezzo del battesimo, tutti gli uomini nell’unico corpo della chiesa, e di imporre delle leggi, alle quali nessuno può sottrarsi senza mettere in pericolo la propria salvezza eterna[13]. Cristo esercita la sua Regalità attraverso la grazia dello Spirito Santo che riversa instancabilmente e infallibilmente nei cuori dei suoi fedeli che sono Suoi collaboratori nella missione della salvezza del mondo. Sono gli amministratori del Suo diritto divino in virtù della Sua grazia che dimora nei loro cuori. Qui, è importante notare che la Regalità di Cristo sui cuori umani precede qualsiasi stato o governo. Lo Stato o il governo, infatti, deve prima di tutto rispettare la libertà di religione, la libertà dell’uomo nel suo rapporto con Dio, che ha la sua espressione più fondamentale nella libertà di coscienza. Uno Stato o una nazione sani faranno tesoro, in modo particolare, della pratica della religione cristiana come essenziale per il giusto ordine delle famiglie e della società in generale. Allo stesso modo, i diritti fondamentali dell’uomo nella società – e non sto parlando del numero sempre crescente di cosiddetti diritti inventati per promuovere la secolarizzazione di tutta la vita – sono anteriori allo Stato, hanno il loro fondamento nell’analogia dell’essere, nella partecipazione dell’uomo all’Essere di Dio, alla sua Verità, Bellezza e Bontà. Papa Leone XIII ha chiarito che la famiglia è una “…società piccola ma vera e anteriore a ogni civile società; perciò con diritti e obblighi indipendenti dallo stato”[14]. Tali diritti e doveri sono inerenti alla natura dell’uomo, maschio e femmina, che conduce il singolo uomo e la singola donna al matrimonio e al suo frutto, la famiglia. La Regalità di Cristo in casa libera i membri della famiglia e la famiglia come società per godere di quei diritti e adempiere a quei doveri, in accordo con la volontà di Dio. La natura essenzialmente sociale della Regalità di Cristo è evidente. L’anima individuale esiste sempre in relazione con Dio e con gli altri, a partire dalla famiglia e si estende allo stato o alla nazione e al mondo. L’obbedienza del cuore umano al Cuore di Cristo pone l’individuo non solo in un giusto rapporto con Dio, ma anche con tutti gli uomini che Egli desidera salvare, per i quali il Cuore di Cristo non cessa mai di battere con incommensurabile e incessante amore. Quando riflettiamo sulla ribellione contro il buon ordine e la pace con cui Dio dota ogni cuore umano, specialmente attraverso la coscienza, guidando il mondo e persino la Chiesa in una sempre maggiore confusione, divisione, distruzione degli altri e di se stessi, comprendiamo, come Papa Pio XI comprese, l’importanza della nostra adorazione di Cristo sotto il suo titolo di Re del Cielo e della Terra. Tale adorazione non è una forma di ideologia. Non è l’adorazione di un’idea o di un ideale. È la comunione con Cristo Re, specialmente attraverso la Santissima Eucaristia, mediante la quale la nostra missione regale in Lui viene compresa, abbracciata e vissuta. È la realtà in cui siamo chiamati a vivere, la realtà dell’obbedienza alla Legge di Dio scritta nei nostri cuori e nella natura stessa di tutte le cose. È la realtà a cui la nostra coscienza ci chiama immancabilmente a conformare il nostro essere e secondo la quale giudica anche i nostri pensieri, parole e azioni. È la realtà della nostra dignità in Cristo e dell’alta missione insita in quella dignità. È la realtà di tutte le cose, del nostro mondo, di ogni ordine politico, che ci viene comandato con forza di rispettare e osservare, per cui siamo dotati della grazia di trasformare non solo le nostre vite individuali e le nostre famiglie, ma tutta la società. