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La LUCE nel buio

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Valerio

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"Benedetta Bianchi Porro nacque a Dovadola, in provincia di Forlì, l’8 agosto del 1936. La sofferenza l’accompagnò sin dall’inizio: a tre anni fu colpita dalla poliomelite, la gamba destra non cresceva come l’altra. Vane le operazioni al “Rizzoli” di Bologna per cercare di dare alla bambina una camminatura normale. Anzi, ella era costretta a portare un busto ortopedico per sorreggere la spina dorsale. La sofferenza però non le tolse quella tipica gioia che caratterizza un’infanzia serena, trascorsa in vari luoghi (Dovadola, Forlì, Casticciano, Sirmione, Brescia) dove la famiglia si spostava o per fuggire alla guerra o per gli impegni del padre, ingegnere termale.
Benedetta, a scuola, era sempre tra le prime della classe. Aveva un’intelligenza vivace e una grande tenacia. E fu proprio la tenacia che l’aiutò quando sopraggiunse un altro grave problema di salute: la sordità. Oltre alla scuola, Benedetta si dedicava anche ad altro: amava la musica, suonava il pianoforte, amava lo sport, stava bene con gli amici, tendeva a vestirsi con cura. Nel 1953 s’iscrisse all’università di Milano, alla facoltà di Medicina, anche se era ormai quasi del tutto sorda. Nel Natale del 1956 si manifestarono gravi sintomi alla vista. Nel 1957 fu lei stessa a diagnosticarsi la grave malattia che la colpì: neurofibratosi diffusa (morbo di Reklinghausen). Una malattia devastante che aggredisce il sistema nervoso centrale distruggendone ogni funzione. Benedetta, dopo aver perso l’udito e la vista, perse anche l’uso degli arti, l’olfatto e il gusto. Benedetta visse la sua sofferenza offrendo tutto al Signore, guidata dal suo direttore spirituale, don Elio Mori. Tra il 1962 e il 1963 compì due pellegrinaggi a Lourdes. Morì il 23 gennaio del 1964. La notte del 22 gennaio avvertì l’arrivo della fine. Chiamò l’infermiera e le disse: “Sto male, sto molto male. Ma non svegli la mamma. Lasciamola riposare per domani, perché domani io morirò.” E l’indomani morì: aveva appena ventisette anni. Negli ultimi mesi della sua vita ebbe anche la forza di scrivere molte lettere e dare coraggio a vari sofferenti. Nel 1993, Benedetta fu dichiarata venerabile.
In una sua lettera Benedetta scrive: “Nel mio calvario non sono disperata. Io so che, in fondo alla vita, Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora a letto, che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini… Le mie giornate non sono facili, sono dure ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio". Riflettiamoci su: “Gesù … mi dà luce nel buio.” Benedetta afferma una contraddizione che in realtà non è tale. Lei dice di scoprire, grazie a Gesù, tanta luce nel buio. Certamente nel buio non può trovarsi la luce, perché il buio è annullato dalla luce. Eppure ciò che Benedetta dice non è una contraddizione. Non lo è sul piano della logica della Fede.
Essere convinti che Dio è amore e che Dio stesso permette tutto ciò che accade (è la fede!), vuol dire che Dio, se permette, è per un suo disegno dando a tutti la grazia sufficiente per vivere la sofferenza (è ancora la fede!). Ma ciò non basta. Tutte queste convinzioni si legano ad un’altra, ovvero che nell’accettazione serena di ciò che Dio permette, vi è la salvezza per sé e per gli altri (ecco la logica della fede!).
Torniamo alle parole di Benedetta. In questa prospettiva la contraddizione si dissolve: davvero nel buio si può scoprire la luce. Con la sofferenza non viene meno il buio, ma è pur vero che nella sofferenza si può scoprire la luce. E ciò che abbiamo detto prima.
Qui il Cristianesimo è l’unica risposta vera. Come abbiamo già detto, ci sono tre modi con cui l’uomo si può rapportare alla sofferenza: il primo è di negativizzare la sofferenza rifiutandola totalmente, il secondo è di accettarla credendo che in realtà non è tale, il terzo è quello che unisce la negativizzazione ma anche l’accettazione.
La prima e la seconda posizione confluiscono nell’illusione; l’illusione di credere che la sofferenza sia eliminabile (la prima posizione) e l’illusione di credere che la sofferenza sia una non-realtà (la seconda posizione). La terza posizione è quella più realista ed umanamente vera. La sofferenza di per sé non può essere amata, ma può esserlo per ciò a cui essa conduce.
Quando Benedetta dice di scoprire la luce nel buio, non afferma una cosa inammissibile, ma ciò che davvero si può sperimentare nel momento in cui il Cristianesimo diventa vita, cioè quando la Croce di Cristo diviene l’unico significato vero ed imprescindibile dell’esistenza.
Benedetta Bianchi Porro parla di luce. Invoca la luce, la scopre e la offre –lei che soffre- a tutti i sofferenti.
Come l’unica felicità non è alternativa alla sofferenza ma alla disperazione, così l’unica luce possibile è nell’esperienza del buio. Ciò vuol dire che l’uomo deve accettare il suo limite, la sua debolezza; deve tendere inevitabilmente verso l’esperienza del bisogno e verso la dimensione dell’umiltà.
Ma se l’unica luce possibile è nell’esperienza del buio, allora non c’è risposta nella vita se non vivendo l’attesa della Gioia eterna."

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