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STORIA DI UN'ANIMA (Santa Teresina di Lisieux); Paragrafi: 25 - 30

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Valerio

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25 –Ecco un brano di una lettera di Mamma che le mostrerà Celina dolce e me cattiva: «La mia Celina è
proprio disposta alla virtù, è il sentimento intimo del suo essere, ha un’anima candida ed ha orrore del
male. Quanto al furicchio, non si sa come butterà. E un cosino tanto piccino e tanto stordito! E anche più
intelligente di Celina, ma meno dolce assai, e soprattutto di un’ostinazione quasi invincibile; quando dice
no, niente da fare; la metti in cantina tutta una giornata, lei ci dorme piuttosto che dire «sì»

26 –Però ha un cuore d’oro, ed è tanto carezzevole e molto franca; è curioso vederla quando mi corre
dietro per farmi le sue confessioni: –Mamma, ho dato una spinta a Celina, una sola, e le ho dato un
colpetto, ma non lo faccio più. (Così per tutto quel che fa). Giovedì sera andammo a passeggiare verso la
stazione, in tutti i modi volle entrare nella sala d’aspetto per cercare Paolina, mi correva avanti con una
gioia che metteva l’allegria anche a me, ma quando vide che bisognava tornarsene a casa senza salire in
treno per andare a cercare Paolina, pianse per tutta la strada...».

27 –Queste ultime righe mi ricordano la felicità di quando la vedevo tornare dalla Visitazione: lei,
Madre, prendeva in braccio me, Maria prendeva Celina; allora io le facevo cento carezze, e mi sporgevo
dietro per ammirare la sua grande treccia, poi mi dava una tavoletta di cioccolata che aveva conservata
per tre mesi. Pensi un po’che reliquia era per me! Ricordo anche il viaggio che feci a Le Mans, era la
prima volta che andavo in treno. Che gioia viaggiar sola con Mamma! Però, mi misi a piangere, non so
più perché, e la povera Mamma mia non poté presentare alla zia di Le Mans altro che un cosino brutto e
tutto rosso dalle lacrime versate in viaggio. Non mi è rimasto nessun ricordo del parlatorio, ma soltanto
del momento in cui la zia mi porse un topino bianco e un panierino di carta bristol pieno di dolcini e sui
quali troneggiavano due anelli di zucchero, proprio grossi come il mio dito; gridai subito: «Che bellezza!
C’è un anello anche per Celina». Oh, sciagura! prendo il panierino per il manico, do l’altra mano a
Mamma, e partiamo; dopo qualche passo, guardo il paniere e vedo che i dolci sono tutti seminati per la
via, come i Sassetti di Puccettino... Guardo meglio, e vedo che uno dei due anelli ha subito il destino
tragico dei dolci: non c’è più nulla per Celina! Allora il dolore erompe, chiedo di tornare indietro,
Mamma non mi dà retta, e questo è troppo, alle lacrime succedono i gridi... non capivo come mai non
condividesse il mio dolore e per questo soffrivo molto di più!...

28 –Ritorno alle lettere nelle quali Mamma le parla di Celina e di me, è il miglior modo per farle
conoscere il mio carattere. Ecco un brano nel quale i miei difetti brillano di vivo splendore: «Celina si
diverte con la piccina al gioco dei cubi, bisticciano di quando in quando, Celina cede per avere una perla
alla sua corona. Sono costretta a correggere quella povera piccolina che va in furie paurose; quando le
cose non vanno secondo le sue idee, si rotola per terra come una disperata credendo tutto perduto, ci sono
momenti in cui è più forte di lei, ne è come soffocata. E una bambina molto nervosa, eppure è deliziosa e
intelligentissima, si ricorda di tutto».

29 –Vede dunque, Madre mia, quant’ero distante dall’essere una bambina senza difetti! E nemmeno
potevano dire di me che stessi buona quando dormivo, perché la notte era ancor piu movimentata che il
giorno, buttavo via tutte le coperte, e poi (sempre dormendo) battevo dei colpi contro il legno del mio
lettino, il dolore mi risvegliava. Allora dicevo: «Mamma, sono «picchiata»». Povera Mamma, era
costretta ad alzarsi e costatava che davvero avevo dei bernoccoli alla fronte, ero «picchiata»; mi copriva
bene, poi tornava nel suo letto, ma dopo un minuto io ricominciavo ad essere «picchiata», tanto che
dovettero legarmi nel lettino. Sera per sera, Celina veniva ad annodare i numerosi cordoni destinati ad
impedire al furicchio di farsi i bernoccoli e di svegliare Mamma, e questo mezzo riuscì bene, diventai
saggia dormendo.

30 –Ma c’era un altro difetto che avevo (da sveglia) e di cui Mamma parla nelle sue lettere, era un grande
amor proprio. Ne do due esempi soli per non allungare troppo il racconto. Un giorno Mamma mi disse:
«Teresina, se tu baci la terra, ti do un soldo». Un soldo! Era la ricchezza per me! Per impadronirmene mi
bastava abbassare la mia altezza, giacché la mia statura minima non frapponeva gran distanza tra me e la
terra, e tuttavia la mia fierezza si ribellò all’idea di baciar la terra: dritta indomita dissi a Mamma: «Oh
no, Mammina mia, preferisco fare a meno del soldo».

 
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