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, nel trattare del “dovere sociale della religione e il diritto alla libertà religiosa”, ci insegna: Il dovere di rendere a Dio un culto autentico riguarda l’uomo individualmente e socialmente. È «la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo». Evangelizzando senza posa gli uomini, la Chiesa si adopera affinché essi possano «informare dello spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità» in cui vivono. Il dovere sociale dei cristiani è di rispettare e risvegliare in ogni uomo l’amore del vero e del bene. Richiede loro di far conoscere il culto dell’unica vera religione che sussiste nella Chiesa cattolica ed apostolica. I cristiani sono chiamati ad essere la luce del mondo. La Chiesa in tal modo manifesta la regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane[15]. L’unico modo in cui possiamo avvicinarci al mondo, nella verità e nell’amore, è servirlo servendo Cristo Re con obbedienza nel Suo regno su tutti i cuori umani dal Suo glorioso Sacro Cuore trafitto. Ci sono molte altre aree in cui menzogna e confusione affliggono la vita della Chiesa nel nostro tempo. Spero che questi due esempi che ho sviluppato abbastanza estesamente non solo siano utili per correggere falsi pensieri e approcci, che generano confusione e divisione all’interno della Chiesa. Spero inoltre che siano una fonte di incoraggiamento per tutti noi nell’affrontare le grandi preoccupazioni per la Chiesa nel tempo presente. Abbiamo nel magistero della Chiesa gli aiuti di cui abbiamo bisogno, ciascuno secondo la nostra vocazione e doni particolari, per affrontare responsabilmente le menzogne e le conseguenti falsità. Ciò che è importante è che attingiamo al magistero che ci espone l’immutabile verità tramandataci nella Chiesa attraverso la Tradizione apostolica. Grazie per l’attenzione. Che Dio benedica voi e le vostre case. Raymond Leo Cardinal BURKE NOTE [1] Gv 8, 43-47 [2] Mt 5, 37. [3] 2 Tm 4, 6-8. [4] “CAN. 212 – §1. Quae sacri Pastores, utpote Christum repraesentantes, tamquam fidei magistri declarant aut tamquam Ecclesiae rectores statuunt, christifideles, propriae responsabilitatis conscii, christiana oboedientia prosequi tenentur. §2. Christifidelibus integrum est, ut necessitates suas, praesertim spirituales, suaque optata Ecclesiae Pastoribus patefaciant. §3. Pro scientia, competentia et praestantia quibus pollent, ipsis ius est, immo et aliquando officium, ut sententiam suam de his quae ad bonum Ecclesiae pertinent sacris Pastoribus manifestent eamque, salva fide morumque integritate ac reverentia erga Pastores, attentisque communi utilitate et personarum dignitate, ceteris christifidelibus notam faciant.” Codex Iuris Canonici auctoritate Ioannis Pauli II promulgatus [CIC-1983]. Traduzione italiana: Codice di Diritto Canonico Commentato, a cura della Redazione di Quaderni di Diritto Ecclesiale (Milano: Ancora, 2019), pp. 233-234. [5] “Ex hoc familiari commercio inter laicos et Pastores permulta bona Ecclesiae exspectanda sunt: ita enim in laicis roboratur propriae responsabilitatis sensus. Hi vero, laicorum experiential adiuti, tam in rebus spiritualibus quam in temporalibus, distinctius et aptius iudicare valent, ita ut tota Ecclesiae, ab omnibus membris suis roborata, suam pro mundi vita missionem efficacius compleat.” Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, “Constitutio Dogmatica de Ecclesia, «Lumen gentium»,” 21 Novembris 1964, Acta Apostolicae Sedis 57 (1965), p. 43, n. 37. Traduzione italiana: Enchiridion Vaticanum, vol. 1 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1981), pp. 202-205, n. 385. [6] “Cum autem hac nostra aetate novae quaestiones oriantur, et gravissimi grassentur errores qui religonem, ordinem moralem et ispam societatem humanam funditus evertere nituntur, haec Sancta Synodus ex corde hortatur ut laicos, iuxta cuiusque ingenii dotes et doctrinam, ut secundum mentem Ecclesiae, suas diligentius expleant partes in principiis christianis enucleandis, defendendis et rite applicandis ad problemata huius aetatis.” Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, “Decretum de Apostolatu Laicorum, «Apostolicam actuositatem»,” 18 Novembris 1965, Acta Apostolicae Sedis 58 (1966), p. 843, n. 6. Traduzione italiana: Enchiridion Vaticanum, vol. 1 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1981), pp. 530-533, n. 936. [7] “The central question at issue, then, is this: where is the ethical foundation for political choices to be found? The Catholic tradition maintains that the objective norms governing right action are accessible to reason, prescinding from the content of revelation. According to this understanding, the role of religion in political debate is not so much to supply these norms, as if they could not be known by non-believers – still less to propose concrete political solutions, which would lie altogether outside the competence of religion – but rather to help purify and shed light upon the application of reason to the discovery of objective moral principles. This “corrective” role of religion vis-à-vis reason is not always welcomed, though, partly because distorted forms of religion, such as sectarianism and fundamentalism, can be seen to create serious social problems themselves. And in their turn, these distortions of religion arise when insufficient attention is given to the purifying and structuring role of reason within religion. It is a two-way process. Without the corrective supplied by religion, though, reason too can fall prey to distortions, as when it is manipulated by ideology, or applied in a partial way that fails to take full account of the dignity of the human person. Such misuse of reason, after all, was what gave rise to the slave trade in the first place and to many other social evils, not least the totalitarian ideologies of the twentieth century. This is why I would suggest that the world of reason and the world of faith – the world of secular rationality and the world of religious belief – need one another and should not be afraid to enter into a profound and ongoing dialogue, for the good of our civilization”. Benedictus PP. XVI, “Allocutiones: V, Iter Apostolicum Summi Pontificis in Regnum Unitum: Londinii in Aula Vestmonasteriensi colloquium Benedicti XVI cum primoribus Societatis Civilis; cum doctis vivis culturae, scientiis et operum conductioni deditis; cum Corpore Legatorum et Religiosis Auctoritatibus,” 17 Septembris 2010, Acta Apostolicae Sedis 102 (2010) 636-637.Traduzione italiana: http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2010/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20100917_societa-civile.html. [8] “… festum D. N. Iesu Christi Regis …, quotannis, ubique terrarum agendum.” Pius PP. XI, Litterae Encyclicae Quas primas, “De Festo Domini Nostri Iesu Christi Regis constituendo,” 11 Decembris 1925, Acta Apostolicae Sedis, 17 (1925) 607. [QP]. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, vol. 5 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1999), p. 189, n. 158. [9] “Neque est cur vos, Venerabiles Fratres, diu multumque doceamus, qua de causa festum Christi Regis ab reliquis illis distinctum agi decreverimus, in quibus quaedam inesset regiae ipsius dignitatis et significatio et celebratio. Unum enim animadvertere sufficit, quod, quamquam in omnibus Domini nostri festis materiale obiectum, ut aiunt, Christus est, obiectum tamen formale a regia Christi potestate ac nomine omnino secernitur. In diem vero dominicum idcirco indiximus, ut divino Regi non modo clerus litando ac psallendo officia praestaret sua, sed etiam populus, ab usitatis occupationibus vacuus, in spiritu sanctae laetitiae, obedientiae servitutisque suae praaeclarum Christo testimonium daret…. Itaque hoc vestrum, Venerabiles Fratres, esto munus, vestrae hae partes sunto, ut annuae celebritati praemittendas curetis, statis diebus, ad populum e singulis paroeciis contiones, quibus is de rei natura, significatione et momento accurate monitus atque eruditus, sic vitam instituat ac componat, ut iis digna sit, qui divini Regis imperio fideliter studioseque obsequuntur.” QP, 608. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, vol. 5 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1999), pp. 189-191, n. 159. [10] Gv 14,6. [11] “Ut translata verbi significatione rex appellaretur Christus ob summum excellentiae gradum, quo inter omnes res creatas praestat atque eminet, iam diu communiterque usu venit. Ita enim fit, ut regnare is in mentibus hominum dicatur non tam ob mentis aciem scientiaeque suae amplitudinem, quam quod ipse est Veritas, et veritatem ab eo mortales haurire atque obedienter accipere necesse est; in voluntatibus item hominum, quia non modo sanctitati in eo voluntatis divinae perfecta prorsus respondet humanae integritas atque obtemperatio, sed etiam liberae voluntati nostrae id permotione instinctuque suo subiicit, unde ad nobilissima quaeque exardescamus. Cordium denique rex Christus agnoscitur ob eius supereminentem scientiae caritatem et manusuetudinem benignitatemque animos allicientem: nec enim quemquam usque adeo ab universitate gentium, ut Christum Iesum, aut amari aliquando contigit aut amatum iri in posterum continget. Verum, ut rem pressius ingrediamur, nemo non videt, nomen potestatemque regis, propria quidem verbi significatione, Christo homini vindicari oportere; nam, nisi quatenus homo est, a Patre potestatem et honorem et regnum accepisse dici nequit, quandoquidem Dei Verbum, cui eadem est cum Patre substantia, non potest omnia cum Patre non habere communia, proptereaque ipsum in res creatas universas summum atque absolutissimum imperium.” QP, 595-596. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, vol. 5 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1999), pp. 162-165, n. 144. [12] “Turpiter, ceteroquin, erret, qui a Christo homine rerum civilium quarumlibet imperium abiudicet, cum is a Patre ius in res creatas absolutissimum sic obtineat, ut omnia in suo arbitrio sint posita. At tamen, quoad in terris vitam traduxit, ab eiusmodi dominatu exercendo se prorsus abstinuit, atque, ut humanarum rerum possessionem procurationemque olim contempsit, ita eas possessoribus et tum permisit et hodie permittit. In quo perbelle illud: Non eripit mortalia, qui regna dat caelestia. Itaque principatus Redemptoris nostri universos complectitur homines; quam ad rem verba immortalis memoriae decessoris Nostri Leonis XIII Nostra libenter facimus: «Videlicet imperium eius non est tantummodo in gentes catholici nominis, aut in eos solum, qui, sacro baptismate abluti, utique ad Ecclesiam, si spectetur ius, pertinent, quamvis vel error opinionum devios agat, vel dissensio a caritate seiungat; sed complectitur etiam quotquot numerantur christianae fidei expertes, ita ut verissime in potestate Iesus Christi sit universitas generis humani». Nec quicquam inter singulos hac in re et convictiones domesticas civilesque interest, quia homines societate coniuncti nihilo sunt minus in potestate Christi quam singuli. Idem profecto fons privatae ac communis salutis: Et non est in alio aliquo salus, nec aliud nomen est sub caelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri; idem et singulis civilibus et rei publicae prosperitatis auctor germanaeque beatitatis: Non enim aliunde beata civitas, aliunde homo; cum aliud civitas non sit, quam concors hominum multitudo.” QP, 600-601. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, vol. 5 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1999), pp. 172-175, n. 150. [13] “Re autem vera ius istud evulgare doctrinam suam, congregare homines in unum corpus Ecclesiae per lavacrum salutis, leges denique imponere, quas recusare sine salutis sempiternae discrimine nemo posset.” Leo PP. XIII, Litterae Encyclicae Annum Sacrum, “De hominibus Sacratissimo Cordi Iesu devovendis,” 25 Maii 1899, Acta Sanctae Sedis, XXXI, 648. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, vol. 3 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 2008), pp. 1132-1133, n. 1427. [14] “… vera societas, eademque omni civitate antiquior; cui propterea quaedam iura officiaque esse necesse est, quae minime pendeant a republica.” Leo PP. XIII, Litterae Encyclicae Rerum Novarum, “De condicione opificum,” 15 Maii 1891, Acta Sanctae Sedis, XXIII, 645. Traduzione italiana: Enchiridion delle Encicliche, vol. 3 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 2008), pp. 610-611, n. 880. [15] “Officium Deo cultum authenticum tribuendi hominem individualiter et socialiter respicit. Hoc constituit «traditionalem doctrinam catholicam de morali hominum ac societatum officio erga veram religionem et unicam Christi Ecclesiam». Ecclesia, homines incessanter evangelizans, laborat ut ipsi possint informare «mentem et mores, leges et structuras communitatis», in qua vivunt. Christianorum sociale officium est in unoquoque homine observare et suscitare amorem veri et boni. Ab illis petit ut cognoscendum praebeant cultum unicae verae religionis quae in catholica et apostolica Ecclesia subsistit. Christiani vocantur ut lux mundi efficiantur. Sic Ecclesia regalitatem manifestat Christ super totam creationem et speciatim super humanas societates.” Catechismus Catholicae Ecclesiae (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1997), pp. 545-546, n. 2105. Traduzione italiana: Catechismo della Chiesa Cattolica (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2017), pp. 569-570, n. 2105.
  24. Dio può far tutto ciò che vuole: Egli è l'Onnipotente. Nostro Signore, toccando con la mano e dicendo: Lo voglio, sii mondato, guarì in un attimo e perfettamente un lebbroso dall'orribile malattia contro la quale era inefficace ogni rimedio umano (cfr. Mr 1, 40-43). Gesù Cristo operava i miracoli con la sua divina onnipotenza. Gli uomini possono fare molte cose; i sovrani possono dichiarare guerra e talora vincerla... Ma nessuno può comandare al mare e fermare le onde infuriate, mutare il corso delle stagioni, fermare la morte per sempre e strapparle le sue prede. L'uomo con la sua potenza può fare qualcosa, ma non tutto. Non é onnipotente. Solo Dio è onnipotente e la sua volontà può fare tutto ciò che vuole. Ciò non significa che Dio possa fare anche le cose assurde. L'assurdo è impossibile in se stesso, perché contraddittorio nei termini; un circolo non potrà mai essere quadrato, perché quadrato e circolo si escludono a vicenda. Non si può essere sani e ammalati, buoni e cattivi, vecchi e giovani nello stesso tempo. Oltre le cose assurde, Dio non può fare neppure il male, perché non può volerlo. Ogni volta che diciamo il Credo esprimiamo la nostra fede nell'onnipotenza di Dio: Io credo in Dio... onnipotente. La Sacra Scrittura chiede: Vi è forse qualcosa di difficile per Iddio? (Gn 18,14) Con la sua onnipotenza Dio può punire a ogni istante i nostri peccati e premiare le nostre opere buone. Stiamocene quindi davanti a Lui nell'umiltà, intenti solo a operare il bene.
  25. Del Prof. Mario Mascia. Il tempo in cui la Chiesa vive la sua crisi richiama la dinamica di una involuzione morale che attraversa la società e l’evanescenza dei caratteri della missione della Chiesa che ha smarrito la capacità autorevole della comunicazione educativa e formativa. La lettura di questa involuzione nella storia consente di svelare il vuoto dei valori alla base di una comunità orientata alla costante ricerca della Verità nella vita cristiana. Nello smarrimento dei valori spirituali risiede la crisi di una umanità incapace di riconoscere la propria identità che le generazioni passate hanno impresso nella cultura. I segni del vuoto dei valori è visibile in una mentalità che infrange le leggi del diritto naturale in nome di falsi diritti propugnati da una ideologia relativistica sotto forma di un permissivismo che supera i limiti della dignità della persona. I detentori del potere mediatico assoggettati dalle Lobby finanziarie ed economiche perpetrano capillarmente stereotipi comportamentali materialistici ispirati a un nuovo umanesimo globalista. La storia riporta progetti di nuovi umanesimi con esiti nefasti con l’obiettivo di proporre una nuova concezione dell’uomo ignorando la vera natura umana. Il nuovo umanesimo con l’intento di creare un nuovo uomo stravolge la natura umana. Nel configurare i caratteri del “Nuovo Umanesimo” resta ineludibile riconoscere una ideologia che introduce l’uomo nel culto verso se stesso detronizzando Dio e propugnando come diritti: aborto, eutanasia, utero in affitto, immigrazionismo inglobati nel nuovo idolo umano superando ogni ostacolo morale. Sorge l’interrogativo se la Chiesa è segno di contraddizione in questo mondo. Il dubbio grava sulle gerarchie ecclesiastiche che in nome di una conversione modernista scientemente giustificano e promuovono una nuova ideologia. Qual è quindi la posizione della Chiesa? La risposta può essere già riportata nel messaggio di Papa Francesco all’ONU in occasione del 75.mo anniversario della sua fondazione. Il pontefice si esime dal denunciare le cause dalle quali artificialmente è scaturita l’epidemia covid 19. Ha fatto passare sotto silenzio il grave problema economico e sociale frutto di un rigorismo politico che ha negato i diritti di tutela nei confronti di categorie economiche ad essere indennizzate da una crisi senza precedenti, inoltre è mancato un richiamo alla dittatura sanitaria che ha colpito numerosi pazienti con gravi patologie ai quali è stata impedita la fruizione di una assistenza sanitaria adeguata e costante. Parafrasando le dichiarazioni di professor Stefano Fontana …. Il Papa cogliendo l’occasione sugli effetti dell’emergenza sanitaria avanza la richiesta della crescita di un multilateralismo condannando la chiusure nazionalistiche e qualunque sovranismo cause di dissidi, diffidenze e incomprensioni tra stati. Una maggiore collaborazione internazionale non si può contrapporre con una valorizzazione delle risposte adottate da ogni nazione, in difesa dal contagio non da ascriversi semplicemente come atto di egoismo politico. Cfr Stefano Fontana ….Editoriale “La nuova bussola quotidiana” 28/09/2020. Tali dichiarazioni tendono a suffragare gli obiettivi dei poteri finanziari, economici e politici che intendono instaurare un umanesimo globalista per omologare un pensiero unico, e i principi accreditati dai poteri delle multinazionali. Risulta pertanto ignorata la concezione di popolo e di nazione resa significativa nella socialità dell’individuo. Emerge inoltre una questione antropologica fondamentale: mentre nella visione cristiana la natura umana è immutabile in quella post-moderna la natura umana è mutabile per l’intervento della biotecnologia. Dalla critica del canoni assoluti metafisici, riguardante tra gli altri l’uomo, nasce nel pensiero post moderno l’indebolimento del concetto di uomo soggetto manipolabile grazie all’ingegneria genetica. L’uomo non è più definibile nella sua integrità biologica e spirituale perché è diventato un materiale biologico, di ricambio e geneticamente modificabile. Bisogna chiedersi come fece Primo Levi se quello condizionato dalla globalità e trasformato dalle biotecnologie sia un vero uomo. Emerge il punto debole della cultura del nuovo umanesimo che rappresenta l’uomo nel suo involucro esterno senza penetrare nella profondità dell’essenza dell’essere. A questo punto si contrappone il significato cristiano dell’uomo nella sua essenza spirituale come dipendente da Dio creatore a sua immagine. Nella concezione del neoumanesimo l’uomo si presenta assolutamente indipendente senza vincoli verso l’Entità superiore oltre ad essere concepito nella sua finitezza quale negazione di un destino eterno. La dignità umana dell’essere ha come fondamento la partecipazione della natura di Dio ((Ef 2,18; 2Pt 1,4). Inoltre L’antropologia cristiana dà un grande valore al corpo essendo l’uomo creato ad immagine di Dio. Il significato antropologico nella concezione dell’uomo è il nucleo centrale della dottrina sociale della Chiesa. Dovendo cogliere nell’uomo il valore di persona nella concezione cristiana si evince nei documenti del magistero e nella concezione del pensiero teologico e filosofico che l’uomo è persona in quanto possiede una natura razionale libera avendo l’inclinazione di autodeterminarsi e autorealizzarsi. Il magistero della Chiesa ha dato nel corso dei secoli una ricchezza di pronunciamenti sulla concezione dell’uomo sul piano teologico e filosofico formulando risposte univoche alla domanda di significato dell’essere uomo. Resta quindi la missione di annunciare la verità con fermezza e il sostegno della Fede senza naufragare nella tentazione di inseguire una cultura trasformista in senso antropologico e radicale. Mario Mascia
  26. Riportiamo di seguito una breve riflessione del Prof. Mascia sullo stato d'animo generato in moltissimi dalla situazione contingente. "Avvertiamo in questa contingenza di sofferenza sociale, causata dall’emergenza sanitaria ed economica, la necessità di una purificazione degli effetti di una sfrenata mentalità materialistica che concepisce l’uomo come un soggetto di richieste consumistiche. I limiti di questa concezione sono evidenti nel godimento effimero in quanto la frustrazione in questo periodo della scarsa disponibilità di risorse pone frequenti domande sui bisogni fondamentali dell’esistenza. La citazione di S. Matteo (4,4) “Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” ha un effetto dirompente nel presente senza disconoscere la necessità del “pane quotidiano” ma conferma l’essenzialità della Parola di Verità che appaga il bisogno profondo della pienezza dell’essere. L’uomo realizzato vive la pienezza del suo essere uomo come Cristo , il quale è vero Dio e vero uomo. L’uomo divinizzato è perfettamente realizzato nella sua umanità e nella sua spiritualità L’uomo essendo essere che viene da Dio se consente di appartenere a Dio vive nella pienezza dell’essere." Chi, oggi, si riconosce nella pienezza dell'essere di Cristo?
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